PESCE R

Pesce re/Lampris guttatus

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Il pesce re o opah (Lampris guttatus Brünnich, 1788) è un pesce di mare appartenente alla famiglia Lampridae ed all’ordine Lampridiformes[2].

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Si tratta di una specie cosmopolita, diffusa in tutti i mari e gli oceani, con l’eccezione di quelli polari. Nel mar Mediterraneo è complessivamente raro, ma presente in tutti i mari italiani ed, in generale, nel bacino occidentale.
Il suo stile di vita è pelagico e si incontra in acque aperte fino a circa 400 metri di profondità.

Descrizione

Pesce Re raffigurato su un francobollo

Ha un aspetto assolutamente caratteristico per il corpo molto alto e molto compresso lateralmente. La testa è relativamente piccola ed anche gli occhi e la bocca non hanno grandi dimensioni. È totalmente privo di denti. La linea laterale presenta una brusca curva dietro la testa. La pinna dorsale, unica, è lunga ed ha un vistoso lembo triangolare alla sua estremità anteriore, la pinna anale è più breve e senza lembo, la pinna caudale è leggermente forcuta, le pinne ventrali sono abbastanza grandi ed inserite in posizione arretrata, le pinne pettorali sono piuttosto ampie e sono poste in verticale, subito dopo l’opercolo branchiale.
La sua colorazione è molto vivace, rosso vivo con fianchi e dorso bluastri, cosparsi di numerose macchie rotonde biancastre. Le pinne sono rosso vermiglio e così la bocca e l’iride degli occhi.
Raggiunge dimensioni ragguardevoli, fino a più di 2 metri per oltre 100 kg. Una specie estinta, di dimensioni gigantesche, è Megalampris keyesi.

Alimentazione

Si ciba di organismi a corpo molle come cefalopodi pelagici, meduse ed anche piccoli pesci.

Biologia

Studi scientifici hanno riscontrato una caratteristica unica del pesce re: infatti – a differenza di tutte le altre specie ittiche – essi mantengono una temperatura corporea costante, indipendentemente dalla temperatura dell’acqua in cui vive. Questa caratteristica è conosciuta come omotermia, ed è tipica di mammiferi e uccelli[3][4].

Pesca

Viene catturato per caso, di solito assieme ai tonni. Le carni sono ottime e molto pregiate.

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Pesce rospo/Halobatrachus didactylus

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Halobatrachus didactylus, noto in italiano come pesce rospo, è un pesce osseo marino della famiglia Batrachoididae.

Distribuzione e habitat

È presente lungo le coste africane occidentali dallo stretto di Gibilterra al golfo di Guinea e, occasionalmente, lungo le coste atlantiche europee fino al golfo di Guascogna e nel mar Mediterraneo occidentale compresi i mari italiani, dove è raro.

Vive su fondi misti di roccia e sabbia o fango fino a 50 metri di profondità.

Descrizione

Ha un aspetto molto caratteristico con testa larga e schiacciata e parte posteriore del corpo compressa lateralmente. La bocca è larga e armata di denti robusti. Sotto la mandibola sono presenti alcuni lobi di pelle simili a quelli degli scorfani, altre appendici cutanee circondano le narici. Gli occhi sono abbastanza grandi, posti molto in avanti. Ci sono due linee laterali. Le pinne dorsali sono due, la prima triangolare, brevissima, con soli tre raggi e la seconda lunga e di altezza crescente. La pinna anale è più corta della dorsale di circa un terzo. La pinna caudale è ampia ed arrotondata. Le pinne ventrali sono avanzate, sotto l’opercolo branchiale; le pinne pettorali sono ampie e sono poste su un peduncolo.

Il colore è variabile, di solito bruno rossiccio ma può essere anche verdastro o giallastro. Sono presenti 4 macchie scure a forma di sella sul dorso, il corpo è coperto di piccole macchie più scure molto vicine tra loro che lo fanno sembrare reticolato. Le pinne sono coperte di macchiette marroni disposte in fila.

Può raggiungere i 50 cm di lunghezza.

Biologia

Passa il tempo immobile tra gli scogli o insabbiato in attesa di una preda. Si mimetizza molto efficacemente con l’ambiente.

Alimentazione

È carnivoro.

Riproduzione

I maschi ossigenano e proteggono le uova.

Pericolo per l’uomo

Sembra che abbia spine velenose nelle pinne e sugli opercoli branchiali.

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Pesce San Pietro/Zeus faber

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Il pesce San Pietro (Zeus faber Linnaeus, 1758) è un pesce d’acqua salata, esponente della famiglia Zeidae.

Dati insufficienti

Distribuzione e habitat

Diffuso nelle zone vicino ai fondali (fino a 400 metri) in tutte le acque temperate e tropicali, Mediterraneo e Mar Nero compresi. Nell’Atlantico è presente lungo le acque costiere dalla Scandinavia al Sudafrica ma è raro più a nord della Manica. Nel Pacifico orientale si trova dal Giappone all’Australia. Segnalata la presenza anche nell’Oceano Indiano, lungo le coste della penisola indiana e del Madagascar.

Nei mari italiani è abbastanza comune.

Vive su fondi mobili a sabbia o fango del piano circalitorale, di solito tra 50 e 200 metri per quanto non siano rari avvistamenti e catture in acque basse.

Descrizione

Il corpo è ellissoidale, alto e molto schiacciato sui lati. La bocca è grande e si può protrarre in avanti come un tubo. Gli occhi sono abbastanza grandi. La testa è dotata di numerose spine ed asperità.

La pinna dorsale presenta 9-10 spine allungate e filiformi molto sviluppate, mentre la parte molle della pinna è posizionato simmetricamente alla pinna anale. Le pettorali sono di medie dimensioni, le ventrali piuttosto lunghe. La pinna caudale è ampia ed ha margine leggermente arrotondato, trasparente con raggi bianchi. Lungo l’inserzione delle pinne dorsale ed anale sono presenti piccole piastre ossee che portano spine. Sul margine ventrale è inoltre presente una carena di scaglie appuntite.

La livrea ha un colore di fondo biancastro, grigiastro o giallastro screziato di beige e di bruno. Il ventre è bianco. Al centro del corpo un grosso ocello rotondeggiante nero, bordato di chiaro. I raggi dorsali sono bianchi e bruni, le ventrali grigiobrune. Le altre pinne sono trasparenti. Le dimensioni massime si attestano sui 90 cm di lunghezza per 8 kg di peso.

Biologia

È un animale solitario.

Riproduzione

Si riproduce dall’inverno alla tarda primavera, dipende dalle zone dove vive. Le uova, sferiche, vengono fecondate esternamente e sono pelagiche. La maturità sessuale avviene dopo i 4 anni di vita.

Alimentazione

Si nutre principalmente di piccoli pesci, ma anche di cefalopodi e crostacei. Nuota con movimento delle pinne dorsale ed anale ed è incapace di scatti veloci, cattura le prede estendendo la bocca all’improvviso.

Pesca

Viene catturato di frequente con reti a strascico e palamiti mentre è raramente preda dei pescatori sportivi.

Le carni sono eccellenti, considerate fra le migliori in assoluto.

Acquariofilia

Visto il particolare aspetto, è ospite di acquari pubblici con vasche di grandissime dimensioni.

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Pesce sciabola/Lepidopus caudatus

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Lepidopus caudatus, conosciuto comunemente come pesce sciabola[2], spatola o pesce bandiera, è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia Trichiuridae.

Dati insufficienti[1]

Distribuzione e habitat

Il pesce sciabola è diffuso nel Mar Mediterraneo (prevalentemente la zona occidentale), nella costa atlantica orientale (dall’Islanda al Sudafrica) e nell’indo-pacifico, pressoché ovunque. Vive nelle acque costiere fino alla discesa della piattaforma continentale negli abissi, da -40 a -620 m di profondità, soprattutto su fondali fangosi.

Descrizione

Testa di pesce sciabola

Questo pesce presenta un corpo allungato e compresso ai fianchi, tipicamente nastriforme. Il muso è allungato, con due mascelle provviste di denti aguzzi e robusti. La pelle è sprovvista di scaglie, per cui si rovina molto facilmente dando l’impressione che il pesce sia in cattivo stato di conservazione. La pinna dorsale inizia subito dopo la testa e termina a pochi cm dalla pinna caudale: nella parte iniziale è sostenuta da raggi simili ad aculei, per poi passare presto a raggi molli e sottili. Le pinne pettorali sono trapezoidali, la coda piccola e bilobata. La ventrale è formata da pochi raggi vicini alla coda. Le pinne ventrali sono ridotte a moncherini.
La livrea è argentea, più scura su capo e dorso. Le pinne sono tendenti al giallo trasparente.
Può raggiungere e superare i 200 cm di lunghezza, per un peso massimo di 8 kg.

Esemplari di “Pesce sciabola” in vendita al mercato del pesce di Ortigia (Siracusa)

Riproduzione

Il periodo riproduttivo avviene in differenti periodi dell’anno a seconda della zona in cui vive: la deposizione avviene comunque nella stagione più calda dell’anno.

Alimentazione

È un carnivoro molto attivo che si nutre di calamari, crostacei e pesci.

Predatori

Il pesce sciabola è cacciato prevalentemente da otarie, squali, razze, merluzzi e altri pesci.

Pesca

Pescato comunemente nel Mediterraneo, si pesca con reti a strascico e palangari durante tutto l’anno, ma soprattutto d’estate, quando si avvicina a riva.

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Pesce Scorpione/Pterois miles

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Il pesce scorpione (Pterois miles Bennet, 1828) è un pesce appartenente alla famiglia degli Scorpaenidae.

Descrizione

Spesso confuso con lo Pterois volitans (anch’esso noto comunemente con l’appellativo di pesce scorpione), è fisicamente molto simile: il corpo è tozzo, con testa prominente e occhi sporgenti, sopra a ognuno dei quali è presente un’escrescenza simile a un piccolo corno. Le pinne presentano raggi molto lunghi, uniti tra loro da lembi di pelle. La livrea è bianca striata di rosso mattone-bruno, sul corpo e sulle pinne.

Distribuzione e habitat

Questo pesce è diffuso nell’Oceano Indiano, dal Sudafrica all’Indonesia, e nel Mar Rosso.

A partire dal 1992 si è diffuso nel mar Mediterraneo orientale in seguito a migrazione lessepsiana[1].

Abita le coste coralline e i fondali fangosi.

Veleno

Le ghiandole velenifere sul dorso sono collegate ai raggi cavi (aculei) della pinna dorsale. Tra i Pesci scorpioni è il più pericoloso, il veleno è mortale.[senza fonte]

Acquariofilia

Nonostante la pericolosità, il pesce scorpione è oggetto di pesca a scopo commerciale, poiché è di particolare interesse acquariofilo, per lo splendido aspetto e per le spiccate caratteristiche predatorie e comportamentali.

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Pesce sega/Pristis pectinata

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Pristis pectinata (Latham, 1794)[2], comunemente chiamato pesce sega, è un pesce cartilagineo appartenente alla famiglia Pristidae. Può raggiungere i 7,6 metri di lunghezza ed i 350 kg di peso[3]. Si tratta di una specie attualmente a forte rischio di estinzione[4].

Critico[1]

Distribuzione e habitat

La specie è tipica delle zone tropicali e subtropicali dell’Atlantico. Anni fa era possibile ritrovarla nelle zone costiere da entrambi i lati di questo oceano, ed era stata segnalata anche nel Mediterraneo e nell’Oceano indiano. In tempi recenti il suo areale sembra essersi ristretto drasticamente alla zona caraibica ed al Golfo del Messico, in particolare sulle coste sud e sudorientali della Florida[5] mentre per quanto riguarda le coste africane esistono attualmente poche segnalazioni e non sufficientemente affidabili. Le segnalazioni della specie al di fuori dell’Atlantico secondo alcuni studiosi potrebbero però essere legate ad errori di riconoscimento, essendo facile confonderla con altre appartenenti allo stesso genere[6].

Vive abitualmente in acque poco profonde, sui fondali sabbiosi o melmosi, spingendosi anche vicino a riva. Frequenta baie ed estuari, soprattutto nel periodo giovanile, mostrando la capacità di adattarsi alle acque salmastre, risalendo talvolta anche corsi d’acqua dolce[7].

Descrizione

La struttura è quella tipica del genere Pristis, con la parte anteriore del corpo appiattita sul piano orizzontale, che nel muso termina con un rostro lungo circa un quarto del corpo, bordato da una serie di 24-32 spine che si dipartono lateralmente ad intervalli regolari[8], da cui il nome di pesce sega. Le pinne pettorali sono ampie, seguite dalle due pinne ventrali, ben distinte dalle precedenti, alla cui base nei maschi si ritrovano gli emipeni. Mancano pinne anali. Gli occhi sono piccoli e seguiti dai due larghi spiracoli. La bocca è posta sul lato ventrale, preceduta da due narici bilobate. I denti sono disposti su una serie di 10-12 file su entrambe le mascelle. Sempre sul lato ventrale si aprono bilateralmente le cinque fessure branchiali, di piccole dimensioni. La parte posteriore del corpo è simile a quella degli squali, con due pinne dorsali triangolari di dimensioni quasi equivalenti, la prima delle quali posta alla stessa altezza delle ventrali. La pinna caudale è triangolare, più sviluppata nella sezione superiore, rispetto a quella inferiore.

Il colore è grigio più o meno scuro o bruno-giallastro, talvolta con i bordi delle pinne chiari o giallo più intenso, mentre il lato ventrale è chiaro, bianco lattiginoso o grigio pallido.

Si tratta della specie di dimensioni maggiori nel genere Pristis, con una lunghezza massima registrata di 7,6 metri, anche se sono più comuni misurazioni intorno ai 5 metri [9].

Biologia

Si tratta di animali sulla cui biologia ed abitudini si conosce ancora poco, data la difficoltà delle osservazioni, per lungo tempo solo indirette, legate agli esemplari pescati o ai pochissimi mantenuti in cattività[6]. Solo in epoca recente, con l’avvio delle campagne di salvaguardia e grazie a nuovi strumenti di osservazione, si sono cominciati a raccogliere elementi significativi. Non è tuttora chiaro l’età che questi pesci possono raggiungere, anche se i dati raccolti e le registrazioni su specie simili fanno ritenere plausibile una durata del ciclo vitale tra i 20 e i 40 anni[10].

Comportamento

Lo si può osservare appoggiato su fondali sabbiosi o melmosi, a profondità moderata. Non è un grande nuotatore, e le osservazioni su esemplari marchiati indicano abitudini prevalentemente stanziali, con limitati movimenti migratori[11]. Sembra inoltre prediligere acque calde, tra i 22 ed i 28 °C[5], e nel periodo giovanile, livelli di salinità tendenzialmente bassi (18-24 psu)[12]. Non è abitualmente pericoloso per l’uomo, se non in caso di minaccia, a cui può reagire usando il rostro come efficace arma di difesa.

Vista ventrale di P. Pectinata

Alimentazione

Come animale prettamente bentonico, si nutre di piccoli crostacei, molluschi ed altre creature di fondo di piccole dimensioni, che scova usando il rostro. Questo viene usato anche per cacciare i piccoli pesci di branco, soprattutto mugilidi e clupeidi, che vengono uccisi tramite rapidi movimenti laterali[13].

Riproduzione

Si tratta di una specie ovovivipara sprovvista di placenta: le uova si schiudono nell’utero, dove prosegue lo sviluppo embrionale, prima del parto. Alla nascita i piccoli, tra i 15 e 20 per gestazione, sono lunghi 60–80 cm e presentano un rostro flessibile e dotato di un tessuto di protezione, che viene perso nel periodo successivo al parto, per permettere la ricerca del cibo e la difesa [14].

Pesca

Esemplare molto giovane rilasciato dopo marchiatura

Pur non essendo oggetto di pesca diretta, viene catturato per errore nelle reti o con ami innescati, da cui purtroppo raramente lo si riesce a liberare indenne. In passato era oggetto di pesca sportiva e privato del rostro, conservato come trofeo[15].

Stato di conservazione

L’aumento dei livelli di inquinamento, la progressiva diminuzione degli habitat, tra cui particolarmente delicate per la sua riproduzione sono le zone di mangrovie, la pressione dovuta alla pesca ed il basso tasso di riproduzione hanno fatto scomparire il pesce sega da quasi tutte le zone dove una volta era presente, ed anche dove veniva segnalato con più frequenza oggi questa specie è diventata molto rara, mettendone in serio rischio la sopravvivenza. Per questo è inserita nella lista IUCN tra le specie in situazione critica (CR), a forte rischio di estinzione. Negli Stati Uniti, dove è stata stimata una diminuzione della popolazione rispetto al passato tra il 95 ed il 99%[16], sono state avviate alcune iniziative di tutela specifiche per la salvaguardia di questo pesce[17]. Hanno come obiettivi la protezione dalle minacce derivanti dall’attività umana, la salvaguardia degli habitat tipici dove il pesce sega vive, e l’incremento degli esemplari al fine di riconquistare le zone dove viveva un tempo, e prevedono tra l’altro la proibizione di ogni tipo di cattura, il mantenimento delle riserve esistenti e lo studio tramite campagne specifiche, utilizzando apposite marcature e dispositivi di rilevazione dati a distanza.[18].

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Pesce serra/Pomatomus saltatrix

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Il pesce serra (Pomatomus saltatrix Linnaeus, 1766) è un pesce di mare. È l’unico appartenente alla famiglia Pomatomidae.

Specie non valutata

Distribuzione e habitat

È una specie cosmopolita in acque tropicali e subtropicali. È comune nei mari d’Italia e nel resto del mar Mediterraneo e nel mar Nero; nell’Oceano Atlantico orientale lo si trova a nord fino al Portogallo. La sua abbondanza varia di anno in anno, in alcuni periodi è comunissimo per poi sparire per interi anni. È un migratore, in inverno si sposta in acque più calde.

È un tipico pesce pelagico, d’estate si avvicina alle coste ed, essendo eurialino, penetra nelle foci dei fiumi per cacciare i cefali di cui è ghiotto.

Descrizione

Apparentemente simile ai carangidi del Genere Seriola, se ne distingue per la bocca armata di forti mascelle dotate di denti triangolari molto robusti e taglienti come rasoi. Il corpo è fusiforme, slanciato, le pinne sono robuste, le pettorali abbastanza grandi, le ventrali piccole mentre la pinna dorsale è divisa in due porzioni, la più anteriore è bassa e dotata di piccoli raggi spinosi, la parte posteriore è invece più alta, simmetrica ed opposta all’anale. La pinna caudale è forte e forcuta. Le squame sono molto piccole.

Un esemplare molto grande

Il colore è grigio argenteo sul dorso mentre è più chiaro su fianchi e ventre, le pinne sono di colore olivaceo ed è presente una macchia nera alla base della pinna pettorale.

Raggiunge più di un metro di lunghezza per oltre 10 kg di peso.

Alimentazione

Questa specie rappresenta il paradigma del predatore, infatti si nutre esclusivamente di altri pesci e di cefalopodi. Le sue prede preferite sono i cefali e per cacciarli non esita a penetrare anche per chilometri nelle foci dei fiumi. È voracissimo, quando un branco di questi pesci è a caccia si lascia dietro una scia di pesci morti e mutilati.

Riproduzione

Avviene in estate, le uova sono pelagiche.

Biologia

È una specie gregaria, i giovani si radunano in branchi numerosissimi, gli adulti in gruppi meno folti.

Pesca

Data la resistenza che oppone alla cattura, è una delle specie di pesci favorite dai pescatori sportivi che lo catturano sia con esche naturali che con esche artificiali con le tecniche della traina, dello spinning, del surf casting e del vertical jigging. Nel surfcasting il pesce serra viene pescato con filetti di cefalo, spigola, sgombri ma anche sarde. Accuratamente flottati tramite dei pop up e legati con del filo elastico lanciando a non molta distanza dalla costa, 30-40 metri, spesso anche esemplari di piccola taglia abboccano in maniera violenta ed improvvisa. Un altro modo per pescarlo è con la tecnica della teleferica con il vivo, innescando piccoli pesci esca, come aguglie, leccie stella, marmore, cefali, con un terminale lungo dai 2 ai 3 metri con gli ultimi 50-60 centimetri di cavetto d’acciaio e terminante con un amo di grandezza variabile secondo la grandezza della preda e dell’eventuale predatore. È invece una sciagura per i pescatori professionisti poiché quando penetra nelle reti in branco le squarcia con gli affilatissimi denti. Le carni sono ottime, particolarmente buone se freschissime. In Grecia e Turchia sono apprezzate quanto e più di quelle della spigola.

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Pesce spada/Xiphias gladius

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Il pesce spada (Xiphias gladius) è un pesce osseo marino, unica specie della famiglia Xiphiidae. Si tratta di una specie di grande importanza per la pesca commerciale.

Prossimo alla minaccia (nt)[1]

Distribuzione

È presente nelle zone tropicali, subtropicali e temperate di tutti gli oceani, nonché nel mar Mediterraneo, nel mar Nero, nel mare di Marmara e mar d’Azov. È un tipico pesce pelagico che in certe situazioni si può avvicinare alle coste. Popola in prevalenza acque superficiali ma può scendere fino a 800 metri; di solito non scende sotto il termoclino. Vive in acque tra 18 e 22 °C (i giovanili anche in acque più calde) e nelle zone fredde, effettua migrazioni verso sud in autunno[2]

Descrizione

Il pesce spada ha corpo fusiforme, a sezione cilindrica, che si restringe nella parte posteriore. La sua caratteristica più nota ed evidente è il grande sviluppo della mascella superiore che forma la tipica “spada”, appiattita e tagliente e lunga circa 1/3 del corpo. Anche la mandibola è allungata e appuntita ma ha una lunghezza molto inferiore. Gli occhi sono grandi. Ci sono due pinne dorsali, la prima è alta e a base breve, subtriangolare (ma che è più lunga nei giovanili), la seconda piccola e impiantata posteriormente, appare quasi una pinnula. Anche le pinne anali sono due: la prima triangolare, non molto grande e la seconda opposta e identica alla seconda dorsale. La pinna caudale è ampia e falcata, portata su un peduncolo caudale piuttosto sottile e con una carena per parte. Le pinne pettorali sono lunghe e a forma di falce, le pinne ventrali invece sono del tutto assenti. Le scaglie e i denti sono assenti negli adulti. Il corpo è di colore da grigio piombo a brunastro sul dorso, argenteo con riflessi metallici sui fianchi e tendente al bianco sul ventre[3][4].

Il pesce spada è uno dei più grandi pesci ossei, con una lunghezza massima di oltre 4,5 m e un peso che supera abbondantemente i 400 kg (il pesce spada più pesante venne pescato in Cile nel 1953, pesava 655 kg). La taglia media si aggira sui 3 metri[2].

Biologia

Nuotatore velocissimo, effettua migrazioni anche su distanze oceaniche. Ha abitudini solitarie ma talvolta lo si ritrova in coppie[3][4]. È presente un particolare meccanismo fisiologico che consente di riscaldare fino a 20 °C sopra la temperatura ambientale l’encefalo e gli occhi[3]. È molto difficile calcolare l’età degli individui perché gli otoliti sono minuscoli e le scaglie sono assenti negli individui adulti per cui si possono avere indizi sulla longevità solo attraverso le sezioni dei raggi delle pinne[2].

Alimentazione

Si tratta di un predatore estremamente versatile e capace di sfruttare svariate risorse trofiche. Preda prevalentemente pesci (soprattutto sgombri, barracudina, naselli, pesci orologio, clupeidi, pesci lanterna), crostacei e molluschi cefalopodi. Caccia colpendo le prede con la spada[2][3][4].

Riproduzione

Larva di 37 mm di lunghezza

Avviene nella stagione calda. La femmina depone fino a 800.000 uova pelagiche di meno di 2 mm di grandezza e dotate di una goccia d’olio per favorire il galleggiamento. La larva che se ne schiude è lunga circa 4 mm ed è molto diversa dall’adulto. Il rostro compare quando raggiunge circa 1 cm di lunghezza. I giovanili hanno entrambe le mascelle allungate, sono presenti scaglie e denti, una sola, lunga pinna dorsale e una sola anale. L’accrescimento è molto veloce, le femmine si accrescono più velocemente dei maschi[2][3][4].

Pesca

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Pesca del pesce spada.

la caratteristica feluca usata nello Stretto di Messina per arpionare i pescespada

Il pesce spada ha una grande importanza per la pesca commerciale, che viene effettuata in prevalenza con palamiti derivanti e reti da circuizione[3] nonché come bycatch nella pesca al tonno[1]. A livello globale le catture avvengono prevalentemente nel Pacifico nordoccidentale, nel Mediterraneo e nel Pacifico centro orientale. Le nazioni che catturano le maggiori quantità sono Giappone, Stati Uniti, Italia, Spagna, Canada, Corea del sud, Taiwan, Filippine e Messico. È anche catturato dai pescatori sportivi d’altura[1].

Pesca con la feluca

Nello stretto di Messina viene effettuato un caratteristico e antico tipo di pesca con l’arpione utilizzando particolari imbarcazioni denominate feluche dotate di un alto albero centrale munito alla sommità di una coffa per l’avvistamento del pesce e, a prua, di una lunga passerella in cima alla quale staziona l’arpioniere che così è in grado di trovarsi sulla verticale della preda prima che questa possa avvertire il rumore dei motori[3].

Stato di conservazione

Data la diffusione cosmopolita della specie la IUCN classifica X. gladius come a basso rischio di estinzione. La popolazione sfruttata in maniera meno sostenibile è quella del mar Mediterraneo che è soggetta a una forte sovrapesca che sta riducendo il numero delle catture e la taglia degli individui[1].

Cucina

Le carni sono ottime e impiegate in vari modi, di solito commerciate fresche o congelate ma anche inscatolate. Il pesce spada è un pregiato piatto tipico siciliano e calabrese, pescato e servito a Messina e provincia, ad esempio Taormina, Milazzo, Sant’Agata di Militello, Roccalumera, Barcellona e Reggio Calabria e sua provincia soprattutto nei borghi di Villa San Giovanni, Palmi, Scilla e Bagnara Calabra diventandone caratteristica gastronomica delle località nota come pesce spada alla ghiotta. In Giappone è molto usato per preparare il teriyaki[5].

La carne di pesce spada, come quella di altri grossi pesci, contiene alti livelli di metalli pesanti (biomagnificazione), tra cui il mercurio. Di conseguenza ne viene sconsigliato il consumo frequente e soprattutto devono evitarne il consumo i bambini e le donne incinte[2].

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Pesce tamburo/Capros aper

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Il pesce tamburo (Capros aper Linnaeus, 1758) è un pesce di mare della famiglia Caproidae. È l’unico membro del genere Capros.

Distribuzione e habitat

L’areale di questa specie comprende l’intero mar Mediterraneo e l’Oceano Atlantico tra il Senegal e la Manica.
Vive soprattutto su fondi fangosi, formando branchi anche numerosi ad una certa distanza dal substrato, ma si può incontrare anche nei pressi di fondali rocciosi o a coralligeno. Frequenta profondità comprese tra 100 e 500 metri ma può occasionalmente trovarsi a profondità molto inferiori, soprattutto di notte.

Descrizione

Questo pesciolino è inconfondibile, ha infatti una sagoma caratteristica, con un grande occhio ed un muso molto allungato ed appuntito, che all’occasione può allungarsi grazie alla bocca protrattile. La forma generale del corpo si può definire rombica. La pinna dorsale è unica con una forte intaccatura a dividere la parte spinosa da quella con raggi molli, la pinna caudale, piuttosto ampia, è spatolata, con bordo convesso, le pinne ventrali sono molto ampie e dotate di un raggio spinoso mentre le pinne pettorali sono abbastanza piccole.
La colorazione è sui toni del rossastro aranciato, talvolta con 3 larghe fasce più scure, una dietro l’occhio, una al centro del corpo ed una sul peduncolo caudale. Durante il periodo riproduttivo c’è un vistoso dimorfismo sessuale, il maschio ha il corpo ricoperto di linee sinuose arancio ed ha la pinna dorsale e le pinne ventrali rosse mentre la femmina è arancio con una fascia indistinta scura a metà del corpo ed ha ventre e parte basale delle pinne ventrali color bianco argento, la parte finale delle ventrali è invece arancio scuro.
Le dimensioni non superano i 15 cm, la femmina è più grande.

Alimentazione

Si basa sui crostacei, soprattutto copepodi e misidacei.

Riproduzione

Le uova vengono deposte in primavera-estate, le larve sono pelagiche.

Pesca

Occasionale anche se talvolta se ne catturano grandi quantità. Viene smerciato insieme alla minutaglia per zuppe o fritture.

Acquariofilia

Si adatta bene alla vita in acquario.

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Pesce trombetta/Macroramphosus scolopax

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Il pesce trombetta (Macroramphosus scolopax) è un pesce di mare della famiglia Centriscidae.

Distribuzione e habitat

È presente nell’Oceano Atlantico orientale tra il golfo di Guascogna ed il Sudafrica, nel mar Mediterraneo e nell’Atlantico orientale, in acque temperate calde o subtropicali. Alcune segnalazioni dalla Somalia non sono confermate.
È un caratteristico abitatore del piano circalitorale e si rinviene tra 50 e 500 m di profondità, di solito tra 100 e 250, su fondi prevalentemente fangosi o a coralligeno, spesso associato al pesce cinghiale.

Descrizione

Esemplari nel loro ambiente naturale

Il suo aspetto è così caratteristico da risultare inconfondibile, infatti, oltre ad un lungo “muso” tubolare che porta all’apice la piccola bocca, simile a quello dei pesci ago o dei cavallucci di mare, questo pesce ha un corpo di proporzioni normali, non filiforme, compresso lateralmente e privo di scaglie.
L’occhio è piuttosto grande. Le pinne dorsali sono due, arretrate, la prima porta una lunga e robusta spina dentellata, la seconda è assai piccola. L’anale è piccola e così le ventrali mentre le pinne pettorali sono un po’ più grandi. La pinna caudale è piccola, con bordo leggermente concavo. Il corpo è armato di alcune placce ossee cutanee protettive.
Il colore è uniformemente argenteo con sfumature rosee.
Raggiunge solo eccezionalmente i 20 cm.

Alimentazione

Si ciba di piccolissimi invertebrati che cattura sul fondo.

Riproduzione

Avviene in inverno, le uova sono pelagiche, riunite in masse gelatinose. I giovanili sono argentei e fanno vita pelagica fino ad una lunghezza di circa 4 cm.

Biologia

È una specie gregaria che vive in grandi branchi. Quando sono nel loro ambiente questi pesci hanno una caratteristica postura con il muso verso il basso.

Pesca

Occasionale con reti a strascico, il valore alimentare è nullo.

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Pesce volante/Exocoetus volitans

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Il pesce volante (Exocoetus volitans) è un pesce di mare della famiglia Exocoetidae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Si tratta di una specie circumtropicale molto comune in tutti i mari e gli oceani nella fascia tropicale. D’estate può penetrare nel mar Mediterraneo occidentale, compresi i mari italiani ed anche l’Adriatico ma vi è molto raro.

Si tratta di un pesce pelagico che abitualmente frequenta zone molto al largo; si può incontrare nei pressi delle coste solo attorno alle isole. Vive nei primissimi centimetri d’acqua.

Descrizione

Ha il caratteristico aspetto della famiglia Exocoetidae con pinne pettorali molto grandi. Le pinne ventrali invece sono corte ed inserite piuttosto in avanti. Il muso è corto.

Il dorso è azzurro vivace ed i fianchi argentei. Tutto il corpo ha riflessi iridescenti. Le pinne pettorali sono grigie chiare con un bordo biancastro.

Misura fino a 20 cm.

Riproduzione

Avviene durante tutto l’anno; le uova sono pelagiche. Apparentemente non si riproduce nel mar Mediterraneo.

Pesca

Talvolta abbocca alle lenze a traina o viene attratto dalle luci delle reti da circuizione. Le carni sono buone come in tutti gli Exocoetidae.

Specie affini

Il pesce rondine (Exocoetus obtusirostris, Günther, 1866) è molto simile a questa specie ed ha abitudini simili in tutto e per tutto all’Exocoetus volitans da cui si riconosce, oltre che per il numero di raggi nelle pinne e di branchiospine anche per il muso molto più corto e per l’aspetto generale più tozzo. Anche questa specie viene talvolta trovata in Mediterraneo, anche in acque italiane.

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Pesce volpe/Alopias vulpinus

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Il pesce volpe[2] o squalo volpe (Alopias vulpinus Bonnaterre, 1788) è uno squalo lamniforme della famiglia degli Alopidi.

Coi suoi 6 m di lunghezza, rappresenta la specie più grande fra le tre ascritte al genere Alopias: la metà della lunghezza totale, tuttavia, spetta alla parte superiore della caratteristica coda, che l’animale utilizza come scudiscio per stordire e sopraffare le prede. Molto diffuso nei mari tropicali, lo squalo volpe nuota spesso in superficie in aree costiere, ma è presente anche alla profondità di 350 m. Lo si osserva meglio dall’imbarcazione o con un semplice aeratore in mare aperto. Normalmente non attacca l’uomo, ma se ferito e preso all’amo può dare poderosi colpi di coda.

Vulnerabile[1]

Tassonomia

Già Aristotele, nel suo Historia Animalia, parlava dello squalo volpe: il pensatore e scienziato greco descriveva questi squali come animali molto astuti, particolarmente abili nello sfuggire ai pescatori (ad esempio rompendo le lenze a morsi) e dall’abitudine di ingoiare i propri piccoli per proteggerli (credenza probabilmente basata sul ritrovamento di embrioni prossimi alla nascita all’interno del corpo di qualche femmina)[3]. Comportamenti del genere portarono Aristotele a ritenere questo squalo estremamente furbo e a chiamarlo perciò ἀλώπηξ (alṓpēx, “volpe” in greco antico), da cui derivano sia il nome comune che quello scientifico di questo animale.

Disegno di squalo volpe risalente al 1889.

La specie venne descritta scientificamente per la prima volta dal naturalista francese Pierre Joseph Bonnaterre, il quale nel 1788 la classificava nel suo Tableau encyclopédique et méthodique des trois règnes de la nature col nome di Squalus vulpinus. Il nome scientifico della specie deriva dal latino vulpes, col significato di “volpe”[4]. In seguito, la specie venne riclassificata e ascritta al genere Alopias da Rafinesque, col nome di Alopias macrourus (“dalla grande coda”): tuttavia, secondo le regole dell’ICZN, il nome valido rimase quello più assegnato per primo in termini cronologici, ed essendo stato appurato che lo squalo volpe non era strettamente imparentato con le altre specie del genere Squalus il nome scientifico assegnato alla specie divenne Alopias vulpinus[5].

Nell’ambito del genere Alopias, lo squalo volpe comune rappresenta un clade basale prossimo a quello comprendente le altre due specie (Alopias superciliosus e A. pelagicus) e comprendente anche un’ipotetica quarta specie identificata in base all’analisi degli allozimi di un campione di tessuto muscolare ritenuto inizialmente di A. pelagicus[6].

Descrizione

Dimensioni

Si tratta della specie più grande della famiglia degli Alopiidae. Generalmente misura attorno ai 3-4 metri di lunghezza per un peso di 230–250 kg, ma può crescere ben al di là di tali misure: il record di lunghezza dello squalo volpe è di 7,60 m, mentre il record di peso è di 510 kg ed appartiene a una grossa femmina[7].
Le femmine, a parità d’età, sono più grandi e robuste dei maschi.

Aspetto

Uno squalo volpe conservato al Kelvingrove Museum di Glasgow lascia osservare tutte le caratteristiche salienti della specie.

Il corpo è tozzo e siluriforme, con testa tozza e larga dal profilo dorsale convesso e munita di muso conico. Gli occhi sono di medie dimensioni, mentre la bocca è relativamente piccola e munita di una piccola scanalatura a ciascun lato (presente anche in Alopias pelagicus, ma assente in A. superciliosus): in essa trovano posto 20 file di denti nella mascella e 21 nella mandibola, i quali sono piccoli e presentano forma allungata con fine seghettatura sul margine e mancanza di cuspidi laterali (osservabili invece in Alopias pelagicus). Le scaglie sono di tipo placoide, leggermente sovrapposte fra loro e molto piccole (0,21 mm di diametro). Gli archi branchiali sono 5, piuttosto piccoli e posti lateralmente sul corpo, quasi in posizione inferiore: gli ultimi due sono posizionati oltre l’attacco delle pinne pettorali.

Pinna caudale di squalo volpe.

Queste ultime sono insolitamente lunghe e di aspetto falciforme, mentre le pinne pelviche sono quadrangolari e di piccole dimensioni. Di piccole dimensioni è anche la seconda pinna dorsale, mentre la prima è di medie dimensioni e si innesta con il margine anteriore in corrispondenza di quello posteriore delle pettorali. Ciò che colpisce di più in questo animale è tuttavia la pinna caudale, eterocerca nella sua parte superiore, che arriva ad essere lunga quanto il corpo e che a sua volta presentata un’espansione triangolare nella sua parte finale.

Come altri squali pelagici della famiglia Lamnidae, lo squalo volpe possiede una striscia di tessuto muscolare striato a respirazione aerobica su ciascun fianco: tale tessuto è in grado di emettere calore tramite contrazione continua e prolungata nel tempo[8]: oltre a questa caratteristica (condivisa fra l’altro anche con le due specie congeneri), questa specie presenta anche dei muscoli striati posti in profondità nel torso e collegati a una rete mirabile di capillari che consente uno scambio quasi immediato del calore prodotto. In tal modo, l’animale è in grado di mostrare un certo grado di omeotermia, con la temperatura corporea che generalmente supera quella esterna in media di circa 2 °C (anche se tale valore varia anche in maniera significativa da individuo a individuo)[9].
A differenza delle altre due specie congeneri (ed in particolare di Alopias superciliosus, in cui tale struttura è particolarmente sviluppata), lo squalo volpe risulta privo di una seconda rete mirabile posta fra gli occhi e il cervello, con funzione protettiva nei confronti dei primi, in quanto avente funzione di ammortizzare gli sbalzi di temperatura dovuti al movimento verticale dell’animale nella colonna d’acqua[10].

Lo squalo volpe è di colore bruno-grigiastro con riflessi metallici sui fianchi, che tende a scurirsi sino a diventare quasi nero man mano che si procede verso il dorso: a livello delle pinne pettorali e del peduncolo caudale sono presenti macchie di colore più scuro, mentre la pinna dorsale è di un caratteristico colore verde scuro (nelle altre specie di squalo volpe è solitamente di colore violaceo). Il ventre è biancastro, così come la base delle pinne pettorali (che in Alopias pelagicus è invece dello stesso colore del dorso) e la zona sotto gli occhi.[11]. Dopo la morte, tuttavia, il corpo perde i suoi riflessi metallici e il colore vira velocemente verso il grigio.

Biologia

Si tratta di grandi nuotatori solitari, che percorrono instancabilmente gli oceani alla ricerca di cibo: sebbene sia possibile osservarli in coppie o in gruppetti, tali assembramenti sono il più delle volte dovuti alla presenza di un’abbondante fonte di cibo nelle vicinanze. A volte questi squali possono essere osservati mentre si esibiscono in salti e acrobazie fuori dall’acqua, similmente a quanto osservabile in molti cetacei: si pensa che questo insolito comportamento abbia la stessa funzione del breaching di questi ultimi, oppure abbia un qualche ruolo nella lotta contro i parassiti[12].
Fra i parassiti di questa specie finora descritti figurano varie specie di copepodi (nove specie del genere Nemesis, che colpiscono le branchie[13], Gangliopus pyriformis[14], Bariaka alopiae[15] e Kroeyerina benzorum[16]), il protozoo Giardia intestinalis[17], i cestodi Paraorygmatobothrium exiguum e Sphyriocephalus tergetinus,[18][19] e (anche se eccezionalmente) Campula oblonga[20].

Esemplare femmina lungo 4,47 m rinvenuto in Svezia

Sebbene si tratti di un predatore posto all’apice della catena alimentare, lo squalo volpe (ed in particolare gli esemplari giovani) può cadere preda di altri squali di maggiori dimensioni: alcune popolazioni di orca, inoltre, sono state osservate cacciare attivamente esemplari di questa specie al largo della Nuova Zelanda[21].

Una leggenda comune fra i pescatori vede lo squalo volpe come inseparabile amico-nemico del pesce spada: i due animali sarebbero soliti affrontarsi a colpi di coda e spada, e spesso collaborerebbero nella caccia alle balene. Qui i resoconti diventano discordanti: mentre in una versione lo squalo volpe distrarrebbe la preda nuotando in cerchio attorno ad essa e fendendo l’acqua con la coda, permettendo al pesce spada di infilzare indisturbato un punto vulnerabile della balena, nell’altra il pesce spada si piazzerebbe verticalmente al di sotto della balena, mentre lo squalo volpe, saltando sul dorso di quest’ultima e martellando con la coda, la spingerebbe a infilzarsi sulla spada. Altri racconti descrivono lo squalo volpe come cacciatore solitario di cetacei, che aggredirebbe tagliando loro grossi pezzi di carne con la coda.
Tuttavia, né lo squalo volpe, né tantomeno il pesce spada possiedono una dentizione adatta a sopraffare balene e a nutrirsi della loro carne: probabilmente, tali racconti hanno avuto origine da avvistamenti di orche (la cui alta pinna dorsale potrebbe essere stata confusa con la pinna caudale di uno squalo volpe, e che effettivamente annoverano fra le proprie prede anche le balene) nei pressi di qualche balena uccisa e dal ritrovamento di rostri di pesce spada conficcati nel corpo di qualche balenottera, probabilmente dovuti a qualche incidente causato dalle scarse doti di frenata di questo pesce[22].

Alimentazione

La quasi totalità (fino al 97%) della dieta dello squalo volpe è costituita da piccoli pesci ossei pelagici gregari, come aringhe, sgombri, aguglie, pesci serra e pesci lanterna. Di tanto in tanto essi si cibano anche di prede di maggiori dimensioni (come i sauri), così come di calamari e di altri invertebrati pelagici.
Gli squali volpe tendono ad essere abbastanza selettivi ed abitudinari per quanto riguarda le prede, concentrandosi su poche specie, ma divenendo più opportunisti nei periodi caldi, dovuti all’influenza di El Niño: ad esempio, le popolazioni californiane di squalo volpe si nutrono principalmente della sardina Engraulis mordax, ma durante i periodi più caldi cacciano anche altre prede solitamente occasionali, come Sardinops sagax, Merluccius productus, Scomber japonicus e anche invertebrati come Loligo opalescens e Pleuroncodes planipes[23].

Per cacciare le proprie prede, lo squalo volpe si serve della lunga coda per fendere l’acqua, compattando così i banchi e potendosi nutrire agevolmente attraversandoli senza farli disperdere: spesso quest’azione viene svolta in coppie o in piccoli gruppi, che tuttavia non sono precostituiti ma si incontrano casualmente sul luogo del banchetto.
Nell’immaginario collettivo lo squalo volpe utilizza la lunghissima coda per menare fendenti e scudisciate sulle prede. A supporto di tale credenza vi sarebbero alcuni avvistamenti di squali intenti a compiere questo gesto: nell’inverno 1865 l’ittiologo irlandese Harry Blake-Knox avrebbe osservato uno squalo volpe dilaniare a colpi di coda e poi mangiare una strolaga maggiore (testimonianza questa giudicata poco verosimile, poiché si ritiene che la coda dello squalo volpe non possieda muscolatura sufficiente ad esercitare una forza tale da provocare lesioni sul corpo delle prede), mentre il 14 aprile 1923 un altro esemplare lungo attorno ai due metri colpì con la coda degli Atherinopsis californiensis sotto gli occhi dell’oceanografo W. E. Allen. Inoltre, il fatto che non sia raro trovare questi squali impigliati agli ami dei palamiti per la coda lascia supporre che ciò avvenga quando l’animale tenta di colpire con la coda le prede prese all’amo.

Riproduzione

Due esemplari neonati di squalo volpe.

Si tratta di squali ovovivipari: la femmina dà alla luce un numero di piccoli che va da due a sette (nelle popolazioni del Pacifico le nidiate contano solitamente un numero pari di piccoli, mentre nelle popolazioni dell’Atlantico tale numero è solitamente dispari[24]). L’accoppiamento avviene solitamente nei mesi estivi, dimodoché la femmina partorisca in un periodo favorevole dell’anno (marzo-giugno nelle popolazioni californiane, mesi estivi in quelle mediterranee, gennaio-maggio in quelle indo-pacifiche), mentre la femmina ritorna a nord per passare l’estate. Durante la gestazione (che dura circa nove mesi) gli embrioni praticano l’ovofagia, nutrendosi delle uova non fecondate che la madre periodicamente produce. L’embrione assume le uova intere, in quanto i piccoli denti sono ricoperti da tessuto e diventano funzionali solo poco prima della nascita, probabilmente per evitare che i piccoli possano ferire la madre durante la gestazione[25].

Il fatto che siano state individuate aree di nursery per i piccoli nel sud della California e della Spagna fa pensare che il parto avvenga in aree accuratamente scelte dalle femmine in tutto l’areale occupato dalla specie. Alla nascita i piccoli sono insolitamente grandi, misurando fino a 160 cm di lunghezza (un terzo degli adulti) per un peso di 5–6 kg. Essi crescono a ritmo molto veloce (fino a mezzo metro l’anno) durante i primi anni di vita: la crescita tende poi a stabilizzarsi con l’età, fino a raggiungere valori medi di una decina di centimetri l’anno negli adulti[26]. Attorno ai tre anni, i piccoli lasciano le aree di nursery (site in acque basse e calme, come baie e lagune) e si avventurano in mare aperto[27].
La maturità sessuale viene raggiunta ad età e dimensioni che sembrano essere differenti sia nei due sessi che nelle varie popolazioni: i maschi generalmente maturano attorno ai 5 anni d’età (2,6-3,4 m di lunghezza) in tutto l’areale occupato dalla specie, mentre le femmine maturano alcuni anni più tardi, a una lunghezza che va dai 2,6 m (Baja California) ai 4,5 m (Oceano Indiano).

Sebbene non si conosca con esattezza la speranza di vita dello squalo volpe, comparando le dimensioni di questa specie con quelle delle altre due specie (che vivono in media 20-30 anni) è stato stimato che lo squalo volpe possa vivere fino a 43 anni o anche di più[28].

Distribuzione ed habitat

Si tratta di una specie diffusa in tutti i mari temperati e subtropicali del mondo: nell’Atlantico lo si trova ad ovest da Terranova alle Antille e in Brasile e Argentina, mentre ad est è diffuso dallo Skagerrak al Ghana. Nell’Oceano Indiano lo si trova dal Sudafrica all’Indonesia e nell’Oceano Pacifico lo squalo volpe è osservabile dal Giappone alla Nuova Zelanda a ovest e dalla Columbia Britannica al Cile ad est: è inoltre diffuso anche fra le varie isole del Pacifico, specialmente alle Hawaii. Lo squalo volpe è invece assente dal Mar Baltico, dal Mar Rosso e dal Golfo Persico, così come dalle acque circumpolari: lo si trova invece abbastanza di frequente nel Mediterraneo (specialmente nel Golfo del Leone), dove sembrerebbe essere stata addirittura identificata un’area di nursery lungo la costa spagnola[29], oltre che in almeno una parte del Mar Nero[30].
La sua così ampia diffusione è dovuta al fatto che gli squali volpe sono animali estremamente mobili che sono soliti compiere lunghe migrazioni, nella maggior parte dei casi dovute allo spostamento delle prede (che seguono le correnti oceaniche) e solitamente dirette verso l’Equatore durante l’inverno e verso i poli durante l’estate[31]. I maschi sembrano essere più propensi a percorrere lunghe distanze rispetto alle femmine, mentre i giovani non compiono spostamenti di una certa entità almeno fino al raggiungimento della maturità. La popolazione residente nella porzione occidentale dell’Oceano Indiano tende altresì alla stanzialità, mostrando separazione dei sessi in base alla differente profondità occupata, segregazione che appare tanto più evidente durante i mesi in cui le femmine partoriscono[32].
Nonostante questa grossa tendenza a compiere grandi spostamenti, gli squali volpe di differenti popolazioni raramente si accoppiano fra loro: questa caratteristica è emersa dalle analisi del DNA mitocondriale, che hanno evidenziato un marcata variabilità genetica fra le popolazioni di squalo volpe dei tre oceani[33].

Gli squali volpe mostrano un maggiore attaccamento alle acque costiere rispetto alle due specie congeneri, tenendosi generalmente a ridosso della piattaforma continentale e rivelandosi piuttosto difficili da osservare a più di 30 km dalla costa: i giovani individui addirittura eleggono a propria dimora le acque poco profonde, come baie e insenature, dove trovano riparo dai predatori.
Sebbene La maggior parte degli avvistamenti siano avvenuti nei pressi della superficie, sono stati ripresi squali volpe fino a profondità di 550 m e probabilmente questa specie può spingersi anche a profondità maggiori. Mentre durante il giorno rimangono a più di 100 m di profondità, durante le ore notturne gli squali volpe risalgono a profondità minori per trovare il cibo[34].

Rapporti con l’uomo

A dispetto delle dimensioni abbastanza ragguardevoli, gli squali volpe non costituiscono un pericolo per l’uomo in quanto esso non è visto come potenziale fonte di cibo: si tratta di animali che ad ogni modo vanno avvicinati con cautela in quanto capaci di infliggere profonde ferite coi denti e di spezzare le ossa con la potente coda. Tale potenziale pericolosità viene però annullata dal fatto che questi squali si rivelino abbastanza timidi e risultino difficili da osservare per i subacquei.
Sino ad oggi sono stati registrati un solo attacco all’uomo e quattro a barche (probabilmente dovuti ad individui pescati accidentalmente e particolarmente battaglieri), oltre a una presunta aggressione a un apneista neozelandese. Circola infine un racconto riguardante un pescatore statunitense decapitato da un colpo di coda di uno squalo volpe di 5 m[35].

Piatto a base di squalo volpe.

L’uomo, invece, costituisce un pericolo concreto per questo squalo: gli squali volpe cadono infatti abitualmente vittima dei palamiti e dei sistemi di pesca utilizzati per catturare i pesci spada, specie nell’Atlantico[36]. Oltre alla pesca accidentale, esiste un fiorente business che riguarda la pesca dello squalo in generale e minaccia anche questa specie: la pelle viene trattata e commercializzata sotto forma di cuoio, la carne viene commercializzata salata o affumicata per il consumo umano, l’olio estratto dal fegato viene utilizzato in farmaceutica e cosmetica, ma il pezzo pregiato sono le pinne, che vengono pagate a peso d’oro sui mercati asiatici in quanto ingrediente principe della zuppa di pinne di pescecane. Perfino negli Stati Uniti sussisteva una flotta di imbarcazioni preposte alla pesca dello squalo volpe, che nel 1982 arrivò a contare 228 imbarcazioni, garantendo un pescato annuo di 1091 tonnellate[37]: attualmente la pesca allo squalo volpe appare in netta diminuzione, soprattutto a causa del drastico calo del numero di esemplari nella zona.

Uno squalo volpe preso all’amo.

Lo squalo volpe rappresenta inoltre un ambitissimo trofeo per i pescatori sportivi, in quanto ritenuto (assieme allo squalo mako) un fiero avversario molto difficile da sopraffare: la pesca sportiva a questo squalo viene praticata soprattutto in California, Sudafrica e Nuova Zelanda[38].

Tutti questi fattori hanno fatto sì che lo status delle tre specie del genere Alopias venisse modificato nel 2007 dall’IUCN, passando da “dati insufficienti” a “vulnerabile”[39]. Per evitare di intaccare troppo le popolazioni, come accaduto in California, e per permettere a quelle rimanenti di riprendersi numericamente, alcuni governi hanno imposto precise regolamentazioni sia per ciò che concerne la quantità che le dimensioni degli squali volpe catturabili, in alcuni casi dichiarando fuorilegge la pratica della pesca al solo fine di ottenere le pinne. Simili provvedimenti si sono dimostrati benefici, in quanto ad esempio la popolazione californiana di squalo volpe ha mostrato un incremento annuo compreso fra il 4 ed il 7%[40].

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Pesce violino/Rhinobatos rhinobatos

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Rhinobatos rhinobatos (Linnaeus, 1758)[2], comunemente chiamato pesce violino o pesce chitarra è un pesce raiforme appartenente alla famiglia Rhinobatidae. Vive nel Mediterraneo e nell’Atlantico orientale, su fondali sabbiosi o melmosi poco profondi.

In pericolo[1]

Descrizione

La struttura è quella tipica del genere Rhinobatos, con la parte anteriore del corpo appiattita sul piano orizzontale, a forma triangolare, che nel muso termina ad angolo acuto, presentando sulla linea mediana un rostro rialzato. Le pinne pettorali sono ampie e formano i bordi posteriori del capo, a cui seguono le due pinne ventrali, ben distinte dalle precedenti, alla cui base nei maschi si ritrovano gli emipeni. Mancano pinne anali. Gli occhi sono piccoli e seguiti dai due spiracoli. La bocca è posta sul lato ventrale, preceduta da due narici bilobate. I denti sono piatti e molariformi, adatti a triturare. Sempre sul lato ventrale si aprono bilateralmente le cinque fessure branchiali, di piccole dimensioni. La parte posteriore del corpo è invece più simile a quella degli squali, con due pinne dorsali triangolari di dimensioni quasi equivalenti, inserite in posizione arretrata rispetto alle ventrali, e precedute sulla linea mediana da una serie di tubercoli. La pinna caudale è pure triangolare ma non presenta lobi distinti.

Il colore è grigio o bruno-giallastro, più chiaro sul muso, talvolta con i bordi delle pinne chiari o giallo più intenso, mentre il lato ventrale è bianco lattiginoso.

Normalmente non supera la lunghezza di un metro, anche se sono state registrate lunghezze massime di 140 cm per il maschio e di 162 per la femmina[3].

Distribuzione e habitat

Presente in tutto il Mediterraneo, più comune nel bacino meridionale, e sulle coste africane dell’Atlantico fino alla zona equatoriale, a nord fino al Golfo di Biscaglia[4].

Lo si ritrova abitualmente in acque poco profonde, non oltre i 100 metri, sui fondali sabbiosi o melmosi, anche molto vicino a riva[5].

Biologia

R. rhinobatos

Comportamento

Lo si può osservare appoggiato su fondi sabbiosi o melmosi, talvolta parzialmente infossato. Non è un forte nuotatore, tanto che è possibile catturarlo a mani nude. Non è pericoloso per l’uomo.

Alimentazione

Essendo animale prettamente bentonico, si nutre di piccoli crostacei, molluschi ed altre creature di fondo di piccole dimensioni[6]. Nel suo stomaco vengono abitualmente trovate anche prede che suggeriscono capacità di caccia in ambiente semipelagico, come pesci teleostei non di fondo[7].

Riproduzione

Si tratta di una specie ovovivipara sprovvista di placenta: le uova si schiudono nell’utero, dove prosegue lo sviluppo embrionale, prima del parto[8]. La periodicità riproduttiva è annuale[9], la gestazione dura circa 9 mesi e nascono un numero variabile di piccoli, da 8 a 14[10]. La lunghezza della gestazione sembra dovuta ad un meccanismo specifico sviluppato per permettere ai piccoli di nascere nel periodo più favorevole per la sopravvivenza[11].

Pesca

Viene pescato soprattutto nelle aree meridionali del Mediterraneo ed in Turchia, dove le carni vengono utilizzate per la preparazione del kebab[12].

Stato di conservazione

Il lungo periodo di gestazione e la pressione dovuta alla pesca mettono in serio rischio il futuro di questa specie, che nel Mediterraneo settentrionale, dove una volta era segnalata con frequenza, è diventata molto rara[13]. Per questo è stata inserita nella lista IUCN tra le specie minacciate di estinzione (EN).

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