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Smeriglio/Lamna nasus

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Lo smeriglio[1] (Lamna nasus (Bonnaterre, 1788)), conosciuto anche come “vitello di mare”, per la sua lunghezza (3,6 m) è considerato una delle specie più piccole dei Lamnidi. Tuttavia il suo peso si attesta intorno ai 500 kg.

I colori della specie variano dal grigio-blu al marrone con macchie bianche. È dotato di una carena secondaria, situata alla base della coda.

Dati insufficienti

Comportamento

Diffuso nei mari freddi e temperati fino alla profondità di 400 metri, si nutre di sgombri, calamari e merluzzi.

Termoregolazione

Pesce a «sangue caldo»: grazie alla sua capacità di convertire la forza muscolare, l’attività fisica, in calore, riscalda il sangue, ottenendo una temperatura anche di una decina di gradi superiore a quella dell’ambiente esterno.

Distribuzione

Si trova nell’Oceano Atlantico, Indiano e Pacifico, e nel Mediterraneo. La scarsa capacità riproduttiva e l’elevato valore commerciale degli squali smeriglio rende questa specie estremamente vulnerabile allo sfruttamento eccessivo e all’esaurimento della popolazione. La pesca intensiva negli anni ’60 e ’90 ha portato a notevoli riduzioni di questa specie, che al momento è classificata come “specie in grave pericolo”.

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Sogliola comune/Solea solea

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Solea solea, conosciuta comunemente come Sogliola comune, è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia Soleidae.

Rischio minimo[1]

Denominazioni dialettali italiane

La sogliola è conosciuta, nelle varie regioni italiane, con nomi differenti a seconda dei diversi dialetti e lingue:[2]

Regione Denominazione
Abruzzo Anguatula
Campania Palaia
Lazio Linguattola
Liguria Lengua secca, Sola secca, Sena-sena
Marche Anguatula
Sardegna Palaja di rina, Palaria, Paraiozza
Sicilia Linguata
Toscana Palaia, Sfogliola
Veneto Sfogio
Venezia Giulia Sfoglia, Sfoia del poro Calabria Pettinissa

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nel Mar Mediterraneo, nel mar Nero occidentale e nell’Atlantico nord-orientale tra la Scandinavia ed il Senegal. È presente nel mar del Nord e nel mar Baltico occidentale. Vive su fondi sabbiosi o melmosi a profondità fino a 70-80 metri. D’inverno può scendere fino a 200 metri. Tollera livelli abbastanza bassi di salinità per cui si trova anche nelle acque salmastre, nelle lagune e negli estuari.

Descrizione

Come tutti i pesci piatti è privo di pigmenti colorati sul lato cieco (il sinistro), ed occhi entrambi sul lato oculare (il destro). Il muso, arrotondato, ha la mascella superiore prominente. La pinna dorsale è unica, più lunga della pinna anale; queste due pinne sono unite alla pinna caudale (che è abbastanza piccola, arrotondata e con un bordo scuro) da una membrana ben visibile; la pinna pettorale ha spesso la punta nera.
Il colore del lato destro è beige o grigiastro con minuti punti scuri.
Misura fino a 30 cm in mar Mediterraneo mentre nell’Oceano Atlantico si catturano spesso esemplari di oltre 50 cm.

Solea solea in acquario

Alimentazione

Si ciba di invertebrati (crostacei, molluschi, vermi, ecc..) e di piccoli pesci.

Riproduzione e sviluppo

Si riproduce in inverno deponendo uova pelagiche. Le larve nascono con i due occhi ai lati della testa, ma, quando il pesciolino raggiunge i 15 mm di lunghezza ed i 2 mesi di vita, l’occhio sinistro trasmigra sul lato destro ed i pochi denti della piccola bocca si spostano sul lato sinistro. Da quel momento il pesce avrà vita bentonica.

Biologia

Questa specie passa il giorno infossata nella sabbia e esce per cacciare solo di notte. Si tratta di un animale piuttosto longevo, sembra che possa vivere circa 20 anni.

Pesca

Le carni di questa specie sono ottime e sono ai primi posti tra i più apprezzati pesci mediterranei.
Si cattura soprattutto con apposite reti a strascico dette, a seconda delle regioni, “rapido”, “sogliolara” o “sfogliara”. Incappa talvolta nelle reti da posta e non abbocca che occasionalmente alle lenze. Ha grande importanza per la pesca professionale, sia in Mediterraneo, che, molto di più, nella Manica, nel Baltico e nel mar del Nord meridionale.

Gastronomia

Culinariamente è uno dei pesci più apprezzati e più versatili: innumerevoli sono le ricette per la cottura delle sue carni, tra cui famosa è la sogliola alla mugnaia (fritta previa ricopertura con farina bianca). Viene preventivamente “pulita” sventrandola e poi levandone la pelle del dorso e la testa: dopo aver inciso la pelle sollevandone un lembo vicino alla coda, la si “strappa” tirando decisamente dal lembo così creato; la testa viene tagliata. Sfilettata, se ne ricavano quattro filetti che possono essere cucinati in svariate maniere.[2]

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Sogliola dal porro/Pegusa lascaris

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Pegusa lascaris (Risso, 1827), conosciuta comunemente come sogliola dal porro, è un pesce osseo marino della famiglia Soleidae.

Specie non valutata

Distribuzione e habitat

L’areale di questa specie comprende l’Oceano Atlantico orientale a nord fino all’Irlanda, il mar Mediterraneo e il mar Nero. Segnalata anche nel Canale di Suez e nel mar d’Azov[1]. Nel Mediterraneo è comune solo lungo le coste del nord Africa[2]. Nei mari italiani è una specie complessivamente rara[3]

È una specie bentonica di fondi mobili sabbiosi o fangosi che di solito staziona a qualche decina di metri di profondità[1], i giovanili possono penetrare nelle lagune e nelle foci fluviali[2].

Descrizione

Come tutti i pesci piatti ha un aspetto caratteristico, asimmetrico e con entrambi gli occhi su un lato del corpo che viene denominato “lato oculare” (in questa specie il destro) mentre il lato privo di occhi viene chiamato “lato cieco”. Il corpo è ovale come nella sogliola comune ma un po’ più rotondeggiante. Questa specie è molto simile alla congenere sogliola adriatica da cui si distingue soprattutto per avere la pinna pettorale del lato oculare con una macchia scura al centro bordata da un alone giallastro e per avere alcuni raggi delle pinne dorsale e anale scuri disposti a distanze regolari. Come tutti i membri del genere Pegusa ha la narice del lato cieco espansa a rosetta (da cui il nome comune)[2].

Il colore del lato oculare è brunastro o rossastro pallido con piccoli punti neri e bianchi sparsi[2].

La misura media è sui 30 cm, la taglia massima è di circa 40 cm[1].

Biologia

Vive fino a 15 anni[1].

Alimentazione

È un animale predatore, si nutre di crostacei come misidacei, anfipodi, gamberetti ed altri decapodi di molluschi bivalvi e policheti[1].

Pesca

La pesca avviene con le reti a strascico e, occasionalmente, con le reti da posta. Le carni sono commestibili ma, anche per le piccole dimensioni, non ha importanza per la pesca commerciale[1][3].

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Sogliola gialla/Buglossidium luteum

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Buglossidium luteum (Risso 1810), nota in italiano come sogliola gialla o sogliola[2], pesce osseo marino della famiglia Soleidae. È l’unica specie del genere Buglossidium.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Il suo areale comprende l’Oceano Atlantico nord orientale tra il Marocco e l’Islanda[3] compreso il mar del Nord e il mar Baltico[4].. È presente nel mar Mediterraneo dove è comune soprattutto nel mar Adriatico[5].

Si incontra sui fondi molli, di solito a qualche decina di metri di profondità[4].

Descrizione

Ha un aspetto non dissimile dalla sogliola comune. Se ne può riconoscere per avere la pinna dorsale e la pinna anale unite da una membrana al peduncolo caudale e per la forma più allungata della parte posteriore del corpo, che tende a restringersi in maniera graduale verso il peduncolo caudale. Le pinne pettorali, soprattutto quella sul lato cieco, sono ridotte. Il colore è giallastro o brunastro variamente macchiettato di scuro[3]. Nelle pinne dorsale e anale un raggio ogni 4-7 è colorato di nero. Di solito non supera i 16 cm[6].

Biologia

Riproduzione

Avviene in primavera-estate. Uova e larve sono pelagiche[3].

Alimentazione

Si ciba di organismi bentonici come crostacei, policheti e molluschi bivalvi[4].

Pesca

Viene catturato con le reti a strascico ma non ha molto valore economico per le piccole dimensioni.

Conservazione

Costituisce una cattura accessoria della pesca a strascico ma le sue popolazioni paiono abbondanti[1].

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Sogliola occhiuta/Microchirus ocellatus

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La sogliola occhiuta o sogliola[1] (Microchirus ocellatus) e Regolamento (CE) N. 850/98), è un pesce di mare della famiglia Soleidae.

Denominazioni dialettali italiane

La sogliola occhiuta è conosciuta, nelle varie regioni italiane, con nomi dialettali diversi:[2]

Regione Denominazione
Campania Palaia ‘e arena
Liguria Lengua secca, Sole de founs, Sole secca
Puglia Zanchette
Sardegna Palaja steddara
Sicilia Lingua occhiuta, Tuppiti
Veneto Sfogia macià

Distribuzione e habitat

Questo pesce è diffuso in tutto il mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico orientale tra lo stretto di Gibilterra all’Africa tropicale. Nei mari italiani è comune, soprattutto ad una certa profondità.
Popola i fondi sabbiosi, soprattutto nei dintorni di praterie di Posidonia oceanica o di Cymodocea nodosa. Si rinviene tra i 20-30 ed i 300 m.

Descrizione

È molto simile, nella forma del corpo, alla comune sogliola e si distingue soprattutto per la caratteristica livrea, oltre che per le dimensioni molto più piccole (20 cm al massimo). La colorazione generale è bruna, nella parte anteriore ci sono alcune macchie scure indefinite, di cui è sempre presente una centrale più grande a cavallo della linea laterale; più indietro ci sono quattro macchie rotonde scure disposte regolarmente con centro più chiaro e circondate da una sottile linea gialla. La pinna caudale ha una fascia nera alla base, quindi una fascia giallastra ed è scura nella metà finale. La pinna dorsale e la pinna anale sono nere o scure marginate di bianco.

Alimentazione

Si ciba di piccoli animaletti bentonici.

Pesca

Si cattura con le reti a strascico ed ha carni commestibili simili a quelle della sogliola comune ma, date le piccole dimensioni, non si trova quasi mai in commercio.

Gastronomia

Carni eccellenti, il suo utilizzo in cucine è identico a quello dell soglia comune.[2]

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Spigola/Branzino/Dicentrarchus labrax

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Dicentrarchus labrax (Linnaeus, 1758), nota comunemente come spigola[2] (nell’Italia peninsulare e insulare) o branzino[2] (prevalentemente nell’Italia settentrionale[3]) è un pesce osseo marino e d’acqua salmastra della famiglia Moronidae.

Rischio minimo[1]

Etimologia

Il nome “branzino” potrebbe derivare dal veneto frongina caghina (chela)[3] o da branchie[4] (il pesce dalle branchie in vista), mentre il nome “spigola” deriva da “spiga” riferendosi alle punte dei raggi delle pinne dorsali[4].

Denominazioni regionali italiane

La spigola è conosciuta, nelle varie regioni italiane, con vari nomi nelle rispettive lingue:[5][6]

Regione Denominazione
Campania Spinola, Bocca bianca o di pietra
Lazio Lupasso, Lupo o Spinola
Liguria Branzino, Gingareo, Loasso, Luvo, Louvasso
Marche Varòlo, pesc lup
Puglia Regnetta, Spinodda, Spinotta, Lupu, Spina
Sardegna Arranassa, Arrangiola, Arranzolu, Spirrittu, Sperrittu
Sicilia Lupu de mari, Buracciola, Burascia, Boraggia, Serra, Percea, Spinotta
Toscana Branzino, Spigola, Spinola, Ragno
Veneto Brançin, Varolo, Variolo, Ragniol
Friuli Venezia Giulia Vanino, Spigola bianca, Bavoso, Branginel, Branzín

Distribuzione e habitat

La spigola è diffusa nell’Atlantico nordorientale temperato e subtropicale dalla Norvegia al Senegal, nel mar Mediterraneo, dove è comune, e nel mar Nero. Non è presente nel mar Bianco, nel mare di Barents, nel mar Baltico e nel mar Caspio. Nella parte nord dell’areale migra verso acque più profonde in inverno[7].

È una specie strettamente costiera (occasionalmente può trovarsi fino a un centinaio di metri di profondità) che popola ambienti di ogni tipo nei pressi della riva, sia con fondali duri che sabbiosi. Essendo molto eurialina penetra regolarmente, soprattutto in estate, nelle acque salmastre di lagune e foci[7][8][9]. Può raggiungere non di rado le acque completamente dolci[10]. Ha abitudini demersali[7]. I giovanili stazionano prevalententemente in acque salmastre[11].

Particolare della testa

Descrizione

La spigola ha corpo piuttosto affusolato, scarsamente compresso sui lati. La testa è allungata (da 5 a 6 volte il diametro dell’occhio) ed è caratteristica per avere la fronte dritta. La bocca è grande, può allungarsi leggermente a tubo quando aperta, e raggiunge l’occhio, che è abbastanza piccolo. La mandibola è leggermente sporgente sulla mascella. Le pinne dorsali sono due, separate da uno spazio; la prima dorsale è formata da 8-10 raggi spinosi, la seconda da 12-13 raggi molli. La pinna anale è leggermente più corta della seconda dorsale, ha 3 raggi spinosi e 10-12 raggi molli. La pinna caudale è biloba ma non profondamente incisa. Scaglie abbastanza piccole ma evidenti; sono presenti anche sulla testa. Linea laterale evidente. Il preopercolo è dentellato sul bordo ed ha dentelli più grandi sulla parte inferiore, sull’opercolo sono presenti due grosse spine rivolte in avanti. La colorazione è argentea sui fianchi con ventre bianco e dorso grigio argenteo talvolta con riflessi dorati, verdastri o bluastri. Una macchia nera, non sempre evidente soprattutto nei grandi esemplari, è presente nella parte superiore del bordo dell’opercolo. I giovanili fino ai 10–15 cm di lunghezza hanno i fianchi punteggiati di scuro, carattere mai presente nell’adulto (a differenza che nell’affine spigola maculata)[7][8][9][10][12].

La taglia massima è di 103 cm, mediamente misura attorno a 50 cm. Il peso massimo noto è di 12 kg[7].

Biologia

La longevità massima nota è di 30 anni[7]. I giovanili sono gregari mentre gli adulti fanno vita solitaria[12] o a coppie[10]. Pare essere una specie poco propensa alle migrazioni, che occupa un territorio di caccia definito per lunghi periodi[12]. Molto curiosa, spesso si avvicina ai subacquei[9].

Alimentazione

Caccia soprattutto di notte[13]. Si nutre di invertebrati di vario genere come crostacei, molluschi e pesci. I giovanili catturano prevalentemente invertebrati, gli adulti si nutrono quasi esclusivamente di altri pesci[7] come anguille e latterini e cefali.

Riproduzione

Nel mar Mediterraneo la deposizione delle uova avviene in inverno, nei mari più nordici in primavera[12]. La riproduzione avviene in gruppi, una volta all’anno per ogni individuo. Le uova sono pelagiche, galleggiano grazie a una goccia d’olio. La maturità sessuale avviene tra 2 e 4 anni nel Mediterraneo e tra 4 e 7 anni (maschi) o tra 5 e 8 anni (femmine) nell’Atlantico temperato freddo. Le uova schiudono all’incirca in tre giorni e lo sviluppo larvale dura circa 40 giorni[7].

Pesca

La spigola è una delle specie ittiche più pregiate e raggiunge prezzi molto alti sui mercati. È una delle prede più apprezzate dai pescatori sportivi che la insidiano con varie tecniche, sia con esche naturali (sardina, gamberetti, vermi, bigattini ecc.) che artificiali (Rapala, cucchiaino, esche in silicone, ecc.). Le esche naturali sono usate soprattutto per la pesca a bolognese e a surfcasting mentre le esche artificiali sono usate pescando con le tecniche dello spinning e della traina. Viene catturata di frequente anche dai pescatori subacquei, facilitati dal comportamento curioso dell’animale. La pesca commerciale impiega soprattutto reti da posta ma anche sciabichelli e reti da circuizione nonché palamiti[7][10][14].

Allevamento

D. labrax è oggetto di acquacoltura in numerosi paesi mediterranei dove costituisce la più importante specie per l’allevamento ittico. I maggiori produttori sono Grecia, Turchia, Italia, Spagna, Croazia ed Egitto. Viene allevata soprattutto nelle lagune. Si tratta del primo pesce marino (eccettuati i salmonidi) ad essere stato allevato in Europa. Vengono utilizzate sia tecniche intensive che estensive di allevamento. Viene commerciata prevalentemente fresca o congelata, prevalentemente sui mercati dell’Europa meridionale prossimi alle aree di allevamento. Nell’Europa settentrionale la spigola di acquacoltura si trova quasi esclusivamente nei menù dei ristoranti di cucina etnica mediterranea. A causa della sovrapproduzione e del mercato limitato quasi esclusivamente ai soli paesi mediterranei il prezzo di mercato delle spigole di allevamento è sceso di circa due terzi tra il 1990 e il 2002. L’uso di antibiotici negli allevamenti, talvolta in maniera irresponsabile, suscita qualche preoccupazione per la salute dei consumatori, soprattutto per quanto riguarda la possibile selezione di ceppi batterici resistenti[15].

Conservazione

Si tratta di un animale molto abbondante nell’areale e non sono noti particolari minacce, per questo la IUCN classifica questa specie come non minacciata[1].

Gastronomia

È un pesce molto apprezzato in cucina per le carni sode, gustose e povere di lische. Può essere cotto grigliato, al cartoccio, al sale o in court bouillon. Viene servito accompagnato da salse varie.[6]

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Spigola puntata/Dicentrarchus punctatus

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La spigola puntata[1] (Dicentrarchus punctatus), conosciuta anche come spigola maculata o spigola macchiata, è un pesce marino e di acque salmastre, appartenente alla famiglia Moronidae, molto affine alla più nota spigola o branzino (Dicentrarchus labrax).

Distribuzione e habitat

Rispetto alla spigola comune, popola mari più meridionali: comune lungo le coste del mar Mediterraneo, si spinge a nord fino al golfo di Guascogna.

È comunque presente lungo tutte le coste italiane, eccettuate, forse, quelle adriatiche settentrionali.

L’habitat occupato è lo stesso della congenere.

Descrizione

È molto simile alla spigola comune, ma si differenzia per i seguenti caratteri:

  • macchiettatura sui fianchi ben evidente e mantenuta anche nell’adulto;
  • occhio più grande in proporzione;
  • sagoma più tozza;
  • macchia nera ben evidente sul bordo dell’opercolo.

La taglia è minore, raggiungendo al massimo il mezzo metro di lunghezza per 1 kg e mezzo di peso.

Alimentazione

Predatrice, si nutre di crostacei, molluschi ed anche di piccoli pesci.

Riproduzione

Avviene in inverno in acque costiere.

Pesca

Occasionale, spesso avviene durante la pesca alla più grande congenere, con le stesse esche e tecniche.

Gastronomia

In cucina è apprezzato come la congenere Dicentrarchus labrax (Spigola comune).[2]

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Spinarolo/Squalus acanthias

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Squalus acanthias, conosciuto comunemente come Spinarolo, è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia Squalidae.

Vulnerabile

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nelle zone costiere dei mari temperati (normalmente con temperature pari e inferiori a 15 °C) di tutto il mondo.
Vive sui fondali di solito non oltre i 200 metri ma scende eccezionalmente fino a 1500 metri[1].

Descrizione

Spinarolo

È uno squalo dal corpo molto affusolato, ma con un profilo ventrale pronunciato. Gli occhi sono ben sviluppati. La bocca è larga e i denti delle due mascelle sono piuttosto simili. Lento nuotatore, deve il suo nome alle due pinne dorsali spinate, che vengono usate a scopo difensivo per infliggere dolorose ferite. La pinna caudale è caratterizzata da una chiglia laterale e da una fossetta dorsale. La colorazione è grigiastra con macchie bianche su fianchi. Le dimensioni medie oscillano tra un metro ed un massimo di un metro e sessanta, con un peso (per gli esemplari adulti) che va oltre ai 9 kg.

Etologia

Si muove spesso in branchi composti da esemplari di un solo sesso ma anche in gruppi suddivisi per grandezza o età[2].

Riproduzione

Lo Spinarolo è ovoviviparo. La femmina partorisce piccoli già formati dopo una gestazione molto lunga di circa 2 anni.

Alimentazione

Lo spinarolo si nutre prevalentemente di pesci come merluzzi e aringhe, nonché di invertebrati come krill e molluschi.

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Squalo brunoCarcharhinus obscurus

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Lo squalo bruno (Carcharhinus obscurus Lesueur, 1818) è una specie di squalo della famiglia Carcharhinidae e del genere Carcharhinus, che vive nelle acque tropicali e temperate calde di tutto il mondo. Un superpredatore generalista, che abita la zona dalla costa sino alla piattaforma continentale esterna e le acque pelagiche circostanti, ed è stata registrata sino a profondità di circa 400 metri. Le varie popolazioni di questa specie migrano stagionalmente verso i poli in estate e verso l’equatore in inverno. Riescono a nuotare per centinaia o addirittura migliaia di chilometri durante queste migrazioni. Essendo una delle specie più grandi del suo genere, raggiunge lunghezze di 4.2 metri e masse corporee di 347 kg. Il corpo è snello ed allungato e viene riconosciuto per il muso corto ed arrotondato, per le pinne pettorali lunghe ed a forma di falce, per la cresta interdorsale e le punte delle pinne debolmente marcate. Gli adulti hanno una dieta molto variegata, costituita soprattutto da pesci ossei, pesci cartilaginei e cefalopodi, ma anche da crostacei, stelle marine, Bryozoa, tartarughe marine, mammiferi marini, carogne e rifiuti. La specie è vivipara ed il ciclo riproduttivo dura tre anni. La femmina partorisce da 3 a 14 cuccioli dopo una gestazione di 22-24 mesi ed impiega un ulteriore anno per essere pronta a diventare nuovamente incinta. Riesce inoltre a conservare lo sperma per molto tempo, visto che raramente una coppia adatta all’accoppiamento si incontra, per via dello stile di vita nomadico della specie e della intrinseca dimensione ridotta delle popolazioni. La crescita di questi animali è lenta, visto che raggiungono la maturità all’incirca a 20 anni. Considerato il basso tasso riproduttivo, la specie è esposta e vulnerabile rispetto al comportamento umano. Si tratta di un animale considerato prezioso per la pesca commerciale sia per le pinne, sfruttate nella produzione di zuppa di pinne di squalo, che per la carne, la pelle e l’olio del fegato. Viene anche cacciato per motivi ludici. L’International Union for Conservation of Nature (IUCN) ha stabilito come la specie sia prossima alla minaccia in tutto il mondo e vulnerabile lungo le coste statunitensi, dove la popolazione è calata del 15-20% in trent’anni. In generale la specie è potenzialmente pericolosa per l’uomo per via delle sue dimensioni, ma i casi accertati di attacchi all’uomo sono scarsi.

Vulnerabile[1]

Tassonomia

Disegno di uno squalo bruno e di uno dei suoi denti superiori. le frecce e le linee verticali si riferiscono alle caratteristiche tassonomiche principali della specie.

Il naturalista francese Charles Alexandre Lesueur ha pubblicato la prima descrizione scientifica dello squalo bruno nel 1818 sul Journal of the Academy of Natural Sciences of Philadelphia. Lo ha dapprima inserito nel genere Squalus ed ha coniato l’epiteto specifico obscurus (tradotto dal latino significa oscuro), rin riferimento alla sua colorazione[2][3]. Autori successivi hanno poi stabilito l’appartenenza al genere Carcharhinus. Lesueur non ha designato un tipo nomenclaturale, anche se si presume che abbia lavorato su un esemplare catturato nelle acque Nordamericane[4].

Molte fonti precedenti designavano la specie come Carcharias (poi Carcharhinus) lamiella, in seguito ad una prima analisi compiuta nel 1882 da David Starr Jordan e Charles Henry Gilbert. Anche se questi due scienziati si riferivano ad un set di denti che proveniva effettivamente da uno squalo bruno, si scoprì successivamente che il corpo del loro tipo nomenclaturale era di un Carcharhinus brachyurus. Pertanto oggi il nome C. lamiella non si considera sinonimo di C. obscurus, quanto piuttosto di C. brachyurus[3][5].

Evoluzione

Anche se in genere è difficile assegnare dei denti fossilizzati ad un Carcharhinus, nel caso dello squalo bruno il lavoro è più semplice, e la specie è assai ben rappresentata dai fossili[6]. Denti databili al Miocene (tra 23 e 5.3 milioni di anni fa) sono stati ritrovati presso le formazioni rocciose di Kendeace e Grand Bay a Carriacou, nelle Grenadine[7], presso la formazione Moghra in Egitto[8], presso la Contea di Polk (Florida)[9] e forse anche sul Cerro La Cruz nel Venezuela settentrionale[10]. Denti risalenti al Tardo Miocene e al Primo Pliocene (11.6-3.6 milioni di anni fa) sono abbondanti nella formazione Yorktown nel Pungo River, in Carolina del Nord e nella regione della Chesapeake Bay. Visto che questi denti sono leggermente diversi da quelli odierni, sono stati spesso erroneamente assegnati al Carcharhinus longimanus[6]. Inoltre alcuni denti sono stati ritrovati nelle vicinanze dei resti di due Mysticeti in North Carolina, uno conservato presso il Goose Creek Limestone relativo al tardo Pliocene (3.5 milioni di anni fa) ed un altro sepolto da fango relativo al PleistoceneOlocene (circa 12000 anni da)[11].

Filogenia

Nel 1982 Jack Garrick ha pubblicato uno studio filogenetico dei Carcharhini basato su criteri morfologici e decise di posizionare lo squalo bruno e lo squalo delle Galapagos nel gruppo obscurus. Il gruppo conteneva squali grandi con denti triangolari ed una cresta tra le pinne dorsali, ed includeva il Carcharhinus altimus, Il Carcharhinus perezi, il Carcharhinus plumbeus ed il Carcharhinus longimanus[12]. Questa interpretazione fu sostenuta anche da Leonard Compagno nel suo studio fenetico del 1988[13], e da Gavin Naylor nello studio da lui condotto sugli allozimi nel 1992. Naylor fu in grado di risolvere i dubbi sulle interrelazioni presenti tra i Carcharhini dotati di cresta interdorsale, scoprendo che lo squalo bruno, quello delle Galapagos, lo squalo longimanus e la verdesca appartenevano al clade più derivato del gruppo[14].

Areale

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Chondrichthyes in Italia.

Una femmina in mostra a Sea World, nel Queensland. La specie è caratteristica delle acque australiane.

L’areale di questo animale si estende su tutto il globo, anche se in maniera discontinua, nelle acque tropicali e temperate calde. Nell’Oceano Atlantico occidentale lo troviamo dal Massachusetts e dal Georges Bank sino al Brasile meridionale, incluse le Bahamas e Cuba. Nella parte orientale dello stesso oceano è stato avvistato nel Mediterraneo centrale ed occidentale, presso le Canarie, Capo Verde, il Senegal, la Sierra Leone, e possibilmente altrove tra cui in Portogallo, Spagna, Marocco e presso Madera. Nell’Oceano Indiano, lo troviamo al largo di Sudafrica, Mozambico, e Madagascar, e sporadicamente anche nel Mare Arabico, nella Baia del Bengala e forse nel Mar Rosso. Nell’Oceano Pacifico infine lo troviamo in Giappone, Cina e Taiwan, Vietnam, Australia, e Nuova Caledonia ad Ovest e della California meridionale al Golfo di California presso Revillagigedo, e probabilmente sino al Cile settentrionale ad Est. Vi sono anche avvistamenti nell’Atlantico centrale nordorientale ed orientale e presso isole tropicali, ma questi sono probabilmente attribuibili allo squalo delle Galapagos[1][15].

Si tratta di una specie fortemente migratoria, visto che sono stati segnalati degli spostamenti anche di 3800 km. In genere gli adulti si spostano per distanze maggiori rispetto ai giovani. Nei pressi del Nordamerica si spostano verso nord all’arrivo di calde temperature estive, e tornano verso l’equatore all’approssimarsi dell’inverno.[1]. Al largo del Sudafrica giovani maschi e femmine con corpi più lunghi di 0.9 metri si disperdono rispettivamente a sud ed a nord (la distinzione non è naturalmente perfetta) a partire dal vivaio di KwaZulu-Natal. Si uniscono poi agli adulti nel corso degli anni seguendo delle rotte non identificate. In più i giovani trascorrono primavera ed estate sotto costa e le altre stagioni al largo e quando superano lunghezze di 2.2 metri iniziano una migrazione sulla direttrice nord sud tra KwaZulu-Natal in inverno e la provincia del Capo Occidentale in estate. Gli squali di dimensioni superiori ai 2.8 metri migrano addirittura sino al sud del Mozambico[1][4][16]. Al largo dell’Australia Occidentale, adulti e giovani migrano verso le coste in estate ed autunno, mentre i vivai al largo rimangono occupati dai nuovi nati[1].

In Italia è stato segnalato nel Mar di Sardegna e nel canale di Sicilia.

Habitat

Prediligono le acque che vanno dalla zona dei surfisti sino alla piattaforma continentale esterna ed alle acque oceaniche più vicine. Il loro habitat costituisce una zona di transizione tra quelli delle specie costiere come il Carcharhinus plumbeus, le specie pelagiche come il Carcharhinus falciformis ed il Carcharhinus longimanus, quelle che vivono in acque profonde come il Carcharhinus altimus e le specie insulari come il Carcharhinus albimarginatus ed il Carcharhinus galapagensis[4]. Uno studio piuttosto approfondito condotto nel Golfo del Messico ha provato come questi animali trascorrano la maggior parte del tempo a profondità comprese tra 10 ed 80 metri, scendendo occasionalmente sino a 200 metri. Il record registrato è di 400 metri di profondità[17]. Questi animali preferiscono temperature tra i 19 ed i 28 gradi centigradi ed evitano aree e bassa salinità come ad esempio gli estuari dei fiumi[3][6].

Aspetto

Lo squalo bruno può essere identificato per via delle pinne pettorali e prima dorsale a forma di falce e dal fatto che la prima è posizionata al di sopra della parte terminale delle seconde.

Essendo uno degli squali più grossi del suo genere, raggiunge comunemente lunghezze di 3.2 metri e masse di 160–180 kg. Il record appartiene ad esemplari di 4.2 metri e 347 kg[17][18]. Le femmine crescono più dei maschi[19]. Il corpo è snello ed allungato ed il muso è fortemente arrotondato e non supera in lunghezza la larghezza della bocca. Le narici sono ricoperte da lembi di pelle facilmente riconoscibili. Gli occhi, circolari e di media grandezza, sono dotati di membrana nittitante. Ai lati della bocca sono presenti dei solchi non molto lunghi e all’interno troviamo 13-15 (in genere 14) file di denti su ciascun lato. I denti superiori sono larghi, triangolari, leggermente obliqui e grossolanamente dentellati, mentre quelli inferiori sono più sottili e diritti, con dentellature più sottili. Le cinque paia di fessure branchiali sono piuttosto lunghe[18].

Le grandi pinne pettorali misurano all’incirca un quinto del corpo ed hanno una caratteristica forma a falce. La prima pinna dorsale è di grandezza moderata ed anch’essa a falce, con un apice appuntito ed il mergine posteriore fortemente concavo. La sua origine giace al di sopra della punta delle pinne pettorali. La seconda dorsale è molto più piccola ed è posizionata al di sopra della pinna anale. Una cresta interdorsale è presente, anche se le sue dimensioni sono ridotte. La pinna caudale è grande ed alta con un lobo inferiore molto sviluppato ed una tacca ventrale presso la punta del lobo superiore[20] . I dentelli dermici sono a forma di diamante e molto vicini tra loro. Ciascuno di essi è dotato di cinque creste orizzontali che diventano dei dentelli veri e propri presso il margine posteriore[18]. La specie è bronzea o bluastra sul dorso e bianca sul ventre. Su ciascun fianco vi è una fascia più chiara che corre dalle pinne pelviche al capo.. Le pinne, in particolare il lobo ventrale della caudale e la faccia inferiore delle ventrali si iscuriscono verso la punta. Ciò si nota più facilmente nei giovani[21].

Comportamento

Dall’alto della sua posizione di superpredatore, posizionato quasi all’apice della rete trofica, questo squalo è in linea di massima meno comune di altri che abitano il suo areale[4]. Grandi numeri di esemplari possono comunque concentrarsi in determinate aree[3]. Quando lontani dalle coste, come nella Corrente di Agulhas, spesso inseguono le navi che transitano presso di loro[16]. Gli adulti non hanno predatori significativi[18], mentre i giovani vengono prevalentemente catturati da squali toro, squali tigre, squali dello Zambesi e grandi squali bianchi. Al largo di KwaZulu-Natal, l’utilizzo di reti da squalo ha ridotto il numero di questi predatori consentendo una crescita di esemplari giovani di squalo bruno[4]. Un parassita noto è il copepode Pandarus sinuatus, che si attacca alla pelle[18].

Riproduzione

Un cucciolo di squalo bruno catturato al largo di Ocean Isle Beach, in Carolina del Nord. I vivai della specie nell’Atlantico nordoccidentale spaziano dal New Jersey allaCarolina del Sud.

Come le altre della famiglia, la specie è vivipara: l’embrione si sviluppa inizialmente sostenuto da un tuorlo, la cui sacca si trasforma poi in placenta all’esaurimento del contenuto. L’accoppiamento avviene in primavera nell’Atlantico, mentre in altre regioni, come ad esempio il Sudafrica, esso non è legato alle stagioni[3][4]. Le femmine possono conservare nel loro glande nidamentale (organo che tra l’altro secerne i contenitori per le uova) grandi quantità di liquido seminale, proveniente anche da più maschi, per mesi o anni. Questo adattamento è legato alla natura nomadica della specie ed alla relativa scarsità, che rende poco frequente l’incontro della coppia per la riproduzione[22].

Le femmine partoriscono ogni tre anni dopo una gestazione che può durare da 22 a 24 mesi ed una pausa di un anno tra una gravidanza e l’altra. In genere ad ogni parto nascono da 3 a 14 squaletti. la media della cucciolata è più grande nell’Atlantico sudorientale (da 6 a 14) che in quello occidentale (da 6 a 10)[18][23]. A differenza di quanto avviene per gli altri Carcharhini la dimensione della cucciolata e quella della madre non sono correlate. Il parto avviene in aree adibite a vivaio corrispondenti ad acque poco profonde, separate dagli habitat di giovani ed adulti. Alcuni di questi vivai sono al largo della Baja California, di KwaZulu-Natal, del New Jersey, della Carolina del Nord e dell’Australia sudoccidentale[3][23]. I nuovi nati misurano da 0.7 ad 1 metro in lunghezza[18].

Abbiamo a che fare con una delle specie di squalo caratterizzate dal tasso di crescita e di maturazione più bassi[23]. Nei primi 5 anni di vita la crescita media è di 8–11 cm all’anno[24]. La mortalità nei giovani è piuttosto bassa, e stimata in un 27% al largo del Sudafrica[25]. Attraverso il loro areale, i maschi maturano all’età di 17-22 anni corrispondenti ad una lunghezza di 2.3-2.4 metri, le femmine a 20-23 anni corrispondenti ad una lunghezza di 2.2-2.5 metri[19][26]. La durata della vita stimata tra i 40 ed i 50 anni[23].

Dieta

Il Pomatomus saltatrix è una delle prede principali dello squalo bruno nell’Atlantico nordoccidentale.

La dieta di questi squali è generalista ed include molte specie di pesci, invertebrati, e mammiferi marini appartenenti a tutti i livelli della clolnna d’acqua[27]. Prede comuni sono i pesci pelagici come lo sgombro i Belonidae ed il tonno, pesci bentici come anguille e pleuronectiformi (sogliole ed altri), pesci del reef come barracuda e cernie, pesci cartilaginei come razze (in particolare Rajidae e Dasyatidae), piccoli squali (in particolare Squatina, Squalidae, Triakidae, e piccoli Carcharhinidae), nonché cefalopodi come piovre e calamari. Occasionalmente si nutrono anche di granchi, argoste, cirripedi stelle marine, Bryozoa ed in alcuni casi anche di carogne di mammiferi marini (in particolare carne di balena e talvolta anche dei delfini tursiopi) o di rifiuti dell’uomo[4][23].

Se analizziamo la situazione nelle diverse zone dell’areale della specie scopriamo che nell’Atlantico nordoccidentale gli squali bruni si nutrono di più di dieci famiglie di pesci ossei (tra i quali il Pomatomus saltatrix ed il Paralichthys dentatus sono particolarmente importanti) nonché di pesci cartilaginei (soprattutto razze ed i loro borsellini delle sirene), crostacei, molluschi e tartarughe marine[27]. Al largo del Sudafrica invece, il 75% della dieta è a base di pesci ossei, e si sa che questi squali attaccano anche i Tursiops truncatus[16][28].

I neonati ed i giovani si nutrano soprattutto di piccoli pesci da preda come sardine ed aringhe, ma anche di calamari[23]. Con la crescita cresce l’importanza nella dieta di pesci ossei più grandi, razze e piccoli squali[29]. Per una caccia più efficiente, i giovani tendono a riunirsi in gruppo[3]. Il morso di uno squalo bruno possiede una forza di 590 Newton sulla punta del dente singolo, e questa quantità corrisponde alla più grande mai registrata in uno squalo, anche se ciò dimostra come la forza venga concentrata in una superficie ristretta come quella della punta del dente[30].

Interazioni con l’uomo

Il valore dello squalo bruno per la pesca è piuttosto elevato.

Per via delle sue dimensioni relativamente grandi, e visto che tende a nuotare in acque poco profonde, questo animale può essere potenzialmente pericoloso per l’uomo, anche se si sa assai poco riguardo al suo comportamento nei confronti degli esseri umani in ambiente subacqueo[4] Al 2008 l’International Shark Attack File ha registrato sei attacchi da parte di questa specie, dei quali 3 non provocati ed uno letale[31]. Sembra comunque che alcuni episodi avvenuti al largo delle Bermuda e di altri arcipelaghi siano stati erroneamente attribuiti allo squalo bruno, mentre dovrebbero essere responsabilità di squali delle Galapagos[4].

La specie è una delle più ricercate all’interno del commercio asiatico di pinne di squalo, visto che le sue pinne sono grandi e contengono un gran numero di bastoncelli ossei (ceratotrichia)[23]. In più anche la carne viene venduta fresca surgelata o essiccata e salata o affumicata, la pelle viene trasformata in cuoio e l’olio del fegato viene processato per ottenerne vitamine[17]. Gli squali bruni vengono regolarmente catturati da pescatori specializzati al largo del Nordamerica orientale, del Sudafrica orientale e dell’Australia sudoccidentale facendo ricorso a pescherecci multispecie e reti a strascico. La pesca in Australia iniziò negli anni quaranta e si espansa sino agli anni settanta per raggiungere quantità di pescato comprese tra le 500 e le 600 tonnellate all’anno. La pesca ricorre a reti che catturano principalmente gli esemplari al di sotto dei 3 anni d’età. Tra il 18 ed il 28% degli squali catturati è al primo anno d’età. Alcuni modelli demografici affermano che la pesca sia sostenibile, se si ipotizza che il tasso di mortalità per gli esemplari al di sopra dei 2 metri di lunghezza rimanga al di sotto del 4%[23].

Oltre ad essere preda di pescatori specializzati, spesso lo squalo bruno viene involontariamente catturato nelle reti di pescherecci rivolti a tonni e pesci spada e viene conservato per il valore delle sue pinne. Viene inoltre ricercato da pescatori sportivi. In modo particolare un gran numero di questi squali, per lo più giovani, viene catturato da pescatori sportivi sudafricani ed australiani. Un tempo era una delle prede più ambite dei tornei che si tengono in Florida, ma poi la popolazione è collassata. Un’ulteriore fonte di mortalità è rappresentata dalla reti da squalo che vengono posizionate in Sudafrica ed Australia per proteggere le spiagge ed i bagnanti. Tra il 1978 ed il 1999 una media di 256 squali bruni sono morti in questo modo al largo di KwaZulu-Natal[23].

Conservazione

L’International Union for Conservation of Nature (IUCN) ha assegnato alla specie l’etichetta di prossima alla minaccia nel mondo e vulnerabile nel Golfo del Messico e nel resto dell’America nordorientale. L’American Fisheries Society è pervenuta a conclusioni analoghe per quanto riguarda l’Atlantico nordoccidentale[18]. Il tasso riproduttivo molto basso espone la specie ai pericoli derivanti da una pesca sregolata. Negli USA orientali in particolare la popolazione viene pesantemente ridotta in seguito alla pesca. nel 2006 infatti il National Marine Fisheries Service (NMFS) degli USA ha dimostrato che la popolazione si è ridotta di una quantità compresa tra il 15 ed il 20% a partire dagli anni 70. Nel 1997 la stessa organizzazione ha designato la specie “Species of Concern” (cioè preoccupante). Ciò significa che la specie desta preoccupazione, ma non vi sono elementi a sufficienza per inserirla nell’Endangered Species Act (ESA) (atto per le specie in pericolo) degli USA. Nel 1998 la pesca commerciale e ricreativa di questi squali è stata proibita, ma ciò non ha avuto gli effetti sperati visto che come detto gli squali bruni finiscono spesso vittima di barche destinate ad altri pesci. Sembra poi che nel 2003 circa 2000 di questi animali siano stati catturati per fini sportivi nonostante il bando. La Carolina del Nord ha istituito nel 2005 dei limiti spaziotemporali alle sue acque per limitare il fenomeno[32]. Potrebbe diventare in futuro decisiva l’introduzione di un sistema chimico di reazione a catena polimerasi che permetterà se la carne che si trova sui mercati appartenga a specie proibite o ad altre consentite, ma morfologicamente simili come il Carcharhinus plumbeus[33].

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Squalo capopiatto-Hexanchus griseus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Lo squalo capopiatto (Hexanchus griseus Bonnaterre, 1788), meglio noto come squalo sei branchie, appartiene al genere Hexanchus ed è il più grande squalo della famiglia Hexanchidae, in quanto può raggiungere i 5,4 metri.

 Prossimo alla minaccia (nt)

Evoluzione

Come già detto appartiene agli Hexanchidae. Molti dei membri di questa famiglia sono oggi estinti, mentre gli squali oggi esistenti più vicini geneticamente allo squalo capopiatto sono gli Scyliorhinidae, gli Squalidae, i Dalatiidae ed il Somniosus microcephalus, nonché le altre specie con 6 e 7 fessure branchiali. Si possono comunque trovare molte più specie somiglianti a questa tra i fossili che tra le specie viventi. Alcuni di queste specie estinte risalgono a 200milioni di anni fa, e l’Hexanchus griseus ha caratteristiche peculiari sia primitive che tipiche di squali più moderni.

Aspetto

Disegno di un Hexanchus griseus.

Il colore del corpo varia dal rossastro al marrone fino al nero. Ha una linea laterale luminosa lungo i fianchi[1] e sulle punte delle pinne. Sui fianchi ci sono anche dei punti più scuri. In genere il corpo appare pesante e potente[2] e fusiforme[3], con la testa tozza, arrotondata[3] e dei piccoli occhi. Mentre la pupilla è nera il resto dell’occhio è di un blu marino fluorescente[3]. Questi squali hanno sei paia di fessure branchiali[2] molto allungate[4], mentre sappiamo che la maggior parte degli squali odierni ne ha 5. La bocca è ventrale con sei file di denti disposti a pettine e simili a lame[2]. La pinna anale è più piccola di quella dorsale[3]. Sono dotati di una sola di queste ultime, posta vicino alla pinna caudale. Le pinne pettorali sono allargate e con le punte arrotondate. Negli adulti le dimensioni possono diventare considerevoli, e variano in base al genere. Il maschio è infatti al massimo lungo tra i 309 ed i 330 cm, mentre la femmina è in media lunga tra i 350 ed i 420 cm. Si sono registrati comunque dei casi di lunghezza pari a 482 cm[2]. La massa corporea più grande mai misurata è invece di 590 kg[5]. La specie assomiglia a molti dei fossili di squalo del Triassico. Sono infatti più numerosi gli Hexanchus estinti che quelli ancora viventi.

Areale e habitat

La specie vive soprattutto negli oceani[6]. Si trovano in tutto il globo in acque tropicale e temperate[7]. Nell’Atlantico Occidentale abitano le acque dalla Carolina del Nord alla Florida negli Stati Uniti e dal Golfo del Messico Settentrionale al Nord dell’Argentina. Nell’Atlantico Orientale invece si trovano dalla zona di Islanda e Norvegia fino alla Namibia, ed anche nel Mediterraneo. Nell’Oceano Indiano vivono nei pressi di Madagascar e Mozambico fino al Sudafrica. Nel Pacifico Occidentale vivono dal Giappone alla Nuova Zelanda fino alle Hawaii, in quello Orientale dalle Isole Aleutine in Alaska fino alla Baja California in Messico ed in parte anche in Cile. Questo enorme areale è giustificato dal fatto che la specie è fortemente migratrice[8]. Anche se è stata osservata dalla superficie fino a 2500 metri di profondità[9], la specie preferisce le acque tra i 180 ed i 1100[10]. In generale gli esemplari più giovani prediligono quelle poco profonde, gli adulti quelle più fredde[9]. Benché di solito viva in acque profonde, è noto per spostarsi più in superficie durante la notte, spesso per cercare cibo[10]. Può essere osservato a profondità di 30 metri o inferiori durante alcuni periodi dell’anno ed in alcune zone precise come Flora Islet, nei pressi di Hornby Island o durante la bassa marea serale al Whytecliff Park nel Distretto di West Vancouver nella Columbia Britannica, nel Puget Sound, nel Monterey Canyon al largo di Monterey, tra i fiordi in Norvegia.

Alimentazione

Dente di un Hexanchus griseus.

Anche se normalmente è molto lento nei movimenti, è in grado di rapidi scatti per inseguire e catturare la preda. Visto l’immenso areale hanno una grande varietà di prede, che vanno dai molluschi ai crostacei, dagli agnati alle lamprede. Si nutrono anche di acciughe, salmoni del Pacifico e varie specie di merluzzo. Molti altri animali attraverso l’areale fanno parte della dieta di questo squalo. Possono arrivare a mangiare altri squali, razze, chimere, gamberi, granchi, seppie, carogne di pesci ed addirittura foche[2].

Riproduzione

Non si sa molto sulla riproduzione di questa specie, e quel poco che si sa è fonte di dibattito scientifico. Sembra che la specie sia ovovivipara[11], cioè i piccoli sono conservati nel corpo materno finché le uova che li accolgono non si schiudono. I cuccioli si sviluppano senza l’aiuto di una placenta. In questo squalo si sono registrati parti di cucciolate comprese tra i 22 ed i 108 esemplari[2], ed in genere la femmina mette al mondo circa 100[4], di dimensioni comprese tra 65 e 74 cm. Quando vengono alla luce, i cuccioli presentano un ventre di colore più chiaro rispetto a quello degli adulti, in un meccanismo di camuffamento che favorisce il mimetismo dei cuccioli. Le dimensioni della cucciolata permettono di dedurre come il tasso di mortalità nei giovani esemplari sia molto alto. Molti biologi credono che i denti del maschio si siano adattati ai rituali di corteggiamento. Le lunghe cuspidi gli permettono infatti di aggrapparsi alle fessure branchiali della femmina per spingerla all’accoppiamento. Prove di questa teoria sono date dal fatto che sono state osservate femmine con graffi stagionali sulla zona delle fessure branchiali, apparentemente derivanti dall’accoppiamento. La femmina raggiunge la maturità sessuale tra i 18 ed i 35 anni di età, il maschio molto prima, tra gli 11 ed i 14. Sembra, anche se non è certo, che la coppia si incontri per la riproduzione secondo logiche stagionali nel periodo compreso tra maggio e novembre. Sembra che la gestazione possa durare più di due anni.

Conservazione

La specie è considerata molto vulnerabile[12]

Interazioni con l’uomo

La sua carne viene venduta fresca salata o surgelata[2]. Viene anche pescato per ricavarne squalene ed esche[2]. La ricercatrice e sub Jenny Oliver ha subito un’aggressione da parte di questa specie senza gravi danni, che l’hanno portata ad eseguire ricerche più approfondite sull’animale.

Continua……….

 

Squalo elefante/Cetorhinus maximus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Lo squalo elefante (Cetorhinus maximus Gunnerus, 1765), detto anche cetorino o squalo pellegrino, è un pesce cartilagineo, unico membro attuale del genere Cetorhinus e sola specie esistente della famiglia dei Cetorinidi. Con una lunghezza media di 10 metri ed una massima che può raggiungere i 12, questo squalo è considerato il secondo pesce più grande attualmente vivente sulla Terra dopo lo squalo balena.

Facilmente riconoscibile grazie all’alta pinna dorsale e alla bocca che viene distesa al massimo quando si nutre, lo squalo elefante è presente negli oceani e nei mari temperati. Imponente, lento e privo di aggressività – il suo nome in inglese, Basking shark, si può tradurre in «squalo che si crogiola al sole» -, questo squalo è assolutamente innocuo per l’uomo. Questo gigante dei mari si nutre principalmente di plancton, alghe o animali microscopici che assorbe attraverso la grande bocca.

Come molti squali, anch’esso figura tra le specie minacciate e la sua diversità genetica non sembra essere molto elevata. Sebbene non si disponga di dati precisi sulla sua popolazione totale, la specie è considerata vulnerabile.

Vulnerabile[1]

Etimologia

Nomi scientifici

Squalo elefante visto di profilo.

Nel 1765, Johan Ernst Gunnerus fu il primo a descrivere l’animale con il nome scientifico Squalus maximus, a partire da un esemplare rinvenuto in Norvegia. Successivamente, l’animale assunse numerosi altri nomi, tra cui Squalus pelegrinus, Squalus elepha o ancora Selache maximus. Ciò è dovuto al fatto che i naturalisti lavoravano quasi esclusivamente su campioni naturalizzati ed «è molto difficile conservare questi animali nei musei; si deformano durante i processi di essiccazione, perdendo una parte delle loro caratteristiche; ciò spiega perché le raffigurazioni che ci hanno lasciato i diversi autori differiscano così tanto tra loro»[2]. Nel 1816, Henri-Marie Ducrotay de Blainville propose la denominazione «Cetorhinus» per stabilire il genere dell’animale. Questo termine è un nome composto derivante dal greco antico κῆτος (ketos), che significa «mostro marino» ma designa in senso più ampio i grandi cetacei, e da ῥινός (rhinos), cioè «naso». Nonostante alcune variazioni nel corso degli anni, questo appellativo ha infine prevalso sugli altri.

Nomi comuni

Lo squalo elefante deve questo appellativo non solo alle sue dimensioni, ma anche al fatto di possedere, nei primi anni di vita, un «naso» particolarmente allungato e prominente. L’altro nome con cui viene indicata questa specie, squalo pellegrino, non deriva dalla sua abitudine di spostarsi su lunghe distanze, ma per ragioni morfologiche e «di abbigliamento». Secondo Alfred Brehm[3], «è chiamato pellegrino a causa della somiglianza che si voleva trovare tra i colletti del mantello dei pellegrini [la pellegrina] e le pieghe fluttuanti formate dal bordo libero delle membrane interbranchiali di questo squalo».

Descrizione

Morfologia generale

Presente, tra l’altro, nelle acque temperate d’Europa, questo animale si distingue facilmente dagli altri squali per le sue grandi dimensioni. Infatti, la dimensione massima segnalata è di 12,2 m[4]. A riposo, si caratterizza per le sue fessure branchiali allungate, che occupano quasi l’intera altezza della testa, il muso appuntito e l’ampia bocca. Quando si nutre, nuota tenendo la bocca spalancata con le fessure branchiali distese lateralmente che filtrano il plancton, mentre lascia emergere dalla superficie la pinna dorsale e la parte superiore della pinna caudale a forma di mezzaluna[4].

Le mascelle dello squalo elefante sono molto semplici e consentono di aprire notevolmente la bocca.

Il corpo dello squalo elefante è fusiforme, e nella parte posteriore termina progressivamente a punta a partire dal margine anteriore della prima pinna dorsale – punto in cui raggiunge il suo diametro maggiore – al peduncolo caudale. La testa, corta rispetto al tronco, è leggermente compressa lateralmente a livello della bocca. Il muso è molto corto, appuntito e conico, prolungato in una sorta di proboscide, tronco nella parte anteriore e terminante con una punta che presenta numerose ampolle di Lorenzini sulla superficie dorsale. Gli occhi, situati leggermente indietro al punto da cui ha origine la bocca, sono piccoli, privi di membrana nittitante o pieghe suboculari[4]. Le fessure branchiali dello squalo elefante sono molto grandi, e si estendono dal lato superiore della testa fino al livello della gola. La prima di queste è la più lunga, la quinta la più corta. Delle branchiospine ricoprono la superficie interna degli archi branchiali. Grazie al loro numero e alla forma simile a fanoni, essi costituiscono un efficace setaccio che filtra il plancton dall’acqua ingerita. La bocca è grande e occupa quasi l’intera lunghezza della testa. Arrotondata negli adulti, essa è quasi trasversale nei giovani. L’articolazione della mascella è molto flessibile in corrispondenza delle sinfisi, e questo consente alla bocca di estendersi molto verso i lati. I denti sono piccoli: misurano 3 millimetri di lunghezza in uno squalo di 4 metri e appena 6 millimetri in un esemplare di 10 metri e hanno una forma a uncino[5]. Essi sono ripartiti su 4-7 file funzionali, e, su ogni fila, si trovano quasi un centinaio di denti per ciascun lato della bocca. I denti centrali sono bassi e triangolari; quelli laterali sono conici, leggermente ricurvi e compressi lateralmente, con una parte basale striata e, su ciascun lato, una cresta laterale. Sulla mascella superiore, i denti mediani sono isolati, sparsi su un ampio spazio nel mezzo della mascella; questo diradamento dei denti non si nota sulla mascella inferiore.

Le pinne

La prima pinna dorsale ha origine in un punto situato leggermente più avanti della metà della lunghezza totale (pinna caudale esclusa). Essa ha la forma di un triangolo equilatero. Il margine anteriore è diritto o leggermente convesso; quello posteriore è leggermente concavo, o, in alcuni casi, leggermente convesso. La sommità è arrotondata, non appuntita. Il margine posteriore è libero per circa un quarto della sua lunghezza alla base. Il centro di questa pinna è approssimativamente equidistante tra la punta del muso e il centro depresso della biforcazione caudale. La seconda dorsale è notevolmente più piccola; la sua altezza è pari solo a un quarto di quella della prima[4]. Essa è grosso modo situata all’origine della terza parte posteriore della lunghezza totale. I suoi tre lati sono sostanzialmente uguali; la sommità è piuttosto arrotondata, il bordo posteriore concavo. La lunghezza del bordo libero è uguale alla lunghezza della base della pinna stessa[4].

La caudale misura dal 20 al 25% della lunghezza totale. A forma di mezzaluna, presenta un lobo superiore nettamente più sviluppato di quello inferiore e rivolto verso l’alto come quello di tutti i Lamnidi. Il bordo posteriore, inclinato di 60° rispetto all’orizzontale, è quasi diritto, con incisure subterminali ben marcate. La lunghezza del lobo inferiore della caudale è pari al 60-65% di quella del lobo superiore. L’inclinazione del suo margine posteriore è di circa 70° rispetto all’orizzontale[5].

La pinna anale è piccola, posizionata ventralmente dietro la seconda dorsale e delle stesse dimensioni di questa. La sua origine si trova sulla perpendicolare risultante del margine posteriore della seconda dorsale. Le due pinne pelviche, la cui origine si trova a 2/3 della distanza dalla punta del muso all’origine della caudale, hanno anch’esse la forma di triangoli equilateri. La loro altezza è pari a circa 2/3 di quella della prima dorsale[5]. Le pettorali sono robuste. Hanno origine immediatamente dietro la quinta fessura branchiale e la lunghezza del loro margine anteriore, leggermente convesso, è pari a un settimo della lunghezza totale, vale a dire un quinto della lunghezza dalla punta del naso all’origine della pinna caudale[4]. Il margine posteriore è concavo e arrotondato alla base in prossimità del suo margine interno. La punta di queste pinne è arrotondata.

Il colore

La livrea dello squalo elefante passa dal blu ardesia, nella parte superiore, al bianco, nella parte inferiore.

La parte superiore dell’animale varia dal nerastro al grigio-bruno o al blu-grigio. La colorazione si attenua sui fianchi e sul ventre, passando progressivamente al bianco. La parte inferiore è spesso segnata da macchie chiare situate dietro la testa e a livello dell’addome. I fianchi possono essere percorsi da bande chiare e da macchie[4][5]. Sono stati segnalati casi di albinismo[4]. La pelle è spessa, ricoperta da denticoli cutanei cornei di piccole dimensioni, disposti in bande o piastre con degli spazi nudi negli intervalli. Questi denticoli eretti presentano la sommità ricurva, una cresta mediana sulla superficie anteriore e una base allargata e increspata[4].

Biologia

Alimentazione

L’acqua ingerita esce dalle fessure branchiali e i piccoli animali del plancton vengono trattenuti.

Lo squalo elefante è quasi esclusivamente planctofago (assieme a sole altre due specie di squalo, lo squalo balena e lo squalo dalla bocca grande), come ha dimostrato l’esame del contenuto stomacale degli animali attivi in prossimità della superficie, dove si concentra lo zooplancton catturato dalle sue branchiospine specializzate. In primavera ed estate si trattiene nei punti dove si radunano i banchi di plancton, in acque dalla temperatura di 11-14 °C[6], e nuota con la bocca spalancata attraverso questi banchi, ingoiando l’acqua con ciò che contiene. L’acqua ingerita esce dalle fessure branchiali e i piccoli animali che costituiscono il plancton (specialmente Calanus helgolandicus) vengono trattenuti nel filtro costituito dalle branchiospine, lunghe e sottili, disposte su ciascun arco branchiale. Essi vengono quindi ingeriti, mentre l’acqua filtrata ed espulsa esce dalle fessure branchiali rigenerando l’ossigeno del sangue. Tuttavia, questa specie non si nutre esclusivamente di plancton, ma cattura anche piccoli pesci gregari: capelani, sgombri, sardine, aringhe, ecc. Alcuni autori hanno potuto «stimare a circa 400 chili la quantità di aringhe trovate nello stomaco di un adulto»[5]. Nello stomaco di uno squalo elefante catturato in Giappone sono stati rinvenuti anche dei gamberi pelagici di acque profonde, il che lascia ipotizzare che la specie faccia affidamento anche su fonti alimentari mesopelagiche.

Ciclo vitale e riproduzione

Le caratteristiche del ciclo vitale e della riproduzione dello squalo elefante sono poco conosciute, ma sono probabilmente simili a quelle degli altri lamniformi. Lo squalo elefante è ovoviviparo: la femmina mette al mondo dei piccoli vivi, che misurano da 1,5 a 2 m[4]. Il periodo di gestazione sarebbe di 2,6-3,5 anni, il più lungo tra tutte le specie animali, eccezion fatta per lo squalo dal collare, e il periodo tra un parto e l’altro di 2-4 anni[7]. Gli embrioni devono essere espulsi in inverno, in quanto se ne trova raramente traccia in aprilemaggio[4]. I comportamenti di parata nuziale e le cicatrici suggeriscono che gli animali si accoppino in primavera: in questo periodo dell’anno, possiamo osservare due o tre squali elefante che nuotano insieme, uno dietro l’altro, quasi sempre con una femmina davanti e i maschi dietro. È stato possibile notare che il muso dei maschi che seguono e i loro pterigopodi presentano delle ferite da sfregamento, mentre la femmina non presenta mai sangue sul muso, bensì un’abrasione della regione cloacale[5]. La produttività annuale stimata è la più bassa conosciuta tra tutti gli squali, e la durata di una generazione è di 22-33 anni.

È molto raro avvistare giovani esemplari di squalo elefante. È probabile che rimangano in acque profonde fino a quando non raggiungano una lunghezza di 2-3 metri. I giovani sono riconoscibili dalla loro testa, notevolmente diversa da quella degli adulti: è infatti allungata, e presenta un muso carnoso, spesso e appuntito la cui estremità è talvolta incurvata a uncino. I maschi raggiungono la maturità sessuale verso i 12-16 anni; la loro pubertà si manifesta esternamente con la progressiva scomparsa della proboscide e lo sviluppo degli pterigopodi, già presenti in individui di 3,5–4 m, che possono raggiungere una lunghezza compresa tra 60 centimetri e un metro[8] negli esemplari adulti. Nelle femmine, la maturità viene raggiunta verso i 16-20 anni[8], quando anche loro perdono la proboscide. Le femmine adulte sono più grandi dei maschi allo stesso stadio di sviluppo, come nel caso di molte altre specie di squali. La durata di vita dello squalo elefante è probabilmente di circa 50 anni e la dimensione massima registrata è di 12,2 m di lunghezza[4].

Commensalismo e parassitismo

La lampreda marina si attacca spesso alla pelle degli squali elefante del Nord Atlantico.

Oltre ai consueti copepodi ectoparassiti degli squali, gli squali elefante del Nord Atlantico presentano spesso lamprede marine (Petromyzon marinus) attaccate alla loro pelle. Sebbene le lamprede non siano in grado di perforare la pelle ricoperta di denticoli dello squalo, esse sono abbastanza «irritanti» da portare l’animale a sfregarsi contro una superficie o addirittura ad effettuare dei salti (breaching) per cercare di rimuoverle. Infatti, recenti osservazioni e fotografie indicano che gli squali elefante possono saltare totalmente o parzialmente fuori dall’acqua per staccare parassiti o commensali come le lamprede o le remore[9][10]. Questi comportamenti sono stati osservati sia in esemplari solitari che in individui che vivono in gruppo, il che sembrerebbe evocare una qualche forma di comunicazione intraspecifica[4], dal momento che l’energia spesa sembra essere sproporzionata per il risultato che lo squalo vuole ottenere[11].

Predatori

Gli esemplari adulti non hanno predatori conosciuti, ma i giovani sono senza dubbio vulnerabili agli attacchi dei grandi predatori marini come l’orca (Orcinus orca) o lo squalo bianco (Carcharodon carcharias)[4]. In un caso eccezionale, uno squalo elefante di 2,5 m è stato rinvenuto nello stomaco di un capodoglio delle Azzorre[12].

Comportamento

Nonostante le sue enormi dimensioni, lo squalo elefante è una creatura indolente, del tutto inoffensiva, che si muove lentamente ad una velocità di 3-4 nodi, anche se può raggiungere i 9-10 nodi[5]. Deve il suo nome inglese di Basking shark («squalo che si crogiola al sole») alla sua abitudine di riposare in superficie durante le ore più calde della giornata, proprio come se si crogiolasse al sole, con la pinna dorsale che si agita delicatamente e una parte del dorso visibile sopra la superficie, o addirittura stando sdraiato su un fianco o sulla schiena, pancia in su. Johan Ernst Gunnerus, a cui si deve la prima descrizione della specie, notò fin dall’inizio il suo carattere disinvolto:

«Il Pellegrino non ha nulla della ferocia degli altri grandi squali; è un animale che non attacca mai, particolarmente lento e pigro. Una barca può inseguirlo a lungo senza che esso tenti mai di scappare. È possibile avvicinarlo tanto da arpionarlo quando si lascia galleggiare sulla superficie dell’acqua, riscaldandosi ai raggi del sole del nord. Solo quando si sente ferito alza la coda e si immerge bruscamente[2]

Malgrado la sua apparente noncuranza, alcuni scienziati dell’università inglese di Plymouth[6] hanno dimostrato, grazie a dei tag di geolocalizzazione, che questo squalo non si sposta casualmente quando si alimenta, ma che individuerebbe le zone ricche di zooplancton, selezionerebbe le specie preferite e memorizzerebbe le migrazioni del plancton durante le stagioni, in modo da poterlo localizzare in ogni periodo dell’anno.

Sebbene sia generalmente una creatura solitaria, in determinati momenti e per diversi mesi presenta un comportamento gregario. È abbastanza comune incontrare dei gruppi di squali elefante di venti, trenta, talvolta di sessanta-cento individui di diverse dimensioni che si muovono insieme, specialmente al momento della riproduzione[13].

Distribuzione e habitat

Habitat

Lo squalo elefante preferisce le aree in cui si concentra lo zooplancton. Si tratta di zone in cui diverse masse d’acqua si incontrano o di promontori e zone soggette a forti maree attorno alle isole e nelle baie. Uno studio del 2008 ha dimostrato che questa specie può vivere anche in habitat ad una profondità di oltre 1000 m[14].

Areale

Distribuzione geografica dello squalo elefante.

In tutto il mondo, gli squali elefante occupano le acque temperate delle piattaforme costiere, ma sono presenti localmente al largo delle coste di 50 diversi paesi[4]. Nell’Atlantico settentrionale, vengono osservati da sud-est a sud-ovest, passando per il nord, dal Senegal e da diversi paesi d’Europa (compreso il mar Mediterraneo), passando per la Norvegia, la Svezia e la Russia, fino all’Islanda, al Canada (Terranova, Nuova Scozia, Nuovo Brunswick), alla costa orientale degli Stati Uniti e al golfo del Messico. Nel Pacifico settentrionale, sono presenti, sempre da sud-ovest a sud-est passando per il nord, da Giappone, Cina e isole Aleutine, fino all’Alaska, alla Columbia Britannica e alla costa occidentale degli Stati Uniti e del Messico (Baja California e parte settentrionale del golfo di California). Lo squalo elefante non è mai stato osservato in acque equatoriali[15][16][17].

Lo studio delle migrazioni

Filo al 2009, gli ittiologi avevano osservato questa specie solo in estate e sempre nell’Atlantico settentrionale. Non sapevano quasi nulla del suo comportamento invernale[18][19]. Per prima cosa hanno scoperto (grazie al radiotracking) che non andava in ibernazione durante l’inverno, come sostenuto in precedenza dagli studiosi[20]. Solo recentemente si è scoperto, grazie all’utilizzo di tag satellitari (di tipo PSAT) attaccati per mezzo di un dardo sulla pelle di 25 squali elefante, che gli individui di questa specie migrano verso acque più calde, cambiando addirittura emisfero: squali marcati nell’Atlantico settentrionale, al largo della costa orientale degli Stati Uniti, sono stati infatti rinvenuti mentre svernavano al largo della Guyana francese o del Brasile. I chip installati registravano la profondità, la temperatura e il livello di luminosità ogni 10-15 secondi e inviavano le loro informazioni a un satellite quando lo squalo risaliva in superficie. Essi hanno dimostrato che il viaggio veniva in parte effettuato a profondità precedentemente insospettate: da 200 a 1000 m di profondità[14] e che si protrae talvolta per diversi mesi[21]. Questo viaggio verso altre latitudini potrebbe consentire un miglior andamento della gestazione delle femmine, un parto più facile e un aumento delle possibilità di sopravvivenza dei nuovi nati.

Solo ora si sta iniziando a conoscere l’areale estivo di questa specie, ma anche se da poco sappiamo che essa migra verso sud in inverno, non conosciamo ancora la sua area invernale di distribuzione. In estate viene rinvenuta nelle acque della piattaforma e della scarpata continentale delle zone temperate e fredde di entrambi gli emisferi.

Storia evolutiva

Cladogramma parziale dei Lamniformi
 Squali volpe (Alopias)
 Squalo elefante (Cetorhinus maximus)
 Smeriglio (Lamna)
 Squalo mako (Isurus)
 Squalo bianco (Carcharodon carcharias)

Lo squalo elefante è l’unica specie vivente della famiglia dei Cetorinidi, strettamente imparentata con quella dei Lamnidi. Queste costituiscono due delle sette famiglie che formano l’ordine dei Lamniformi[4]. A sua volta questo è uno degli otto ordini che compongono il superordine dei Selachimorpha (sottoclasse degli Elasmobranchii).

Una specie fossile imparentata con lo squalo elefante è nota unicamente a partire dai denti: si tratta di Cetorhinus parvus, risalente all’OligoMiocene.

Rapporti con l’uomo

Lo squalo elefante è del tutto inoffensivo per l’uomo.

A causa della loro dieta planctivora, gli squali elefante sono innocui per gli esseri umani. Il loro comportamento non è mai aggressivo e non attaccano i subacquei o le imbarcazioni. Tuttavia, a causa delle loro dimensioni, hanno una forza tremenda e possono ferire un sub con un semplice movimento di fuga o di difesa. Inoltre, la loro pelle ricoperta di dentelli è abrasiva come la carta vetrata[4].

L’era della caccia allo squalo elefante

Questi squali sono stati a lungo pescati regolarmente nelle aree in cui si trovano vicino alla costa (Norvegia, Scozia, Irlanda, Canada, Massachusetts e California negli Stati Uniti)[5]. Da un lato, il loro fegato (che rappresenta il 15-20% del peso dell’animale) è ricco di olio, dall’altro, la loro carne è commestibile e dalla pelle, una volta conciata, si ricava un cuoio spesso e resistente. Tuttavia, a causa della loro rarefazione, della concorrenza sul mercato con altri oli di pesce a basso costo e della maggiore reperibilità di scorte alimentari anche sulle coste più remote, la pesca agli squali elefante è stata progressivamente abbandonata. In Francia, durante la seconda guerra mondiale e negli anni subito successivi, questo tipo di attività ebbe una certa ripresa a causa della scarsità di grassi animali e di cibo in generale[5]. All’epoca, con la sua carne «venivano fatte delle fritture, anche se bisognava friggere con essa anche delle cipolle per eliminare il suo odore particolare. Queste fritture erano buone e la gente le mangiava volentieri»[5]. Questa «infatuazione» passeggera diminuì con la ripresa delle normali condizioni di approvvigionamenti alimentari alla fine degli anni ’40.

Metodi di pesca

Per poter tornare in porto con uno squalo elefante i pescatori avevano a disposizione tre diversi metodi[5]:

Durante la pesca allo squalo elefante propriamente detta, era l’ideale, per le piccole imbarcazioni, accostarsi il più possibile all’animale con il mare calmo, quando cioè era più facile avvicinarlo. A questo punto, veniva lanciato a mano l’arpione, con più o meno probabilità di riuscita. La posizione del punto di impatto era cruciale. Se ad essere colpita era la spalla, era allora molto difficile uccidere l’animale. I più abili miravano al muso, per impedire allo squalo di immergersi. L’ideale era colpire il corpo, vicino alla pinna dorsale, in modo da danneggiare gli intestini, o vicino alla coda, sì da ledere le vertebre dorsali. In Irlanda, l’animale veniva immobilizzato tagliando il peduncolo caudale, che si rompeva a causa degli sforzi disperati dell’animale per liberarsi[22]. Indebolendosi a causa dell’emorragia, l’animale veniva quindi trascinato vicino alla barca dopo 4-5 ore di agonia. Quando si trovava vicino alla barca, veniva finito con l’aiuto di un grosso coltello. Una volta morto, veniva trascinato a rimorchio e trasportato nel porto, dove veniva tagliato in pezzi da 40-50 chili; il fegato veniva messo da parte. Oltre a questo tipo di pesca, arcaica e poco produttiva, alcune aziende ittiche avevano messo a punto metodi industriali di caccia allo squalo elefante[5]. Così, attorno alla metà del XX secolo, le «Scottish West Coast Fisheries» operavano con una nave fattoria e tre piccole scialuppe a motore di 12 metri, munite di un cannone lancia-arpioni, con quattro uomini d’equipaggio che rimanevano in collegamento telefonico con la nave fattoria. Ad ogni arpione veniva fissata una sagola munita di due galleggianti costituiti da barili vuoti. Di conseguenza più squali potevano così essere arpionati successivamente. Alla fine della pesca, le sagole venivano recuperate e le carcasse, gonfiate con aria compressa, venivano rimorchiate fino al porto.

La carne

Durante l’occupazione tedesca, la carne dello squalo elefante, che come quella di molti altri squali veniva indicata con il nome generico di «vitello di mare», era poco apprezzata come cibo. Essa veniva tuttavia tagliata appena l’animale giungeva in porto e immessa sul mercato. Prendeva bene il sale e veniva anche venduta e consumata salata e leggermente affumicata. Allo stesso tempo, «in diverse occasioni, fabbriche di cibo in scatola provavano a prepararla in scatole sigillate ermeticamente con una copertura di salsa di pomodoro. I risultati non furono dei migliori, in quanto il prodotto non era gradevole e la sua consistenza, simile a quella del caucciù, lo rendeva immangiabile»[5].

La pelle

Varie tecniche di conciatura effettuate durante le ostilità non ebbero successo. Risultati decisamente migliori furono ottenuti dopo la guerra: la pelle dello squalo elefante, tagliata in ampi quarti, salata e tenuta un po’ di tempo nel sale prima di essere inviata in concerie specializzate, veniva lavorata per la preparazione di un galuchat molto resistente, in quanto manteneva una buona flessibilità.

Il fegato e l’olio

Uno squalo elefante di 5 tonnellate (peso medio della specie) ha un fegato di circa una tonnellata. Da questo fegato veniva in genere estratto il 60% di olio; estrazioni particolarmente buone potevano ricavarne fino al 70%. La quantità di olio che poteva essere estratta dal fegato di uno di questi animali era quindi di 400-900 litri, con una media di circa 600 litri. Il contenuto insaponificabile di questo olio contiene una percentuale molto elevata di squalene e una quantità minore di pristano, oltre a piccole quantità di colesterolo e acido palmitico, stearico e oleico. Indipendentemente dal suo utilizzo per la tempra degli acciai, l’olio di fegato di squalo elefante possiede qualità riconosciute che ne hanno giustificato l’utilizzo in:

  • conceria – l’olio si sulfona molto bene e quindi, una volta trasformato, viene impiegato per il trattamento di cuoi a buon mercato;
  • saponeria – l’olio è poco adatto alla fabbricazione del sapone: il suo indice di saponificazione è troppo basso; da esso si ricavano solo saponi morbidi, che hanno un odore sgradevole;
  • pittura – l’indice di iodio dell’olio di fegato di squalo elefante è troppo basso. Quest’olio, impiegato nella fabbricazione di vernici, dà un prodotto che si asciuga molto lentamente e che, una volta asciutto, non indurisce;
  • camosceria – gli oli di pesce adatti alla camosceria devono avere un indice di acidità pari a 20, ma è possibile aumentare l’indice di acidità in questione mediante battitura o soffiatura a caldo;
  • alimentazione – gli oli di fegato di squalo elefante hanno un colore analogo a quello degli oli di arachide. Purtroppo, come tutti gli oli di pesce, hanno un odore che diventa più intenso se lasciato all’aria. Tuttavia, «durante questi anni di restrizioni alimentari, la popolazione di Belle Île usava l’olio di fegato di squalo elefante per cucinare e, in particolare, per la preparazione di patate fritte. Non furono mai stati segnalati incidenti e nessuno sembra essersi mai sentito male»[5];
  • medicina – a differenza degli oli di fegato di merluzzo, nasello, rana pescatrice, ecc., l’olio di fegato di squalo elefante ha un contenuto di vitamina A molto basso (da 0 a 1000 unità per grammo[5]). Da questo punto di vista, si classifica come uno dei più poveri oli di fegato tra quelli ricavati da rappresentanti della famiglia degli squali. Pertanto non ha un particolare utilizzo medico o terapeutico.

Importanza economica

In passato, questo squalo veniva cacciato in tutto il mondo principalmente per la sua carne e per l’olio ricavato dal suo fegato. Al giorno d’oggi, la pesca è praticamente cessata, tranne che in Cina e in Giappone. Le pinne sono vendute come ingrediante per la zuppa di squalo. Sul mercato asiatico, le pinne fresce possono costare fino a 1000 dollari, mentre quelle essiccate si vendono in genere a 700 dollari al chilo. Il fegato viene venduto in Giappone come afrodisiaco o come alimento funzionale, e l’olio da esso ricavato funge da eccipiente e da sostanza grassa per i cosmetici[23].

In Europa, nelle regioni in cui un tempo era oggetto di pesca, la specie, con lo sviluppo dell’ecoturismo, è oggi considerata un patrimonio naturale da proteggere. Malgrado tutto, a causa della sua rarità e fragilità, non esistono «safari acquatici» come quelli che vengono organizzati per l’osservazione delle balene. Sull’isola di Man, nel mare d’Irlanda, l’osservazione degli squali è limitata allo scopo di nuocere loro il meno possibile[24]. In Cornovaglia, le agenzie turistiche approfittano della regolarità delle apparizioni dell’animale, a partire da giugno, solamente per prolungare le gite «naturalistiche» in barca[25].

Una specie minacciata

Oggi, la più grande minaccia per questo squalo è la pesca intensiva ad opera dei paesi asiatici. Invece, al di fuori dell’Asia, le catture accidentali (nel caso un esemplare rimanga impigliato in una rete da posta, muoia lì o venga successivamente ucciso dai pescatori) e le collisioni con le imbarcazioni sono i fattori che minacciano maggiormente le popolazioni di squalo elefante[26].

A causa della sua crescita lenta, del lungo periodo di gestazione e della tarda maturità sessuale, lo squalo elefante si dimostra incapace di riprendersi dalle perdite subite durante il XX secolo e presenta una bassa diversità genetica[27]. È pertanto considerato dagli scienziati una specie in via di estinzione. Per questo motivo, lo squalo elefante viene elencato come «vulnerabile» sulla Lista Rossa della IUCN (Unione mondiale per la conservazione della natura)[1][28] e figura nell’appendice II della CITES e in diverse convenzioni internazionali come la convenzione OSPAR per la protezione dell’ambiente marino dell’Atlantico nord-orientale o la convenzione di Bonn sulla conservazione delle specie.

In Francia, la specie non è protetta: è proibito solamente pescarla e avvicinarsi ad essa. Due associazioni francesi sono attualmente all’opera per lo studio[29] e la conservazione di questa specie: l’Association pour l’étude et la conservation des sélaciens (APECS)[30], con sede a Brest, che effettua ogni anno il monitoraggio della popolazione a livello nazionale, e il Groupe de Recherche sur les Requins de Méditerranée, con sede ad Ajaccio, attivo nelle acque della Corsica[31].

Credenze popolari

Molte storie di serpenti di mare e di mostri marini potrebbero trovare una spiegazione nell’osservazione di squali elefante che si spostano in fila o dalla forma particolare che assume il loro cadavere in decomposizione.

Il serpente di mare

Nel 1849, l’HMS Plumper avvistò un «serpente di mare» al largo del Portogallo.

Durante la stagione riproduttiva, è possibile osservare alcuni individui, in fila indiana[32], nuotare a una velocità di 4-5 nodi, a distanza di dodici o quindici metri l’uno dall’altro. Come sono soliti fare, questi squali agitano delicatamente la loro pinna dorsale sollevata sulla superficie dell’acqua, mentre il lobo esterno della coda emerge leggermente dall’acqua e viene anch’esso fatto ondeggiare. Se si aggiunge a questo l’immaginazione dei pescatori, specialmente se è la femmina che «guida il treno» nuota con la bocca aperta e il muso proteso al di sopra della superficie, non sorprende che questi animali possano essere stati scambiati per serpenti di mare[5].

Il plesiosauro

Decomponendosi, il cadavere dello squalo elefante assume una forma insolita. Queste carcasse, riportate in superficie dalle reti da pesca o finite casualmente a riva, furono usate in diverse occasioni (il mostro di Stronsay, la carcassa della Zuiyo-maru) dai criptozoologi come prova dell’esistenza di plesiosauri sopravvissuti fino ad oggi. In effetti, sotto l’azione delle onde o in seguito allo sbattimento del moto ondoso sugli scogli, il cadavere perde i suoi elementi più fragili, vale a dire la mascella, gli archi branchiali e la maggior parte dello scheletro della testa, e rimangono intatte solo la colonna vertebrale, la scatola cranica, le pinne pettorali e ventrali con i cinti toracico e pelvico[5]. Questo porta la carcassa ad assumere una strana forma che può essere facilmente confusa con quella del famoso rettile acquatico. Tuttavia, l’analisi istologica tradisce rapidamente la natura dell’organismo.

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Squalo grigio/Carcharhinus plumbeus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Lo squalo grigio (Carcharhinus plumbeus (Nardo, 1827)) è una specie di squalo del genere Carcharhinus e della famiglia Carcharhinidae. Lo si trova in acque di più o meno tutto il globo. Caratteristica peculiare della specie è la prima pinna dorsale molto elevata[1].

Vulnerabile

Aspetto

Disegno di uno squalo grigio.

Si tratta di una delle specie costiere più grandi, molto vicina al Carcharhinus obscurus, al Carcharhinus altimus ed al Carcharhinus leucas. La prima pinna dorsale è di forma triangolare e relativamente grande rispetto al corpo, visto che costituisce il 18% della massa di quest’ultimo. In genere il corpo è massiccio ed il muso arrotondato, nonché più corto di quello degli altri squali. I denti superiori sono dotati di cuspidi irregolari piuttosto appuntite. La seconda dorsale e la pinna anale sono più o meno della stessa altezza. Le femmine possono crescere sino a 2.2-2.5 metri, i maschi sino ad 1.8. il colore può variare da bluastro a grigio brunito sino al bronzo, con il ventre chiaro o bianco.

Comportamento

Nuotano soli o in scuole di numero variabile suddivise per sesso. Sono attivi principalmente di notte, in modo particolare all’alba ed al tramonto.

Habitat

Lo si trova spesso in acque sotto costa con fondali bassi, sabbiosi o fangosi, quali baie, estuari, porti o foci fluviali. Può tuttavia nuotare a profondità di 200 metri o più, come nelle zone intertidali

Areale

Abita le acque temperate e tropicali di tutto il mondo: nell’Atlantico occidentale dal Massachusetts al Brasile. I giovani sono numerosi presso Chesapeake Bay, che è probabilmente uno dei più importanti vivai per la specie nella East Coast degli USA.

Esemplare catturato in acque atlantiche.

Dieta

Si nutrono di pesci, razze e granchi. Possono divenire preda dello squalo tigre e più raramente anche del grande squalo bianco.

Riproduzione

La specie è vivipara. La femmina si riproduce ogni due anni e partorisce da 8 a 10 squaletti dopo una gestazione di circa un anno.

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Squalo nasuto/Carcharhinus altimus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Lo squalo nasuto o squalo di Knopp (Carcharhinus altimus) è una specie di squalo della famiglia dei Carcarinidi diffuso nelle acque di tutto il mondo a latitudini comprese tra i 40° N e i 34° S. È molto comune nelle acque profonde in vicinanza dei margini della piattaforma continentale e si nutre di pesci ossei, elasmobranchi e cefalopodi. Sebbene sia piuttosto grande e quindi potenzialmente pericoloso, la sua preferenza per le acque profonde fa sì che gli esseri umani entrino in contatto con lui solo molto raramente[2][3].

Dati insufficienti[1]

Distribuzione

Lo squalo nasuto vive nelle acque tropicali e subtropicali di gran parte del globo. Nell’Oceano Atlantico si incontra dalla Florida al Venezuela e dal Senegal al Ghana, Mar Mediterraneo compreso. Nell’Oceano Indiano la sua presenza è stata registrata nel Mar Rosso, in Mozambico, Sudafrica, Madagascar e India. Nell’Oceano Pacifico vive nelle acque al largo della Cina e delle Hawaii e dal Golfo di California all’Ecuador[4]. Questa specie vive soprattutto nelle acque al largo, nelle zone bentoniche vicine ai margini della piattaforma continentale, a profondità di 90-430 metri. Esemplari giovani possono anche essere incontrati in acque meno profonde, fino a 25 metri[5].

Descrizione

Lo squalo nasuto è una specie grande con corpo abbastanza slanciato, muso lungo, largo e arrotondato, grandi occhi circolari e alette nasali anteriori ben sviluppate e di forma triangolare. Nell’aspetto ricorda moltissimo lo squalo notturno (Carcharhinus signatus), ma non ha gli occhi verdi e l’estremità libera della seconda pinna dorsale non è molto lunga. Su ogni lato della mascella vi sono 14-16 denti ed uno o due piccoli denti sinfisiali. I denti superiori sono grandi e triangolari, con i margini seghettati, mentre quelli inferiori sono più stretti e con i margini poco seghettati. La cresta interdorsale è alta e prominente. La prima pinna dorsale è alta, con l’estremità non molto appuntita, e si origina sopra o dietro le pinne pettorali. Le pinne pettorali sono lunghe e quasi diritte[4].

La colorazione è grigio chiaro, a volte con riflessi color bronzo, sul dorso e bianca sul ventre; sui fianchi è presente una fascia bianca. L’apice di tutte le pinne, eccetto quelle pelviche, è scuro e gli angoli interni delle pinne pettorali sono nerastri. Alcuni esemplari hanno dei riflessi verdi lungo le branchie. Questa specie può raggiungere i 3 metri di lunghezza e i 168 kg di peso[4].

Biologia

Almeno alcuni esemplari effettuano una migrazione verticale: trascorrono il giorno a profondità di 90-500 metri e di notte si spingono in superficie[6]. La dieta dello squalo nasuto comprende pesci ossei, come pesci lucertola, Scienidi, sogliole e pesci pipistrello, altri elasmobranchi, come pescecani, gattucci e pastinache, e cefalopodi[5].

La riproduzione è vivipara e gli embrioni in sviluppo ricavano nutrimento dal sacco vitellino della placenta. Le nascite avvengono in agosto e settembre nel Mediterraneo e in settembre e ottobre al largo del Madagascar. Ogni nidiata comprende 3-11 piccoli, lunghi 70-90 centimetri. I maschi divengono maturi a 2,2 metri di lunghezza e le femmine a 2,3-2,8 metri[4].

Conservazione

Lo squalo nasuto non è pericoloso per l’uomo, dato che vive in acque profonde[4]. Nella regione dei Caraibi, soprattutto nelle acque attorno a Cuba, viene catturato con palamiti di profondità. Nell’Oceano Indiano occidentale viene catturato con ami posti sul fondo e probabilmente, al largo dell’India, anche con palangari di profondità reti. Da esso si ricavano farina di pesce, olio di fegato e zigrino[5]. Nelle acque degli Stati Uniti la pesca commerciale a questa specie è vietata[4]. L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura classifica lo squalo nasuto tra le specie poco conosciute, ma in Australia, dove non viene pescato, è ritenuto una specie a basso rischio[1].

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Squalo tissitore/Hexanchus nakamurai

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Lo squalo tissitore (Carcharhinus brevipinna Müller & Henle, 1839) è una specie di squalo del genere Carcharhinus e della famiglia Carcharhinidae. Se ne trovano nelle acque tropicali e temperate calde di tutto il globo, fatta eccezione per la parte orientale dell’Oceano Pacifico. Abitano sia acque sotto costa che al largo, sino a profondità di 100 metri, anche se preferiscono fondali poco profondi. Si potrebbe definire una versione più grande dello squalo orlato (Carcharhinus limbatus) per via del corpo snello del muso allungato e delle pinne segnate da macchie nere sulle punte. Lo distinguiamo tuttavia dallo squalo orlato per la prima pinna dorsale, dalla forma diversa e posta più indietro, ed anche per la punta nera della pinna anale (negli adulti). Al massimo questo squalo raggiunge lunghezze di circa 3 metri.

Si tratta di predatori rapidi e gregari, che si nutrono di una varietà di pesci ossei e cefalopodi. Quando si nutrono in gruppo, passano velocemente attraverso il banco ruotando intorno al proprio asse ed escono parzialmente dall’acqua. A questa abitudine si deve il nome inglese di spinner shark. Al pari degli altri Carcharhinidae la specie è vivipara, e le femmine mettono al mondo da 3 a 20 squaletti ogni anno. I nuovi nati sono allevati in zone appositamente scelte dalla specie vicino alla coste e crescono in modo piuttosto veloce. In genere lo squalo tissitore non rappresenta un pericolo per l’uomo, ma se eccitato dalla presenza di cibo può diventarlo. Il loro valore per la pesca commerciale è piuttosto elevato, sia per la carne che per l’olio del fegato e la pelle. Diviene anche preda di pescatori sportivi in quanto è un combattente eccezionale. La International Union for Conservation of Nature (IUCN) ha stabilito che la specie è prossima alla minaccia in tutto il mondo e vulnerabile al largo degli Stati Uniti sudorientali.

Prossimo alla minaccia (nt)

Tassonomia

Inizialmente il nome assegnato alla specie fu Carcharias (Aprion) brevipinna, nome scelto da Johannes Peter Müller e Friedrich Gustav Jakob Henle nella loro opera del 1839 Systematische Beschreibung der Plagiostomen. Il tipo nomenclaturale era un esemplare di 79 cm rinvenuto a Giava[1]. La specie fu poi spostata all’interno dei generi Aprion, Squalus, e Aprionodon prima di essere collocata nell’attuale Carcharhinus[2]. La forma dei denti e la colorazione degli esemplari variano in modo significativo con l’età e la regione geografica, dando luogo a confusione nella classificazione[1] Altri nomi comuni in inglese sono squalo puntanera, grande squalo puntanera, squalo coda ad inchiostro, squalo grigio nasolungo e squalo zannaliscia[3].

Filogenetica

Basandosi su somiglianze morfologiche, sulla forma dei denti e sul comportamento, si è stabilito che il parente più prossimo allo squalo tissitore sia il Carcharhinus amblyrhynchoides[4]. Ad ogni modo questa interpretazione non ha trovato riscontro nel test agli allozimi portato avanti da Gavin Naylor nel 1992, che ha evidenziato come le somiglianze di cui sopra siano frutto di convergenza evolutiva e la specie più vicina a quella in questione sia invece il Carcharhinus brachyurus[5]. Nel 2007 uno studio ribosomale sul DNA da parte di Mine Dosay-Akbulut, ha dimostrato come lo squalo tissitore sia il più divergente dal punto di vista genetico all’interno della famiglia eccezion fatta per lo squalo tigre (Galeocerdo cuvier) e che la specie sia più diversificata dagli altri Carcharhini rispetto ad esempio allo squalo limone (Negaprion brevirostris) t[6].

Areale

Va premesso che esistono delle incertezze sulla distribuzione della specie in quanto spesso essa viene confusa con il Carcharhinus limbatus. Nell’Oceano Atlantico occidentale comunque ne sono stati avvistati dalla Carolina del Nord sino al Golfo del Messico, incluse le Bahamas e Cuba, e poi dal Brasile meridionale all’Argentina. Nell’Atlantico orientale invece occorre dall’Africa settentrionale alla Namibia. Nell’Oceano Indiano lo troviamo dal Sudafrica e dal Madagascar sino al Mar Rosso ed al Golfo di Aden, sino all’India e le isole circostanti, a Giava ed a Sumatra. Nell’Oceano Pacifico infineI è stato scoperto in Giappone, Vietnam, Australia, e probabilmente anche alle Filippine[1][2]. Evidenze parassitologiche hanno mostrato come gli esemplari dell’Oceano Indiano abbiano probabilmente attraversato il Canale di Suez sino al Mar Mediterraneo divenendo per questo migratori lessepsiani[7].

Habitat

Studi dimostrano come questi squali vivano dalla superficie a profondità massime di 100 metri, anche se prediligono profondità massime di 30 e li dentro occupano tutti gli strati marini. Potreste incontrarne uno dalla costa al mare aperto al di sopra di piattaforme continentali ed insulari. Alcuni giovani entrano nelle baie, ma in genere evitano l’acqua salmastra. La sottopopolazione statunitense è migratrice: in primavera ed in estate li troviamo in acque calde vicino alla costa, mentre nelle altre stagioni si spingono più in profondità[1][2].

Aspetto

Disegno di un Carcharhinus brevipinna e di un suo dente.

La lunghezza media è di 2 metri, la massa corporea di 56 kg. Il record per la specie appartiene ad un esemplare di 3 metri circa e 90 kg. In genere gli esemplari indopacifici sono più grandi di quelli nordamericani[2]. la specie ha un corpo allungato e snello con un caratteristico muso lungo ed appuntito. Gli occhi sono piccoli e circolari. Sono presenti dei particolari solchi rivolti in avanti agli angoli della bocca. Troviamo un numero variabile tra 15 e 18 di file di denti su ciascun lato della mascella superiore e tra 14 e 17 su ciascun lato di quella inferiore. Sono inoltre presenti 2 (sopra) ed 1 (sotto) unico dente simfisiale al centro. Le cuspidi dei denti sono lunghe e strette, posizionate al centro del dente. Sono appuntite sui denti superiori, lisce su quelli inferiori. Sono infine presenti 5 paia di lunghe fessure branchiali[1].

La prima pinna dorsale è relativamente piccola ed in genere parte subito dietro al margine delle pinne pettorali. Non vi sono creste tra le due pinne dorsali. Le pettorali sono piuttosto corte, strette e a forma di falce[1]. il corpo è densamente ricoperto da dentelli dermici a forma di diamante con 7 (più raramente 5) creste orizzontali. Il colore è grigio con sfumature bronzee sul dorso e bianco sul ventre, con una striatura bianco pallido sui due lati. I giovani non hanno segni sulle pine, mentre negli sdulti troviamo punte nere sulla seconda dorsale, sulle pettorali, sull’anale e sul lobo inferiore della caudale. Un’altra differenza rispetto allo squalo punta nera del reef è il fatto che in quest’ultimo la prima dorsale è meno triangolare e posizionata più all’indietro. Gli adulti di questa specie inoltre non hanno la punta della pinna anale di colore nero[1][2].

Comportamento

Si tratta di un nuotatore veloce e attivo che a volte forma squadre numerose divise per età e sesso. I giovani prediligono acque più fredde di quelle dove nuotano gli adulti[8]. Al largo del Sudafrica le femmine vengono avvistate vicino a riva per tutto l’anno, i maschi solo durante l’estate[9]. Gli esemplari più piccoli diventano a volte preda di squali più grandi. Parassiti noti della specie sono i copepodi Kroyeria deetsi, Nemesis pilosus e Nemesis atlantica,che infestano le branchie, Alebion carchariae, che infesta la pelle, Nesippus orientalis, che invade la bocca e gli archi branchiali e infine il Perissopus dentatus, che attacca le narici e i margini posteriori delle pinne[2]

Dieta

Lo squalo tissitore si nutre principalmente di piccoli pesci ossei come ad esempio elopidi, sardine, aringhe, alici, pesci gatto di mare, pesci lucertola, cefali, pesci serra, tonni, palamite, scienidi, carangidi, gerreidi e cinoglossidi. Si sa inoltre che mangiano pastinache, seppie, calamari e polpi[1]. Sono stati inoltre avvistati in gruppo mentre inseguivano banchi di prede ad alta velocità[10]. Le prede quando sono sole vengono catturate ed ingoiate intere, perché la dentizione da taglio della specie è piuttosto carente[9]. Questa specie utilizza una tattica inusitata quando si nutre di piccoli pesci riuniti in banchi. Carica verso l’alto con le fauci spalancate ruotando intorno al proprio asse mordendo intorno a sé. Per inerzia succede spesso che l’animale esca all’aria aperta per qualche istante[1][11]. Anche lo squalo punta nera del reef ha lo stesso comportamento, ma non così spesso[2]. Al largo del Madagascar, gli squali tissitori inseguono banchi di sgombri, tonni e Carangidae. Come i C. melanopterus si riuniscono attorno alle navi da gambero per nutrirsi delle prede indesiderate gettate a mare e possono mettere in atto scene di frenesia alimentare[1].

Riproduzione

Come tutti i Carcharhinidae, anche questo squalo è viviparo. Le femmine adulte sono dotate di un solo ovario funzionale, ma di due uteri. Ciascuno di questi è suddiviso in compartimenti, uno per ciascun embrione. All’inizio i cuccioli sono sostentati da una specie di tuorlo, ma quando lo esauriscono e sono lunghi all’incirca 19 cm la sacca vuota si trasforma in placenta permettendo alla madre di continuare a nutrirli fino al termine della gestazione. Questa specie presenta il più evidente scarto tra le dimensioni dell’ovulo e quelle del nuovo nato all’interno di tutti gli squali vivipari conosciuti[12]. Le femmine partoriscono da 3 a 20 (in genere da 7 ad 11) squaletti ogni anno dopo una gestazione che dura da 11 a 15 mesi. L’accoppiamento avviene in primavera o in estate ed il parto in agosto nei pressi del Nordafrica, da aprile a maggio vicino al Sudafrica e da marzo ad aprile nell’Atlantico nordoccidentale[12][13]. Il parto avviene in zone vivaio costiere come baie, spiagge e estuari fluviali ad alta salinità, ma sempre al di sotto dei 5 metri di profondità[13].

La lunghezza degli squaletti al parto è tra i 66 ed i 77 cm nell’Atlantico nordoccidentale[13], tra i 61 ed i 69 al largo della Tunisia[12], e 60 in Sudafrica[9]. La crescita è relativamente veloce: 30 cm all’anno tra i nuovi nati, 25 per chi ha già compiuto un anno, 10 per gli adolescenti a 5 cm all’anno per gli adulti. Nell’Atlantico nordoccidentale il maschio p maturo alla lunghezza di 1.3 metri, la femmina alla lunghezza di 1.5 o 1.6 metri. Queste lunghezze corrispondono ad un’età di 4-5 e 7-8 anni rispettivamente[13]. In Sudafrica invece, alla maturità si stimano lunghezze di 1.8 e 2.1 metri rispettivamente per i maschi e le femmine[9]. In genere la riproduzione può avvenire solamente al compimento del dodicesimo o del quattordicesimo anno d’età e la morte sopraggiunge dopo il quindicesimo o al massimo il ventesimo o poco più[13].

Interazioni con l’uomo

L’interesse per questa specie è alto sia per quanto riguarda la pesca sportiva che per quella commerciale.

In linea di principio, questi squali non sono pericolosi per l’uomo. Essi stessi non percepiscono i grandi mammiferi come prede in quanto i loro denti sottili sono più adatti ad afferrare che a tagliare. Possono tuttavia entrare in uno stato di eccitazione in presenza di cibo, pertanto è sempre consigliata cautela durante la pesca subacquea[1] . Sino al 2008, l’International Shark Attack File ha preso nota di 16 attacchi non provocati ed uno provocato attribuibili alla specie in questione. Nessuno degli attacchi è risultato fatale[14].

La carne di questo squalo è considerata di alta qualità e viene venduta fresca o essiccata e sotto sale. In più, le sue pinne possono essere l’ingrediente principale della zuppa di pinne di squalo in Estremo Oriente, l’olio del fegato viene sfruttato per ricavarne vitamine e la pelle viene utilizzata per preparare un particolare cuoio. La pesca di questo animale nell’Atlantico nordoccidentale e nel Golfo del Messico da parte di pescherecci americani è molto consistente. La carne viene venduta con il nome di “blacktip shark” (in italiano squalo orlato o Carcharhinus limbatus) negli Stati Uniti, visto che i consumatori associano questo nome ad una più alta qualità, ma la carne è assai simile. Alquanto probabile è anche l’ipotesi che questo squalo venga catturato inavvertitamente da altri pescherecci non specializzati, e che il fatto non venga riportato in quanto spesso l’animale è confuso con lo squalo orlato citato più sopra[13]. Questo squalo è inoltre considerato un formidabile lottatore dai pescatori sportivi, che lo hanno spesso osservato saltare oltre la superficie del mare[15].

L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha classificato questo animale come prossimo alla minaccia in tutto il mondo e vulnerabile nell’Atlantico nordoccidentale. La specie è inoltre indifesa rispetto allo sfruttamento umano ed al danneggiamento dell’habitat in quanto tende a vivere vicino alle coste[16]. La pesca negli Stati Uniti è regolata dal Fishery Management Plan (FMP) for Atlantic Tunas, Swordfish and Sharks (Piano di Gestione della Pesca per Tonni, Pesci Spada e Squali dell’Atlantico) emesso da parte del National Marine Fisheries Service (NMFS) degli USA nel 1999. Ai fini delle decisioni inerenti alle quote commerciali e le massime quantità pescabili questa specie è classificata come “Large Coastal Shark” (LCS)[13].

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Squalo pinna nera minore/Carcharhinus limbatus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Lo squalo orlato o squalo pinna nera minore (Carcharhinus limbatus Müller & Henle, 1839) è uno squalo di grandi dimensioni, che vive in prossimità delle piattaforme continentali ed insulari dei mari tropicali e temperati caldi di tutto il mondo. Viene spesso confuso con il Carcharhinus melanopterus o squalo pinna nera del reef.

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Descrizione

Ha un corpo piuttosto robusto, di colore grigio, di solito con le punte delle pinne di colore nero. Ha un muso lungo ed appuntito, una prima pinna dorsale più grande, ed una seconda più piccola.

Tassonomia

Lo squalo orlato è stato per la prima volta descritto da Achille Valenciennes nel Müller & Henle (1839) come Carcharias (Prionodon) limbatus. Altri sinonimi utilizzati nel tempo sono stati Carcharias (Prionodon) pleurotaenia, Carcharias microps, Carcharias (Prionodon) muelleri, Carcharias maculipinna, Carcharias ehrenbergi, Carcharias aethlorus, Gymnorrhinus abbreviatus, Carcharias phorcys, and Carcharhinus natator. Il nome scientifico accettato è Carcharhinus limbatus (Müller & Henle, 1839). L’epiteto limbatus (“orlato”) si riferisce alle punte nere delle pinne.

Biologia

Come il suo parente stretto, lo squalo pinna nera, C. brevipinna, lo squalo orlato è uno squalo a nuotata veloce, capace non solo del breaching, cioè di saltare fuori dall’acqua, ma anche di ruotare molte volte su se stesso prima di reimmergersi. Molti lo considerano non aggressivo ed incapace di attacchi all’uomo senza provocazione, ma viene accusato della maggior parte dei morsi di squalo che si verificano in Florida, circa una dozzina l’anno.[1]

Ci sono prove di segregazione: alcune popolazioni si dividono in due gruppi, il primo comprendente i maschi e le femmine non incinte, il secondo comprendente le femmine incinte ed i giovani.

Alimentazione

Un Carcharhinus limbatus a Walker Cay, Bahamas

Gli squali orlati si nutrono principalmente di pesci ossei: sardine, aringhe, cefali, Carangidae e sgombri. Si nutrono anche di cuccioli di altri squali come lo Squalo bruno e di alcuni cefalopodi e crostacei.

Riproduzione

Lo squalo orlato è viviparo ed ogni sacco-tuorlo contiene da 1 a 10 cuccioli (in media tra i 4 ed i 7). Si ritiene che la gestazione duri tra i 10 ed i 12 mesi e che le femmine siano mature una volta l’anno.

Recentemente gli scienziati hanno confermato che lo squalo orlato è una di quelle specie capaci di partenogenesi, ovvero le femmine di questa specie possono riprodursi senza l’aiuto del maschio[2][3], per quanto ancora si sappia ben poco di questo processo che è stato riscontrato essere una peculiarità anche dello squalo toro.

Rapporti con l’uomo

La sua carne è consumata fresca, essiccata o sotto sale, mentre la copertura è usata per ricavarne pelli ed il grasso per produrre olio. Interessa anche la pesca sportiva, spesso da terra.

Non è segnalato per attaccare senza provocazione l’uomo, ma è comunque considerato potenzialmente pericoloso.

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Squalo pinna nera del reef/Carcharhinus melanopterus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Lo squalo pinna nera del reef (Carcharhinus melanopterus Quoy & Gaimard, 1824) è una specie di squalo che appartiene al genere Carcharhinus ed alla famiglia Carcharhinidae. Viene spesso confuso con lo squalo orlato (Carcharhinus limbatus).

Questo squalo può essere facilmente identificato per le vistose chiazze nere all’estremità delle pinne (in particolare della prima dorsale e della caudale). Si tratta di una delle specie più diffuse nelle barriere coralline delle zone tropicali degli Oceani Indiano e Pacifico e predilige le acque poco profonde e sotto costa, al punto che la sua prima pinna dorsale emersa dall’acqua è una visione caratteristica delle aree succitate.

La maggior parte di questi animali abita spianate sabbiose o piattaforme coralline, anche se sono stati osservati mentre entravano in acque salmastre e dolci.

In genere raggiungono lunghezze di 1.6 metri.

Il loro territorio è molto ristretto, e ad esso sono piuttosto fedeli, visto che lo cambiano soltanto una volta che sono trascorsi vari anni dall’ultima volta. Sono predatori attivi di piccoli pesci ossei, cefalopodi, crostacei, ma sembra che si nutrano anche di serpenti d’acqua ed uccelli marini.

Le ricerche sulla loro attività riproduttiva e di vita sono varie ed a volte contraddittorie, ed inoltre possono mostrare delle differenze in base alla collocazione geografica. Come gli altri membri della famiglia anche questa specie è vivipara e le femmine partoriscono da 2 a 5 figli in un ciclo che può essere biennale, annuale, o in alcuni casi addirittura semestrale. La gestazione può durare 7-9, o 10-11, o addirittura 16 mesi a seconda della zona. L’accoppiamento è preceduto dall’avvicinarsi del maschio alle spalle della femmina, attirato da speciali segnali chimici. I nuovi nati si possono trovare più a riva rispetto agli adulti, e spesso si radunano in grossi gruppi in aree allagate dall’alta marea.

Schivo e sospettoso[1], questo animale è difficile da osservare e raramente pone un pericolo per l’uomo, a meno che non sia aizzato dalla presenza di cibo. Chi cammina in acque basse comunque potrebbe essere vittima di morsi involontari. La carne di questi squali viene utilizzata assieme alle pinne ed all’olio di fegato, ma essi non sono considerati importanti dal punto di vista commerciale. L’International Union for Conservation of Nature (IUCN) ha stabilito che la specie è prossima alla minaccia, poiché, anche se in generale i numeri sono ancora confortanti, una pesca eccessiva negli ultimi anni ed il suo basso tasso riproduttivo sta riducendo fortemente alcune popolazioni locali.

Prossimo alla minaccia (nt)

Tassonomia

I naturalisti francesi Jean René Constant Quoy e Joseph Paul Gaimard furono i primi a descrivere la specie durante un viaggio d’esplorazione della corvetta Uranie tra il 1817 ed il 1820. Nel 1824 poi, la loro relazione fu pubblicata sul rapporto in tredici volumi sulla spedizione Voyage autour du monde…sur les corvettes de S.M. l’Uranie et la Physicienne ad opera di Louis de Freycinet. Il tipo nomenclaturale scelto fu un giovane maschio lungo 59 cm catturato al largo dell’isola di Waigeo, ad ovest della Nuova Guinea[2]. Quoy and Gaimard scelsero dapprima il nome Carcharias melanopterus, dal Greco melas che significa nero e pteron che significa pinna o ala, ovviamente in riferimento ai vistosi marchi che segnano le pinne di questi squali[3].

In seguito altri autori decisero di trasferire la specie nel genere Carcharhinus. Nel 1965 poi, la Commissione Internazionale di Nomenclatura Zoologica (ICZN) designò la specie come tipo del genere[2]. In tempi precedenti alcuni studiosi assegnavano erroneamente a questo animale anche il nome di C. spallanzani, che poi si scoprì invece essere sinonimo di Carcharhinus sorrah[4].

Filogenia

Esemplare fotografato allo Aquazoo-Löbbecke-Museum di Düsseldorf

Come per la maggior parte dei Carcharhinus, la posizione filogenetica dello squalo pinna nera del reef è oggetto di discussione. Uno studio morfologico proposto da Jack Garrick nel 1982 ha stabilito che il parente più prossimo allo squalo in oggetto dovrebbe essere il Carcharhinus cautus[5]. Leonard Compagno attraverso un analogo studio morfologico ha inoltre suggerito ulteriori similarità con altre quattro specie, ma non è riuscito a risolvere il problema. Un test agli allozimi da parte di Gavin Naylor nel 1998 ha portato a risultati ambigui, scoprendo che questo squalo dovrebbe costituire un gruppo a sé stante ed irrisolvibile (politomo) assieme ad altri dieci Carcharhinus[6].

Distribuzione ed habitat

È uno degli squali più diffusi nelle acque poco profonde (lo si trova anche a profondità di 30 cm) che circondano le barriere coralline degli oceani Indiano e Pacifico Possono essere infatti osservati nelle acque sotto costa dell’area indopacifica tropicale e subtropicale[4]. Nell’Oceano Indiano lo si trova dal Sudafrica al Mar Rosso, Madagascar, Mauritius e Seychelles comprese ad ovest, e attraverso la costa del subcontinente indiano sino al Sudest asiatico, compreso lo Sri Lanka, le Isole Andamane, le Maldive. Nell’area pacifica invece lo troviamo presso la Cina meridionale, le Filippine, l’Indonesia, il nord dell’Australia e la Nuova Caledonia. Abita anche le acque di Tuamotu e delle Hawaii, delle Isole Marshall, le Isole Gilbert, le Isole della Società[7]. Una particolarità della specie è l’assenza dalle coste giapponesi, e i pochi esemplari riportati in quella zona dovrebbero essersi spostati momentaneamente da Taiwan[8]. Si tratta di un migratore lessepsiano, che ha colonizzato il Mar Mediterraneo orientale attraverso il Canale di Suez[7]. Anche se sono stati osservati sino a profondità di 75 metri[9], nuotano generalmente in acque poco profonde, e spesso capita di poter osservare le loro pinne dorsali uscire dall’acqua[2]. Le acque in cui vivono generalmente mantengono una temperatura compresa tra i 20 ed i 27° C (70 to 80º F). I più giovani tendono a preferire i fondali sabbiosi a bassa profondità, mentre i vecchi abitano il reef ed i suoi bordi in particolare. Vi sono rapporti della specie in estuari e laghi salmastri in Madagascar, e addirittura in acqua dolce in Malaysia, anche se non possono tollerare le basse salinità sostenibili dal Carcharhinus leucas[2]. Questa specie non si avventura pertanto nei laghi tropicali, né in acque fluviali troppo lontane dall’oceano. Ad Aldabra nell’Oceano Indiano questi squali si radunano nei canali del reef in condizioni di bassa marea, e si spostano verso i boschi di mangrovie quando l’acqua si alza[10]. Vi sono prove, anche se non certe, che gli squali delle zone estreme dell’areale (a nord ed a sud) migrino durante l’anno[2].

Descrizione

Il tratto identificativo di questo animale è la punta nera con bordo chiaro della prima pinna dorsale

Come suggerisce il nome inglese (Blacktip Reef shark), solo le punte delle pinne pettorali e della pinna dorsale sono nere, mentre il resto del corpo è più chiaro. Si tratta di una specie robusta con un corpo allungato tipicamente da squalo, con un muso corto, largo ed arrotondato ed occhi ovali e moderatamente grandi. Ciascuna narice è protetta da un lembo di pelle che si espande in un lobo a forma di capezzolo. Senza contare il piccolo dente simfisiale centrale, sono presenti da 11 a 13 file di denti (in genere 12) sulla mascella superiore, da 10 a 12 (generalmente 11) su quella inferiore. I denti superiori sono in parte diritti ed in parte piegati ed a forma di triangolo, con dentellature più grossolane alla base e fini alla sommità del dente. I denti inferiori sono simili a quelli superiori, ma le dentellature sono tutte fini[2][4]. I denti del maschio adulto sono più incurvati di quelli della femmina[11]. Le pinne pettorali sono grandi ed a forma di falce, e sono appuntite. La prima pinna dorsale è alta, il suo bordo posteriore è ad S e si origina al di sopra delle pine pettorali. La seconda dorsale è relativamente grande, ma ha un bordo posteriore ridotto ed è posizionata in opposizione alla pinna anale. Non è presente alcuna cresta interdorsale. Il dorso è bruno grigiastro pallido ed il ventre bianco, ed è presente un’appariscente fascia bianca sui fianchi che si estende in avanti a partire dalla pinna anale. Tutte le pinne hanno delle punte nere contornate da bordi bianchi, particolarmente vistosi sulla prima dorsale e sul lobo ventrale della pinna caudale.

La maggior parte di questi animali non supera gli 1.6 metri, e raramente arrivano ad 1.8, anche se si sono registrati esemplari che presentavano lunghezze fino a 2 metri[2] e masse corporee di più di 45 kg[12].

Lo squalo grigio del reef gli assomiglia molto, ma si distingue per il corpo grigio e tarchiato, e per l’assenza della caratteristica punta nera sulla pinna dorsale.

Biologia

Comportamento

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Gli adulti sono spesso osservati mentre pattugliano i bordi della barriera corallina

Assieme al Carcharhinus amblyrhynchos ed al Triaenodon obesus, è una delle specie di squalo più diffuse nell’ambiente dei reef indopacifici. La specie in questione predomina le acque basse, le altre due quelle più profonde. Nuotatore veloce ed attivo, questo squalo si può incontrare da solo o in piccoli gruppi. Tuttavia, sono stati anche osservati dei raggruppamenti piuttosto numerosi di questi animali[2][13]. Gli adulti e la maggior parte dei giovani non praticano la segregazione sessuale, tranne nel caso particolare di femmine incinte, che si separano dagli altri squali per partorire. Ciascun individuo mostra una certa fedeltà al proprio habitat, dove può trascorrere anche molti anni di vita[14].

Uno studio presso Palmyra nel Pacifico centrale ha dimostrato come questi squali vivano in un ambiente di circa mezzo chilometro quadrato, uno dei più piccoli tra tutte le specie di squalo. Le dimensioni e la locazione di questo ambiente casa non variano durante la giornata. All’interno di quest’area, dal 3 al 17% rappresenta territori di caccia prediletti che sono occupati in maniera sproporzionata rispetto al resto.

La maggior parte della giornata viene occupata nuotando avanti e indietro lungo i bordi del reef, con rare puntate su fondali sabbiosi. La velocità media di nuotata si riduce con l’alzarsi della marea nella notte, forse perché l’acqua fredda rallenta il metabolismo, o perché la caccia diventa più semplice[15]. Gli esemplari di Aldabra tandono a muoversi di più rispetto a quelli di Palmyra, con movimenti registrati per un totale di 2.5 km in 7 ore[10].

Una caratteristica peculiare di questa specie di squalo è che è una delle poche che riesce a saltare uscendo dall’acqua con tutto il corpo, un comportamento noto come breaching. È stata inoltre osservata la sua capacità di effettuare il cosiddetto spyhopping, cioè ergersi dalla superficie e guardarsi attorno[16][17]. A volte questi squali, in particolare i giovani, possono divenire preda di pesci più grandi come cernie, squali grigi del reef e squali tigre, nonché di squali adulti della loro stessa specie. A Palmyra, anche gli esemplari adulti evitano gli squali tigre, non avventurandosi nella laguna al centro dell’atollo[15].

Parassiti noti di questi squali sono i Cestoda Anthobothrium lesteri[18], Nybelinia queenslandensis[19], Otobothrium alexanderi[20] e Platybothrium jondoeorum[21], nonché un Myxosporea del genere Unicapsula[22], ed il Monogenea Dermophthirius melanopteri[23]. Inoltre questi animali hanno fornito alla scienza uno dei pochi casi documentati di malattia infettiva in uno squalo, in particolare un caso letale di sepsi emorragica, causata dal batterio Aeromonas salmonicida e pertanto chiamata salmonicida[24].

Dieta

Si tratta spesso del più abbondante superpredatore in un ecosistema locale, e per questo ha un ruolo fondamentale nel plasmarne la struttura[14]. La dieta è composta soprattutto da pesci teleosti della barriera corallina, tra i quali spiccano Mugilidae, Epinephelinae, Terapontidae, Carangidae, Gerreidae, Labridae, Acanthuridae e Sillaginidae. Nell’oceano indiano sono stati osservati gruppi di questi squali intenti nello spingere banchi di Mugilidae verso la costa in modo da potersene cibare più facilmente[25]. Altri elementi della dieta sono calamari, piovre, seppie, gamberi e stomatopoda, nonché più raramente carcasse di animali morti e piccoli squali e razze[2][7]. Al largo dell’Australia settentrionale, la specie è nota per cibarsi di serpenti marini tra i quali le specie Acrochordus granulatus, Hydrelaps darwiniensis, le specie del genere Hydrophis e Lapemis hardwickii[26]. Presso l’atollo di Palmyra invece sono stati documentati attacchi a pulcini di uccelli marini caduti dal nido in acqua[14]. negli stomaci di questi squali sono inoltre stati rinvenuti resti di alghe, erba marina, coralli, hydrozoa, bryozoa, ratti e pietre[10][14]. Come avviene per il Carcharhinus amblyrhynchos, diventano eccitati e coraggiosi in presenza di loro simili, e possono cadere vittima di frenesia alimentare[27]. L’alimentazione può essere più frequente durante le ore notturne[10].

Sensi

Dei ricercatori che lavorano ad Enewetak nelle Isole Marshall hanno scoperto come questi squali vengano attirati da rumori provocati da un oggetto in immersione o dall’urto tra oggetti metallici o comunque consistenti, nonché dall’odore di pesci malati o sani[27]. Come la maggior parte degli squali, non sono dotati di coni all’interno della retina, e pertanto sono limitati nella loro capacità di discernere i colori ed i particolari in generale. Al contrario, sono molto sensibili ai movimenti ed al contrasto anche in condizioni di bassa luminosità, grazie alla presenza di un tapetum lucidum riflettente all’interno dell’occhio. Alcuni esperimenti hanno dimostrato come questi squali siano in grado di percepire la presenza di piccoli oggetti anche a distanze tra gli 1.5 ed i 3 metri, ma non ne distinguono la forma[10][28]. L’elettroricezione è un altro dei mezzi che permette loro di localizzare facilmente le prede: le loro ampolle di Lorenzini hanno una sensibilità di 4 nV/cm su un range di 25 cm[29].

Riproduzione

La riproduzione è vivipara, ed una femmina partorisce da due a quattro giovani alla volta. In questa specie la gestazione dura circa 16 mesi. Alla nascita il neonato è in genere lungo tra i 33 ed i 52 cm.

Due esemplari si inseguono in vista dell’accoppiamento.

Come gli altri membri della famiglia, questa specie è vivipara, anche se i dettagli riproduttivi variano all’interno dell’areale globale. Il ciclo riproduttivo dura un anno in Australia settentrionale così come a Moorea e nel resto della Polinesia Francese, con la differenza che nel primo caso l’accoppiamento avviene tra gennaio e febbraio nel primo caso[30], da novembre a marzo nel secondo[31]. Il ciclo riproduttivo dura invece due anni ad Aldabra, dove probabilmente a causa dell’accesa competizione per il cibo le femmine non riescono a mettere al mondo figli ogni anno[10]. Rapporti piuttosto datati sull’Oceano Indiano da parte di Johnson (1978), sul Madagascar da parte di Fourmanoir (1961), e sul Mar Rosso da parte di Gohar e Mazhar (1964), hanno indicato un ciclo biennale anche in queste zone, con due stagioni per l’allevamento: da giugno a luglio e da dicembre a gennaio[31][32][33]. Se le stime sono accurate, una delle cause comuni per questo fenomeno potrebbe essere la temperatura elevata dell’acqua[31]. Quando è pronta ad accoppiarsi, la femmina nuota lentamente disegnando delle traiettorie a sinusoide vicino al fondale e tenendo la testa puntata verso il basso. Alcuni studi compiuti in ambiente naturale hanno dimostrato che la femmina rilascia agenti chimici che consentono al maschio di rintracciarla. Una volta che i due animali si sono incontrati, il maschio si avvicina a circa 15 cm di distanza ed insegue la femmina con il muso accostato al suo apparato genitale[34]. Durante il corteggiamento, può accadere che il maschio morda la femmina presso le fessure branchiali e le pinne pettorali, e le procura ferite che guariranno in 4-6 settimane[31]. Dopo un periodo di nuoto sincronizzato, il maschio spinge la femmina sul fianco di lei e la posiziona in modo che appoggi la testa sul fondale ed alzi la coda verso l’alto. Una volta assunta la posizione corretta, il maschio infila uno degli emipeni nella cloaca della femmina. L’accoppiamento dura diversi minuti, dopodiché gli animali si distaccano e ricominciano a comportarsi normalmente[34]. Presso Moorea, le femmine più mature partoriscono in un preciso istante dell’anno, con un’imprecisione minore alla settimana, mentre le giovani possono anche variare il loro comportamento al riguardo. Nel caso delle giovani, è anche più verosimile che non rimangano incinte dopo l’accoppiamento[31].

Gli esemplari più giovani frequentano fondali molto bassi e sabbiosi.

La gestazione dura tra i 10 e gli 11 mesi negli Oceani Indiano e Pacifico[10][31], dai 7 ai 9 al largo dell’Australia settentrionale[30]. Ricerche datate come quella di Melouk (1957) avevano stimato una gestazione di 16 mesi, anche se la loro validità è stata poi messa a dura prova[31]. La femmina ha un unico ovario funzionale e due uteri funzionali, divisi in compartimenti da assegnare ai diversi embrioni. Le uova appena ovulate misurano circa 3.9 per 2.6 cm. Dopo la rottura dell’uovo l’embrione è mantenuto da una sacca di tuorlo per la prima fase del suo sviluppo. Dopo due mesi, l’embrione stesso misura 4 cm ed ha sviluppato le branchie esterne. Dopo 4, la sacca viene convertita in placenta che si attacca alle pareti dell’utero. A questo punto i marchi neri sulle pinne iniziano a svilupparsi. Per il quinto mese l’embrione ha raggiunto i 24 cm di lunghezza ed ha riassorbito le branchie esterne; la placenta è completa e funzionante anche se del tuorlo residuo viene mantenuto sino al settimo mese[10]. Il parto avviene da settembre a novembre, e le femmine sfruttano delle aree vivaio all’interno del reef[15][30][31]. I nuovi nati misurano tra i 40 ed i 50 cm in lunghezza nell’oceano Indiano ed in Australia settentrionale, mentre squaletti piccoli sino a 33 cm sono stati osservati nuotare liberamente presso le isole del Pacifico[14][35]. Le dimensioni della cucciolata variano tra i 2 ed i 5 esemplari (tipicamente sono 4), e non è proporzionale alle dimensioni della femmina[7][10]. I più giovani hanno l’abitudine di formare gruppi numerosi in acque talmente poco profonde che coprono a malapena i loro corpi, al di sopra di fondali sabbiosi o in foreste di mangrovia presso la costa. Durante l’alta marea si spostano sulle piattaforme coralline nel frattempo allagate o su letti di alghe[15][27][36]. La crescita degli squaletti è inizialmente molto rapida: un esemplare in cattività è cresciuto di 23 cm all’anno nei suoi primi due anni d’età[37]. Il tasso di crescita è attorno ai 5 cm all’anno per i giovani e gli adulti[15]. Maschi e femmine raggiungono la maturità sessuale alla lunghezza di 95 e 97 cm rispettivamente in Australia e 105 e 110 cm rispettivamente ad Aldabra[10]. Infine il maschio matura alla lunghezza di circa 97 cm a Palmyra[15].

Interazioni con l’uomo

Lo Squalo pinna nera del Reef può attaccare l’uomo in condizioni di scarsa visibilità, scambiandolo per una preda. Normalmente è però innocuo e piuttosto timido.

Anche se di solito sono molto schivi, possono venire incuriositi dagli snorkeler e dai sommozzatori, ma spesso ne vengono spaventati. Le loro abitudini li portano comunque spesso in zone in cui possono venire a contatto con esseri umani, e ciò li rende potenzialmente pericolosi[2]. Gli incidenti di solito avvengono se è presente del cibo nei dintorni, ad esempio durante battute di pesca in apnea o di pesca alla fiocina[2], o in situazioni di scarsa visibilità. Sino ai primi mesi del 2009 comunque gli attacchi non provocati registrati dall’International Shark Attack File ed attribuibili a questa specie sono stati 11 su 21 totali (nessuno di questi letale)[38]. La maggior parte degli attacchi è stata costituita da morsi a gambe o piedi, apparentemente scambiati per una preda, e non sono risultati in danni seri[2]. Presso le Isole Marshall, i nativi evitano questi squali nuotando senza toccare il fondale anche in acque poco profonde, ed un modo per spaventarli è portarne uno fuori dall’acqua. Come succede in altre specie, questi squali assumono una caratteristica forma ad “S” se si sentono minacciati.

In acquario

Vengono allevati in grandi acquari pubblici e più raramente domestici anche se per gli acquariofili, la gestione di questi animali è piuttosto complessa, soprattutto in relazione al controllo di qualità dell’acqua, filtraggio ed ossigenazione. Necessitano in ogni caso di acquari di grandi dimensioni, che possono condividere con vari invertebrati. Occorre tuttavia evitare di far condividere lo spazio acquatico a questi squali e a dei crostacei o dei cefalopodi, di cui si nutrirebbero, a degli anatozoi o altri invertebrati sessili, eccezion fatta per le specie che abitano il fondo della vasca, come i Fungidi, che sarebbero disturbati dalla presenza del predatore, e a delle meduse, che sarebbero moleste per il predatore stesso. Per quanto riguarda i pesci invece la convivenza è possibile con i pesci pilota, le remore e con altri squali. I motivi della loro popolarità negli acquari pubblici sono il loro aspetto da squalo e le dimensioni relativamente modeste. Sono inoltre attrazione per sommozzatori che praticano l’ecoturismo[8][11].

Conservazione

Vengono catturati con regolarità da pescherecci costieri in Thailandia ed India, ma non sono un obiettivo commerciale ambito[7]. La carne (venduta fresca, congelata ed essiccata e salata) viene utilizzata dall’uomo, così come l’olio del fegato e le pinne, sfruttate per la preparazione della famosa zuppa di pinne di squalo[9]. Sono inoltre spesso usati come esca per altri pesci. La Lista rossa IUCN dell’International Union for Conservation of Nature classifica questa specie come prossima alla minaccia di estinzione[39]. Anche se infatti sono piuttosto comuni attraverso il loro areale, delle forti riduzioni in alcune zone sono avvenute in seguito a pesca sregolata. Il tasso di riproduzione è basso, e quindi la possibilità di recupero da queste riduzioni è limitato[7][14].

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Squalo seta/Carcharhinus falciformis

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il Carcharhinus falciformis Müller & Henle, 1839 è uno squalo pelagico, conosciuto anche con il nome di squalo sericeo o squalo seta, di grandi dimensioni appartenente al genere Carcharhinus ed alla famiglia Carcharhinidae.

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Areale

Questi squali si incontrano spesso in mare aperto.

Si trovano in tutto il mondo, in mari a temperatura maggiore di 23 °C[1]. Di solito vive al largo, ma si può avvicinare alle coste, specialmente in prossimità di isole oceaniche isolate[1].

Nell’Oceano Atlantico, se ne trovano dallo stato del Massachusetts alla Spagna a nord, e dal Brasile meridionale all’Angola settentrionale a sud. Sono presenti nel Mar Mediterraneo, nel Golfo del Messico, nel Mar dei Caraibi. Abitano inoltre l’intero Oceano Indiano, tanto a sud da raggiungere il Mozambico da un lato e l’Australia occidentale dall’altro. Il Mar Rosso ed il Golfo Persico appartengono anch’essi all’areale. Nell’Oceano Pacifico, a nord l’areale raggiunge Cina e Giappone da un lato, la Baja California ed il Golfo di California dall’altro, a sud si estende dalla zona di Sydney, Australia alla Nuova Zelanda sino al Cile[1][2]. Basandosi su dati storici, quattro differenti popolazioni sono state individuate: atlantica nordoccidentale, pacifica centroccidentale, pacifica orientale e indiana[2].

Habitat

Vivono principalmente in oceano aperto, e sono più comunemente avvistati nella zona compresa tra la superficie fino alla profondità di 200 metri. Possono spingersi fino a 500 metri di profondità[1], che superano difficilmente[3], anche se un esemplare è stato avvistato addirittura a 4000[4].

Studi specifici compuiti nell’area tropicale pacifica e nel Golfo del Messico nordoccidentale hanno provato che questi squali spendono il 99% del loro tempo al di sopra dei 50 metri di profondità, e l’80-85% del tempo in acque tra i 26 ed i 30 °C; tutto questo indipendentemente dall’ora del giorno o della notte[5][6].

La specie predilige i bordi delle piattaforme continentali ed insulari, al di sopra di barriere coralline profonde e presso isole. Sulle coste dei continenti l’areale si estende molto più a nord ed a sud che in oceano aperto. Può avventurarsi in acque costiere profonde solo 18 metri.[7].

Si muovono molto e migrano, anche se i dettagli del processo di migrazione sono poco noti. Alcuni esemplari sono stati osservati mentre si spostavano anche di 60 km al giorno e coprivano distanze totali fino a 1339 km[8]. Gli esemplari di grandi dimensioni si spostano in genere di più. Nel Pacifico, ma probabilmente anche altrove, spendono i mesi invernali a latitudini più grandi, in modo particolare durante gli anni in cui l’effetto di El Niño è più consistente[9][10]. Nell’Atlantico settentrionale, la maggior parte di questi squali segue la Corrente del Golfo a nord lungo la East Coast[8]. Nel Golfo di Aden, è più comune incontrarli in tarda primavera ed estate[2].

Aspetto

La forma del corpo è quella tipica degli squali nell’immaginario collettivo, snella e con la pelle liscia e setosa. Presenta un muso arrotondato, gli occhi grandi e la bocca relativamente piccola[11]. I denti presentano cuspidi[11].Sul dorso il colore è marrone grigiastro e sul ventre è bianco senza tessiture particolari[11]. Ciò che distingue il Carcharhinus falciformis dagli altri squali è la seconda pinna dorsale, dotata di una punta che si eleva per un’altezza pari a 2 volte e mezza quella della pinna stessa[11]. La prima dorsale è inoltre posta molto più indietro di quella degli altri Carcharhiniformes: la sua base è all’indietro rispetto alle pinne pettorali[12][13]. La lunghezza massima registrata è di 3.5 metri[14], ma generalmente non superano i 2.4 metri.

Biologia

Comportamento

Il Carcharhinus falciformis è più attivo, anche se meno aggressivo, degli altri due squali pelagici, la verdesca (Prionace glauca) e lo squalo longimanus (Carcharhinus longimanus). Si avvicina alle coste più frequentemente delle altre due specie, ma rimane uno squalo pelagico, anche perché le sue sortite vicino a terra rimangono rare in termini assoluti. Molto più facilmente lo si trova vicino a barriere coralline con pendenze elevate. Si tratta di un pesce solitario[15], anche se spesso è accompagnato da scuole di tonni[1].

Dieta

Tonni come questi sono tra le prede favorite del Carcharhinus falciformis, che spesso li insegue quando sono raggruppati in scuole.

Sono predatori opportunisti, che si nutrono principalmente di pesci ossei sia al largo che vicino alle coste, ma anche di calamari, granchi ed argonauta[16]. Vi sono evidenze fossili di sciacallaggio su carcasse di balena

Tra i pesci che cadono preda di questi squali troviamo tonni, sgombri, sardine, cernie, pesci delle famiglie Mugilidae e Lutjanidae e del genere Decapterus, chifosidi, pesci gatto di mare, anguille, pesci lanterna, monacantidi, pesci balestra, pesci istrice[1][2][17].

In presenza di grandi quantità di cibo si riuniscono in gruppi numerosi. Uno di questi gruppi è stato osservato nel Pacifico mentre costringeva pesci più piccoli a stringersi uno addosso all’altro in una massa compatta vicino alla superficie, in modo da intrappolarli e poterli divorare più facilmente[2]. In questi casi gli squali non fanno altro che attraversare i banchi di prede con la fauci spalancate e li bloccano ai lati della mascella. Anche se la caccia avviene in gruppo, ogni individuo porta gli attacchi singolarmente ed indipendentemente dagli altri[18].

Alcuni studi condotti al largo della Florida e delle Bahamas hanno evidenziatò la forte sensibilità della specie ai suoni, in particolare agli impulsi irregolari a bassa frequenza (nella banda 10-20 Hz). In vari esperimenti, questi suoni riprodotti sott’acqua hanno attirato squali lontani centinaia di metri. Gli squali in questione si orientano in base a questi suoni perché sono simili a quelli emessi da prede quali uccelli o delfini, e pertanto indicano fonti di cibo promettenti[18][19]. Gli stessi studi hanno dimostrato come dopo essere stato attirato dal suono, uno di questi squali si ritira rapidamente se il suono cambia improvvisamente in ampiezza o tono. La reazione non è necessariamente legata alla comparsa di predatori che emettono suoni di disturbo. Se esposti ripetutamente a questi cambiamenti di tonalità ed ampiezza, i Carcharhinus falciformis vi si abituano e smettono di fuggire, anche se l’apprendimento richiede più tempo che nel più coraggioso Carcharhinus longimanus[20].

La forza del morso delle mascelle lunghe 2 m è stata misurata e raggiunge gli 890 N[21]. Vi è un’interessante relazione tra questa specie ed i tonni: al largo del Ghana, praticamente ogni scuola di tonni ha uno di questi squali che la insegue, e nel Pacifico orientale i danni agli attrezzi da pesca sono così ingenti che i pescatori di tonni hanno soprannominato la specie squalo mangiatore di reti[1][22]. Questi squali rivaleggiano con i delfini dal naso a bottiglia per il cibo, quando entrambi gli animali prendono di mira lo stesso banco di prede. La quantità di cibo che i delfini riescono a catturare si riduce in presenza di squali. se gli squali sono in grande numero, tendono ad occupare il centro del banco, mentre i delfini sono confinati alla periferia, probabilmente in maniera volontaria, in modo da evitare di rimanere feriti durante gli attacchi dei pescecani. Al contrario, se i delfini si riuniscono in numero sufficiente, sono in grado di allontanare gli squali. Indipendentemente da chi dei due animali sia in vantaggio, squali e delfini non hanno attaggiamenti esageratamente aggressivi verso l’un l’altro[23].

Riproduzione

Un giovane esemplare della specie. Le madri mettono al mondo squaletti vivi e completamente formati.

Come le altre specie della famiglia, questi squali sono vivipari e gli embrioni, una volta esaurita la riserva di tuorlo si nutrono durante la crescita attraverso il sacco vitellino, dopo che questi si è trasformato in una connessione placentale tra figlio e madre. Contrariamente a quanto accade per altri squali vivipari, la placenta di questa specie è diversa da quella dei mammiferi per il fatto che non vi è mescolanza di tessuti tra madre e figlio. Inoltre, i globuli rossi fetali sono molto più piccoli di quelli materni, al contrario di ciò che avviene nei mammiferi. Le femmine adulte hanno un unico ovario funzionale (sul lato destro) e due uteri funzionali, che sono divisi longitudinalmente in compartimenti da dedicare ai diversi embrioni[24].

Si ritiene che quasi ovunque si riproducano per tutto l’anno, mentre l’accoppiamento nel Golfo del Messico avviene in tarda primavera o all’inizio dell’estate (da maggio ad agosto)[7][25]. Errori nella raccolta dati possono comunque aver oscurato comportamenti stagionali anche in altre zone[2]. Le femmine mettono al mondo la prole ogni anno o ogni due dopo una gestazione di 12 mesi circa[26]. Le dimensioni della cucciolata possono essere comprese tra 2 e 14[16], ma altre fonti individuano i limiti in 1 e 16 esemplari, il numero essendo più grande in relazione alle dimensioni della madre. Il numero tipico è di 6-12 squaletti[2].

La nascita avviene in apposite aree nido sul bordo esterno della piattaforma continentale, dove molto cibo è disponibile e attacchi da parte di grossi squali di altre specie che vivono al largo sono meno probabili. Il rischio legato alla predazione ha sviluppato nei cuccioli una capacità di crescita molto rapida, che gli permette di crescere di 25–30 cm nel primo anno di vita. Dopo qualche mese (o prima del primo inverno nel Golfo del Messico) il giovane squalo abbandona l’area protetta per inoltrarsi in oceano aperto[2][18][25].

Crescita del Carcharhinus falciformis
Area Lunghezza alla nascita Lunghezza del maschio alla maturità Lunghezza della femmina alla maturità
Atlantica nordoccidentale 68–84 cm[2] 2.15-2.25 m[27] 2.32-2.46 m[27]
Atlantica orientale ? 2.20 m[28] 2.38-2.50 m[22][28]
Indiana 56–87 cm[2] 2.39-2.40 m[2][29] 2.16-2.60 m[2][29]
Pacifica occidentale ? 2.10-2.14 m[30][31] 2.02-2.20 m[30][32]
Pacifica centrale 65–81 cm[32] 1.86 m[33] 2.00-2.18 m[9][33]
Pacifica orientale 70 cm[2] 1.80-1.82 m[2][26] 1.80-1.82 m[2][26]

La vita e la crescita di questi squali varia all’interno dell’areale (vedi tabella). Gli esemplari dell’Atlantico nordoccidentale sono tendenzialmente più grandi di quelli del Pacifico centro occidentale a tutte le età, mentre gli individui del Pacifico orientale sono più piccoli di tutti gli altri. Gli esemplari atlantici orientali ed indiani sembrano raggiungere e superare la lunghezza degli atlantici nordoccidentali, ma non vi sono dati a sufficienza per esserne certi[2].

Il tasso di crescita è in generale moderato se confrontato con squali di altre specie e simile per entrambi i sessi, anche se può variare sensibilmente tra i singoli esemplari. Nel Pacifico centrale ad esempio, uno studio ha asserito una crescita più lenta delle femmine rispetto ai maschi, ma può darsi che pochi dati su femmine di grandi dimensioni fossero disponibili[7]. La crescita rapida è stata osservata nel Golfo del Messico settentrionale, la più lenta presso la costa nordorientale di Taiwan[32]. Maschi e femmine raggiungono la maturità sessuale all’età di 6-10 anni e 7-12 anni rispettivamente[2]. Gli squali che vivono in acque temperate crescono più lentamente di quelli in acque calde[32]. La vita massima è di almeno 22 anni[27].

Interazioni con l’uomo

Per i sub non costituisce generalmente un grande pericolo, ma in presenza di pesci fiocinati o se approcciato in modo troppo diretto può diventare aggressivo e di conseguenza è considerato potenzialmente pericoloso.

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Squalo tigre/Galeocerdo cuvier

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Lo squalo tigre (Galeocerdo cuvier Péron & Lesueur, 1822) è un pesce cartilagineo della famiglia dei Carcarinidi. Si tratta dell’unica specie nota appartenente al genere Galeocerdo.

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Descrizione

Il suo corpo, slanciato e affusolato, che ne denota le qualità di ottimo nuotatore, è sormontato da due pinne relativamente alte; la prima è però poco estesa in lunghezza e anche la seconda, situata in prossimità della coda e opposta all’anale, ha un’estensione piuttosto modesta. La pinna caudale si adatta perfettamente alla forma slanciata del corpo, è falcata e ha il lobo superiore assai più allungato di quello inferiore. Grandi sono le pinne pettorali, il cui margine anteriore giunge fin sotto le ultime fessure branchiali, mentre dimensioni più che modeste hanno le ventrali e il capo termina in un muso largo e arrotondato al disotto del quale si apre la bocca ampia e provvista di denti che denotano chiaramente il carattere di predatore proprio di questo pescecane. Essi hanno tutti eguale forma, sono grandi, con margini affilati e seghettati e presentano una robusta punta triangolare piegata lateralmente all’infuori. In età adulta lo squalo tigre raggiunge di solito la lunghezza di 4 o 5 m nelle femmine, ma è possibile trovare esemplari maschi che raggiungono e superano i 6 m. Un esemplare adulto può pesare da 385 a 807 kg.

La colorazione dello squalo tigre varia a seconda dell’età; nei giovani, essa è brunastra, segnata da numerose macchie e strie trasversali piuttosto scure, che, con l’avanzare dell’età, si vanno sempre più attenuando fino a formare una livrea bruno-grigia uniforme negli adulti.

Dimensioni in rapporto all’uomo (anche se gli squali tigre possono raggiungere anche dimensioni superiori)

Distribuzione geografica

Lo squalo tigre predilige le acque temperate o calde attorno all’equatore terrestre. Viene individuato principalmente nell’Oceano Pacifico, percorrendo i mari giapponesi, australiani, del centroamerica (comprese le Bahamas) e lungo l’Oceano Indiano. Inizialmente si pensava che lo squalo tigre fosse un animale costiero, ma ricerche più recenti hanno messo in luce una conclusione diversa; infatti lo squalo tigre si è rivelato una sorta di grande “nomade” o migratore e non un predatore “abitudinario” come lo squalo bianco, che percorre enormi distanze cambiando molto spesso il proprio territorio di caccia. Molte volte lo si vede nuotare e cacciare vicino alla riva o alla superficie, dove è più facile che trovi uccelli marini, otarie e altre prede di cui si nutre.

È stato segnalato anche nelle acque italiane e nel Mediterraneo.

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Chondrichthyes in Italia.

Riproduzione

Gli squali tigre sono ovovivipari e si riproducono a mezzo di figli vivi, deposti sempre in numero elevato (da 30 a oltre 50 per ogni parto) a differenza di quanto si riscontra nella maggior parte dei Selaci. Questo squalo è diffuso principalmente nelle acque costiere dei mari tropicali, tuttavia è localizzato anche in tutte le acque temperate oceaniche.

Alimentazione

Veloci e possenti nel nuoto, gli squali tigre cacciano banchi di pesci al largo ma sono a loro agio anche in prossimità delle coste, a volte spingendosi perfino nei porti e nelle lagune.
Predano delfini, piccoli cetacei, uccelli marini, razze, pesci, tartarughe marine, molluschi cefalopodi (anche di notevoli dimensioni), crostacei ed anche altri squali.
Nuotando in mare aperto può anche incontrare il coccodrillo marino. In questi casi è difficile dire chi sia il predatore e chi la preda, tutto dipende dalle dimensioni e dalle condizioni fisiche dei due animali. È comunque documentato che le due specie si predino a vicenda.

Rapporti con l’uomo

Due esemplari pescati nel 2009

Questa specie ha una notevole importanza economica, poiché dal suo fegato si estrae un olio che, fra i diversi utilizzi, trova impiego nella terapeutica umana per le sue qualità analoghe a quelle dell’olio di fegato di merluzzo. Inoltre la pelle, opportunamente conciata, fornisce un ottimo cuoio. Le sue carni sono commestibili e le pinne sono ritenute una prelibatezza dalle popolazioni costiere dell’Oceano Indiano e dell’area sudoccidentale dell’Oceano Pacifico.

È una specie pericolosa per l’uomo, probabilmente la seconda, dopo lo Squalo leuca; molti attacchi lungo le coste dei mari caldi sono da attribuire a questa specie e non allo squalo bianco, che per quanto cosmopolita è molto più raro.

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Squalo toro/Carcharias taurus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Lo squalo toro (Carcharias taurus) è un grosso squalo abitante delle acque costali di tutto il mondo con nomi diversi a seconda del luogo in cui abita. A discapito del suo aspetto è relativamente placido e si muove lentamente, nonostante questo rimane un ottimo nuotatore.

È a rischio d’estinzione e, spesso, in italiano, viene confuso con il Carcharhinus leucas, a causa del nome inglese di quest’ultimo, bull shark.

Vulnerabile

Distribuzione

Lo squalo si raduna tipicamente nelle acque costiere, alla profondità di 10-60 metri, anche se è stato visto in profondità maggiori. Spesso si nasconde in buche e grotte durante il giorno ed esce la notte per mangiare. Ricerche indicano che generalmente lo squalo rimane entro un chilometro dal luogo di aggregazione, e vicino al fondo dell’oceano. Al contrario di altri squali non ha bisogno di muoversi per respirare, vantaggio per essere furtivo nelle sue battute di caccia. Presente in tutto il mondo, nell’Atlantico, nel Pacifico e nell’Oceano Indiano. Tra il 1950 e il 1960 era vicino all’estinzione nelle acque australiane dove ancora oggi è classificato come vulnerabile.

Anatomia

Il corpo è massiccio, con due larghe pinne dorsali, la coda è allungata con un lungo lobo superiore. Cresce fino alla lunghezza di 320 cm. Il maschio raggiunge la maturità quando è grande 220 cm e la femmina a 210 cm.

Riproduzione

La riproduzione è ovovivipara. La femmina ha due uteri. Dentro l’utero il giovane squalo formatosi per primo, mangia gli altri così generalmente da ogni gestazione (che può durare dai 6 ai 9 mesi) nascono uno/due esemplari.

Collegamenti esterni

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