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Tanuta/Spondyliosoma cantharus

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La tanuta o cantaro (Spondyliosoma cantharus (Linnaeus, 1758)) è un pesce di mare della famiglia Sparidae.[1]

Descrizione

L’aspetto di questo pesce varia tantissimo con l’età. I giovani esemplari fino a 6-7 cm sono simili come forma a giovani saraghi o salpe, con l’aumentare delle dimensioni la forma del corpo si fa tozza ed il profilo alto; i maschi adulti hanno una marcata gibbosità cefalica e la fronte concava.

La livrea è grigiastra con linee longitudinali giallastre ed azzurre nelle femmine e nei giovani; questi ultimi possono avere alcune fasce verticali scure. I maschi adulti sono blu vivo con fasce scure su dorso e testa ed una macchia scura sull’occhio (assomiglia alla maschera di Zorro). Un altro modello di colorazione (più diffuso nei pesci atlantici) del maschio è grigio molto scuro con un paio di bande bianche verticali sui fianchi.

Può misurare fino a 50 cm.

Biologia

Specie confidente quando è giovane mentre gli adulti sono molto sospettosi e difficili da avvicinare.

Riproduzione

È l’unica specie di sparidi mediterranei a non deporre uova pelagiche, un nido, infatti, viene costruito dal maschio in uno spiazzo sabbioso e le uova aderiscono tra loro ed al substrato. Si riproduce in primavera. È ermafrodita proterogino, i giovani sono tutte femmine, mentre i vecchi esemplari sono maschi.

Alimentazione

Si ciba di invertebrati, soprattutto piccoli Crostacei e Policheti.

Distribuzione e habitat

È uno degli sparidi a distribuzione più settentrionale, si trova infatti a nord fino alla Scandinavia mentre a sud raggiunge l’Angola. È presente in tutto il mar Mediterraneo ed è molto rara nel mar Nero. È diffusa sulle nostre coste ma tende a concentrarsi in poche aree adatte e ad essere rara tutto attorno.

In questa specie i giovani occupano ambienti assai diversi da quelli degli adulti dato che si trovano su fondi coperti da praterie di Posidonia oceanica anche in acque basse; gli esemplari maturi invece preferiscono i fondi duri da 10 a 100 metri di profondità. È particolarmente comune al cappello delle secche al largo o nei pressi di scogli e piccole isole che si elevino da fondali profondi.

Pesca

Si pesca sia con la canna dalla barca che con le reti. Le carni sono buone, come quelle dei saraghi. In Liguria e Costa azzurra è invece considerata un pesce di scarsa qualità, come dimostrano il detto ligure a tanûa ne cheutta ne crûa e l’equivalente occitano la tanudo ni cuecho ni crudo.

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Tartaruga comune/Caretta caretta

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La tartaruga comune o tartaruga caretta (Caretta caretta (Linnaeus, 1758)[2]) è la tartaruga marina più comune del mar Mediterraneo. La specie è diffusa in molti mari del mondo ma è fortemente minacciata in tutto il bacino del Mediterraneo ed è ormai al limite dell’estinzione nelle acque territoriali italiane.

Vulnerabile[1]

Descrizione

Sono animali che si sono adattati alla vita acquatica grazie alla forma allungata del corpo ricoperto da un robusto guscio ed alla presenza di “zampe” trasformate in pinne. Alla nascita è lunga circa 5 cm. La lunghezza di un esemplare adulto è di 80 – 140 cm, con massa variabile tra i 100 ed i 160 kg.

La testa è grande, con il rostro molto incurvato. Gli arti sono molto sviluppati, specie gli anteriori, e muniti di due unghie negli individui giovani che si riducono ad una negli adulti.

Ha un carapace di colore rosso marrone, striato di scuro nei giovani esemplari, e un piastrone giallastro, a forma di cuore, spesso con larghe macchie arancioni, dotato di due placche prefrontali ed un becco corneo molto robusto. Lo scudo dorsale del carapace è dotato di cinque coppie di scuti costali; lo scudo frontale singolo porta cinque placche. Ponte laterale fra carapace e piastrone con tre (di rado 4-7) scudi inframarginali a contatto sia con gli scudi marginali che con quelli del piastrone.

Gli esemplari giovani spesso mostrano una carena dorsale dentellata che conferisce un aspetto di “dorso a sega”. I maschi si distinguono dalle femmine per la lunga coda che si sviluppa con il raggiungimento della maturità sessuale, che avviene intorno ai 13 anni. Anche le unghie degli arti anteriori nel maschio sono più sviluppate che nella femmina.

Biologia

Una Caretta caretta in superficie per respirare

Di Caretta caretta, come della maggior parte delle tartarughe marine, si conosce ancora molto poco. Come tutti i rettili, hanno sangue freddo, il che le porta a prediligere le acque temperate. Respirano aria, essendo dotate di polmoni, ma sono in grado di fare apnee lunghissime. Trascorrono la maggior parte della loro vita in mare profondo, tornando di tanto in tanto in superficie per respirare. In acqua possono raggiungere velocità superiori ai 35 km/h, nuotando agilmente con il caratteristico movimento sincrono degli arti anteriori. Sono animali onnivori: si nutrono di molluschi, crostacei, gasteropodi, echinodermi, pesci e meduse, ma nei loro stomaci è stato trovato di tutto: dalle buste di plastica, probabilmente scambiate per meduse, a tappi ed altri oggetti di plastica, ami scambiati per pesci, reti e fili scambiati per alghe.

Riproduzione

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Tracce di tartarughe marine comuni tornate in acqua dopo la deposizione delle uova
Piccolo appena nato

In estate, nei mesi di giugno, luglio ed agosto, maschi e femmine si danno convegno nelle zone di riproduzione, al largo delle spiagge dove le seconde sono probabilmente nate. Hanno infatti un’eccezionale capacità di ritrovare la spiaggia di origine, dopo migrazioni in cui percorrono anche migliaia di chilometri. Alcuni studi hanno dimostrato che le piccole appena nate sono capaci di immagazzinare le coordinate geomagnetiche del nido ed altre caratteristiche ambientali che consentono un imprinting della zona di origine[3].

Gli accoppiamenti avvengono in acqua: le femmine si accoppiano con diversi maschi, collezionandone il seme per le successive nidiate della stagione; il maschio si porta sul dorso della femmina e si aggrappa saldamente alla sua corazza, utilizzando le unghie ad uncino degli arti anteriori, poi ripiega la coda e mette in contatto la sua cloaca con quella della femmina. La copula può durare diversi giorni.

Avvenuto l’accoppiamento, le femmine attendono per qualche giorno in acque calde e poco profonde il momento propizio per deporre le uova; in ciò sono facilmente disturbate dalla presenza di persone, animali, rumori e luci. Giunte, con una certa fatica, sulla spiaggia vi depongono fino a 200 uova, grandi come palline da ping pong, disponendole in buche profonde, scavate con le zampe posteriori. Quindi le ricoprono con cura, per garantire una temperatura d’incubazione costante e per nascondere la loro presenza ai predatori. Completata l’operazione, fanno ritorno al mare. È un rito che si può ripetere più volte nella stessa stagione, ad intervalli di 10-20 giorni.

Le uova hanno un’incubazione tra i 42 e i 65 giorni (si è registrato un periodo lungo di 90 giorni, a causa di una deposizione tardiva che è coincisa con il raffreddamento del suolo[senza fonte]), e, grazie a meccanismi non ancora chiariti, si schiudono quasi tutte simultaneamente; con differenze sostanziali tra i vari substrati che costituiscono la spiaggia dove è stata fatta la deposizione: la temperatura e l’umidità del suolo, la granulometria della sabbia sono fattori determinanti per la riuscita della schiusa. I suoli molto umidi determinano spesso la perdita delle uova poiché molte malattie batteriche e fungine possono attaccare le uova; inoltre alcuni coleotteri possono raggiungere il nido e parassitarle. La temperatura del suolo determinerà il sesso dei nascituri: le uova che si trovano in superficie si avvantaggiano di una somma termica superiore a quelle che giacciono in profondità, pertanto le uova di superficie daranno esemplari di sesso femminile e quelle sottostanti di sesso maschile[senza fonte].

I piccoli per uscire dal guscio utilizzano una struttura particolare, il “dente da uovo”, che verrà poi riassorbito in un paio di settimane. Usciti dal guscio impiegano dai due ai sette giorni per scavare lo strato di sabbia che sormonta il nido e raggiungere la superficie e quindi, in genere col calare della sera, dirigersi verso il mare. In condizioni naturali corrono prontamente verso il mare. Possiamo considerare il piccolo appena nato come una sorta di “robot” il cui programma biologico attiva la ricerca in automatico della fonte più luminosa in un arco sull’orizzonte di 15 gradi. Questa in condizioni normali è rappresentata dall’orizzonte marino su cui luna e/o stelle si riflettono. Ma ormai la forte antropizzazione determina una concentrazione di luci artificiali che spesso disorientano le piccole appena nate, facendole deviare dal cammino, determinando talora la perdita di tutta la nidiata.

Solo una piccola parte dei neonati riesce nell’impresa, cadendo spesso vittima dei predatori; di quelli che raggiungono il mare infine, solo una minima parte riesce a sopravvivere sino all’età adulta.

Giunte al mare nuotano ininterrottamente per oltre 24 ore per allontanarsi dalla costa e raggiungere la piattaforma continentale, dove le correnti concentrano una gran quantità di nutrienti.

Dove esattamente trascorrano i primi anni della loro vita è un mistero che i biologi non sono ancora riusciti a spiegare, il cosiddetto “periodo buio”; solo dopo alcuni anni di vita, raggiunte dimensioni che le mettano al riparo dai predatori, fanno ritorno alle zone costiere. Alcune osservazioni, fatte in collaborazione con i pescatori della costa jonica calabrese[senza fonte], hanno consentito di censire diverse centinaia di esemplari quasi coetanei che soggiornano in un punto determinato, di fronte al faro di Capospartivento, dove si incontrano correnti importanti in una zona di calma: al confine delle correnti le tartarughe passerebbero diversi anni prima di iniziare la grande migrazione verso altri mari.

Distribuzione e habitat

Principali punti di nidificazione nel mondo

La specie, e le sue sottospecie, risiedono di preferenza in acque profonde e tiepide, prossime alle coste, dell’Oceano Atlantico, del Mar Mediterraneo e del Mar Nero nonché dell’Oceano Indiano e dell’Oceano Pacifico. Le maggiori concentrazioni di questo animale si trovano in Sud-Africa, Florida, Australia, Mozambico e Oman.

Nel Mar Mediterraneo frequenta soprattutto le acque dell’Italia, della Grecia, della Turchia e di Cipro ma anche di Tunisia, Libia, Siria e Israele[4].

Siti di nidificazione nel Mar Mediterraneo

Nel Mediterraneo gli ambienti di riproduzione sono ormai limitatissimi per il disturbo umano dovuto al turismo balneare.

Siti di nidificazione nel Mediterraneo

Italia

Le principali zone di nidificazione in Italia sono:

Deposizioni occasionali sono state segnalate anche in altre zone:

  • Sicilia:
    • spiaggia di Giallonardo, vicino Siculiana (AG): nell’estate 2005 ci sono state due nidificazioni (evento mai registrato in precedenza); censite 169 uova, ventisette delle quali si sono schiuse, venti tartarughine hanno raggiunto il mare. L’evento si è ripetuto nel 2011;[5]
    • spiaggia di San Marco presso Sciacca (AG): a luglio 2015 vengono scoperti due nidi, da uno di essi il 24 agosto sono nate 102 tartarughine[6] tutte le operazioni sono state seguite dai volontari WWF dell’o.a. Sicilia Area Mediterranea[7]. Nell’estate 2013 si sono verificate quattro presunte nidificazioni. Il 24 luglio, il 30 luglio ed i primi di agosto sono stati rinvenuti i segni di deposizione o è stata vista direttamente la femmina mentre deponeva; il 13 agosto invece sono stati avvistati due piccoli raggiungere il mare in un tratto di costa distante dagli altri nidi.[8]. Nell’estate 2011 da una nidificazione circa 80 tartarughine hanno raggiunto il mare.[9].
    • spiaggia di Mondello, nel comune di Palermo, in data 15 luglio 2013.[10]
    • spiaggia di San Lorenzo (Noto) nell’agosto 2010 c’è stata una nidificazione e negli anni successivi vengono liberate delle tartarughe salvate.[senza fonte]
    • spiaggia di Piccio Avola settembre 2011 e 11 settembre 2013 [senza fonte]
    • Poggio dell’Arena Gela sporadicamente nidificano alcuni esemplari. L’ultimo esemplare è stato avvistato il 25 agosto 2011 tra il promontorio di Femmina Morta e Manfria.[11]
    • Spiaggia di Lido dei Pini – Anzio, dove il 22 maggio 2018 sono state rilasciate, dopo un periodo di cura, due esemplari.[12]
    • Lungo la costa catanese, sulla riva sabbiosa della Playa, intorno agli anni 2010 è tornata la Caretta caretta dopo 35 anni[13] con una media di nidificazione di una ogni due anni. Le recenti nidificazioni sono state registrate alla fine di luglio 2015 presso il Lido Jolly (la schiusa era stata prevista per il mese di settembre dello stesso anno[14]; nell’occasione la sezione della Sicilia nord-orientale del WWF, in collaborazione con Lipu e SWF, ha avviato una campagna di sensibilizzazione l’8 agosto[15], la schiusa delle prime uova si registra nella notte del 27 dello stesso mese in due lidi della costa catanese[16]; bisognerà attendere il 6 di settembre per registrare altre nascite[17]) e nello stesso mese, l’anno seguente[18].
    • Nel 2016 tre siti di nidificazione sono stati recensiti in provincia di Ragusa: A Pozzallo[19], a Punta Secca[20] e a Santa Maria del Focallo[21]
    • Spiaggia di Tre Fontane a Campobello di Mazara 5 settembre 2016 oltre 50 neonati, con l’aiuto del Cnr di Torretta Granitola, dei volontari WWF dell’o.a. Sicilia Area Mediterranea[22], dell’associazione lavola, hanno raggiunto sane e salve il mare. [senza fonte]
    • Spiaggia di Santa Maria del Focallo – Ispica: prima nidificazione estate 2017 – a giugno 2018 si assiste alla seconda nidificazione sullo stesso arenile dell’anno precedente.[senza fonte]
    • Spiaggia San Marco di Calatabiano[23]
  • Calabria: in oltre 10 anni sulle spiagge calabresi, si è assistito alla nascita di quasi 2000 tartarughe, la media di sopravvivenza è di una su mille[senza fonte]. I luoghi di nidificazione sono su tutta la costa jonica della provincia di Reggio, tra San Lorenzo e Ferruzzano si sono avute negli anni una media di 19 nidi:[senza fonte]
  • Puglia:
  • Sardegna:
    • spiaggia di Geremeas (CA) (uova deposte il 29 luglio 2006[25]).
    • spiaggia di Scivu (CA)[senza fonte]
    • Platamona (SS) (uova schiuse il 2 ottobre 2014)[senza fonte]
    • Spiaggia di Capo Malfatano, Teulada (schiusa dell’8 agosto 2016 dopo 57 giorni di incubazione [2][3]
    • Spiaggia di Campus in Area Marina Protetta Capo Carbonara, comune di Villasimius (CA) (uova deposte il 8 luglio 2016)[26].[4]
    • Spiaggia di Piscina Rei, Comune di Muravera (CA) – Nido scoperto il 24 luglio 2016.[5][6]
    • Spiaggia di Cala Pira, comune di Castiadas (CA) – uova deposte il 4 agosto 2016.[7]
    • Spiaggia del Poetto, comune di Quartu S. Elena (CA) – due nidi scoperti in data 29 agosto 2018
  • Basilicata
  • Campania:
    • spiaggia di Cuma[28].
    • spiaggia di Cellole (CE) nel 2002, prima nidificazione accertata negli ultimi anni;[senza fonte]
    • spiaggia di Ogliastro Marina nel Cilento (uova deposte il 27 luglio 2006; censite 69 uova, 31 delle quali si sono schiuse[29]; uova deposte il 22 luglio 2018 e schiuse l’8 settembre con 102 tartarughe nate[30]);
    • spiaggia delle Saline in località Palinuro nel Cilento (giu-lug 2013) con l’individuazione di tre diversi nidi;
    • spiaggia di Acciaroli, (Pollica) in provincia di Salerno (luglio 2014 e agosto 2019)[31]
    • spiaggia di Ascea Marina nel Cilento in provincia di Salerno (18 luglio 2015). [32], altra schiusa il 17 settembre 2016. [senza fonte] spiaggia di Cala Sono stati rinvenuti ben quattro nidi tra luglio e agosto 2019. Cefalo, Marina di Camerota in provincia di Salerno (30 giugno 2015), due diversi nidi.
  • Abruzzo
  • Toscana
    • spiaggia di Scarlino (3 ottobre 2013[34])
    • spiaggia di Marina di Campo, Isola d’Elba (17 agosto 2017[35]), nati 103 esemplari.
    • spiaggia di Straccoligno (Capoliveri), Isola d’Elba, 19 agosto 2018[36], nati 67 esemplari
  • Lazio
    • Tor San Lorenzo[37] (5 luglio 2017)
    • Isola di Ventotene (21 luglio 2018)
    • Montalto di Castro (luglio 2018): 89 uova, schiuse nell’agosto 2018. [senza fonte]
  • Marche
    • Pesaro (30 luglio 2019) attualmente il luogo di deposizione più a nord del mediterraneo. Nate 38 tartarughe i primi di ottobre.

Le nidificazioni al di fuori del contesto delle aree riproduttive è spesso ad opera di tartarughe primipare, o non perfettamente in salute che vinte dalle correnti sono costrette a nidificare in località lontane e diverse da quelle naturali. Si assiste in questo caso alla perdita di quasi tutte le uova, per fattori diversi, come mancata fecondazione, uova non perfettamente formate e soprattutto per fattori ambientali legati al clima ed ai suoli.

Grecia

  • Cefalonia – 21 agosto 2018. Censimento da parte dei volontari del luogo, durante una schiusa.

    spiagge di Gerakas, Dafni, Sekania, Kalamaki, Laganas e isolotto di Marathonissi, a Zante. Il Parco nazionale marino di Zante, istituito il 22 dicembre 1999, rappresenta uno dei maggiori siti di nidificazione nel Mediterraneo, con una media di oltre 1300 nidi all’anno. Qui il volontariato per la protezione dei nidi è curato dall’associazione Archelon che gestisce anche un ospedale per il recupero degli esemplari feriti.

  • spiagge di Kiparissia anche qui è attiva la Archelon e numerose sono state le nidificazioni negli ultimi anni e Lakonikos, nel Peloponneso
  • spiaggia di Mounda a Ratziki, Cefalonia
  • spiagge di Elafonissi, Retimo, Kommos e della Canea a Creta.
  • isola di Rodi
  • isola di Cefalonia, Spiagge di Kaminia, Xi , Lepeda .
  • isola di Cefalonia, Ammes Beach. Il 21 agosto 2018, verso le ore 18.00, alla presenza di molti turisti, è avvenuta una schiusa da uno dei vari nidi presenti nella spiaggia. Le tartarughe sono state censite e guidate verso il mare dai volontari locali.
  • Isola di kythira(13.08.2013 spiaggia di Kapsali ore 10.00. circa 200 piccoli di tartaruga dopo la schiusa delle uova hanno preso la via del mare.Presente agente della capitaneria.
  • isola di Elafonissos.
  • isola di Cefalonia il 22.08.19 spiaggia di Avithos, 55 piccoli nati.
  • isola di Cefalonia il 27.08.19 spiaggia di Eglina, 2 nidi con 200 piccoli nati e accompagnati in mare dai volontari locali.

Turchia

Cipro

Apollo’s bay limassol area

Akrotiri beach (ship wreck)

Tunisia

Libia

La Libia è un paese ancora fuori dai circuiti turistici, ricco di spiagge incontaminate. Qui nidificano migliaia di tartarughe ogni anno. Lungo i 1.250 chilometri di costa è stata calcolata la presenza di 9.000 nidi.

Egitto

Siria

Israele

Libano

Tassonomia

Sottospecie

Esistono due sottospecie:[senza fonte]

  • la C. caretta gigas, diffusa nell’Oceano Pacifico e nell’Oceano indiano
  • la C. caretta caretta, diffusa nell’Oceano Atlantico e nel Mar Mediterraneo. La sottospecie del Mediterraneo ha sviluppato un corredo genetico peculiare, a dimostrazione del fatto che la popolazione mediterranea è sostanzialmente indipendente e isolata. Più piccola rispetto alle conspecifiche di altri mari, eccezionalmente arriva al metro di lunghezza per massimo 140 kg di peso.

Specie simili

Superficialmente i giovani possono assomigliare alla tartaruga di Kemp (Lepidochelys kempii). Gli adulti hanno qualche somiglianza con la tartaruga franca o tartaruga verde (Chelonia mydas) e con la tartaruga embricata (Eretmochelys imbricata).

Conservazione

La IUCN Red List classifica Caretta caretta come specie vulnerabile (Vulnerable)[1].

La specie è minacciata dall’inquinamento marino, dalla riduzione degli habitat di nidificazione, dalle collisioni con le imbarcazioni, e dagli incidenti causati dalle reti a strascico e dagli altri sistemi di pesca[4].

La specie è inserita nella Appendice I della Convention on International Trade of Endangered Species (CITES)[41].

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Tartaruga embricata/Eretmochelys imbricata

Da Wikipedia, l’enciclope

La tartaruga embricata (Eretmochelys imbricata Linnaeus, 1766) è una tartaruga marina della famiglia delle Cheloniidae. È l’unica specie del genere Eretmochelys. dia libera.

Critico[1]

Descrizione

Lo scudo è convesso, a forma di cuore e presenta quattro paia di scudi laterali. Le piastre cornee sono caratteristicamente sovrapposte come gli embrici di un tetto ed a ciò è dovuto il nome della specie. La testa è ben sviluppata, con un becco molto appuntito e simile a quello dei rapaci. Le zampe anteriori sono larghe, con due unghie a forma di spina sul margine anteriore. La corazza è bruno-giallastra con marmoreggiature nere. Può misurare fino a 90 cm.

Tassonomia

Sono state descritte due sottospecie:

Distribuzione e habitat

La specie ha un ampio areale essendo diffusa nella fascia tropicale dell’Oceano Atlantico (sottospecie E. imbricata imbricata), Pacifico e Indiano (E. imbricata bissa).

Biologia

Alimentazione

IslBG

Sebbene sia onnivora, ha una dieta essenzialmente basata sulle spugne. Studi sulla dieta delle popolazioni caraibiche hanno dimostrato che essa è costituita per il 70-95% da spugne della classe Demospongiae, in particolare di specie appartenenti agli ordini Astrophorida, Spirophorida e Hadromerida[2]. Predilige in particolare le specie ricche di spicole silicee, come Ancorina spp., Geodia spp., Ecionemia spp. e Placospongia spp.[2].

Alcune delle spugne che rientrano abitualmente nella dieta della tartaruga embricata, come Aaptos aaptos, Chondrilla nucula, Geodia gibberosa, Tethya actinia, Spheciospongia vesparum e Suberites domuncula, sono altamente tossiche (talora letali) per la maggior parte degli altri organismi marini.

Oltreché di spugne, E. imbricata si nutre anche di alghe e di celenterati come le attinie, le meduse e la caravella portoghese (Physalia physalis)[3][4].

Riproduzione

Si riproduce da febbraio a luglio, a seconda che ci si sposti da sud verso nord. Scava nidi di circa 50 cm e ogni femmina può deporre un centinaio di uova che schiudono in 45-55 giorni.

Conservazione

La Lista rossa IUCN classifica questa specie come in pericolo critico di estinzione[1].
Al pari delle altre specie di Cheloniidae E. imbricata è inserita nella Appendice I della CITES[5].

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Tartaruga liuto/Dermochelys coriacea

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La tartaruga liuto (Dermochelys coriacea Vandelli, 1761) è la tartaruga più grande del mondo. È l’unica specie del genere Dermochelys e della famiglia Dermochelyidae.[2]

Vulnerabile[1]

Riferimenti storici

Nel 1760 una gigantesca tartaruga marina, catturata nei dintorni di Ostia venne donata all’Università di Padova da Papa Clemente XIII. La catalogazione e la sua raffigurazione fu opera insigne di Domenico Agostino Vandelli che nel 1761 gli diede la denominazione Dermochelys Coriacea Testudo. La Dermochelys servì a Carlo Linneo per la sua descrizione della specie pubblicata nella XII edizione del Systema Naturae. L’esemplare viene ancora oggi conservato in originale presso il Museo di Zoologia dell’Università di Padova.[3]

Descrizione

Alla nascita è lunga 5,5 cm.[senza fonte] Gli esemplari adulti possono arrivare fino a 250 cm di lunghezza, eccezionalmente a 300-350 cm, e pesano fino a 700 chili.[4]

Il carapace è formato da piccole placche ossee disposte a mosaico, ricoperte da una pelle cuoiosa e liscia, spessa ma flessibile, tratto che in inglese le è valso il nome comune di leatherback turtle, ovvero tartaruga dorso di cuoio. Il carapace è percorso da 7 creste longitudinali, mentre il piastrone è solcato da 5 carenature. Colore nerastro o bruno scuro con macchie chiare. Piccolo becco corneo a forma di W. Nel maschio il piastrone è concavo e la coda raggiunge e talvolta supera la lunghezza delle natatoie posteriori, nella femmina il piastrone è invece convesso e la coda è più corta degli arti.

Distribuzione e habitat

Vive nei mari caldi e temperati. Vive in alto mare, si avvicina alle coste per riprodursi e cacciare. Non si hanno notizie di nidificazione in Italia.

Negli anni 1950 un esemplare di 450 kg fu pescato nella tonnarella di Punta Chiappa e poi portata nel porto di Camogli dove ancora se ne conservano le fotografie; l’animale è conservato imbalsamato al museo di storia naturale di Genova.[senza fonte]. Nel ravennate al largo della costa è stata pescata e poi liberata da una paranza , evento rarissimo per i nostri mari. La tartaruga aveva un peso circa di 300 kg.

Biologia

Tartaruga liuto, mentre depone le uova sulla spiaggia

Potente e veloce nuotatrice (100 m in 10 sec.)[senza fonte], è vivace e se molestata può diventare aggressiva. Vive probabilmente per 50 anni.[4]

Deposita, esclusivamente a notte inoltrata, all’inizio dell’estate, tra le 50 e le 150 uova ogni volta. Le uova sono quasi sferiche (52-55 x 57–60 mm), a guscio molle, e vengono deposte in buche profonde anche più di un metro. Si riproduce ogni 2-3 anni. Dopo 50-70 giorni, nascono i piccoli, lunghi 5–6 cm e del peso medio di 3,5 g. La mortalità dei giovani è altissima: su mille nati, alla fine del primo anno di vita ne sopravvivono appena 1 o 2.

Si ciba di grandi meduse ed occasionalmente di pesci, crostacei ed echinodermi.

Conservazione

La specie, in base ai criteri della Lista rossa IUCN era considerata in pericolo critico di estinzione.[1] La sua cattura è proibita anche in paesi che permettono la pesca di altre tartarughe.
Sensibilissima all’inquinamento marino, è in pericolo anche per l’ingestione di sacchetti di plastica galleggianti che scambia per meduse e per il disturbo ai siti di nidificazione.

Nel 2013, a seguito di nuovi controlli sulla popolazione, l’IUCN abbassa il rischio di estinzione portandolo da specie in pericolo critico a vulnerabile. Attualmente la popolazione stimata è pari a circa 54.000 esemplari e si stima che nel 2040 la popolazione possa salire a oltre 180.000 esemplari[1][5]

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Tartaruga verde/Chelonia mydas

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La tartaruga verde (Chelonia mydas (Linnaeus, 1758)) è una tartaruga marina della famiglia Cheloniidae[2], unica specie vivente del genere Chelonia.

In pericolo[1]

Descrizione

Si distingue dalle altre tartarughe marine per il carapace dotato di quattro paia di scuti costali, una sola placca prefrontale sulla testa, che è robusta, voluminosa ed arrotondata, la punta del becco corneo della mascella superiore non ricurva ad uncino e gli scudi del carapace mai embricati.
Il maschio si differenzia dalla femmina per la coda più robusta (più larga e lunga) e per le unghie degli arti anteriori più lunghe.
La colorazione della corazza è bruno-olivastra, con striature e macchie gialle o marmorizzate. Gli esemplari giovani sono più uniformemente bruno-olivastri, con gli arti bordati di giallo. L’adulto è lungo fino a 140 cm circa, con un peso che può raggiungere i 500 kg.

Biologia

Il suo stile di vita è simile a quello della tartaruga comune (Caretta caretta), dalla quale differisce soprattutto per le imponenti migrazioni, anche di 2000 km, che a migliaia gli adulti compiono in gruppo spostandosi dalle zone dove sostano per cibarsi a quelle di accoppiamento e ovodeposizione. È ritenuta la più adatta al nuoto fra le tartarughe viventi.

Alimentazione

Si nutre prevalentemente di fanerogame marine e per questo la si rinviene soprattutto in aree ricche di praterie sommerse.

Riproduzione

La stagione riproduttiva va da luglio a marzo. La femmina si accoppia e depone le uova ogni 2-3 anni: sulla spiaggia, scava con le natatoie 5-7 buche nelle quali, ad intervalli di 10-15 giorni, depone circa 100 uova a guscio bianco e molle, per un numero complessivo stagionale di circa 500 unità. L’incubazione dura 50-60 giorni, in dipendenza delle condizioni climatiche. Si calcola che solo un neonato su 500 riesca a raggiungere la maturità sessuale.

Distribuzione e habitat

La specie è cosmopolita di mari tropicali e subtropicali. Vive in acque pelagiche e costiere, in vicinanza delle barriere coralline e di coste sabbiose, dalla superficie fino a 30-40 metri di profondità.

È presente anche nel Mediterraneo con alcuni siti di nidificazione concentrati soprattutto nella parte sud-occidentale[senza fonte].

Nel 2009 ne sono stati rinvenuti pochissimi esemplari anche lungo le coste italiane, precisamente nel Golfo di Manfredonia[3] e in Sardegna non lontano da Castelsardo[4]. Fra il 2015 e il 2017 sono stati curati 3 esemplari nel Centro di Recupero Cura e Riabilitazione delle Tartarughe Marine di Riccione gestito da Fondazione Cetacea Onlus, poi rimesse in libertà.

Areale di C. mydas (in azzurro). I cerchi rossi indicano i siti di nidificazione maggiori, quelli gialli siti di nidificazione minori.

Nell’estate del 2019, eccezionalmente, ben tre esemplari di Chelonia mydas sono stati trovati nelle acque del Tirreno: due erano purtroppo morte, la terza, ribattezzata Nausicaa, è stata consegnata da un pescatore ai biologi del Centro di Recupero Tartarughe marine tartAmare di Marina di Grosseto. Dopo essere stata ospite del centro, dove è stato accertato il suo stato di salute, il 12 settembre 2019 è stata liberata nelle acque di Marina di Grosseto dagli stessi biologi di tartAmare.

Stato di conservazione

La IUCN Red List classifica C. mydas come specie in pericolo di estinzione (Endangered).[1]

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Tellina/Donax trunculus

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Donax trunculus, conosciuto comunemente col nome di arsella, arsellina o raramente tellina[1] sebbene non appartenga al genere omonimo, è un mollusco bivalve della famiglia Donacidae.

Specie non valutata

Distribuzione e habitat

Mar Mediterraneo, Mar Nero, Oceano Atlantico orientale, in acque superficiali su fondali sabbiosi da 0 a 2 metri di profondità.

Descrizione

Conchiglia cuneiforme, con la valva sinistra sempre più grande della destra. Fino a circa 3 centimetri.

Pesca

In Italia la raccolta di questo mollusco viene praticata comunemente. La raccolta professionale viene fatta mediante un attrezzo chiamato “rastrello da natante”, simile a quello usato per la pesca delle vongole, che viene trainato da imbarcazioni in possesso di licenza di pesca. Tale attività può essere svolta unicamente in tratti di mare con acque classificate dai competenti organi di vigilanza sanitari; se la classe delle acque è definita “A” il prodotto può andare direttamente al consumo umano altrimenti deve essere avviato ad un trattamento di depurazione presso centri opportunamente autorizzati.

La raccolta manuale avviene attraverso uno strumento composto principalmente da un setaccio che raccoglie le telline e le separa dalla sabbia. Tale strumento viene azionato mediante una fascia intorno alla vita che serve per spostarlo orizzontalmente e da un lungo manico che fuoriesce dall’acqua. Il manico permette al setaccio di essere inclinato con un angolo utile a rimanere 3-4 cm immerso nel fondale sabbioso, contrastando in tal modo le forze che lo tirerebbero a galla esercitate dal traino.

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Tonnetto/Alletterato/Euthinnus alletteratus

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Il tonnetto o alletterato[2] (Euthynnus alletteratus), conosciuto comunemente come tonnetto alletterato, è un pesce marino appartenente alla famiglia Scombridae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nel mar Mediterraneo (dove è comune anche nelle acque costiere italiane) e nell’Oceano Atlantico orientale (dal golfo di Guascogna all’Africa tropicale) e occidentale (dal Maine al Brasile).
È una specie pelagica che frequenta acque aperte e costiere.

Descrizione

Simile al tombarello da cui si distingue per le pinne dorsali contigue (nell’Auxis le due pinne sono separate da un largo spazio), per l’occhio proporzionalmente più piccolo ed il corpo meno slanciato, può essere confuso anche con il giovane tonno rosso che però non ha i caratteristici disegni sul dorso o con il tonnetto striato da cui è distinguibile per la diversa colorazione.
La livrea è azzurro scuro sul dorso e bianco madreperlaceo sul ventre. Nel terzo posteriore del corpo, in posizione dorsale ci sono disegni scuri molto simili a quelli del tombarello, inoltre ci sono 4-8 grossi punti neri sotto la pinna pettorale.
Raggiunge 1 m di lunghezza e massimo 15 kg di peso.

Alimentazione

Cattura pesci e cefalopodi pelagici.

Riproduzione

Si riproduce in primavera-estate.

Pesca

Abbocca facilmente alle lenze a traina ed è anche catturato con vari tipi di rete. Le carni sono ottime, simili a quelle del tonno. Misura minima di pesca è la lunghezza di almeno 30 cm. In base al regolamento CEE 1536/92 non può essere commercializzato come tonno, ma soltanto come palamita.

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Tombarello biso/Auxis rochei rochei

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Il biso o tombarello[1] (Auxis rochei[2] o Auxis rochei rochei[3]) è un pesce di mare della famiglia Scombridae.

Distribuzione e habitat

Presente in tutti gli oceani, nelle fasce tropicali e temperate calde. In oceano Atlantico giunge a nord fino allo stretto di Gibilterra (raramente fino al golfo di Guascogna. È presente anche nel mar Mediterraneo dove non è comune e, molto spesso, confuso con il congenere Auxis thazard thazard al quale assomiglia molto come habitat e come abitudini di vita.

Descrizione

Estremamente simile al tombarello comune da cui si può distinguere per la diversa forma delle ornamentazioni scure sul dorso (disegni reticolati e sottili nel thazard e larghi e verticali nel rochei) e per le pinne pettorali corte che non giungono all’altezza del disegno del dorso.

Alimentazione

A base di piccoli pesci pelagici ed anche di plancton.

Riproduzione

Uova e larve sono pelagiche.

Pesca

Simile in tutto e per tutto a quella praticata per il congenere.

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Tonnetto striato/Katsuwonus pelamis

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Il tonnetto striato[2] (Katsuwonus pelamis (Linnaeus, 1758)) a cui spesso ci si riferisce con il vecchio nome Euthynnus pelamis, è un pesce di mare appartenente alla famiglia Scombridae. È l’unica specie nota del genere Katsuwonus Kishinouye, 1915.

Rischio minimo[1]

Descrizione

Simile al tonnetto alletterato da cui si distingue per la sagoma più panciuta (“da tonno“) e per la colorazione. La livrea è del tutto diversa: blu acciaio sul dorso e bianco madreperlaceo sul ventre, percorso da 4-7 caratteristiche linee scure orizzontali che lo rendono inconfondibile.

Può raggiungere, raramente, 1 m di lunghezza per un peso di circa 20 kg.

Biologia

Alimentazione

Si nutre di piccoli pesci pelagici, soprattutto di clupeidi.

Riproduzione

Si riproduce in estate.

Distribuzione e habitat

È una specie cosmopolita presente in tutti i mari temperati e caldi; nel mar Mediterraneo è complessivamente rara, e così anche nei mari italiani. È pelagico e raramente si avvicina alle coste. Vive in banchi fittissimi, talvolta composti da migliaia di individui.

Pesca

Si cattura con le stesse tecniche impiegate per il tonnetto alletterato. Le sue carni sono considerate di qualità leggermente inferiore.

Gastronomia

Il tonnetto striato è conosciuto nella cucina giapponese come katsuo. Viene di solito affumicato, essiccato e tagliato in finissime scagliette per fare il katsuobushi, il principale ingrediente del dashi (brodo di pesce). Le scagliette vengono usate anche come guarnitura/condimento finale per diverse pietanze, tra le quali i takoyaki e l’okonomiyaki. Il pesce tagliato in pezzi viene marinato per fare il katsuo no shiokara. Un piatto tipico della cucina di Kōchi, nell’isola giapponese di Shikoku, è il Katsuo no Tataki, in cui il tonnetto viene scottato leggermente alla griglia, tagliato a fette, servito con cipolline, aglio e zenzero e condito con sale o salsa di soia, aceto e succo di limone.[3] Viene inoltre consumato crudo come sashimi e nel sushi.

Nella cucina indonesiana è chiamato cakalang; il piatto più popolare in cui viene impiegato è il cakalang fufu, tipico dei minahasa di Sulawesi.[4] Si utilizza anche nella cucina delle Maldive.[5]

Sull’isola di Madeira (Portogallo) si chiama gaiado e viene mangiato fresco (bollito) o, più tradizionalmente, seccato al sole con sale e poi bollito e condito con escabeche (misto di olio extravergine di olivo, aceto, cipolla, aglio, prezzemolo). È tipico della zona di Machico e Caniçal. [6]

Da qualche tempo è utilizzato anche per il confezionamento in scatola sott’olio[7].

Banco di K. pelamis

Galleria d’immagini

Ciclo biologico del tonnetto striato
Katsuo no Tataki (鰹のタタキ)
Cakalang fufu

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Tonno Alalunga/Thunnus alalunga

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L’alalunga o alalonga (Thunnus alalunga) è un pesce osseo della famiglia Scombridae, molto affine al tonno rosso, ma inferiore di grandezza.

Prossimo alla minaccia (nt)[1]

Distribuzione e habitat

L’alalunga è diffusa nel mar Mediterraneo e nelle acque calde di tutti gli oceani; sulle coste europee si incontra raramente più a nord del golfo di Guascogna. Nei mari italiani è comune, ma solo in certe località che possono variare di anno in anno. La sua presenza è particolarmente massiccia attorno alle isole Eolie. È rara nel mar Adriatico.
Si trattiene quasi sempre in alto mare ed è rara sottocosta. Effettua migrazioni verso nord nella stagione calda, durante la quale si trattiene leggermente meno al largo.

Descrizione

È molto simile al tonno rosso; la differenza più evidente sta nelle pinne pettorali, che si prolungano fino alla pinna anale; inoltre l’occhio è più grande. La forma generale è a “barile”, meno slanciata rispetto al più grande parente. La prima pinna dorsale ha quattordici raggi, la seconda tre duri e quattordici molli, la pinna ventrale tra uno e cinque, l’anale tre e dodici, la caudale quaranta e ogni pinna pettorale trentasette. Sono presenti sul peduncolo caudale otto paia di pinnule.
Il colore è simile a quella del tonno rosso, blu scuro sul dorso e bianco su fianchi e ventre, senza segni scuri. Le pinnule sono scure e la pinna caudale ha un orlo chiaro.
Raggiunge un metro di lunghezza per 25 kg di peso, ma le dimensioni sono in genere inferiori di circa la metà.

Biologia

Come quasi tutti gli Scombridae è gregario e vive in grossi banchi.

Alimentazione

Caccia pesci pelagici come le sardine, le acciughe, le alacce e i pesci volanti. Si nutre anche di cefalopodi.

Riproduzione

Si riproduce in estate; le uova e le larve sono pelagiche e molto simili a quelle del tonno.

Pesca

Si pesca con le reti da circuizione e con apposite reti da posta per la cattura di scombridi (palamitare), o si cattura all’amo con la tecnica della traina. Questa specie viene attratta spruzzando acqua a pioggia dietro la poppa della barca. La carne è bianco rosea e non rossa; da alcuni viene preferita a quella del tonno rosso, perché più magra. La carne si vende fresca e in conserva.

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Tonno rosso/Thunnus thynnus

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Il tonno rosso (Thunnus thynnus (Linnaeus, 1758)) è un grande pesce pelagico appartenente alla famiglia Scombridae. È conosciuto anche come tonno pinna blu[2].

In pericolo[1]

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nelle acque tropicali, subtropicali e temperate dell’Oceano Atlantico, nel mar Mediterraneo e nel mar Nero meridionale. Non frequenta acque a temperature inferiori ai 10 °C.
Frequenta soprattutto le acque al largo e si avvicina alle coste solo in determinati periodi dell’anno(diversi da luogo a luogo) ed in determinati punti, di solito nei pressi di isole o promontori. A causa della pesca intensiva è a rischio di estinzione e rientra nella lista rossa di Greenpeace[3], che segnala le specie marine più sensibili sconsigliandone il consumo.

Descrizione

Ha corpo massiccio, fusiforme, con peduncolo caudale sottile, provvisto di 7-10 paia di pinnule e di una carena longitudinale. Le pinne dorsali sono due, ravvicinate, la prima abbastanza lunga ed alta nella parte anteriore, la seconda triangolare, breve e simmetrica alla pinna anale. Le pinne pettorali sono corte (nell’affine alalunga sono invece molto lunghe); le pinne ventrali sono corte. La pinna caudale è ampia e falcata. Le pinne pari e le ventrali durante il nuoto sono tenute chiuse ed alloggiate all’interno di incavature, permettendo al pesce di mantenere un profilo perfettamente idrodinamico. I denti sono piccoli ma disposti in tutta la bocca. Le scaglie sono molto piccole, ma coprono tutto il pesce.
Il colore è blu acciaio scuro sul dorso, talvolta quasi nero. Il ventre ed i fianchi sono bianco-argentei, talvolta con macchie più chiare indistinte nella parte inferiore. Le pinnule sono gialle, le altre pinne grigie, tranne la seconda dorsale che è rosso-bruna Si tratta di uno dei più grandi pesci del Mediterraneo: supera i 3 m di lunghezza e si registra il record di un esemplare pesante 725 kg.

Alimentazione

Basata su pesci, soprattutto clupeidi come le sardine e le alacce. Si nutre anche di cefalopodi pelagici.

Riproduzione

La deposizione delle uova avviene nel periodo estivo in acque leggermente più vicine alle coste rispetto a quelle frequentate negli altri periodi. Le uova sono pelagiche, così come le larve, che nei primi stadi portano alcune lunghe spine sull’opercolo branchiale. L’accrescimento è rapidissimo: ad un anno il pesce misura circa 70 cm e pesa da 3 a 5 kg. L’animale raggiunge la maturità sessuale a 2-4 anni, quando è lungo circa 1 m e pesa non meno di 15 kg.

Migrazioni

I tonni passano da una fase erratica, durante la quale si muovono in piccoli gruppi poco densi, composti di pesci della stessa taglia, per poi riunirsi, in gruppi più fitti, durante la fase gregaria, che coincide con l’inizio della stagione riproduttiva. In questo momento i tonni migrano verso le aree di riproduzione in banchi numerosi. Le migrazioni dei tonni tendono a passare dagli stessi luoghi e negli stessi periodi, consenteno quindi l’installazione di impianti fissi di pesca che prendono il nome di tonnare.

I tonni rossi vivono la maggioranza della vita nell’Atlantico settentrionale, in primavera però si riuniscono in grandi gruppi e migrano verso il Mediterraneo dove si riproducono (detti ”’tonni di andata”’), in autunno tornano nell’oceano (”’tonni di ritorno”’). Durante questo viaggio non mangiano e perciò le carni dei tonni di entrata sono più grasse e gustose di quella dei tonni di uscita, per questo la pesca avviene soprattutto in tarda primavera, quando cioè è possibile catturare esemplari la cui carne ha un maggiore valore commerciale. In realtà pare però che non tutti i tonni migrino, sembra infatti che esistano anche delle popolazioni stanziali sia in Mediterraneo che in Atlantico, quelle mediterranee d’inverno tendono ad inabissarsi[4].

Predatori

È preda di grandi squali, soprattutto della famiglia Lamnidae (come lo squalo bianco), ed anche di grandi cetacei.

Pesca

Questo pesce ha un’enorme importanza commerciale e viene insidiato con una miriade di tecniche, come la tradizionale mattanza nella tonnara, le reti da circuizione, i palamiti e la fiocina. I pescatori sportivi lo catturano a traina o a drifting (pesca con esche naturali a barca ferma).

Da qualche anno si sta espandendo molto la pesca sportiva catch and release con tecnica spinning, molto adrenalinica.
La sua carne è molto ricercata, in special modo dai giapponesi per preparare il sashimi ed il sushi. Data la scarsità della materia prima ed il suo prezzo, solo poche aziende artigianali usano le carni del tonno rosso per la conserva sott’olio tradizionale. A volte viene sostituito con specie congeneri, come il più economico e meno pregiato tonno pinna gialla[5]. Le sue carni sono molto nutrienti (100 grammi di parte edibile contengono il 23,3% di proteine e il 4,9% di grassi[6]). La parte più pregiata è la cosiddetta ventresca, prodotta con la regione attorno alla cavità addominale del pesce.

Conservazione

In seguito alla sovrapesca, alla quale è stato soggetto nel Mediterraneo (suo luogo di riproduzione), gli stock si sono vistosamente ridotti e per tal motivo alcune nazioni come la Francia (tra i maggiori produttori di tonno rosso del Mediterraneo[7]) intendono agire nel senso di regolamentarne, se non impedirne, la caccia[8]. A questo fine, in Europa sono stati fissati come parametri minimi di cattura il peso di 30 kg o la lunghezza di 1,15 m. È necessario avere una specifica autorizzazione per la pesca del tonno rosso ed ai pescatori sportivi non è consentito catturare più di un esemplare per bordata.[9]

I maggiori consumatori sono i giapponesi, che comprano circa l’80% del tonno mediterraneo. Il costo al chilogrammo a Tokyo ha raggiunto i 694 euro, quando in data 5/1/2011 un tonno rosso da 432 chili è stato venduto all’asta del mercato del pesce della capitale giapponese per 300.000 euro.[10]

In data 11/3/2010 il Coreper, comitato dei rappresentanti permanenti dei 27 paesi membri dell’UE, ha raggiunto a Bruxelles un accordo per la messa al bando del commercio internazionale del tonno rosso. La pesca è stata vietata in anticipo il 1º giugno 2010.[11]

L’ultimo record per il prezzo del tonno rosso al chilogrammo risale al 05-01-2012: presso Tsukiji, a Tokyo, è stato battuto all’asta un esemplare di 269 kg a circa 2100 euro/kg, per un totale di 565 000 euro[12] La prima asta del 2013 al mercato del pesce di Tsukiji, sulla baia di Tokyo e il più grande al mondo, non ha deluso le attese, immune da qualsiasi crisi economica: un tonno rosso del peso di 222 kg è stato battuto in mattinata al prezzo record di 155,4 milioni di yen (circa 1,3 milioni di euro), pari a 700.000 yen al chilo.[13] Durante la prima asta dell’anno 2016, al mercato Tsukiji di Tokyo, un tonno pinna blu di 200 kg. è stato venduto all’asta per 14 milioni di yen (pari a correnti 109.000 euro).[14]

Parti del tonno

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Tordo codanera/Symphodus melanocercus

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Symphodus melanocercus (Risso, 1810), conosciuto in italiano come tordo codanera, è un pesce osseo marino della famiglia Labridae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

È una specie endemica del mar Mediterraneo e del mar di Marmara[2]. È assente o rara nella parte più orientale del Mediterraneo, nel nord del mar Adriatico, dal mar Egeo settentrionale e dal mar Nero[1]. Non è comune nei mari italiani[3].

Vive prevalentemente nelle praterie di Posidonia oceanica, più raramente si può incontrare tra le rocce con folta vegetazione[4]. Vive a basse profondità[2].

Descrizione

Ha aspetto generale simile a quello degli altri membri del genere Symphodus; si caratterizza per la piccolezza della bocca, il muso breve e la sagoma particolarmente allungata. Il carattere più importante per il riconoscimento è comunque la livrea. Le femmine ed i giovani hanno dorso beige, fianchi dorati o giallognoli e pinna caudale interamente nera o blu molto scuro, spesso con un bordo chiaro o azzurro. Alcune linee blu possono essere presenti nella parte inferiore della testa e sotto l’opercolo. I maschi adulti hanno una livrea del tutto diversa, il colore di fondo tende al blu sul dorso e al violaceo sui fianchi mentre ventre e gola sono gialli. Tutto il corpo è coperto di fitte linee ondulate ed irregolari azzurre, le pinne sono giallastre o marroni, la caudale non è nera ma brunastra con ocelli blu e gli occhi sono gialli[3][4][5].

Misura fino a 14 cm[2].

Biologia

Solitario[3]. Si trova spesso in acque libere, lontane dal fondo[4]. Presenta un comportamento da “pesce pulitore“ come il noto labride indopacifico Labroides dimidiatus: si avvicina agli altri pesci, anche più grandi e ripulisce la loro pelle dai parassiti. Tra i “clienti” più frequenti ci sono altri Labridae, saraghi, mennole e perchie. È molto territoriale con gli individui della sua specie[3].

Alimentazione

Si ciba di invertebrati bentonici come crostacei (soprattutto anfipodi e copepodi), vermi marini, briozoi e celenterati idrozoi[2].

Riproduzione

Si riproduce in primavera e all’inizio dell’estate[3]. Il maschio non fabbrica un nido vero e proprio come in molti congeneri ma sceglie un ciuffo dell’alga bruna Cystoseira dove la femmina depone le uova dopo di che sorveglia il “nido” fino alla schiusa[2].

Pesca

Viene talvolta catturato con le reti da posta e con altri attrezzi costieri mentre non abbocca agli ami. Ha scarso valore alimentare come quasi tutti i Labridae mediterranei, è adatto solo per la preparazione della zuppa di pesce[5].

Conservazione

Questa specie non è minacciata. Le popolazioni, seppur con abbondanza variabile da zona a zona dell’areale, sono stabili[1].

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Tordo fischietto/Labrus mixtus

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Il tordo fischietto (Labrus mixtus, spesso noto con il sinonimo di Labrus bimaculatus) è un pesce di mare appartenente alla famiglia Labridae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Il suo areale atlantico va dalla Norvegia al Senegal e comprende il mar Mediterraneo, soprattutto occidentale, dove non è comune.

Frequenta fondali scogliosi più profondi dei congeneri, raramente sale sopra i 15-20 metri e si può incontrare fino a 100 metri, in inverno scende a quote inferiori. Si trova speso nel coralligeno.

Descrizione

È simile agli altri Labrus come forma del corpo, è piuttosto allungato ed ha labbra e denti molto sviluppati.

Questa specie mostra un netto dimorfismo sessuale nella livrea ed ha una colorazione vivace ed assolutamente inconfondibile:

  • il maschio ha colore rosa salmone vivo con numerose linee blu elettrico che si intersecano su testa e fianchi ma non sulla parte posteriore della pinna dorsale, che è aranciata, e sul ventre. Le pinne sono bordate di azzurro e le pinne ventrali e la pinna anale sono giallo aranciato con bordi blu, alcuni esemplari hanno una vasta area bianca su testa e dorso
  • femmine e giovani sono invece di colore rosa salmone o arancio con due o tre macchie nere nella parte posteriore del dorso, talvolta intervallate da macchiette bianche.

Cresce fino a 50 cm.

Riproduzione

Avviene in primavera-estate, le uova vengono deposte in un nido, dopo furibondi combattimenti tra maschi. Come molti labridi è ermafrodita proterogino.

Alimentazione

Si ciba di invertebrati, soprattutto a guscio duro.

Biologia

È una specie sospettosissima e difficile da avvicinare sott’acqua.

Pesca

Si cattura soprattutto per caso, sia con lenze innescate con vermi marini che con reti. Le sue carni sono mediocri, utili per zuppe di pesce.

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Tordo grigio/Symphodus cinereus

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Symphodus cinereus (Bonnaterre, 1788), conosciuto in italiano come tordo grigio, è un pesce osseo marino della famiglia Labridae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Questa specie vive nell’intero mar Mediterraneo, nel mar Nero (in cui si incontra la sottospecie Symphodus cinereus staitii, nota anche per il golfo del Leone) e nell’Oceano Atlantico lungo le coste spagnole e portoghesi fino al Golfo di Guascogna. Nei mari italiani è molto comune[2].

Frequenta zone sabbiose nei pressi di rocce o di praterie di posidonia o altre fanerogame marine (Cymodocea nodosa, Zostera noltii, ecc.)[3]. È il più eurialino dei labridi mediterranei, si adatta facilmente alle condizioni di acque salmastre delle lagune ed in tal caso gli esemplari mostrano i caratteri della sottospecie tipica del mar Nero, ovvero un minor numero di pori sul capo e colori meno vivaci[2].

Descrizione

Simile agli altri Symphodus come aspetto generale; è piuttosto allungato e la sagoma ventrale è meno arcuata e più piatta che nei congeneri mentre il dorso è normalmente arcuato. I caratteri più importanti per la determinazione sono quelli della colorazione, molto variabile come in tutti i Symphodus. È sempre presente una macchia scura abbastanza grande sul bordo inferiore del peduncolo caudale, talvolta poco vistosa. La livrea è più smorta che negli altri tordi, grigiastra chiara o verdastra fino a bruna con marezzature e macchioline bianche variabili. Esiste una livrea, probabilmente tipica delle femmine, in cui sono presenti due fasce scure orizzontali sul corpo. I maschi hanno una o due linee azzurre oblique sotto l’occhio e una macchia nera all’inizio della pinna dorsale[2][3][4].

Misura fino a 16 cm di lunghezza[5].

Biologia

Può vivere fino a 6 anni. Forma piccoli banchi[5].

Riproduzione

Si riproduce in primavera-estate[2], il maschio costruisce un nido di alghe in cui la femmina depone le uova. Il maschio, successivamente, sorveglia ed ossigena le uova con movimenti rapidi delle pinne pettorali[4].

Alimentazione

Carnivoro come tutti i Symphodus. Si ciba di crostacei (gamberetti, isopodi e anfipodi) e molluschi (gasteropodi e bivalvi)[5].

Pesca

Si cattura in abbondanza con reti da posta, nasse e lenze. Come la generalità dei labridi ha carni poco apprezzate ma ottime per la zuppa di pesce[4].

Conservazione

La specie ha popolazioni abbondanti in tutto l’areale e non è dunque minacciata. Solo alcune popolazioni di lagune della Francia mediterranea hanno mostrato segni di decremento numerico a causa della sovrapesca[1].

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Tordo marvizzo/Labrus viridis

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Labrus viridis, conosciuto comunemente come tordo marvizzo, tordo d’alga o tordo verde, è un pesce d’acqua salata del genere Labrus, appartenente alla famiglia Labridae.

Vulnerabile[1]

Distribuzione e habitat

Questo pesce è comune nell’intero mar Mediterraneo, nel mar Nero occidentale ed in una ristretta porzione dell’Oceano Atlantico tra la Galizia ed il Marocco.
Fondali rocciosi ricchi di vegetazione e praterie di Posidonia oceanica, raramente oltre i 10–15 m di profondità (eccezionalmente fino a 45).

Descrizione

Il corpo è più allungato che nelle specie di Symphodus ed abbastanza fusiforme, labbra carnose ma meno che negli altri Labrus racchiudenti denti ben visibili anche a bocca chiusa, il profilo della testa non è arcuato. Pinna dorsale unica e lunga, la parte iniziale ha raggi spinosi poco pungenti, pinna caudale arrotondata, pinne pettorali grandi.
Il colore è di solito verde vivo con una fascia bianca laterale nei giovani (questa livrea può essere assunta anche da altri giovani labridi come Labrus merula), gli adulti possono essere verdastri o rossastri con macchiette bianche sulle squame.
Raggiunge i 50 cm di lunghezza.

Alimentazione

Si ciba di invertebrati marini.

Riproduzione

Ermafrodito proterogino, nasce femmina e dopo qualche anno diventa maschio. Si riproduce tra febbraio e giugno.

Pesca

Si cattura in abbondanza con lenze e reti da posta ma ha carni di scarso valore, consumate in zuppa.

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Tordo occhionero/Symphodus melops

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Symphodus melops (Linnaeus, 1758), conosciuto comunemente come tordo occhionero è un pesce osseo marino appartenente alla famiglia Labridae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Questa specie è la più settentrionale di tutti i Symphodus[2]; è diffusa nell’Oceano Atlantico orientale tra la Norvegia e il Marocco comprese le Azzorre[3] e le Canarie[2]. È presente, ma raro, nel mar Mediterraneo, compreso il mar Adriatico[2]. Nella Sicilia sud-occidentale è da poco stata scoperta una popolazione stabile[4].

Vive su fondi rocciosi ricchi di vegetazione, spesso (non nel Mediterraneo) tra le alghe brune del genere Laminaria[5], da 1 a 30 metri di profondità[3].

Descrizione

Ha aspetto generale simile a quello degli altri membri del genere Symphodus, in questa specie però il corpo appare particolarmente alto e tozzo, il muso piuttosto corto e le labbra piccole e poco carnose. La livrea è variabile come in tutti i Symphodus, ed è il principale carattere di riconoscimento. Caratteri presenti in tutte le livree sono una macchia reniforme scura dietro l’occhio, una macchietta scura nella parte centrale del peduncolo caudale (che può essere più o meno visibile) e tre fasce scure longitudinali che possono essere interrotte e suddivise in serie di macchie quadrangolari. Il colore di fondo è di solito beige o marrone chiaro, talvolta, soprattutto nei giovani, bluastro o verde vivo. I maschi riproduttivi sono caratterizzati dalla presenza di linee blu sulla parte inferiore della testa e da punti dello stesso colore e rossi sparsi sul corpo e sulle pinne. Il colore di fondo può essere azzurrino o rossiccio[2][5][6].

Misura fino a 28 cm ma normalmente non supera i 20 cm[3].

Biologia

La longevità arriva a 9 anni[3]. È stato osservato agire come “pesce pulitore” liberando dai parassiti alcuni pagelli[2].

Riproduzione

Nel Mediterraneo si riproduce tra la primavera e l’inizio dell’estate. Il nido viene preparato dal maschio deponendo alghe in una depressione rocciosa[2].

Alimentazione

Si ciba di crostacei, molluschi, idrozoi, briozoi e vermi marini[3].

Pesca

Occasionale, con lenze e tramagli. Le carni sono mediocri come nella generalità dei Labridae, vengono impiegate per la zuppa di pesce[6].

Conservazione

Si tratta di una specie non minacciata, con popolazioni di diversa entità e abbondanza nelle diverse parti dell’areale ma comunque stabili[1].

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Tordo pavone/Symphodus tinca

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Symphodus tinca (Linnaeus, 1758), conosciuto in italiano come tordo pavone, è un pesce osseo marino della famiglia Labridae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Il tordo pavone è presente nel Mar Mediterraneo, nel Mar Nero e nell’Oceano Atlantico orientale, dal Marocco al golfo di Guascogna[2]. È comune nei mari italiani[3].

Popola i fondi scogliosi e le praterie di Posidonia oceanica, soprattutto le zone ricche di sedimentazione, a profondità da 1 a 20 metri[4]. Può essere incontrato nelle lagune con acqua a salinità marina[2]. I giovani vivono in acque bassissime[3].

Descrizione

Simile come forma generale agli altri Symphodus, questa specie è caratteristica per le labbra molto sviluppate, appuntite. Il corpo è piuttosto alto[4].

La livrea, nonostante che sia molto variabile come nella generalità dei Symphodus, è il carattere più importante per il riconoscimento della specie. Il tordo pavone in genere ha colore di fondo grigiastro o marrone molto chiaro con 3 bande scure orizzontali ben evidenti, una delle quali passa proprio sotto la pinna dorsale. Sul muso, all’altezza degli occhi è presente una fascia scura a V con la punta rivolta indietro. Inoltre nella zona centrale del peduncolo caudale è presente una macchietta scura. I giovanili spesso sono di un uniforme grigio-beige, a volte con pinna caudale scura. I maschi adulti, specie nel periodo degli amori, hanno colori molto vivaci: tinta di fondo giallo vivo, le tre fasce orizzontali scure sono cosparse di puntini rossi e blu, questi ultimi sparsi anche sul resto del corpo e sulle pinne. Inoltre è presente una macchia scura all’altezza della pinna pettorale; anche la fronte è scura. Le pinne pettorali sono di solito gialle, le pinne ventrali blu o arancio[3][4][5].

È il Symphodus più grande, la taglia massima nota è di 44 cm, 25 cm è la taglia media degli adulti[2].

Biologia

È il Symphodus più longevo[3], può raggiungere 15 anni di vita[2].

Maschio in livrea nuziale

Riproduzione

Avviene in primavera, al contrario che nei congeneri il maschio non costruisce un nido ma delimita semplicemente un’area ricca di alghe sulle quali la femmina depone le uova. Il maschio sorveglia poi le uova fino alla schiusa[3]. È una specie che va incontro all’inversione sessuale[2].

Alimentazione

Il tordo pavone si nutre di ricci di mare, ofiure, crostacei e molluschi bivalvi[2]. Per nutrirsi aspira con le labbra il sedimento del fondo e trattiene le particelle alimentari risputando i materiali non digeribili[4].

Pesca

Si cattura in abbondanza con tramagli, nasse e altri attrezzi costieri. Le carni non sono molto apprezzate (come quelle di quasi tutti i labridi) e si prestano solo alla preparazione della zuppa di pesce[5].

Acquariofilia

Dati i brillanti colori si tratta di una specie assai ricercata per gli acquari marini mediterranei[5].

Conservazione

Non è una specie minacciata, le popolazioni sono abbondanti e ben distribuite in tutto l’areale[1].

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Tordo rosso/Symphodus mediterraneus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Symphodus mediterraneus (Linnaeus, 1758), conosciuto in italiano come tordo rosso, è un pesce osseo marino della famiglia Labridae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

È presente in tutto il mar Mediterraneo ed in un ristretto settore dell’oceano Atlantico attorno allo stretto di Gibilterra, tra il Portogallo ed il nord del Marocco, oltre che alle isole Azzorre e Madera[2]. È molto comune nei mari italiani[3].

Si incontra soprattutto nelle praterie di posidonia[3] ed anche su fondi rocciosi ricchi di vegetazione e sulle pareti verticali fino ad una profondità di una ventina di metri[4]. Durante la stagione fredda staziona a maggiori profondità[3].

Descrizione

Simile come forma generale agli altri Symphodus ma piuttosto tozzo[4].

La livrea ha un colore di fondo bruno rossastro o marrone (talvolta verde negli esemplari che vivono nei posidonieti) e sono presenti due macchie scure, una alla base della pinna pettorale, più vistosa nel maschio ed una nella parte alta del peduncolo caudale che può avere un bordo chiaro o essere sostituita da due barre verticali scure. La femmina ed i giovani (livrea primaria) sono in genere brunastri con ventre roseo o verdastro con fasce indistinte chiare sui fianchi; i maschi (livrea secondaria) sono invece piuttosto colorati con dorso bruno, fianchi rossastri spesso con fasce chiare verticali e linee e punti blu elettrico su tutto il corpo e la testa. Sempre nel maschio gola e ventre sono azzurri, così anche le labbra, che però possono essere arancio; le pinne pettorali hanno la base giallo vivo. Tutte le livree sono molto meno vivaci in inverno. Gli esemplari morti spesso sono di un uniforme color rosa salmone[3][4][5].

Arriva ad una lunghezza massima di 18 cm[2].

Biologia

Vive in coppie[2].

Riproduzione

È primaverile-estiva[3], il maschio prepara un nido semisferico di alghe cementate con sabbia e lo difende strenuamente dai predatori[5].

Alimentazione

Si nutre di invertebrati bentonici come molluschi (soprattutto gasteropodi, bivalvi e chitoni), anellidi tubicoli, ricci di mare e briozoi[2].

Pesca

Abbocca voracemente alle lenze innescate con qualsiasi esca animale e inoltre finisce di frequente in tramagli e nasse ma viene consumato solo nella zuppa di pesce[5].

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Tordo verde/Symphodus roissali

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Symphodus roissali (Risso, 1810), conosciuto comunemente come tordo verde, è un pesce osseo marino appartenente alla famiglia Labridae.

Rischio minimo[1]

Habitat e distribuzione

Diffuso nell’Oceano Atlantico orientale, dal golfo di Guascogna fino a Gibilterra, nel Mar Mediterraneo e nel Mar Nero[2].

Vive a profondità molto basse[3] su fondali rocciosi ricchi di vegetazione e nelle praterie di posidonia[4].

Descrizione

Ha aspetto simile agli altri Symphodus, la sua sagoma è alta e il muso piuttosto corto. La colorazione di fondo è beige chiaro o marrone, gli esemplari di prateria spesso hanno colore verde vivo. La livrea è il carattere più importante per la determinazione di questa specie anche se, come in quasi tutti i Symphodus, questa è molto variabile tra individuo e individuo, tra maschio e femmina e tra esemplari in riproduzione e non. Probabilmente è il labride con la livrea più variabile del Mediterraneo. I caratteri sempre (o quasi) presenti sono una linea scura tra l’occhio e il muso e alcune linee simili oblique sulla gola, cinque macchie scure sul dorso che sconfinano nella pinna dorsale a cui spesso seguono altre macchie simili in verticale a formare 5 fasce verticali indistinte (carattere altamente variabile) e una macchietta scura nella parte centrale del peduncolo caudale, che può talvolta mancare. Ci sono tre livree principali:

  • la livrea a bande scure, comune negli individui che vivono tra le posidonie, presenta tre fasce scure continue orizzontali la più alta delle quali decorre immediatamente sotto alla pinna dorsale
  • la livrea maschile, in cui le linee sulla gola prendono un colore azzurro vivace o verde, l’occhio è bordato di rosso e due macchie nere evidenti sono presenti nella parte posteriore della pinna dorsale. In questa livrea spesso il colore di fondo è rosso mattone e spesso è piuttosto variegata più che avere fasce ben definite
  • la livrea femminile riproduttiva in cui il colore di fondo è marrone chiaro o verdastro cosparso di macchiette scure in maggior numero nella regione ventrale[3][4][5].

Misura fino a 17 cm di lunghezza[2].

Biologia

Può vivere fino a 8 anni[2]. È molto territoriale[3].

Riproduzione

In primavera[5] il maschio costruisce con alghe e sabbia un nido emisferico piuttosto grande. Dopo la deposizione il maschio sorveglia il nido e lo ossigena con movimenti della pinna caudale[3].

Alimentazione

È carnivoro. Si nutre principalmente di molluschi (bivalvi, gasteropodi), di gamberi, ricci di mare e idroidi[2].

Pesca

Si cattura soprattutto con tramagli e nasse nonché con le lenze. Le carni non sono particolarmente apprezzate e servono solo per preparare la zuppa di pesce[3].

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Torpedine marezzata/Torpedo marmorata

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La torpedine marezzata (Torpedo marmorata) è una torpedine della famiglia Torpedinidae.

Dati insufficienti[1]

Habitat e distribuzione

Reperibile nell’Oceano Atlantico orientale, dal nord dell’Inghilterra fino al Capo di Buona Speranza in Sudafrica, e nel Mar Mediterraneo, da pochi metri di profondità fino a oltre 250, di solito a temperature inferiori ai 20 °C[2]. È una specie bentonica e notturna, che vive su fondali di sabbiosi.

Descrizione

Corpo di forma circolare di colore da bruno-violaceo a giallo-grigio, con chiazze scure e con la coda corta. Fino ad un metro di diametro.

Comportamento

Gli organi elettrici si sviluppano negli embrioni già molto piccoli, diventando funzionali prima della nascita. I neonati sono già in grado di emettere scariche per catturare le prede. Possono produrre scariche fino a 220 volt.

Riproduzione

Specie vivipara, i neonati misurano da 10 a 14 centimetri circa.

Alimentazione

Si nutre di pesci, catturati grazie agli organi elettrici.

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Torpedo nera/Torpedo nobiliana

Dati insufficienti[1]

Descrizione

La torpedine nera è lunga fino a un metro e mezzo e con un peso che può arrivare al quintale. Ha un corpo parzialmente appiattito provvisto di coda, con una colorazione bruno-violacea sul dorso e biancastra sul ventre. Le pinne pettorali sono fuse con l’ampia testa, gli occhi sono piccoli mentre la bocca ventrale è provvista di denti appuntiti. Il resto del corpo, con due pinne dorsali di dimensioni differenti, si snellisce arrivando alla coda, che termina con una pinna triangolare.

Habitat

Vive nelle acque temperate e tropicali dell’Oceano Atlantico e nel Mar Mediterraneo, fino a 450 metri di profondità. Specie simili ma di dimensione minore sono la torpedine ocellata (Torpedo torpedo) e la torpedine marezzata (Torpedo marmorata).

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Torpedine ocellata/Torpedo torpedo

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La torpedine ocellata o torpedine comune (Torpedo torpedo (Linnaeus, 1758)) è un pesce cartilagineo appartenente alla famiglie Torpedinidae.

Dati insufficienti[1]

Descrizione

Come tutti i torpediniformi, hanno forma appiattita e sono caratterizzati dalla presenza, ai lati del corpo, di un particolare organo, definito organo elettrico, in grado di produrre scariche elettriche sensibili anche per l’uomo.

Gli organi deputati alla produzione di questa particolare forma di energia animale sono due, disposti uno per parte a lato del tronco, nella sua porzione anteriore, e derivano dalla trasformazione di muscoli. La scarica va dalla superficie ventrale verso quella dorsale, negativa la prima e positiva la seconda.

Distribuzione e habitat

La torpedine ocellata vive sui fondi sabbio-fangosi fra i 5 e i 100 m di profondità, nel Mediterraneo e nell’Atlantico orientale.

Pesca

Può raggiungere i 60 cm ed ha carni scadenti.
In alcune aree mediterranee, viene pescata con una certa frequenza con reti da posta di tipo tramaglio[2].

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Totano/Todarodes sagittatus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il totano comune o semplicemente totano (Todarodes sagittatus Lamarck, 1798) è un Mollusca Cephalopoda della famiglia Ommastrephidae.

Habitat e distribuzione

Vive su fondali sabbiosi. Presente principalmente nell’oceano Atlantico, si trova anche nel mar Mediterraneo e nel mare del Nord[1]

Descrizione

Conosciuto anche con il nome di todaro, è caratterizzato da conchiglia interna, corpo allungato con pinne laterali più corte di quelle del calamaro e localizzate sul fondo della sacca, formanti una punta a lancia.
Possiede 10 arti ricoperti da più file di ventose, di questi 8 sono braccia e 2 tentacoli, di maggiore lunghezza. Può raggiungere il metro di lunghezza e i 15 kg di peso.

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Tracina drago/Trachinus draco

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La tracina drago (Trachinus draco) è un pesce di mare appartenente alla famiglia Trachinidae, comune nelle acque italiane.

Rischio minimo

Distribuzione e habitat

È diffuso nell’intero Mediterraneo e nel mar Nero nonché sulle coste atlantiche tra la Norvegia (dove è raro) ed il Marocco. Nei mari italiani è molto comune.

Vive su fondi sabbiosi di solito in acque basse, tra 5 e 20 metri di profondità ma può spingersi fino ai 100.

Descrizione

Ha il caratteristico aspetto delle tracine con larga bocca rivolta verso l’alto, due pinne dorsali di cui la seconda lunga e la prima molto breve di colore nero, occhi sporgenti posti sulla sommità della testa e pinne pettorali trapezoidali ed ampie. Sull’opercolo branchiale si trova una lunga spina velenifera.

La livrea è bruna sul dorso e chiara sul ventre con numerose linee oblique azzurre e gialle. La testa è maculata di scuro.

Le dimensioni medie di questo pesce si aggirano sui 25 cm. La lunghezza massima registrata di un esemplare maschio è pari a 53 cm con un peso di 1,90 kg[1]

Alimentazione

Predatrice, si nutre di pesci e di altri animaletti che uccide con le spine velenose della prima pinna dorsale e dell’opercolo.

Riproduzione

Estiva. Le uova e le larve sono pelagiche.

Biologia

Passa gran parte del suo tempo infossata nella sabbia da cui fuoriescono solo gli occhi. Appena passa una preda mostra una insospettabile agilità lanciandosi velocissima per trafiggerla in pochi attimi con le spine velenose.

Pesca

Si cattura in gran numero sia con le reti che con lenze di ogni tipo, armate sia con esche naturali che artificiali. Le carni sono bianche e saporite, i piccoli esemplari di solito finiscono nelle zuppe mentre quelli grandi si possono cucinare arrosto o al forno. Occorre fare attenzione quando si puliscono questi pesci perché le spine velenose rimangono attive anche quando l’animale è morto.

Veleno

Le spine opercolari e della prima pinna dorsale sono velenifere e possono provocare punture dolorosissime anche se l’intossicazione raramente assume carattere di gravità. Si può essere punti sia camminando in acqua bassa (ma di solito si tratta della specie Echiichthys vipera che frequenta ambienti a piccolissima profondità) che slamando un pesce pescato o perfino pulendo un esemplare acquistato al mercato. È raramente successo che abbia deliberatamente aggredito subacquei che si erano avvicinati troppo. Per alleviare il dolore si consiglia di mettere la parte colpita in acqua o sabbia più calde possibile e di rivolgersi ad un medico.

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Tracina raggiata/Trachinus radiatus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La tracina raggiata (Trachinus radiatus) è un pesce di mare appartenente alla famiglia Trachinidae.

Rischio minimo

Distribuzione e habitat

Il suo areale comprende il mar Mediterraneo e l’Oceano Atlantico orientale tra Gibilterra e l’Angola.

Frequenta, come tutte le tracine, fondi sabbiosi ma più profondi rispetto alle congeneri, infatti si cattura di solito tra 30 e 100 metri di profondità.

Descrizione

La forma generale del corpo (sebbene più tozza) è molto simile a quella della Tracina drago, con le seguenti differenze:

Questo pesce ha un’altissima capacità mimetica
  • bocca più orizzontale
  • dietro gli occhi sono presenti placche ossee con solchi che si dipartono a ventaglio, ben visibili
  • colorazione beige brunastra con ocelli (macchie scure con centro chiaro) scuri, i grandi esemplari possono essere punteggiati, con i punti che formano grossolane strie longitudinali.

È la più grande tra le specie mediterranee del Genere e può raggiungere 50 cm di lunghezza.

Alimentazione

Come per Trachinus draco.

Riproduzione

Come in Trachinus draco.

Biologia

Come per Trachinus draco.

Pesca e veleno

Come Trachinus draco.

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Tracina vipera/Echiichthys vipera

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Echiichthys vipera, unico esemplare del genere Echiichthys, e conosciuto comunemente come tracina vipera, è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia Trachinidae.

Rischio minimo

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa lungo le coste mediterranee e atlantiche orientali, nei fondali sabbiosi e sassosi.

Descrizione

La tracina vipera presenta corpo cilindrico ma appiattito sul ventre (vive principalmente sul fondo), con testa arrotondata e una grande bocca rivolta verso l’alto.
Le pinne pettorali sono ampie, le ventrali piccole. La lunga dorsale è preceduta da una pinna formata da 5-6 raggi-spine cavi, collegati a una ghiandola velenifera. La pinna anale è opposta e simmetrica alla dorsale. La pinna caudale è a delta. La livrea presenta un colore di fondo giallo, con macchie ocra e brune che forman due strisce orizzontali lungo i fianchi. Il dorso è marmorizzato. Il ventre è giallo-bianco.
Le dimensioni si attestano sui 15 cm di lunghezza.

Prede e predatori

Le tracine si immergono nel fondale sabbioso, lasciando liberi solo gli occhi e le spine velenifere. Quando una preda capita a portata di bocca esse escono velocemente fuori dal loro nascondiglio. Si cibano di piccoli pesci e crostacei. Non hanno molti predatori, poiché la loro puntura è un’esperienza terribile per chiunque provi a divorarle.

Pesca

Sono pescate dall’uomo, che ne apprezza le carni delicate soprattutto nella zuppa di pesce.

Veleno

Avvertenza
Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze.

Le tracine sono dotate di aculei velenosi nella prima pinna dorsale e sugli opercoli branchiali, che utilizzano a scopo difensivo. Tuttavia è molto semplice per gli esseri umani venire a contatto con questi pesci, sia sulle spiagge sia durante la pesca.
Il dolore è molto forte, un bruciore profondo che si irradia dalla ferita (che sanguina) lungo tutto l’arto, raramente arrivando fino all’inguine o all’ascella (a seconda dell’arto colpito), raggiungendo il suo massimo dopo 30-45 minuti dalla puntura, perdurando a volte per 24 ore, con strascichi di formicolii e insensibilità.
Nonostante il forte dolore il veleno non è pericoloso per l’uomo. Piuttosto spesso però per lo shock doloroso l’organismo reagisce con nausea, vomito e svenimenti. Sono necessarie profilassi antidolorifica e antitetanica[senza fonte].
Per un primo soccorso è utile immergere la zona colpita in acqua molto calda, poiché il veleno è termolabile. Molto spesso la puntura lascia un gonfiore sottocutaneo molto sviluppato: ad esempio, se si viene punti al dito, il gonfiore sicuramente raggiungerà il polso o addirittura la fine dell’avambraccio (a seconda della quantità di veleno iniettato), per poi sgonfiarsi dopo 2-3 giorni.

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Triglia di fango/Mullus barbatus

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Mullus barbatus o triglia di fango è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia dei Mullidae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e sottospecie

Questa specie è stata classificata in due sottospecie distinte:

Habitat

Questa specie frequenta fondi sabbiosi e fangosi a profondità comprese tra pochi centimetri e alcune centinaia di metri di profondità. Di solito in acque molto basse si incontrano solo i giovani.

Esemplari pescati della sottospecie mediterranea, Mullus barbatus barbatus

Pesca

Questa specie costituisce una preda di notevole importanza per la pesca professionale, soprattutto per quella con reti a strascico. Le carni sono molto delicate e raggiungono prezzi elevati.

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Triglia di scoglio/Mullus surmuletus

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Mullus surmuletus Linnaeus, 1758, conosciuto comunemente come Triglia di scoglio[2], è un pesce osseo marino appartenente alla famiglia Mullidae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

La triglia di scoglio è diffusa nell’Atlantico orientale dalla Norvegia (è rara a nord della Manica) al Senegal, nel Mar Mediterraneo e nel Mar Nero. Popola fondali rocciosi e anche sabbiosi o coperti da vegetali, ma nelle vicinanze comunque di substrati duri, sempre a basse profondità, i giovanili vivono in mare aperto. La temperatura nei luoghi da essa popolati è intorno a 17-21 °C, non oltre ai 24-25 °C.

Descrizione

Triglie di scoglio pescate

Presenta un corpo piuttosto allungato, con una bocca piccola che può protrarre; dalla estremità si diramano due appendici (barbigli), che sono utilizzate per cercare cibo sui fondali, possono inoltre venir nascoste in un solco sulla mandibola durante il riposo. Gli occhi si trovano vicini al bordo superiore della testa, il quale può essere più o meno acuminato. Molto tipiche sono due grosse squame presenti nella parte posteriore della mandibola proprio sotto gli occhi. Altra caratteristica tipica sono i denti che si trovano solo nella parte inferiore della bocca, cioè la mandibola. Le sue pinne dorsali sono separate ed in quella anteriore vi sono alcune fasce longitudinali di colore scuro. La triglia ha molte sfumature di colore: ha il dorso bruno-rossastro, i fianchi sono di un color rosa arancio e biancastro con tre o quattro strisce orizzontali giallo-dorate, il ventre è generalmente rosa. La triglia di fango è molto simile (anche se vive in ambienti completamente diversi), si può distinguere per il profilo del muso ripido, la prima pinna dorsale incolore, la colorazione meno ricca e la presenza di tre scaglie sulle guance (nella triglia di scoglio sono due). La triglia di scoglio arriva ad una lunghezza compresa tra 20 e 25 cm, anche se le femmine sono di dimensioni superiori rispetto ai maschi.

Comportamento

Gli adulti di Mullus surmuletus sono gregari e si muovono in branchetti, cercando continuamente il cibo sul fondo per mezzo dei barbigli.

Riproduzione

Il periodo riproduttivo avviene tra aprile e agosto. Le femmine ed i maschi raggiungono la maturità sessuale a circa un anno dalla nascita, quando misurano all’incirca 14 cm. Le uova hanno forma sferica ed un diametro 1 mm circa, possono inoltre galleggiare grazie ad una goccia oleosa che le avvolge. Le larve fanno vita pelagica fino alla lunghezza di 4-5 cm, quando raggiungono questa lunghezza compaiono i barbigli, il corpo si fa più tozzo e la colorazione passa dall’azzurro argenteo del giovanile al rossastro dell’adulto. In seguito a questa metamorfosi i pesciolini abbandonano la vita pelagica e si spostano sui fondali.

Alimentazione

La triglia di scoglio si ciba quando è giovane perlopiù di piccoli crostacei planctonici; da adulta si ciba di piccoli organismi bentonici come molluschi, policheti, crostacei, echinodermi e anche piccoli pesci.

Pesca

Pesce molto apprezzato per le sue carni pregiate, la triglia di scoglio è oggetto di pesca in tutto il Mediterraneo. Viene catturata sia con reti da posta che con reti a strascico. È spesso preda anche dei pescatori sportivi.

Specie affini

Tra le varie specie di triglia quattro popolano il Mediterraneo. Di queste ultime, due sono localizzate nella zona orientale e tutte hanno i barbigli, particolare molto caratterizzante. Nei mari italiani sono presenti invece le restanti due specie di triglia, che sono appunto le più note triglia di scoglio e triglia di fango. Per non confonderle con quelle della zona orientale (conosciute comunemente con il nome di triglia rossa) basta osservare la presenza dei denti anche sull’arcata superiore della bocca (per queste specie la mascella). Per distinguere invece Mullus surmuletus da Mullus barbatus si osservano essenzialmente due particolari: nella triglia di scoglio sono presenti alcune strisce scure sulla pinna dorsale anteriore, che invece sono assenti nella triglia di fango. Il secondo dettaglio riguarda le scaglie presenti sulle guance di tali pesci: sono due nella triglia di scoglio, mentre nella triglia di fango se ne contano tre.

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Trigone/Dasyatis pastinaca

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il trigone[2] (Dasyatis pastinaca), conosciuta comunemente come pastinaca, è una razza appartenente alla famiglia Dasyatidae.

Dati insufficienti[1]

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nell’Oceano Atlantico settentrionale e nel Mediterraneo, dalla Norvegia al Mar Baltico fino alle Canarie e al Mar Nero. L’habitat ideale è rappresentato dai fondali sabbiosi e limosi, dove questo animale si nasconde e si nutre.

Descrizione

Questa pastinaca può raggiungere i 2,5 metri di lunghezza e un metro e mezzo di larghezza. Il muso è piuttosto pronunciato e i piccoli occhi sono seguiti da due evidenti spiracoli. Possiede dalle 28 alle 38 file di minuscoli denti nella mascella superiore e 28-40 file nella mascella inferiore. La coda è dotata di un aculeo seghettato e velenifero in grado di infliggere ferite anche mortali. La colorazione del dorso varia dal grigio-marrone al verde-olivastro, mentre il ventre è di colore chiaro. Come le altre pastinache, la dasyatis pastinaca è una specie ovovivipara. Le femmine danno alla luce dai 4 ai 9 piccoli due volte all’anno dopo una gestazione di quattro mesi. Si nutre principalmente di crostacei e piccoli pesci bentonici.

Una pastinaca mentre nuota

Il ventre di una Dasyatis pastinaca

Una Dasyatis pastinaca che si nasconde sotto la sabbia

Pesca

In Mediterraneo, non ha nessun valore commerciale anche se può essere accidentalmente catturata con una certa frequenza con reti da posta di tipo tramaglio[3].

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Trigone spinoso/Dasyatis centroura

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Il trigone spinoso o razza dalla coda spinosa (Dasyatis centroura) è una grande razza della famiglia Dasyatidae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Questa specie è distribuita nei mari subtropicali e temperati di entrambe le sponde dell’Oceano Atlantico a nord fino al Portogallo, è presente anche nel mar Mediterraneo comprese le acque italiane, dove non è comune. Predilige i fondali sabbiosi e limosi della fascia costiera fino ad oltre 60 metri di profondità.

Descrizione

Un esemplare di Dasyatis centroura

Con una lunghezza che può raggiungere i 220 cm, questa pastinaca può essere scambiata a prima vista con la Dasyatis americana, dalla quale può venire distinta per la presenza di vari tubercoli spinosi sul dorso e lungo la coda. Il corpo è spesso e massiccio, con piccoli occhi seguiti da evidenti spiracoli. La robusta coda è dotata di uno o più aculei seghettati e veleniferi. La colorazione dorsale varia dal grigio-nero al brunastro, mentre quella ventrale è solitamente bianca.

Alimentazione

Trascorre il tempo semisommersa nella sabbia cacciando all’agguato e si nutre principalmente di invertebrati bentonici e piccoli pesci.

Riproduzione

È una specie ovovivipara.

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