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Sacchetto/Serranus hepatus

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Il sacchetto (Serranus hepatus Linnaeus, 1758) è un pesce osseo marino appartenente alla famiglia dei Serranidae.

Specie non valutata

Distribuzione e habitat

È diffuso nell’Oceano Atlantico orientale, dal Portogallo alle Canarie al sud del Senegal e nel Mar Mediterraneo[1] dove è comune[2].

Si trova in acque più profonde rispetto agli altri Serranus mediterranei. Si può incontrare da 5 a 200 metri (più comune attorno ai 10-20 metri) di profondità su fondali sabbiosi, ghiaiosi, rocciosi, a coralligeno o nelle praterie di Posidonia oceanica. Popola principalmente ambienti con un’elevata sedimentazione[1][2][3][4].

Descrizione

Ha un aspetto simile a quello degli altri Serranus mediterranei ma con corpo più tozzo, di profilo simile a quello delle cernie[3].

Come in tutti i Serranus la colorazione è variabile, normalmente il colore di fondo del corpo è bruno o beige con riflessi dorati sui fianchi. Sono presenti da due a cinque bande marroni verticali di larghezza irregolare di cui quelle più grandi, nella parte posteriore dell’animale, biforcute nella parte dorsale. Queste fasce sono scure, quasi nere, nei sacchetti che vivono in acque costiere e pallide negli individui di profondità. Sugli opercoli dietro gli occhi ci sono tre linee arancio o dorate oblique. Nella seconda metà della pinna dorsale è presente una caratteristica una macchia nera ovale. Occhi con riflessi di colore verde. Pinna caudale arrotondata con macchioline rossastre in file verticali, anale con tre raggi spinosi, pettorali giallastre, ventrali nere con il margine anteriore chiaro[2][3][4].

È il più piccolo serranide mediterraneo[4]: misura fino a 15 centimetri, eccezionalmente può raggiungere i 25 cm[1].

Biologia

Alimentazione

Carnivoro, si nutre soprattutto di crostacei decapodi[1].

Comportamento

Fa vita solitaria e si crede che difenda un territorio come gli altri Serranus[3].

Riproduzione

Specie ermafrodita sincrona, non può comunque autofecondarsi. Il periodo riproduttivo va dall’inizio della primavera ad estate inoltrata[2].

Tassonomia

È stato assegnato al genere o sottogenere Paracentropristis, caduto in seguito in sinonimia con Serranus[1][2].

Pesca

Come gli altri Serranus viene catturato in abbondanza con tramagli, nasse e lenze innescate con le esche più varie[4].

Le carni sono buone ma la piccola taglia fa sì che abbiano mercato solo nei misti per frittura o zuppa di pesce[4].

Acquariofilia

Si adatta bene alla vita in acquario[1].

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Salpa/Sarpa salpa

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Sarpa salpa (Linnaeus, 1758), comunemente conosciuta come salpa, è un pesce osseo marino appartenente alla famiglia Sparidae. È l’unica specie del genere Sarpa.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

La salpa è presente in tutto il Mediterraneo, nonché nell’Atlantico orientale: dal Golfo di Biscaglia fino al Sudafrica[4].

Si tratta di una specie strettamente costiera che si trova dalla superficie fino (eccezionalmente) a 70 metri di profondità; normalmente non supera i 20 metri e si trova anche in acque molto basse[5]. Popola fondali rocciosi con crescita di piante acquatiche e praterie di Posidonia oceanica[4].

Descrizione

Il corpo ha la forma tipica degli Sparidae, appiattito ai lati, con dorso e ventre convessi in egual maniera. Il peduncolo caudale è sottile, la pinna caudale forcuta e con lobi appuntiti. Gli occhi sono piuttosto piccoli. La bocca è piccola, posta all’apice del muso e rivolta leggermente verso il basso, dotata di denti appuntiti utilizzati per raschiare le alghe dagli scogli. La pinna dorsale ha la parte anteriore con raggi spinosi poco robusti ed è abbastanza bassa, così come la pinna anale, che ha 3 raggi spinosi[5][6][7].

La colorazione è argentea con dorso grigio-azzurro, fianchi argentati attraversati orizzontalmente da 10/12 sottili strisce dorate. Una macchiolina scura è presente all’attaccatura delle pinne pettorali. Gli occhi sono dorati. La coda e le pinne sono azzurro verdastre tranne le pinne ventrali che sono trasparenti. Raggiunge una lunghezza di 50 cm e 3 kg di peso ma normalmente non supera i 30 cm per 1 kg[5][6][7].

Biologia

Specie gregaria che forma fitti banchi numerosi e ben disciplinati che si muovono velocemente tra gli scogli. Questo pesce ha un nuoto molto potente che produce una vibrazione che può essere avvertita dai subacquei[5].

Tipico banco di salpe

Alimentazione

È un pesce principalmente erbivoro, apprezza in particolar modo l’alga verde Ulva lactuca o insalata di mare[5]. Da giovane si ciba prevalentemente di anellidi, crostacei e altri invertebrati[4].

Riproduzione

Ermafrodita proterandrica, la salpa nasce maschio per poi divenire femmina durante la crescita[4]. Le uova vengono deposte in autunno[6].

Pesca

La salpa è una cattura frequente sia per i pescatori sportivi che per i professionisti, dato che finisce spesso nelle reti da posta e nelle nasse ed abbocca con frequenza alle lenze. La dentatura del pesce rende la pesca complicata dato che è capace di tranciare i monofili sottili senza grossi problemi. Le carni non sono di grande qualità, data l’alimentazione prettamente erbivora che spesso conferisce loro un odore spiacevole di alghe o fango. Questo può essere evitato eviscerando la salpa quanto prima possibile, prima che il contenuto intestinale vada in putrefazione. La salpa può provocare, in chi si ciba della sua testa, effetti allucinogeni a causa della presenza di sostanze derivanti da una particolare alga della quale il pesce spesso si nutre. Il resto del corpo può essere ingerito senza che si determinino tali effetti.[8] Comunque la sua cattura è ambita dai pescatori sportivi dato che oppone una strenua resistenza ed è dotata di una notevole forza. Talvolta, approfittando del bell’aspetto del pesce, viene fraudolentemente venduta come orata sebbene l’aspetto dei due pesci sia molto diverso[5]. I pescatori della Liguria credono che in primavera ed autunno un tipo diverso di salpa (“salpa di corsa”) si riunisca in fitti banchi nei pressi delle punte della riva. Queste salpe sarebbero di forma più allungata e con il muso più appuntito ed avrebbero carni migliori delle salpe “comuni”[6].

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Sarago faraone/Diplodus cervinus cervinus

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Il sarago faraone[2] (Diplodus cervinus Lowe, 1838) è un pesce osseo marino appartenente alla famiglia Sparidae.[3]

Rischio minimo[1]

Descrizione

La sagoma è simile a quella degli altri saraghi ma le labbra sono più grandi. La colorazione invece è inconfondibile: argentata con 5-6 large fasce nere che arrivano quasi al ventre, più larghe degli spazi chiari interposti.
È il gigante tra i saraghi mediterranei ed arriva sino a 55 cm di lunghezza, per 2,7 kg di peso[4].

Biologia

Alimentazione

Specie onnivora, si nutre di piante acquatiche e piccoli invertebrati.[4]

Distribuzione e habitat

È una specie diffusa nell’Oceano Atlantico nord-orientale e nel mar Mediterraneo[1]; è assai più diffuso lungo le coste nordafricane rispetto a quelle europee. In Italia è raro, è leggermente più comune in Sicilia.
Vive su fondi rocciosi fino a circa 200 m.

Tassonomia

In passato oltre alla sottospecie nominale, venivano riconosciute altre due sottospecie: Diplodus cervinus hottentotus (presente nell’Attlasntico sud-orientale) e D. c. omanensis (presente nell’Oceano Indiano). Queste sono ora riconosciute come specie a sé stanti (rispettivamente Diplodus hottentotus e Diplodus omanensis).[1]

Pesca

Avviene, occasionalmente, con le stesse modalità degli altri saraghi più comuni. Le carni sono apprezzate ma sembra che in determinate condizioni il pesce, mentre viene cucinato, possa emettere uno sgradevole odore che comunque sparisce dopo pochi minuti di cottura.

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Sarago fasciato/Diplodus vulgaris

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Il sarago fasciato[2] (Diplodus vulgaris (Geoffroy Saint-Hilaire, 1817)), conosciuto comunemente come sarago comune o sarago testa nera, è un pesce osseo marino appartenente alla famiglia Sparidae.[3]

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nel Mar Mediterraneo, nel Mar Nero e nell’Oceano Atlantico orientale tra il golfo di Guascogna e il Senegal, comprese Madeira e le isole Canarie[1][4]. Frequenta prevalentemente zone rocciose costiere, soprattutto nei pressi di fondali sabbiosi, da 0 a 160 metri di profondità, normalmente non oltre i 30[5]; al contrario di altri saraghi è raro in acque salmastre[4].

Descrizione

L’aspetto generale di questo pesce è simile a quello degli altri saraghi (Diplodus), da cui si distingue principalmente per i caratteri della colorazione. Il corpo è brunastro o dorato sul dorso (variabile), argenteo sui fianchi e biancastro sul ventre. Sono presenti due larghe fasce nere verticali ben definite, una in prossimità dell’opercolo branchiale e una sul peduncolo caudale; la fascia posteriore può brevemente estendersi sul dorso. Un’altra banda nera, meno marcata, è presente in corrispondenza degli occhi. Sono presenti 15-16 sottili linee dorate longitudinali lungo i fianchi. Le pinne sono grigie tranne le pinne ventrali che sono scure[4][6][7]. La misura massima è di 45 centimetri di lunghezza ma mediamente ha una taglia non superiore a 22 cm. Il peso massimo è di 1,3 kg[5].

Biologia

Comportamento

Specie gregaria, forma spesso branchi composti talvolta anche da molti esemplari. Spesso i banchi stazionano a mezz’acqua senza muoversi[7].

Riproduzione

La riproduzione avviene in autunno, periodo in cui gli esemplari assumono una colorazione azzurrastra nella regione della testa. I giovani sono sempre ermafroditi, in seguito assumono il sesso maschile o femminile, che manterranno per il resto della vita[4].

Alimentazione

Si nutre di invertebrati bentonici come crostacei anfipodi, copepodi, granchi, gamberi, molluschi bivalvi, cefalopodi (Loligo vulgaris) e gasteropodi, vermi policheti, cnidari, echinodermi come ricci di mare e stelle marine[8].

Pesca

È preda ambita sia dai pescatori sportivi che dai professionisti. Viene catturato prevalentemente con reti da posta e con palamiti. Abbocca anche alle lenze. Le carni sono ottime[6][9].

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Sarago maggiore/Diplodus sargus sargus

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Il sarago maggiore[2] (Diplodus sargus[3] o Diplodus sargus sargus[4] (Linnaeus, 1758)) è un pesce di mare appartenente alla famiglia degli Sparidi.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nel Mediterraneo, nel mar Nero (rara) e nell’Oceano Atlantico orientale a nord fino al golfo di Guascogna. Nei mari italiani è molto comune.

È una specie abbastanza versatile riguardo all’habitat. Si può infatti trovare su fondi duri, sabbiosi, a Posidonia oceanica e perfino all’interno delle lagune in cui la salinità non sia troppo bassa. L’ambiente preferito sono comunque quelli di scogli coperti di densa vegetazione. È una specie strettamente costiera.

Descrizione

Presenta un corpo alto e schiacciato lateralmente come avviene negli altri saraghi. La bocca è abbastanza piccola armata di denti incisiviformi. Le pinne pettorali sono ampie e appuntite, le pinne ventrali sono nere con una fascia chiara al centro. Tutte le pinne impari sono bordate di nero, la pinna caudale ha un bordo nero molto più ampio.

Il colore è complessivamente argenteo, con 5 linee verticali nere (più vistose nei piccoli esemplari) alternate con 4 grigio scuro, più una macchia nera sulla parte del corpo posteriore, appena prima della pinna caudale, che non si estende al margine inferiore del peduncolo caudale. Nel periodo riproduttivo la parte superiore del muso diventa azzurrognola.

Raggiunge una lunghezza massima di 45 cm per 2 kg di peso. Vive fino a 10 anni.

Biologia

È una specie gregaria da giovane mentre diviene solitaria da adulta.

Alimentazione

Si nutre di crostacei ed altri invertebrati bentonici, da giovane, anche di alghe. Predilige particolarmente il riccio Paracentrotus lividus, di cui è il principale predatore, ma solo quando raggiunge la maggiore taglia con relativo sviluppo della dentatura, che gli permette di rompere il guscio anche se provvisto di aculei.

Riproduzione

Si riproduce nei mesi di gennaio-marzo nel Mediterraneo orientale e più tardi, in primavera, in quello occidentale.

Pesca

Si cattura in gran numero con reti da posta, palamiti, nasse e lenze. Le carni sono pregiatissime e molto ricercate.

La pesca in apnea con fucile subacqueo può essere effettuata con le tre tecniche principali: aspetto, agguato o tana. Gli esemplari più grossi si trovano solitamente in tana, anche in piccole spaccature nelle quali non ci si aspetterebbe di trovare un esemplare aduto. La tecnica dell’aspetto è solitamente la meno redditizia, in quanto il sarago fuori dalle tane è diffidente. Con mare mosso è facile incontrare grossi esemplari fuori dalle tane in acqua libera. Il comportamento del sarago cambia totalmente nelle riserve marine.[senza fonte]

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Sarago pizzuto/Diplodus puntazzo

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Il sarago pizzuto[2] (Diplodus puntazzo (Walbaum, 1792)) è un pesce della famiglia degli Sparidi[3].

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

È comune nel mar Mediterraneo, nel mar Nero e nell’Oceano Atlantico orientale tra il golfo di Guascogna e la Sierra Leone. È presente anche lungo le coste atlantiche del Sudafrica.
Vive solitario su fondi rocciosi, i giovani a galla, gli adulti anche a 20 – 50 metri di profondità.

Descrizione

Forma compressa lateralmente, tipica della Famiglia degli Sparidi, cui appartiene. Simile al sarago maggiore dal quale si distingue per il profilo frontale, che in prossimità della bocca appare concavo anziché convesso come negli altri sparidi:

  • il muso è molto appuntito, da cui il nome di pizzuto, e questo carattere è molto vistoso e può essere individuato facilmente.
  • la macchia nera sul peduncolo caudale è completa anche nella parte inferiore
  • le strisce verticali sui fianchi sono molto marcate, e permangono particolarmente visibili anche a qualche ora di distanza dalla morte.
  • è presente una debole fascia triangolare dietro l’occhio, simile a quella del sarago fasciato ma più breve e meno marcata.

Biologia

Alimentazione

Si nutre di alghe, molluschi e altri invertebrati.

Particolare della testa in cui sono ben visibili la tipica concavità frontale e il muso appuntito

Pesca

Si cattura raramente con le rete da posta ma più frequentemente all’amo, innescato con esche sia animali che vegetali, ed anche, occasionalmente, con pastelle al formaggio. Nella pesca sportiva è insidiato efficacemente con inneschi dell’alga filamentosa detta capel d’angelo (Enteromorpha compressa), ma anche innescando la cozza sgusciata o il bigattino (larva della mosca carnaria). È una preda discretamente ambita nella pesca subacquea, e la sua cattura avviene esclusivamente adottando la tecnica dell’aspetto in condizioni opportune di acqua velata con mare mosso o in scaduta. Questo perché, a differenza del sarago maggiore, non ha l’abitudine d’intanarsi né di aggregarsi in branco con i suoi simili. Generalmente si sposta in coppia con un altro individuo simile per dimensioni.

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Sarago sparaglione/Diplodus annularis

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Il sarago sparaglione[2] o sparaglione (Diplodus annularis Linnaeus, 1758) è un pesce appartenente alla famiglia degli Sparidi, diffuso nel mar Mediterraneo e nel mar Nero.[3]

Rischio minimo[1]

Descrizione

È il più piccolo di tutti i saraghi: difficilmente supera i 20-25 centimetri di lunghezza.

È facilmente riconoscibile per la livrea grigio-argentea con sfumature giallastre e per le pinne ventrali gialle. La macchia nera presente sul peduncolo caudale si estende sul bordo inferiore.

Biologia

È un pesce gregario negli stadi giovanili mentre da adulto abitualmente evita gli esemplari della stessa specie, ma si aggrega facilmente ad altre specie di saraghi, labridi e sciarrani.

Alimentazione

Si nutre sia di alghe che di nematodi, molluschi, piccoli crostacei ed echinodermi.

Riproduzione

È una specie ermafrodita proterandrica, sviluppa cioè caratteri maschili nelle prime fasi della vita e caratteri femminili negli stadi più avanzati. La stagione di riproduzione è variabile: gennaio-marzo nel Mediterraneo orientale, aprile-giugno nel Mediterraneo occidentale, maggio-agosto nell’alto Adriatico e luglio-settembre nel mar Nero.

Distribuzione e habitat

La specie è comune in tutto il bacino del Mediterraneo e nel mar Nero ed è presente ma meno comune anche nelle fasce costiere e nelle isole dell’Atlantico orientale dal Golfo di Guascogna al Marocco. È ubiquitario, infatti lo si può ritrovare sia su fondali rocciosi o sabbiosi, prediligendo però le praterie di Posidonia oceanica e di Zostera. È strettamente costiero e si ritrova a profondità comprese tra 0 e 20 m (eccezionalmente fino a 100 m).

Pesca

Viene catturato con tutte le tecniche di pesca sportiva che contemplino l’uso di esche naturali ed anche, in grande abbondanza, con le reti da posta. Non ha valore commerciale, a causa delle carni scarsamente saporite, anche se è l’ingrediente principe di alcune gustose zuppe di pesce (come il cacciucco livornese).

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Sardina/Sardina pilchardus

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La sardina (Sardina pilchardus, Walbaum 1792) è un pesce osseo marino della famiglia dei Clupeidae, di grande interesse economico. È l’unica specie del genere Sardina.

Rischio minimo[1]

Esemplari fotografati in Sardegna

Distribuzione e habitat

Si rinviene nell’Oceano Atlantico orientale tra l’Islanda (rarissima) ed il Senegal; di solito non è presente più a settentrione del mar del Nord. È comune nel mar Mediterraneo (soprattutto la parte occidentale e l’Adriatico),[2] è invece rara nel mar Nero e nel mar d’Azov.[3] È una tipica specie pelagica che vive in acque aperte senza alcun contatto con il fondale e si può trovare sia lontano dalle coste sia, soprattutto durante la buona stagione, in acque basse e costiere. D’inverno si trova a profondità fino a 180 metri.[4]

Morfologia

La sardina è spesso associata all’acciuga sia come stile di vita che come modalità di consumo e, talvolta, addirittura confusa con essa dal consumatore inesperto. In realtà le due specie di clupeiformi appartengono a famiglie diverse e hanno aspetto completamente differente. La sardina ha corpo affusolato ma più alto e più compresso lateralmente rispetto all’acciuga e sul ventre ha una fila di scaglie rigide ed appuntite (scutelli) che però non formano una vera carena, come avviene nello spratto. La testa è appuntita, con occhio piuttosto grande ricoperto da una palpebra adiposa simile a quella presente nella cheppia, nel cefalo comune o nel lanzardo. La bocca è grande (arriva sotto l’occhio), rivolta in alto, e la mandibola inferiore è più lunga della superiore. I denti sono minuscoli. Sull’opercolo branchiale sono presenti delle carene ossee disposte a ventaglio. Le scaglie sono grandi e vengono perdute facilmente al semplice contatto. Le pinne non hanno raggi spinosi. La pinna dorsale, breve, è posta alla metà del corpo; la pinna anale è molto più arretrata, quasi sul peduncolo caudale, è più lunga e bassa, con i due raggi più posteriori ingrossati e più lunghi degli altri. Le pinne pettorali sono abbastanza grandi, inserite molto in basso, vicino al bordo ventrale; le pinne ventrali sono sulla verticale del centro della dorsale (a differenza che nello spratto in cui sono poste sotto l’origine della dorsale). La pinna caudale è biloba.[3][4][5][6]

Il colore dell’animale vivo è verdastro o azzurro iridescente sul dorso, argenteo sui fianchi e biancastro sul ventre. Lungo la parte dorsale dei fianchi sono allineate alcune macchioline nere, spesso poco visibili.[5][6]

Raggiunge i 27 cm di lunghezza nel Mediterraneo occidentale e i 30 cm nell’Atlantico,[3] la lunghezza comune è di 15–20 cm.[6]

Biologia

È una specie gregaria in ogni stadio vitale che forma banchi molto fitti e disciplinati, composti da centinaia o migliaia di individui. Le sardine si riuniscono in banchi assieme ad individui di altre specie di taglia simile come acciughe, altri Clupeidae e perfino giovanili di tonno rosso e palamita. Effettua migrazioni nictemerali: di giorno si mantiene in genere in acque profonde (25–55 m), spostandosi verso la superficie durante la notte (15–35 m).[4] La durata massima della vita è di 5 anni nel mar Mediterraneo e può raggiungere i 14 nell’Atlantico.[3]

Alimentazione

La sardina si nutre esclusivamente di plancton, soprattutto zooplancton e in particolare crostacei copepodi del genere Calanus. Le larve invece consumano soprattutto fitoplancton. Si alimenta nelle ore diurne, soprattutto serali, ma non di notte.[3] Non è un filtratore come altri Clupeidae ma dà la caccia alle singole prede.[4]

Riproduzione

Si riproduce tutto l’anno con un massimo in inverno. Le uova sono pelagiche e ogni femmina ne può deporre fino a 80.000. Le larve si schiudono dopo qualche giorno: sono trasparenti e hanno la pinna dorsale molto arretrata. A 3–4 cm prendono la colorazione adulta e vengono chiamate gianchetti o bianchetti. La maturità sessuale è raggiunta a 1 o 2 anni di età.[3] Ogni anno, in Sudafrica, milioni di sardine nuotano verso la costa per deporre le uova. Durante il viaggio, nutrono una vasta schiera di predatori, tra cui delfini, sule, pinguini, squali, otarie e balenottere di Bryde.

Pesca

Alcuni esemplari pescati

Questa specie ha un’elevatissima importanza per la pesca commerciale mediterranea e dell’Europa meridionale atlantica. Viene catturata soprattutto con la rete da circuizione denominata ciànciolo in cui i banchi vengono attratti con l’ausilio di potenti luci. Talvolta vengono utilizzate reti da posta derivanti (menaide).[4][5]

Le carni sono buone.[5]

È oggetto, soprattutto nel Mar Adriatico, di sovrapesca. Si stima che la sola flotta di Chioggia in estate rigetti in mare tra le 6 e le 9 tonnellate al giorno di sardine e acciughe morte, per ogni coppia di navi, a causa del prezzo di mercato non remunerativo. Gli stock ittici si sono notevolmente ridotti nell’arco degli ultimi decenni.[7]

In cucina

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Taramosalata.

Una teglia di sarde ripiene impanate e fritte.

Per le sue qualità viene consigliata dai nutrizionisti nella dieta mediterranea e dai cardiologi nella prevenzione delle cardiopatie specie nelle persone affette da ipercolesterolemia, in quanto particolarmente ricca di acidi grassi essenziali omega 3[8].

Sono l’alimento più ricco di EPA e DHA (2.35 e 1.73 per 100 mg di prodotto fresco), ma anche di acido arachidonico[9][10].

È molto usata a Palermo e nel resto della Sicilia per preparare la famosa ricetta della pasta con le sarde alla palermitana oppure la sarda a beccafico. Oppure quando le carni sono fresche marinata. La marinatura può essere fatta in aceto di vino rosso o limone. È molto apprezzata anche fritta panata nella farina di grano duro o arrostita alla brace.

In Veneto è usata per la ricetta delle sarde in saor, piatto tipico veneziano con cipolle cotte nell’aceto uvetta e pinoli;[11] in provincia di Treviso vi è la sagra la festa dea sardea.

In Liguria le sardine sono la base delle tradizionali sarde ripiene, costituite da filetti di sardina farciti con un impasto a base di ortaggi da foglia quali lattuga, bietole o spinaci[12].

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Sauro feroce/Alepisaurus ferox

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Alepisaurus ferox Lowe, 1833, conosciuto comunemente come sauro feroce, è un pesce abissale della famiglia Alepisauridae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

È cosmopolita e si incontra anche nel mar Mediterraneo, oltre che in tutti gli oceani. Vive di solito in acque tropicali e subtropicali ma durante la buona stagione si porta anche a latitudini subpolari. È raro (o meglio scarsamente incontrato) in tutto il suo areale.
Vive a grandi profondità (almeno fino a 1000 metri) ma fa talvolta delle comparse in acque superficiali.

Descrizione

Ha un aspetto feroce, soprattutto per la profonda bocca armata di grandi denti caniniformi sporgenti che supera gli occhi molto grandi. Il corpo è slanciato e sottile, a sezione cilindrica. La pinna dorsale è lunghissima e molto alta, con i primi raggi filiformi allungati, è presente una piccola pinna adiposa; la pinna caudale è profondamente forcuta, il lobo superiore porta un prolungamento filiforme. La pinna anale è bassa; le pinne ventrali arretrate e le pinne pettorali lunghe ed inserite in basso sul corpo. È molto fragile.
Il colore è bronzeo iridescente con fitti punti scuri. Le pinne sono nere.
Raggiunge sicuramente 1,5 m di lunghezza e sembra possa raggiungere i 2 metri.

Alimentazione

Feroce predatore, caccia pesci, cefalopodi, salpe, crostacei ed, in generale, tutto ciò che incontra.

Predatori

Sono riportati casi di predazione da parte di tonni, pesci re, squali e foche.

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Scazzone marino/Taurulus bubalis

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Lo scazzone marino (Taurulus bubalis (Euphrasen, 1786)) è un pesce osseo marino appartenente alla famiglia Cottidae. È l’unica specie del genere Taurulus Gratzianov, 1907.

Specie non valutata

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Descrizione

Questo pesce è relativamente agli scorfani mediterranei per la testa grande e ricoperta di spine e creste, è però riconoscibile a colpo d’occhio per la presenza di due pinne dorsali e per la lunga spina nella parte superiore del preopercolo. Occhi ovali, di dimensioni maggiori negli esemplari femminili. Le pinne pettorali sono ampie, quasi quanto quelle delle gallinelle; le pinne ventrali sono costituite da tre raggi, sono più lunghe nei maschi. Pinna caudale arrotondata. La parte posteriore della mascella porta un corto barbiglio. scaglie assenti. La linea laterale è dritta, con una serie di placchette spinose.[1][2][3][4].

La colorazione è molto variabile, di solito su fondo grigio o bruno sono presenti fasce o macchiette più scure. Alcuni esemplari possono però essere di color rosso vivo o giallo oro. La livrea nuziale è caratterizzata dal colore del ventre: giallo nei maschi e azzurro verdastro per le femmine[1].

La misura massima è di 17,5 cm per i maschi e di 20 cm per le femmine. Normalmente entrambi non superano i 12 cm[5].

Biologia

Si tratta di una specie territoriale. È in grado di respirare ossigeno atmosferico[5].

Riproduzione

Avviene nei mesi primaverili. Le uova vengono deposte nelle fessure delle rocce e sono di colore arancio.[2].

Alimentazione

È carnivoro, si nutre di crostacei (anfipodi, misidacei e decapodi), policheti, molluschi, ofiure e piccoli pesci[5].

Distribuzione e habitat

Si tratta di una specie a distribuzione nordica presente nell’Oceano Atlantico orientale dall’Islanda e il mar Bianco a nord e fino al Portogallo a sud[5]. Alcuni esemplari sono stati catturati nel mar Mediterraneo occidentale, dove è considerato rarissimo[2].

È un pesce strettamente costiero che di solito vive nella zona intertidale spesso in pozze di marea ma può scendere occasionalmente fino a 20 m di profondità su fondi duri ricchi di alghe[5].

Pesca

Questa specie non ha alcun valore commerciale. Viene comunque catturata con le reti da posta ed altri attrezzi per la pesca costiera[4].

Pericoli per l’uomo

Sembra che durante la primavera le spine della testa diventino velenifere[1].

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Sciarrano/Serranus scriba

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Serranus scriba (Linnaeus, 1758), comunemente conosciuto come sciarrano o “boccaccia” è un pesce osseo marino appartenente alla famiglia Serranidae.

Rischio minimo

Distribuzione e habitat

Popola il Mar Mediterraneo, dove è molto comune[1], e il Mar Nero nonché la parte orientale dell’oceano Atlantico, dal golfo di Biscaglia alla Mauritania[2].

Predilige i fondali rocciosi e le praterie di Posidonia oceanica. È un pesce quasi esclusivamente costiero e, sebbene si conoscano catture a 200 metri di profondità, normalmente è raro incontrarlo sotto i 30[1][2].

Descrizione

Ha un aspetto simile a quello della perchia ma con il muso più appuntito, la fronte dritta e bocca leggermente più grande[3].

La livrea è variabile ma generalmente presenta un colore di fondo rossiccio o brunastro che diviene via via più chiaro sui fianchi e sul ventre dove è presente una caratteristica macchia di colore azzurro più o meno scuro. Sono presenti 5-7 fasce verticali brune accoppiate a due a due che non raggiungono il ventre. La coda ed il peduncolo caudale sono di colore giallo. Sulla parte superiore della testa e sulla gola sono presenti delle sottili linee azzurre e aranciate intrecciate che possono assomigliare ad una scrittura da cui il nome specifico scriba. Sulla testa sono presenti anche delle macchie rossastre[1][3][4].

Raggiunge 36 cm di lunghezza massima, normalmente si ferma a 25 cm[2].

Biologia

Comportamento

È una specie solitaria, spiccatamente territoriale. Difende con aggressività il proprio territorio dalle intrusioni di suoi conspecifici. Al contrario della perchia è un animale piuttosto diffidente. Quando è in procinto di attaccare una preda assume una caratteristica posizione obliqua con la testa rivolta in alto[4].

Riproduzione

È una specie ermafrodita, in cui uova e sperma arrivano a maturazione contemporaneamente, anche se non si ha mai l’autofecondazione. Le uova vengono deposte tra le rocce nei pressi delle coste nei mesi primaverili ed estivi[1][2][3].

Alimentazione

Si nutre prevalentemente di piccoli pesci (particolarmente latterini)[4] e crostacei[2], occasionalmente anche di policheti e molluschi. Si nutre anche dei resti del pasto dei polpi: la sua presenza è quindi spesso indice della vicinanza di uno di essi[4].

Predatori

È predato fra gli altri dallo Scorfano rosso[2].

Pesca

Come la perchia si cattura molto spesso con tramagli e nasse e abbocca facilmente alle lenze innescate con esche animali di qualunque tipo, anche se predilige piccoli molluschi e piccoli vermi. [4].

La carne è buona ma le piccole dimensioni fanno sì che non abbia un mercato specifico finendo nel misto di pesce di scoglio per la zuppa di pesce[4].

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Scorfano di Madeira/Scorpaena maderensis

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Lo scorfano di Madeira o scorfanotto squamoso (Scorpaena maderensis Valenciennes, 1833) è un pesce di mare della famiglia degli Scorpaenidae.

Rischio minimo

Distribuzione e habitat

È diffuso nell’Oceano Atlantico orientale, dal Portogallo, alle Isole del Capo Verde, alle Canarie, alle Azzorre, a Madera (dove è molto comune) e nel Mar Mediterraneo.
Si tratta di una specie costiera che raramente può essere trovata a profondità superiori a 30 m. Vive su fondi duri con vegetazione folta.

Descrizione

Molto simile agli altri scorfani da cui è però chiaramente distinto dall’assenza della fossetta sulla nuca e dalle squame che comprono interamente il ventre. Inoltre sono spesso presenti due piccoli lembi di pelle bianca sulla mascella inferiore e la sua sagoma è più slanciata di quella dei congeneri.
La livrea è estremamente variabile, in genere è simile a quella dello scorfano nero, beige o bruno chiaro con marezzature, strisce e macchie più scure ma il colore può anche essere nero o rosso fuoco! Sono sempre presenti due fasce nere ben definite, una sulla pinna caudale ed una sul peduncolo caudale. L’iride dell’occhio è rossa.
Questa specie non supera i 15 cm.

Alimentazione

Si nutre di pesci nonché di crostacei ed altri invertebrati.

Pesca

Non abbocca alle lenze e si cattura con reti da posta e nasse. La carne è buona ma si consuma solo nelle zuppe.

Veleno

Simile a quello degli altri scorfani.

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Scorfano di fondale/Helicolenus dactylopterus

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Lo scorfano di fondale[1] (Helicolenus dactylopterus), è un pesce osseo marino della famiglia Sebastidae.

Distribuzione e habitat

È presente nel mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico temperato e tropicale. Sulle coste europee si trova a nord fino alle coste norvegesi settentrionali. È abbastanza comune nei mari italiani tranne che nel mar Adriatico dove è raro.
Frequenta fondali rocciosi ed è particolarmente comune nei pressi di secche e relitti. Talvolta si incontra anche su fondi molli. La profondità a cui si trova varia tra i 100 (raramente 20) ed i 1000 metri. È molto meno legato al fondo rispetto agli altri scorfani.

Descrizione

Come aspetto generale assomiglia ai comuni scorfani ed anche ai serranidi ma si distingue a prima vista per l’assenza di tentacoli su muso e mandibola e per gli occhi molto più grandi. Anche la bocca è piuttosto grande e munita di denti a forma di ago. La pinna dorsale è unica, munita di raggi spinosi nella metà anteriore, questi raggi sono allungati nella porzione centrale. Le pinne pettorali, ampie, hanno i raggi inferiori liberi ed ingrossati. Le pinne ventrali sono più piccole delle pettorali. La pinna caudale ha bordo più o meno piatto, con gli angoli superiori ed inferiori acuti. Il capo presenta alcune piccole spine, altre 5 spine sono lungo il bordo dell’opercolo branchiale.
Il colore è rossiccio o beige con 4 fasce scure verticali, di cui l’ultima sul peduncolo caudale. Da vivo il corpo è percorso da fasce verticali rosso vivo. Una macchia nera è presente al centro della pinna dorsale; spesso ce n’è un’altra nella parte alta dell’opercolo branchiale. L’interno della bocca è nero.
Raggiunge i 45 cm di lunghezza.

Alimentazione

Si ciba di crostacei, molluschi e pesci che cattura sia vicino al fondo che in acqua aperta.

Riproduzione

Avviene in inverno. Uova e larve sono pelagiche.

Pesca

Si cattura con le reti a strascico e con i palamiti nonché con il bolentino. Le carni, buone, sono impiegate per la zuppa di pesce.

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Scorfano nero/Scorpaena porcus

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Scorpaena porcus, conosciuto comunemente come Scorfano nero o Scorfano bruno, è un pesce marino appartenente alla famiglia Scorpaenidae.

Rischio minimo

Distribuzione e habitat

Lo scorfano nero è diffuso nell’Atlantico orientale (dall’Arcipelago Britannico alla costa marocchina, comprese le Azzorre e le Canarie), nel Mediterraneo (più diffuso nella parte occidentale) e nel Mar Nero. Pesce bentonico, mimetico, vive da 0 a oltre -100 metri di profondità su fondali rocciosi o praterie di posidonia.

Descrizione

La testa è grossa con caratteristiche appendici e spine distribuite per tutto il cranio. La bocca è ampia. La pinna dorsale è sorretta nei primi 2/3 da 12 grossi raggi simili ad aculei; la pinna anale ne presenta 3 prima di ammorbidirsi con piccoli raggi. Le pinne pettorali sono ampie, robuste e tondeggianti. Le ventrali sono oblunghe, provviste di una spina.
La particolare morfologia di questo animale si è evoluta in funzione della vita di fondale ed è responsabile tanto delle sue eccezionali capacità mimetiche quanto delle sue mediocri abilità natatorie.
La livrea presenta un colore di fondo variabile dal bruno scuro al rossiccio, al color sabbia, macchiato e marezzato di bruno e di chiaro.

Riproduzione

Non si conosce molto della sua riproduzione: si sa che la deposizione avviene in primavera.

Alimentazione

Si nutre di crostacei, invertebrati e piccoli pesci (Gobiidi, Blennidi), che cattura con un rapido movimento della bocca protrattile. Attende le sue prede immobile, perfettamente mimetizzato con l’ambiente circostante.

Pesca

Pescato con nasse, reti a strascico ma anche con l’amo, come gli altri scorfani lo scorfano nero si presta ad insaporire piatti come la zuppa di pesce, il caciucco, brodetti e fumetti vari.

Pericoli per l’uomo

Avvertenza
Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze.

Come tutti gli Scorfani, anche lo scorfano nero possiede ghiandole velenifere poste sotto gli aculei delle pinne dorsali e anali. Le punture accidentali (soprattutto tra pescatori e sub) sono possibili: in questi casi sopraggiunge un forte dolore, a volte con comparsa di nausea, vomito e shock. Il trattamento sintomatico consiste nell’immergere in acqua calda la ferita, poiché la tossina è termolabile. Si consiglia comunque un trattamento antibiotico (a volte la ferita può andare in necrosi) e antitetanica.

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Scorfanotto/Scorpaena notata

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Lo scorfanotto (Scorpaena notata Rafinesque, 1810) è un pesce marino della famiglia degli Scorpaenidae.

Rischio minimo

Descrizione

Fino a 18 centimetri, il più piccolo tra gli Scorpaenidae mediterranei. Mimetico, corpo di colore rosso con macchie biancastre, tozzo; presente una macchia nera sulla pinna dorsale estesa tra l’ottava e la decima spina.

Comportamento

Specie bentonica tipicamente notturna; di giorno è sedentario.

Habitat e distribuzione

Mar Mediterraneo, Oceano Atlantico orientale, da 0 a 100 metri di profondità su fondali rocciosi.

Specie affini

Scorpaena scrofa, da cui si distingue per la mancanza di appendici cutanee sotto la bocca e per la presenza della macchia dorsale.

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Scorfano rosso/Scorpaena scrofa

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Lo scorfano rosso (Scorpaena scrofa Linnaeus, 1758) è un pesce della famiglia degli Scorpaenidae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

È diffuso nell’Oceano Atlantico orientale, dalle isole britanniche, al Marocco, nelle Canarie, nelle Azzorre e nel Mar Mediterraneo.
Vive su fondi duri, rocciosi o a coralligeno, di solito ad una profondità superiore ai 20 m (fino ad oltre 200 m) anche se i giovani possono essere incontrati in acque più basse. Ha una predilezione per le secche scogliose che si elevano da un fondo fangoso, ma lo si trova anche in ambienti di scogliera d’ogni tipo e su fondi mobili costituiti da sabbia, fango e detrito. Il suo habitat è molto vario e le sue abitudini estremamente territoriali, al punto che è possibile immergersi ed osservare gli stessi esemplari per anni nello stesso posto, eletto a dimora e nello stesso tempo ad areale di caccia.

Descrizione

È riconoscibile da tutte le altre Scorpaena per le dimensioni notevoli che raggiunge e per le sue peculiarità corporee, con appendici carnose sul mento, lungo i fianchi e sugli occhi.
Per il resto è simile alle altre scorpene, con testa massiccia (forse in proporzione più grande che nei congeneri) spinosa e coperta di appendici cutanee.
Il colore è in genere rosso vivo ma può presentarsi anche rosa, bruno o giallo zolfo, variegato di scuro in vari modi e, in genere, con una macchia nera al centro della pinna dorsale.
Raggiunge 50 cm di lunghezza e 3/4 kg di peso circa.

Riproduzione

Avviene tra maggio ed agosto.

Biologia

Passa gran parte del tempo fermo immobile in un punto rialzato del fondale attendendo che una preda gli passi davanti. La sua tecnica di cattura della preda è molto rapida ed efficace, e si basa su un repentino scatto in avanti abbinato al proiettarsi in avanti delle grandi fauci in un movimento che non da scampo alla preda stessa.

Pesca

Si può catturare sia con lenze che con palamiti o reti a strascico.

Le carni sono molto apprezzate e utilizzate soprattutto in vari brodi e zuppe di pesce. È, ad esempio, ingrediente obbligatorio per preparare alcuni piatti come il cacciucco alla livornese o la bouillabaisse di Marsiglia.

Veleno

Avvertenza
Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze.

Le spine dei raggi della pinna dorsale e dell’opercolo branchiale sono collegate a ghiandole velenifere che rendono assai dolorosa la puntura, che può talvolta avere carattere di gravità e in alcuni rari casi può provocare perdita di coscienza, vertigini e ipotensione.

Per un primo soccorso in caso di puntura togliere eventuali spine, lavare e disinfettare la parte traumatizzata, immergere la zona colpita in acqua molto calda (anche salata) per due ore (almeno un’ora), o anche 30 minuti sotto la sabbia, poiché il veleno è termolabile cioè viene inattivato dal calore.

Acquariofilia

Questo pesce è allevato esclusivamente negli acquari pubblici.

Esemplare fotografato in acque basse

Curiosità

Volgarmente il termine scorfano viene utilizzato per indicare una persona brutta e sgraziata.

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Seppia comune/Sepia officinalis

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La seppia comune (Sepia officinalis Linnaeus, 1758) è un mollusco della famiglia Sepiidae, diffuso nel mar Mediterraneo e nell’Atlantico orientale.[1]

Rischio minimo

Descrizione

La seppia comune è dotata di un corpo allungato con mantello di forma triangolare circondato da due pinne ondeggianti che quasi si uniscono sulla punta favorendo il movimento dell’animale. Il resto del corpo è composto da due grandi occhi e otto piccoli tentacoli che nascondono al centro un becco corneo simile a quello di un pappagallo e due tentacoli più lunghi che presentano le ventose solo all’apice e vengono estroflessi con uno scatto velocissimo per catturare le prede.

Dentro il mantello, dove è presente la conchiglia del mollusco nota volgarmente come “osso di seppia“, l’animale può riempirsi e svuotarsi d’acqua a proprio piacimento in maniera tale da cambiare livello di profondità. Il colore è grigio-giallastro, solitamente zebrato.

Biologia

Quando è in pericolo la seppia emana una nuvola d’inchiostro nero dall’ano. L’inchiostro è liberato da un’apposita sacca (situata fra le branchie) e disperso con l’ausilio d’un getto d’acqua emesso dal sifone (posto sotto gli occhi e avente anche funzione respiratoria) per confondere il predatore e darsi così alla fuga. Come tutti i cefalopodi più evoluti infine può cambiare colore (e anche consistenza della pelle) sia per fini emotivi, sia per fini predatori e difensivi. La dieta è composta da crostacei come granchi di cui è ghiotta, piccoli pesci e cefalopodi, tra cui anche suoi simili.

Nel Mediterraneo nei mesi primaverili si avvicina alla costa per depositare le uova in anfratti subacquei.

In tale stagione i pescatori pongono in mare delle nasse, nelle quali le femmine entrano per deporre le uova seguite dai maschi e così vengono catturate.

Distribuzione e habitat

È diffusa nel mar Mediterraneo e nell’oceano Atlantico orientale, dalla penisola scandinava al Marocco.

Vive sui fondali sabbiosi o nelle praterie di Posidonia oceanica, sino ai 100 m di profondità.

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Sergente maggiore/Abudefduf saxatilis

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Abudefduf saxatilis, noto come sergente maggiore è un pesce osseo marino della famiglia Pomacentridae.

Specie non valutata

Distribuzione e habitat

Questo pesce è diffuso nelle fasce tropicali dell’Oceano Atlantico sia sulle coste americane che su quelle africano. È molto comune nel mar dei Caraibi. Nelle regioni tropicali degli oceani Pacifico e Indiano è sostituito dalla specie molto simile Abudefduf vaigiensis. Un esemplare è stato segnalato nel golfo di Napoli nel 1959, ma è stato poi attribuito alla specie indopacifica A. vaigiensis di provenienza lessepsiana[1][2].

Vive in acque basse nei pressi di scogliere o barriere coralline. Popola le fasce mediane dell’acqua, non troppo distante dal fondo. I giovanili frequentano le pozze di marea.

Descrizione

Ha corpo alto e moderatamente compresso ai lati, a sezione oviodale. La bocca è piccola. La pinna dorsale è unica, con la parte spinosa più lunga di quella a raggi molli, che però è più alta. La pinna anale ha 2 raggi spinosi. La pinna caudale è forcuta. Le scaglie sono grandi e coprono buona parte della testa la base delle pinne pari.

La colorazione è grigistra-azzurra con riflessi gialli su dorso e fianchi e biancastra sul ventre. Sui fianchi sono presenti 5 barre nere verticali; talvolta una sesta striscia è presente sul peduncolo caudale e una macchia nera è presente alla base della pinna pettorale. I maschi adulti che stanno facendo la guardia al nido sono uniformemente azzurro scuro con le barre scure meno vistose del solito. Quando presta il suo servizio di guardia alle uova, solitamente deposte su di un masso o un corallo, dimostra un carattere deciso e non si fa intimidire dalla vista dei sub. Spesso se ci si avvicina troppo al suo territorio è in grado di attaccare e, con la sua bocca piccola ma tagliente, può infliggere anche piccole ferite nelle parti più vulnerabili del corpo del malcapitato. Questo comportamento impavido gli è valso il soprannome di pesce sergente.

Misura fino a 23 cm ma la misura media non supera i 15 cm.

Maschio adulto

Individuo giovanile

Biologia

È una specie fortemente gregaria che forma banchi non compatti nelle aree di alimentazione.

Alimentazione

Si ciba di zooplancton, invertebrati bentonici e materiale vegetale. I giovanili possono effettuare l’attività di pesci pulitori similmente a quella del Labroides dimidiatus su altri pesci e anche su tartarughe marine.

Riproduzione

Le uova sono deposte sul fondo e vengono sorvegliate dal maschio. Le larve sono pelagiche.

Pesca

Ha carni di nessun valore.

Acquariofilia

Talvolta è allevato negli acquari marini.

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Sgombro/Scomber scombrus

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Scomber scombrus, conosciuto comunemente come sgombro (o scombro) o maccarello, è un pesce di mare appartenente alla famiglia Scombridae. È un tipico pesce azzurro.

Al maccarello è riconosciuta una notevole importanza dal punto di vista alimentare, sia per l’alimentazione umana che per la produzione di mangimi da allevamento animale, tanto che il suo prelievo riveste un'”alta importanza commerciale”[1]: per questo motivo, l’allarme destato dalla costante riduzione di alcune popolazioni ha portato alla sua inclusione nella Lista rossa delle specie minacciate[1] curata dalla IUCN-Unione Internazionale per la Conservazione della Natura nella categoria “a rischio minimo”.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nelle acque costiere del Mediterraneo e del Mar Nero, nonché nel Nord Atlantico, dalle coste marocchine e spagnole fino al Mar di Norvegia. È presente anche nelle acque islandesi, groenlandesi e al largo del Canada. Abita le acque fino a 200 metri di profondità, svernando in acque profonde e tornando verso le coste nelle stagioni più calde.

Descrizione

Il corpo è allungato e affusolato, con bocca a punta e occhi grandi. Presenta due pinne dorsali, la seconda delle quali è seguita da 5 piccole pinne stabilizzatrici sul peduncolo caudale, opposte e simmetriche ad altre 5 pinnette tra la pinna anale e la caudale. La coda è fortemente bilobata.
La livrea presenta un dorso grigio-bluastro, che sfuma verso i fianchi fino a incontrare il ventre bianco argenteo. Dal dorso partono delle tigrature verticali nere che arrivano all’altezza della linea laterale. Le pinne sono grigio-azzurre. Raggiunge eccezionalmente una lunghezza di 50 cm[2] e ha una speranza di vita di 17 anni.

Riproduzione

La deposizione avviene all’interno dei numerosissimi banchi che forma, tra marzo e agosto, a seconda della zona. Le uova, gialle e sferiche (1,2-1,4 mm di diametro), si schiudono dopo 6-7 giorni. Le larve, alla lunghezza di 6 mm, assorbono il sacco vitellino e possiedono mandibola già munita di denti. Gli sgombri sono sessualmente maturi dalla lunghezza di 24–30 cm.

Alimentazione

Ha dieta onnivora: si nutre di plancton (anfipodi, copepodi), meduse (tra le quali Aglantha digitale), piccoli pesci (soprattutto Clupea harengus, Sardina pilchardus, Sprattus sprattus, Engraulis encrasicolus e Gadus morhua), uova e larve di pesci, gamberi, vermi e molluschi gasteropodi.

Per un miglior assorbimento dei nutrienti, l’intestino presenta molteplici ciechi pilorici.

Pesca

Viene catturato in grandi quantità soprattutto con le reti da circuizione. I pescatori sportivi lo insidiano a traina o a bolentino, con esche sia naturali che artificiali. Date le sue abitudini pelagiche è indispensabile l’uso di un’imbarcazione.

Alimentazione umana

Sgombri esposti sul banco di una pescheria

Sgombri con i piselli

Lo sgombro è uno dei pesci più utilizzati e apprezzati della dieta mediterranea: è raccomandato dai medici per il suo apporto in grassi omega-3, particolarmente adatti per chi è affetto da ipercolesterolemia. Oltre che cucinato fresco lo sgombro viene anche conservato in scatola, eventualmente previa affumicatura, sott’olio, al naturale o anche insaporito con vari ingredienti quali il vino bianco.[3]

Pericoli di estinzione

Nel corso del XX secolo la pesca di sgombri è aumentata sensibilmente, arrivando perfino, nel 1960, al rischio di estinzione della popolazione dell’Atlantico occidentale[1]. Nel corso degli ultimi decenni si stanno approntando azioni e misure per strategie di pesca sostenibile, la cui applicazione è causa di attriti tra paesi della Comunità europea, come la Scozia e l’Irlanda, e paesi estranei, come l’Islanda e le Far Oer[4].

Allergie alimentari

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: allergie alimentari.

La presenza di una particolare proteina, la parvalbumina, fa dello sgombro la causa di un’allergia alimentare[5][6][7] anche grave.

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Sigano/Siganus luridus

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Siganus luridus (Rüppell, 1828), noto in italiano come sigano[1], è un pesce osseo marino appartenente alla famiglia Siganidae.

Specie non valutata

Descrizione

Questo pesce ha una sagoma ovale e corpo compresso lateralmente. La bocca è piccola (non raggiunge l’occhio) ma con labbra evidenti. Il muso è ottuso e rivolto in basso. Denti incisiviformi. Scaglie molto piccole e poco visibili. Pinna dorsale con una lunga parte anteriore a raggi spinosi acuti (di cui il primo brevissimo, rivolto anteriormente, e spesso infossato nella pelle) e una più breve posteriore a raggi molli. La pinna anale ha da 8 a 10 raggi spinosi seguiti da raggi molli. I margini posteriori della pinna dorsale e della pinna anale sono rotondeggianti. La pinna caudale ha margine tronco o leggermente arrotondato. La colorazione è variabile anche su base geografica, in genere piuttosto uniforme, bruna o verdastra con del giallo sulle pinne. La livrea notturna è marmorizzata[2][3][4].

La taglia massima nota è di 30 cm ma normalmente sui 20 cm[3].

Distribuzione e habitat

Questa specie è endemica dell’Oceano Indiano occidentale compresi il mar Rosso e il golfo Persico. In seguito alla migrazione lessepsiana ha colonizzato la parte orientale del mar Mediterraneo. Attualmente (2015) è molto comune lungo le coste di Creta e continentali dalla Cirenaica all’isola di Rodi. Più raro sulle coste tunisine e della Grecia continentale. Vi sono segnalazioni dalla Francia meridionale (Provenza), dall’Albania, dalla Croazia e dal canale di Sicilia[2][3][4][5]
Costiero, non si trova a più di 20 metri di profondità. Vive su fondi duri corallini con presenza di sedimento e di vegetazione. Nel Mediterraneo popola fondi duri ricchi di copertura algale.

Biologia

I giovanili sono fortemente gregari e formano fitti banchi, gli adulti sono solitari o si riuniscono in piccoli gruppi, spesso frammisti ad altre specie. Quando viene minacciato erige i raggi spinosi tossici delle pinne[3].

Alimentazione

S. luridus ha una dieta erbivora si nutre (in Mediterraneo) soprattutto di alghe brune dei generi Padina, Sargassum, Dictlyotales e Sphacelaria. I giovanili sono planctofagi[2][3].

Riproduzione

Avviene in primavera ed estate. Le uova e le larve sono pelagiche e si trovano nei pressi della superficie[2][3].

Pesca

La pesca a questa specie non ha un interesse rilevante, ne vengono catturate piccole quantità con le reti da posta e, occasionalmente, con le reti da circuizione. Le sue carni hanno provocato numerosi casi di ciguatera[2][3].

Acquariofilia

Pare che non si adatti bene alla vita in acquario[3].

Veleno

I raggi delle pinne sono velenosi, le punture sono molto dolorose ma non mortali[2]. Inoltre il consumo della carne ha causato ciguatera[2][3].

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