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Peperoncino giallo/Tripterygion delaisi

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Tripterygion delaisi, conosciuto comunemente come peperoncino giallo, è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia Tripterygiidae.

Rischio minimo

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nell’Oceano Atlantico orientale, dalla Gran Bretagna al Senegal, ed è presente anche nel Mar Mediterraneo. Abita fondali duri delle acque costiere, fino a 40 metri di profondità.

Etimologia del nome

Il nome comune di peperoncino giallo deriva dalla livrea maschile assunta durante il periodo riproduttivo.

Descrizione

Dimorfismo sessuale molto marcato: la livrea maschile durante il periodo riproduttivo è giallo accesa con il capo nero, la femmina è invece da marrone scuro a molto chiaro, con fasce chiare. Normalmente la colorazione è bruno chiara, con 5 bande scure, la testa bruno nel maschio. Le pinne sono bordate in azzurro, la dorsale divisa in tre parti.
Raggiunge una lunghezza massima di 9 cm.

Etologia

Molto schivo e sospettoso.

Riproduzione

La riproduzione avviene tra maggio e luglio; il maschio attrae la femmina effettuandole attorno una danza a 8.

Alimentazione

Si nutre di invertebrati.

Specie affini

Molto simile al peperoncino (T. tripteronotus) e al peperoncino minore (T. melanurus).

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Peperoncino minore/Tripterygion melanarum

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Il peperoncino minore (Tripterygion melanurus Guichenot, 1850) è un pesce d’acqua salata della famiglia Tripterygiidae.

Rischio minimo

Descrizione

Assai simile al Tripterygion tripteronotus da cui si riconosce soprattutto per le dimensioni inferiori e per i caratteri cromatici. La femmina ha la testa nerastra, molto più chiara del maschio e macchiettata di chiaro. Anche la femmina ha il corpo rosso. È il più piccolo rappresentante della famiglia non superando i 5 cm di lunghezza.
La livrea è di colore rosso vivo con sottili linee trasversali bianche sul dorso. Assenti le fasce trasversali marroni presenti nelle altre specie di Tripterygion. I maschi nella stagione dell’accoppiamento presentano il capo nero con puntini bianchi, gialli o azzurri.

Distribuzione e habitat

È una specie endemica del Mar Mediterraneo e del Mar Nero.
Frequenta soprattutto le oscure grotte sommerse (Tripterygion tripteronotus invece sta in ambienti illumunati), dove spesso è comunissimo.

Specie simili

Somiglia molto a Lipophrys nigriceps, con cui condivide l’habitat. Anche questa specie, come il blennide, ha due sottospecie, simili come aspetto e distribuzione a quelle della bavosa rossa.

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Peperoncino/Tripterygion tripteronotum

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Il peperoncino (Tripterygion tripteronotum Risso, 1810) è un pesce d’acqua salata della famiglia Tripterygiidae.

Rischio minimo

Distribuzione e habitat

È diffuso nel Mar Mediterraneo e nel Mar Nero.

Vive su fondali duri ricoperti di alghe a poca profondità, comunque in punti poco illuminati.

Descrizione

Questa specie presenta un dimorfismo sessuale molto marcato: la femmina ha una livrea di colore bruno chiaro, con bande verticali più chiare, il maschio assume durante il periodo riproduttivo un colore rosso molto acceso, con la testa di colore nero. Normalmente la colorazione maschile è bruno-verde a bande verticali più chiare. Le pinne presentano una puntinatura azzurra, cosiccome le guance del capo. Può raggiungere fino ad 8 centimetri di lunghezza.

Biologia

Normalmente sedentario e schivo.

Alimentazione

Si nutre principalmente di piccoli crostacei bentonici.

Riproduzione

Per attirare la femmina il maschio si muove a zig zag, con le pinne distese, muovendo a scatto la testa.
Durante la cova delle uova tende ad attaccare qualsiasi intruso si avvicini troppo al nido, indipendentemente dalle dimensioni.

Specie affini

Simile al peperoncino giallo (T. delaisi) e al peperoncino minore (T. melanurus).

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Perchia/Serranus cabrilla

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La perchia (Serranus cabrilla Linnaeus, 1758) è un pesce osseo d’acqua marina appartenente alla famiglia dei Serranidae.

Rischio minimo

Distribuzione e habitat

La perchia è diffusa lungo la fascia costiera dell’Oceano Atlantico orientale, dalla Manica al Capo di Buona Speranza, comprese le Isole Azzorre, Madera e Canarie[1]. È molto comune nel Mediterraneo[2] ed è presente nel Mar Nero. Non è certo se sia presente anche nel mar Rosso per immigrazione dal Mediterraneo[1].

Vive sui fondali rocciosi e sulle praterie di Posidonia oceanica. In acque profonde può popolare anche fondi sabbiosi o fangosi[3]. Di solito è un pesce strettamente costiero ma si può incontrare fino a 500 metri di profondità[2].

Descrizione

Il corpo è allungato, a sezione rotonda con muso appuntito. La bocca è molto ampia, dotata di piccoli denti e labbra carnose. Gli occhi sono grandi. La pinna dorsale ha una prima parte composta da 10 spine dorsali, mentre la parte terminale è composta da raggi molli, ed è arrotondata. Le pinne ventrali e pettorali sono grandi e arrotondate. La pinna caudale è poco forcuta. Le scaglie sono abbastanza piccole[2][3][4].

La livrea è abbastanza variabile e consiste in un fondo bruno chiaro o marrone rossiccio, striato verticalmente da 7-8 larghe fasce irregolari bruno rossastre più o meno scure e orizzontalmente da 1-3 linee regolari arancio o dorate che continuano obliquamente sulla testa del pesce. A metà del corpo è presente una fascia chiara longitudinale. Le pinne sono giallognole[2][3][4].

Raggiunge eccezionalmente una lunghezza di 40 cm, di solito sotto i 25 cm[1].

Biologia

Si tratta di un pesce territoriale, dalle abitudini solitarie[3]. È strettamente diurno, la notte si rifugia sul fondale dove assume una livrea più chiara[2].

Alimentazione

Si nutre di pesci, cefalopodi e crostacei[1]. A dispetto delle piccole dimensioni si tratta di un predatore assai aggressivo, che non esita ad attaccare anche prede di taglia poco inferiore alla sua[4].

Riproduzione

Avviene in primavera e all’inizio dell’estate[2].

Pesca

Questo pesce viene catturato in abbondanza con tramagli, nasse ed altri attrezzi della pesca professionale costiera. Inoltre abbocca con grande facilità alle lenze innescate con qualunque esca animale e anche alle esche artificiali[4].

Le carni sono buone ma non hanno uno specifico mercato, è un ingrediente comunissimo delle zuppe di pesce[4].

Acquariofilia

La perchia viene allevata in acquari pubblici e privati[1].

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Pesce ago/Syngnathus acus

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Syngnathus acus, conosciuto comunemente come Pesce ago, è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia Syngnathidae, nonché specie tipo del genere Syngnathus.

Rischio minimo

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nell’Atlantico orientale, dalla Norvegia, Isole Fær Øer e isole inglesi al Sahara meridionale, dalla Namibia al Capo di Buona Speranza, fino all’Oceano Indiano. È presente anche nel Mediterraneo e nel Mar Nero. Abita acque comprese tra -90 e -110 metri di profondità con fondali sabbiosi e fangosi, spesso anche praterie di Zostera.

Descrizione

Presenta un corpo molto allungato e sottile, con muso cavallino. Sul dorso svetta una piccola pinna dorsale trapeziforme; la pinna caudale è arrotondata. Non sono presenti altre pinne oltre alle piccole pettorali. La livrea è mimetica: striata, fasciata e marmorizzata di avorio, beige e bruno scuro. Raggiunge una lunghezza massima di 50 cm.

Biologia

Riproduzione

È specie ovovivipara: la femmina depone le uova in una tasca ventrale del maschio, che “coverà” le uova per circa 35 giorni. Alla schiusa egli partorirà piccoli già formati.

Alimentazione

Questa specie si nutre di crostacei (granchi, copepodi, misidacei), vermi policheti, pesci, larve e uova di pesce.

Predatori

È preda abituale di Platycephalus indicus, Acanthopagrus schlegeli e Chelidonichthys capensis.

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Pesce ago adriatico/Syngnathus taenionotus

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Il Syngnathus taenionotus, Canestrini, 1871, noto in italiano come pesce ago adriatico o pesce ago di laguna, è un pesce osseo marino della famiglia Syngnathidae.

In pericolo[1]

Distribuzione e habitat

Questo pesce ago è endemico del mar Adriatico. Frequenta zone costiere con fondali mobili, si può trovare anche nelle acque salmastre delle lagune, specialmente nei prati di Zostera marina.

Descrizione

La caratteristica più vistosa di questa specie è il muso tubolare molto lungo e schiacciato lateralmente, che pare la continuazione della testa (nel pesce ago comune e nel pesce ago musolungo c’è una gibbosità dietro la testa). Il muso visto lateralmente è più stretto del capo (nel pesce ago cavallino ha la stessa larghezza). La pinna dorsale è più corta della testa. Il colore è variabile tra il verde e il marrone, spesso con una linea scura più o meno continua lungo i fianchi.

La lunghezza raggiunge al massimo i 25 cm.

Biologia

Poco nota, di solito si incontra in acqua aperta a pochi centimetri dal fondo e tende a non posarsi sullo stesso come altri pesci ago.

Pesca

Occasionale insieme ai latterini. Non ha alcun valore alimentare.

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Pesce ago cavallino/Syngnathus typhle

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Syngnathus typhle, conosciuto comunemente come pesce ago cavallino, è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia Syngnathidae, nonché specie tipo del genere Syngnathus.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nel Mar Mediterraneo, nel Mar Nero, nell’Atlantico orientale (dalle coste del Marocco fino alla penisola scandinava) e nel Mar Baltico.

Abita acque costiere fino a -20 metri di profondità, nelle praterie di Posidonia oceanica o di Zostera.

Descrizione

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Presenta un corpo affusolato, di colorazione da marrone a verde, simile a quella delle foglie di Posidonia oceanica, con la grande testa allungata lunga quasi quanto l’intero corpo. La particolare conformazione della testa, che ricorda i profili di un cavallo, gli conferisce il nome di cavallino.
Raggiunge una lunghezza massima di 35 centimetri.

Riproduzione

Come le altre specie della famiglia, anche il Pesce ago cavallino è specie ovovivipara: la femmina depone le uova in una tasca incubatrice che il maschio ha sotto la coda, dove le uova incuberanno fino alla schiusa, quando il maschio li “partorirà”.

Alimentazione

Si nutre di invertebrati e di piccoli pesci.

Predatori

È preda abituale di Eutrigla gurnardus.

Sottospecie

S. typhle viene suddiviso in quattro sottospecie a seconda della distribuzione geografica:

  • Syngnathus typhle typhle, pesce ago cavallino atlantico, dal Marocco fino alla penisola scandinava. Il muso è di colorazione uniforme e non presenta le ramificazioni della sottospecie rondeleti. Lungo fino a 25 centimetri;
  • Syngnathus typhle rondeleti, pesce ago cavallino mediterraneo, mar Mediterraneo e mar Nero. Fino a 35 centimetri.
  • Syngnathus typhle rotundatos, mar Adriatico settentrionale, col muso più sottile di S. rondeleti;
  • Syngnathus typhle argentatus, mar Nero, col muso più sottile di S. rondeleti.

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Pesce ago di rio/Syngnathus abaster

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Il pesce ago di rio (Syngnathus abaster Risso, 1827) è un pesce di acqua dolce e marina della famiglia Syngnathidae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

È diffuso in tutto il mar Mediterraneo, nel mar Nero (dove vive una forma più grande, che comunque non è una sottospecie) e nell’Oceano Atlantico tra il golfo di Guascogna e il Marocco. Risale i fiumi anche per lunghissimi tratti: nel Danubio arriva fino in Ungheria, nel Dniepr si trova fino a Kiev. È stato introdotto nel Don dove è risultato invasivo soprattutto nei laghi artificiali. È molto comune in tutti i mari, le lagune e le foci d’Italia.

È questa una specie strettamente costiera che non si trova mai a profondità superiore a qualche metro, in mare si rinviene su fondi mobili coperti da vegetazione, soprattutto fanerogame come Posidonia oceanica o Zostera spp.. È un pesce notevolmente eurialino e penetra volentieri nelle foci e nelle lagune stabilendovi popolazioni; si adatta facilmente anche alle acque completamente dolci.

Descrizione

Il suo aspetto è caratteristico e molto simile a quello degli altri pesci ago, con corpo così sottile ed allungato da apparire filiforme, bocca molto piccola su di un muso corto e diritto con una carena superiore. Le uniche pinne presenti sono le pinne pettorali, la pinna dorsale, bassa e di altezza costante e posta a metà del corpo e le pinna caudale, piccola. La pinna anale è ridottissima. Appare più tozzo rispetto agli altri pesci ago.

La colorazione è bruna o verde vivo, le femmine adulte presentano strie verticali sull’addome.

Misura fino a 15 cm (20 cm la razza del mar Nero), in acque salmastre le dimensioni restano inferiori.

Biologia

È un buon nuotatore, a differenza degli altri pesci ago, per lo più striscianti. Staziona spesso con la coda appoggiata al fondo ed il corpo rialzato.

Riproduzione

La riproduzione dei pesci ago è particolarmente interessante: dopo un corteggiamento che comporta reciproci avvolgimenti delle code con un movimento tremolante, le uova sono deposte dalla femmina in una tasca ventrale del maschio, grazie ad una papilla genitale molto sviluppata. Qui le uova vengono trattenute nel cosiddetto marsupio fino alla schiusa e gli embrioni vengono nutriti dai capillari che avvolgono le uova. Alla fine sono liberati dei giovanili molto simili agli adulti.

Nota tassonomica

Questa specie tende a formare popolazioni in svariati ambienti, anche di minime dimensioni, e queste popolazioni tendono a manifestare una notevole variabilità fenotipica. Questa disomogeneità ha portato gli ittiologi a costituire sottospecie o anche specie (come la supposta S. nigrolineatus del mar Nero) ma la variabilità all’interno delle varie popolazioni non ha mai permesso di convalidare questi taxa.

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Pesce ago macchiato/Nerophis maculatus

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Nerophis maculatus, conosciuto comunemente come pesce ago macchiato, è un pesce della famiglia Syngnathidae.

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nell’Oceano Atlantico orientale, dal Portogallo alle Azzorre, e nel Mar Mediterraneo, più frequente nel Mar Adriatico e nel Mediterraneo occidentale. Abita acque costiere poco profonde.

Descrizione

Presenta un corpo sottile e allungato, cilindrico, con pinna caudale poco sviluppata mentre mancano le pinne ventrali, pettorali e l’anale. La pinna dorsale è piccola e trasparente. La testa è vagamente cavallina, allungata.
La livrea è semplice ma piuttosto variabile: tendenzialmente prevede un visibile dimorfismo sessuale: il maschio è bruno-rossastro con macchie gialle, la femmina è bruno-verde con screziature rosse.
Raggiunge una lunghezza di 30 cm.

Riproduzione

È specie ovovivipara: la femmina depone le uova in una tasca addominale del maschio, che cova le uova fino alla schiusa, “partorendo” piccoli già formati.

Alimentazione

Si nutre di plancton e invertebrati.

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Pesce ago musolungo/Syngnathus tenuirostris

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Syngnathus tenuirostris, noto in italiano come pesce ago musolungo, è un pesce osseo marino della famiglia Syngnathidae.

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa e comune nel mar Adriatico e nel mar Nero. Presente ma rara nel mar Mediterraneo, soprattutto nel Golfo del Leone. Segnalata occasionalmente nel mar Ligure e nel mar Tirreno. Dato che è molto facile confonderlo con il pesce ago comune è relativamente sconosciuta la sua reale distribuzione, ad esempio non è certa la sua presenza nel mar Nero.

Popola acque basse e frequenta soprattutto le praterie e i fondali ricchi di vegetazione, sia duri che molli.

Descrizione

Molto simile al pesce ago comune da cui si distingue soprattutto per il muso più lungo (il muso è da 7 a 9 volte più lungo in S. tenuirostris e da 4 a 7 volte in S. acus). Il capo presenta una gibbosità dietro l’occhio (differenza con Syngnathus taenionotus , anch’esso comune in Adriatico). Il colore è marrone chiaro o scuro, spesso con anelli più scuri lungo il corpo. Può raggiungere circa 40 cm di lunghezza.

Biologia

Ignota, probabilmente simile a quella di Syngnathus acus.

Pesca

Occasionale. Non ha alcun valore alimentare.

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Pesce balestra/Balistes capriscus

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Balistes capriscus, conosciuto comunemente come pesce balestra o pesce porco è un pesce di mare appartenente alla famiglia Balistidae.

Rischio minimo

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nel Mar Mediterraneo e nell’Atlantico, nelle acque costiere e poco profonde, temperate e tropicali (dal Canada al Brasile a ovest, dall’Arcipelago britannico al Sudafrica).
Abita le barriere coralline, le coste rocciose popolate da alghe (soprattutto Sargassum) e coralli, da 0 a -100 metri di profondità.

Descrizione

Balistes capriscus: forma tipica romboidale dei Balistidi con le pinne a “balestra

La forma è tipica, con corpo romboidale, prima pinna dorsale rigida e a scatto, seconda opposta e simmetrica alla pinna anale, coda a mezzaluna, becco potente e dentato.
La sua livrea è semplice: il fondo è grigio bruno, con ventre e gola più chiari, tendenti al rosa. Appaiono più o meno visibili linee e punti azzurrini sui fianchi, sulle pinne e intorno agli occhi.
A volte sono presenti macchie più o meno scure lungo fianchi e dorso.
Raggiunge una lunghezza di 60 cm.

Etologia

Ha carattere piuttosto solitario, a volte formano piccoli gruppi.

Riproduzione

Si riproduce una volta all’anno, nella loro stagione degli amori. La fecondazione è esterna, le uova sono deposte in buche nella sabbia.

Alimentazione

Si nutre di crostacei, echinodermi e altri invertebrati.

Predatori

Grazie alla sua pelle rigida, alle spine delle pinne ed al meccanismo “a scatto” della prima pinna dorsale (che permette di incastrarsi nelle fessure delle rocce e dei coralli) di solito non teme gli attacchi dei predatori. Sono stati segnalati casi di predazione da parte di Thunnus albacares, Coryphaena hippurus e Acanthocybium solandri.

Pesca

B. capriscus è pescato per la qualità delle sue carni, ma sono stati segnalati avvelenamenti da ciguatera (non in Mediterraneo).

Acquariofilia

Vista la grandezza, è ospite solamente di grandi acquari pubblici.

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Pescecane/Grande squalo bianco/Carcharodon carcharias

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Il Carcharodon carcharias (Linnaeus, 1758), chiamato anche grande squalo bianco, carcarodonte[2] o talvolta semplicemente squalo bianco o pescecane,[2] è un pesce condroitto della famiglia dei Lamnidi. Unico rappresentante vivente del genere Carcharodon, questo squalo è il più grande pesce predatore esistente sul pianeta. Protagonista di tanti film e documentari, è la specie di squalo più conosciuta e studiata al mondo.

Vulnerabile[1]

Etimologia

È stato Carlo Linneo a dare allo squalo bianco il primo nome scientifico, Squalus carcharias, nel 1758. Sir Andrew Smith gli ha dato quello generico di Carcharodon nel 1833. Nel 1873 il nome generico è stato accorpato a quello scientifico dato da Linneo, diventando così quello attuale di Carcharodon carcharias. Carcharodon viene dal termine greco antico καρχαρόδων karcharódōn (composto di κάρχαρος kárcharos, che significa “aguzzo”, con quello di ὀδούς, ὀδόντος, odóus, odóntos, che significa “dente”).[3] Dato che καρχαρίας, karcharías, significa “pescecane”,[4] il significato finale è “pescecane dai denti aguzzi”.[5]

Storia evolutiva

Il grande squalo bianco sembra essere apparso sul pianeta durante il Miocene mentre il più antico fossile conosciuto è stato datato come risalente a 16 milioni di anni fa.[6] Secondo alcuni biologi[senza fonte] lo squalo bianco potrebbe discendere da un gigantesco squalo preistorico, il Carcharodon megalodon, perché la somiglianza dei denti e le dimensioni molto elevate hanno spinto molti studiosi a ritenere che essi fossero strettamente legati dal punto di vista evolutivo. Il Megalodon è stato dunque inserito nel genere Carcharodon, ovvero nello stesso genere a cui appartiene anche lo squalo bianco. Tuttavia, altri biologi ritengono che, nonostante l’indiscussa appartenenza di entrambi all’ordine dei Lamniformi, lo squalo bianco in realtà sia più imparentato con il progenitore del Mako, l’Isurus hastalis, e assegna il Megalodon al genere Carcharocles.[7]

I paleontologi Shelton Applegate, John Maisey, Robert Purdy, e il biologo Leonard Compagno sostengono che sia il Megalodon che lo squalo bianco siano derivati dal Cretolamna tramite il Carcharodon orientalis, e che vadano dunque considerati membri di uno stesso genere (il Carcharias) e di una stessa famiglia (Lamnidi).[7] Henri Cappetta, John Long, Mikael Siverson, e David Ward ritengono invece che lo squalo bianco derivi da una linea separata da quella del Megalodon, il quale a sua volta deriverebbe dal Cretolamna tramite l’Otodus, due squali preistorici ormai estinti. Inoltre criticano i teorici della discendenza dal Carcharodon orientalis in quanto ritengono che esso appartenesse ad una linea evolutiva morta. La somiglianza tra i denti del Megalodon e quelli del bianco sarebbe allora soltanto il frutto di una convergenza evolutiva non dovuta ad un legame genetico diretto.[7] Ma su questo punto il dibattito tra i biologi è ancora in corso.

Descrizione

Vista frontale
Vista dall’alto
Il muso (lato sinistro)

È una specie sempre massiccia, seppure di corporatura variabile. Muso di forma conica, un po’ bombato nella parte inferiore. Ha occhi scuri e rotondi, è privo di membrana nittitante e ha cinque fessure branchiali, le quali possono pompare acqua soltanto se lo squalo è in movimento.[8] La prima pinna dorsale è grande e falciforme e inizia a livello dell’estremità posteriore di quelle pettorali anch’esse falciformi. La seconda pinna dorsale comincia a livello della pinna anale, ed entrambe sono di piccole dimensioni. Tutte le pinne sono senza spina dorsale. La pinna caudale è grande e a forma di mezzaluna simmetrica, anche se in realtà la parte superiore è leggermente più lunga di quella inferiore. Il peduncolo caudale è depresso in senso dorso-ventrale, in modo da formare due ampie carene sui lati. Il colore è bianco nella parte inferiore del corpo, mentre ha tonalità variabili dal grigio al blu, talvolta ardesia, nella parte superiore. La linea di separazione tra le due colorazioni è netta e frastagliata, e proprio grazie a questa doppia colorazione la visibilità dello squalo bianco viene ridotta, perché si presenta scuro se visto dall’alto e chiaro se visto in controluce.

La pelle dello squalo bianco (come quella degli altri squali) non è ricoperta di vere e proprie scaglie, ma di dentelli dermici appuntiti, che misurano da qualche decimo di millimetro a 1 cm, costituiti da una dentina ricoperta di smalto; hanno come funzione principale quella di far scorrere in modo altamente idrodinamico l’acqua lungo il corpo dello squalo, e inoltre lo proteggono dai parassiti.

Possiede quella che, per convinzione popolare, è stata per anni ritenuta la più potente mascella tra gli animali viventi, studi più recenti hanno scoperto però che il morso dei coccodrilli è fino a quindici volte più potente[9][10]. In verità, il morso dello squalo bianco non è nemmeno nella top 10 dei morsi più potenti del regno animale[11], probabilmente perché lo squalo si è evoluto per cacciare prede come foche, pesci e delfini, creature dal corpo tutto sommato molle e non corazzato, a differenza di predatori terrestri come tigri o orsi che si sono evoluti per dare la caccia a grandi erbivori dalla mole possente e dalla costituzione massiccia e robusta. C’è inoltre da notare che lo squalo bianco, a differenza di quest’ultimi, non ha bisogno di un morso particolarmente forte perché uccide le sue prede più piccole ingoiandole immediatamente e quelle più grandi strappandole brandelli di carne per poi aspettare che muoiano dissanguate (tattica denominata “mordi e fuggi”) laddove questi animali per uccidere le loro prede devono esercitare una grande forza per soffocarle. Per dare un termine di paragone, la forza del morso di uno squalo bianco di 1,5 t non supera i 3000 N (300 kg forza), pari a un quinto della sua massa corporea, mentre la pressione mascellare è pari a 35 kg/cm2. La stessa forza è esercitata da un leone, ma con un peso sei volte minore, mentre un coccodrillo marino della metà del suo peso può mordere con una potenza di oltre 40000 N (4000 kg forza) per 1000 kg/cm2[12][13].

La bocca dello squalo bianco è dotata di varie file di denti: triangolari e seghettati sull’arcata superiore per sminuzzare la preda, lunghi e appuntiti su quella inferiore per pugnalare e tenere ferma la preda. I denti possono arrivare fino ai 7,5 cm di lunghezza.

Grazie alla rete mirabile che gli permette di sfruttare al meglio il calore generato dai potenti muscoli e dal metabolismo, riesce a raggiungere una leggera endotermia, cosa che permette al suo organismo di essere particolarmente reattivo e prestante durante la caccia.

Dimensioni

Dimensioni in rapporto all’uomo

Usualmente le dimensioni medie oscillano tra i 4 e i 6,4 metri, con un peso (per gli esemplari adulti) compreso tra i 680 e i 1100 kg[14]. Tuttavia il suo peso corporeo può aumentare temporaneamente di centinaia di chili (raggiungendo persino le 2 tonnellate), ammesso che abbia o no appena mangiato. La sua lunghezza massima è sui 7 metri, e fu resa popolare la voce che potesse misurarne anche sui 10-12 metri (fino agli anni ottanta ci furono errori di valutazione, scambiando l’unità di misura di metri in piedi) e questa rimane leggenda di pescatori e nulla più.

Sensi

A livello uditivo lo squalo bianco percepisce le vibrazioni sonore a grande distanza e il suo olfatto è molto acuto. Inoltre, come gli altri squali, può percepire dei debolissimi campi elettrici e bio-elettrici generati dall’attività motoria delle sue potenziali prede. Deve questa capacità a particolari organi sensoriali posti sull’estremità del muso chiamate “ampolle di Lorenzini“. Grazie ad esse lo squalo riesce a percepire il campo elettrico di una preda a partire da mezzo miliardesimo di volt.

Inoltre, in comune con gli altri pesci e con la maggior parte degli anfibi, possiede la linea laterale, un organo composto da una serie di organi ricettori disposti lungo i fianchi dell’animale, sensibili alle vibrazioni a bassa frequenza e alle onde di pressione generate dal moto di corpi solidi nell’acqua. Le ampolle di Lorenzini e la linea laterale permettono allo squalo bianco di percepire la posizione, la grandezza e i movimenti di una preda, anche senza l’ausilio della vista, cosa utilissima in acque torbide, poco illuminate, o nella fase finale dell’attacco, quando lo squalo ha già ruotato gli occhi all’indietro per proteggerli da eventuali graffi causati dalla preda che si difende. Si è infatti ritenuto, per molto tempo, che la vista giocasse un ruolo secondario nella predazione, ma si è capito recentemente che gli squali bianchi hanno una vista molto acuta, su cui fanno grande affidamento. La perdita parziale o totale della capacità visiva può compromettere le possibilità di sopravvivenza dell’animale: infatti nel momento del morso esso protegge i suoi occhi ruotandoli all’indietro fino a farli sparire dalle cavità oculari, a differenza di altre specie di squali che sono invece provviste di una protezione naturale chiamata membrana nittitante, che si alza come se fosse una palpebra, ma dal basso verso l’alto, con lo scopo di coprirne l’occhio, proprio per evitare qualsiasi lesione. Recenti studi hanno mostrato che di notte tende ad avvicinarsi alle coste molto illuminate per sfruttarne la luce riflessa.[15]

Il grande squalo bianco è uno tra i pochi squali che sollevano regolarmente la testa sopra la superficie del mare per guardare gli altri oggetti: questo comportamento è tipico dei cetacei ma raro nei pesci, ed è noto come spyhopping. Una possibile spiegazione di questa anomalia può essere dovuta al fatto che l’odore viaggia attraverso l’aria più velocemente che attraverso l’acqua, perciò, quella che apparentemente potrebbe essere scambiata per una forma di curiosità, sarebbe invece soltanto un modo di ottimizzare il pur già potente olfatto dello squalo.

Dieta e caccia

Uno squalo bianco attacca un’esca

L’attacco ad un leone marino visto in superficie

Lo squalo bianco è un cacciatore altamente specializzato, anche se la sua dieta può variare molto a seconda della zona in cui vive. Nel Mar Mediterraneo caccia tonni, pesce spada, tartarughe di mare, altri squali, delfini. Non attacca grandi cetacei come le balene ma se si imbatte in una carcassa non esita a divorarla e in queste situazioni sembra essere più disponibile ad accettare la presenza di altri squali e sembra essere anche molto selettivo, divorando soltanto la parte più ricca di grassi e risputa il muscolo, meno nutriente.[16] In altre parti del mondo può, ad esempio, cibarsi prevalentemente di foche o leoni marini. Sembra che non disdegni anche i rifiuti che vengono gettati dalle navi e qualunque tipo di spazzatura possa venire a trovare. Lo squalo bianco caccia le prede agili con una tecnica simile all’agguato, senza girare intorno alle sue prede, ma sorprendendole da sotto. La velocità in risalita, durante la predazione, gli è consentita dal fatto che lo squalo bianco (come tutti gli squali) è privo della vescica natatoria, organo idrostatico presente nei pesci ossei e che serve per poter stare a profondità variabili e che comunque rallenta una risalita rapida.

A Seal Island, in Sudafrica, i grandi squali bianchi sono soliti predare le otarie orsine del capo che nuotano in superficie, soprattutto in prossimità delle isole, con una particolare tecnica di caccia. Tutto, solitamente, avviene durante le ore notturne, al crepuscolo o all’alba. La tecnica di caccia utilizzata, è sorprendente, lo squalo nuota sui fondali in prossimità dei canali utilizzati dalle otarie per lasciare o tornare all’isola, al buio, e ad una profondità di 20/30 metri, lo squalo risulta del tutto invisibile alle sue prede, una volta avvistata l’otaria, lo squalo si lancia all’attacco nuotando verso la preda in superficie a grande velocità (circa 40 km orari) e addentando l’otaria in movimento, tale è la velocità di movimento che lo slancio fa balzare lo squalo completamente fuori dall’acqua con l’otaria in bocca. Questo comportamento predatorio è stato documentato in Sudafrica, Australia e in California alle Farallon Islands.

Poiché ogni attacco comporta un grande dispendio di energie lo squalo prepara i suoi agguati con grande attenzione, adattando il suo stesso stile di vita e i suoi spostamenti, in base ai luoghi e ai periodi di riproduzione delle sue prede.[17] Una volta agguantata la preda lo squalo bianco scuote la testa utilizzando la mascella come una sega per provocare tagli più ampi e profondi al fine di strappare pezzi di carne più grossi, proprio come farebbe un cane. Secondo uno studio del Journal of Zoology pubblicato nel 2009, nel cacciare le foche lo squalo bianco utilizza tecniche di caccia paragonabili a quelle di un serial killer: sceglie e pedina le sue prede a distanza, in cerca del momento migliore per colpire, ed è in grado di trarre esperienza da ogni attacco al fine di aumentare la percentuale di successo e minimizzare il dispendio di energie.[18][19]

La tecnica di caccia varia a seconda del tipo di preda. Le foche, più piccole, vengono predate dal basso verso l’alto e uccise e divorate immediatamente. Gli elefanti marini del nord, invece, essendo più grandi e pericolosi, vengono morsi posteriormente in modo da far sì che la preda non possa muoversi; così facendo lo squalo attende al sicuro che la preda si dissangui per poi divorarla con calma.[20] Lo squalo bianco può occasionalmente tentare di attaccare lagerinchi, grampi, tursiopi, suse, focene e focenoidi ma la loro velocità e il loro sonar riescono nella maggior parte delle volte a far sì che i suoi attacchi non vadano a segno.[21] Talvolta, se in gruppi numerosi, i delfini possono far allontanare l’aggressore grazie a movimenti della coda e contrapposizioni frontali. Soprattutto se vi sono piccoli da difendere i delfini li circondano e sbattendo fortemente la coda fanno desistere l’animale. Un simile comportamento è stato osservato anche quando ad essere minacciati dallo squalo sono stati dei bagnanti.[22]

Lo squalo bianco è un predatore all’apice della catena alimentare ed è sempre stato considerato privo di predatori naturali. Recenti studi condotti dalla biologa Ingrid Visser, hanno tuttavia dimostrato (con spettacolare documentazione fotografica) che l’orca può uccidere lo squalo non solo per difesa (come si era sempre creduto), bensì, in carenza di prede più facili, può mettere in atto veri e propri assalti di gruppo contro lo squalo bianco con l’intento di cibarsene, tramortendolo a colpi di coda,[23] o addirittura girandolo di proposito sul dorso per provocargli l’immobilità tonica. Oltre all’orca, un nemico che lo squalo bianco deve temere è il coccodrillo marino, il più grande coccodrillo (e rettile) del mondo: i due possenti predatori condividono l’habitat in Australia e scontri tra i due possono accadere. Nel 1939 fu fotografato e osservato lo scontro tra uno squalo bianco e un coccodrillo marino, entrambi di considerevoli dimensioni, nell’Australia del Nord conclusosi con la vittoria del coccodrillo che ha addentato la gola dello squalo e, con un “death roll”, gli ha staccato la testa dalle fauci.[24]

Comportamento sociale

Un esemplare fotografato al largo dell’isola di Guadalupe (Messico)

Gli squali bianchi sono animali prevalentemente solitari, tuttavia capita che in certi periodi di caccia vi siano assembramenti di molti esemplari in aree ristrette. Dato che queste situazioni possono generare conflitti, gli squali bianchi hanno elaborato una modalità di comunicazione che avviene tramite movimenti del corpo aventi lo scopo di creare una gerarchia che risolva i conflitti in modo non violento. Si è allora scoperto che quando uno squalo bianco vuole prevalere nei confronti di un suo simile, esso compie particolari movimenti che segnalano intenzioni aggressive: inarca la schiena, mostra i denti, apre e chiude le fauci con rapidi scatti, sbatte violentemente la coda sulla superficie e mostra le sue dimensioni girando attorno al rivale. Spesso l’interazione si risolve con la sottomissione di uno dei due animali ma talvolta possono esservi scontri violenti, anche mortali.[25]

Osservazioni sugli squali bianchi in Sudafrica mostrano che la gerarchia si basa sulle dimensioni, sul sesso e sulla stanzialità degli esemplari: le femmine dominano i maschi, gli squali più grandi dominano quelli più piccoli, gli stanziali dominano i nuovi arrivati. I gruppi che si vengono a formare possono essere paragonati a dei “clan” simili a quelli dei gruppi di lupi dove vi è uno squalo dominante su altri squali del gruppo, e dove gli scontri avvengono tra capi e membri di clan rivali[25].

Riproduzione

Questo squalo può vivere dai 30 ai 40 anni. La maturità sessuale è raggiunta a 3,8 metri di lunghezza nei maschi e tra 4,5 e 5 metri nelle femmine. La specie è ovovivipara[26][27] e, al contrario di quanto sostengono alcune pubblicazioni[senza fonte], questa specie non mostra il cannibalismo intrauterino come verificato nello squalo toro, ma piuttosto si nutre di uova non fecondate. Il parto avviene tra primavera ed estate, e la gestazione dura probabilmente all’incirca un anno. I piccoli alla nascita hanno taglia compresa tra 1,2 e 1,5 metri e hanno i denti dotati di minute cuspidi laterali, con quelli inferiori talora ancora con i bordi lisci anziché seghettati. Il numero massimo di piccoli per figliata si suppone sia tra 10 e 14.[28]

Distribuzione e habitat

Sostanzialmente cosmopolita è diffuso particolarmente in acque fredde o temperate tra gli 11 e 24 °C, sulla costa o al largo. È particolarmente presente al largo delle coste meridionali dell’Australia, del Sudafrica, della California, del Messico, del nord-est degli Stati Uniti e nell’isola messicana di Guadalupe, in Nuova Zelanda. È tuttavia possibile trovarlo anche in acque più calde, come ai Caraibi. Vi sono aree diventate particolarmente interessanti per l’elevato numero di esemplari presenti, come Seal Island in Sudafrica, dove vi è una colonia di decine di migliaia di otarie che attirano numerosi grandi esemplari di squali bianchi e, di riflesso, numerosi turisti che vengono ad ammirarne le predazioni. In un’area del Pacifico tra Bassa California e Hawaii vi è il cosiddetto White Shark Café, ricco di squali bianchi per ragioni tuttora poco chiare.[29]

Presente anche nel mar Mediterraneo dove vi è una zona di riproduzione nell’area che comprende Sicilia, Malta e Tunisia.[30] Uno studio del 2010 effettuato sul patrimonio genetico di squali bianchi presenti in Turchia, Tunisia e Sicilia e pubblicato sulla rivista Proceedings of the Royal Society ha ipotizzato che gli squali bianchi del mediterraneo siano arrivati dall’Australia 450.000 anni fa attraverso lo Stretto di Gibilterra a causa di un errore nel seguire le correnti marine e che non siano più riusciti ad uscirne. A dimostrarlo sarebbe il loro patrimonio genetico, molto più simile a quello degli squali bianchi australiani rispetto a quello degli squali bianchi atlantici. Lo stesso studio, inoltre, sostiene che poiché gli squali atlantici entrano nel mediterraneo assai raramente, gli squali bianchi del mediterraneo siano isolati geneticamente.

È uno squalo pelagico, ma si avvicina alle coste particolarmente nelle zone dove la piattaforma continentale è molto vicina ad esse o nelle aree particolarmente ricche di potenziali prede (come, ad esempio, colonie di otarie, foche, o pinguini). Non tollera le acque dolci ma può frequentare aree vicino ad estuari e penetrare all’interno di baie saline poco interessate a fenomeni di bassa marea, nonché in aree dove sono presenti scarichi fognari, dato che i residui organici attirano l’attenzione dei sensi dello squalo. Tende a restare ad una profondità che va dalla superficie ai 250 metri, anche se può scendere molto oltre, fino a 1.200 metri[31] e compie numerose tratte trans-oceaniche, per esempio dal Sudafrica all’Australasia, o dalla California alle Hawaii. È assente nelle regioni fredde dell’Artico, dell’Antartico, nel Mar Nero e nel Mar Baltico.[32] Tende ad evitare le zone nelle quali la presenza umana si manifesta con pesca eccessiva e inquinamento delle acque, tuttavia sembra che persista in alcune aree densamente abitate come lo Stretto di Messina o le spiagge californiane e australiane. Di tanto in tanto, questa specie può raggiungere anche il Mare di Okhotsk e la Terra del Fuoco, ma solo raramente.

Rapporti con l’uomo

È tra gli squali giudicati pericolosi per l’uomo, insieme allo squalo longimanus, allo squalo tigre e allo squalo leuca (Carcharhinus leucas), e spesso viene esageratamente definito “il mangiatore di uomini”. L’idea che lo squalo bianco sia un mangiatore di uomini è iniziata nel 1975 quando nei cinema è uscito il film Lo squalo (Jaws) di Steven Spielberg, adattamento dell’omonimo romanzo di Peter Benchley. In effetti lo squalo bianco è pericoloso per l’uomo qualora se ne entri in contatto, dato il suo morso micidiale e la sua abitudine di attaccare otarie, foche e leoni marini in prossimità della superficie, anche se questi attacchi sono spesso dei morsi esplorativi[33] o potrebbero essere dovuti alla somiglianza che ha, vista dal basso, la forma di un surfista steso sulla tavola rispetto a quella dei mammiferi marini sopracitati.[34] Lo squalo bianco non è però un pericolo in termini assoluti, poiché escludendo le aree geografiche nelle quali è notoriamente presente in alte concentrazioni, la probabilità di incontrare uno squalo bianco durante una normale attività ricreativa è estremamente rara.[35]

Statistiche sugli attacchi

Locazione geografica degli attacchi non provocati di Squalo Bianco nel mondo

Sono stati registrati 18 attacchi di squalo bianco solo in Italia, 4 dei quali con esito fatale. Il Florida Museum of Natural History cura un database chiamato ISAF (International Shark Attack File) all’interno del quale vengono censiti tutti gli attacchi di squalo nel quale sono coinvolti gli esseri umani (in acqua e su imbarcazioni). Ovviamente sono registrati soltanto gli attacchi non provocati. Per quanto riguarda lo squalo bianco le statistiche dicono che nel mondo, tra il 1876 e il 2010 vi sono stati 244 attacchi non provocati dei quali 65 si sono rivelati mortali.[36] La stragrande maggioranza degli attacchi avviene in acque superficiali[37] e gli stati più coinvolti sono: Florida, California, Australia, Hawaii, isole Figi, Bahamas e Sudafrica. Il tasso di mortalità degli attacchi è in forte discesa, sia per la sempre maggiore informazione che viene fatta nelle spiagge a rischio, sia per le reti protettive che vengono installate nei luoghi turistici.[38]

Parallelamente all’ISAF è stato istituito anche il MEDSAF (Mediterranean Shark Attack File) che classifica gli attacchi di squalo non provocati nel solo Mediterraneo. Secondo i dati presenti in questo database, dal 1890 al 1998 lo squalo bianco è stato sicuramente responsabile del 60,6% degli attacchi totali di squalo avvenuti nel mediterraneo (37 attacchi) e del 52% degli attacchi mortali (22 morti).[39] È da considerare comunque che molti attacchi, specie in passato, non sono mai stati segnalati. Dal medesimo database si apprende che l’ultimo attacco mortale di squalo nel Mediterraneo è stato causato da uno squalo bianco la mattina del 2 febbraio 1989, nel Golfo di Baratti (Piombino), ai danni del sub Luciano Costanzo, molestato a 27 metri di profondità mentre puliva dei cavi sottomarini, e ucciso in superficie mentre tentava di raggiungere la barca di appoggio.[39]

Un esemplare preso a Palm Beach, in Florida, dicembre 1913.

Nonostante questi dati possano sembrare inquietanti, in realtà l’ISAF si propone di spingere l’opinione pubblica verso un approccio più razionale al problema. Ha perciò fornito un dettagliato numero di casi di morte per diversi motivi comparandone i rischi con quelli relativi agli attacchi di squalo.[40] Per citare qualche esempio, soltanto negli Stati Uniti dove vi è una concentrazione di squali bianchi superiore alla media[41] negli ultimi 50 anni vi sono stati 1.930 morti dovute a fulmini contro 25 morti dovute ad attacchi di squalo.[42]

Sempre negli Stati Uniti nei soli anni ’90 vi sono stati 130 incidenti automobilistici mortali all’anno causati da attraversamento di animali, 18 persone all’anno uccise da cani, 15 morti annuali causate da serpenti, mentre soltanto 0,4 persone ogni anno sono morte per attacchi di squalo.[43] Durante la propria vita, la probabilità di morire per un attacco di cuore è di 1 su 5, 1 su 7 per cancro, 1 su 84 per incidente stradale, 1 su 13.729 per colpo di calore, 1 su 79.746 per fulmini e 1 su 3.748.067 per un attacco di squalo.[44] Poiché queste statistiche riguardano le morti causate da tutti i tipi di squalo, la percentuale di morti causate specificamente dallo squalo bianco è perciò ancora più bassa. Va detto inoltre che lo stesso Peter Benchley nell’ultimo periodo della sua vita si adoperò per la sua salvaguardia, sostenendo che l’uomo è molto più pericoloso per lo squalo bianco di quanto lo squalo bianco non lo sia per l’uomo.[45]

Squali bianchi in cattività

Allo stato attuale (2019) non si hanno notizie di squali bianchi in cattività, sebbene alcuni acquari siano riusciti ad ospitarne alcuni esemplari per periodi più o meno lunghi.

Nell’agosto del 1980 una femmina di 2,4 metri, “Sandy” fu ospitata nel California Academy of Sciences a San Francisco in California, ma venne liberata perché si rifiutava di mangiare e sbatteva contro le pareti della vasca.[46]

Nell’agosto del 1981 uno squalo bianco è sopravvissuto per 16 giorni al SeaWorld di San Diego in California, prima di essere rilasciato.[47]

Uno squalo bianco nuota nel Monterey Bay Aquarium

Il Monterey Bay Aquarium ha ospitato e poi liberato cinque diversi squali bianchi in cattività. Il primo esemplare, una femmina, è stato introdotto nel 2004 ed è rimasto in esposizione per 198 giorni, record assoluto di permanenza di uno squalo bianco in cattività.[48] Nell’agosto del 2006 uno squalo bianco maschio è rimasto in vasca per 137 giorni, nell’agosto del 2007 un altro maschio è stato tenuto in cattività per 162 giorni mentre nell’agosto 2008 la permanenza di una femmina è stata soltanto di 11 giorni. L’ultimo squalo ad essere ospitato nell’acquario californiano è stata una femmina che vi è rimasta per 70 giorni ed è stata liberata il 4 novembre 2009, in anticipo sui tempi previsti a causa del comportamento aggressivo che manifestava verso gli altri squali. Quest’ultima è stata l’unica dei cinque squali catturati a morire dopo la liberazione, in quanto nel marzo 2010 è stata uccisa da una rete da pesca. Dei cinque squali, tre sono stati catturati appositamente per essere inseriti nell’acquario, due invece vi sono giunti per cattura accidentale da parte di pescherecci. Tutti gli squali al momento della liberazione sono stati dotati di un sensore che ne ha monitorato gli spostamenti per alcuni mesi.[48]

Squali bianchi e turismo

Il fascino degli squali bianchi spinge molti turisti a recarsi nei luoghi dove è possibile avvistarli e osservarli in immersione. I luoghi più quotati per lo “shark tourism” sono generalmente Seal Island in Sudafrica, l’isola di Guadalupe in Messico, Rottnest Island in Australia e Stewart Island in Nuova Zelanda. Ci sono diversi metodi di approccio. È possibile osservare gli squali dalla barca grazie alle operazioni di pasturazione (“chumming”) del mare con sangue e materiali organici di prede abituali degli squali, in modo da attirare lo squalo verso la barca. Un altro metodo è quello di legare alla barca una fune dove all’altro capo viene agganciata la sagoma di una foca: lo squalo vede la sagoma e l’attacca dal basso effettuando un salto fuori dall’acqua, per la gioia delle cineprese dei turisti.[49]

L’osservazione può essere fatta anche in acqua grazie all’ausilio di gabbie metalliche, sempre previa pasturazione del mare circostante. L’osservazione e l’interazione con grandi squali bianchi fuori dalla gabbia viene effettuata solo da pochi e coraggiosi esperti data la pericolosità dell’animale.

Il chumming

Attualmente è in corso una polemica tra gli addetti ai lavori sull’opportunità di attirare gli squali con materiali organici, in quanto alcuni ricercatori sostengono che nel tempo gli squali potrebbero associare l’uomo alla presenza di esche e sangue, con relativo pericolo per i bagnanti.[50] Da parte degli operatori turistici viene però fatto notare come questa presunta associazione sia ancora tutta da dimostrare, in quanto le aree di pasturazione sono già aree di caccia per gli squali. Inoltre viene posto l’accento sull’importanza del turismo per la salvaguardia dello squalo: infatti sensibilizzerebbe l’opinione pubblica sulla necessità di proteggere lo squalo bianco e spingerebbe gli abitanti del posto a proteggere le aree turistiche, al fine di salvaguardare il non indifferente indotto economico dovuto alla presenza di questi squali. Questo non toglie che in alcuni stati, come l’Alabama il “chumming” sia vietato per legge, al fine di salvaguardare i bagnanti.[51]

Stato di conservazione

Lo squalo bianco è attualmente minacciato e rientra tra le specie protette dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (CITES). Leggi specifiche sono state inoltre deliberate dagli Stati di Australia, Sudafrica, Namibia, Israele, Malta, Italia, California, Florida e Nuova Zelanda. L’Australia ha messo a punto un piano di recupero globale per i grandi squali bianchi presenti nelle sue acque.[52][53]

Le cause della diminuzione degli esemplari consistono nel depauperamento del patrimonio ittico di cui lo squalo bianco si nutre, la pesca accidentale soprattutto in tonnare o spadare, quella a scopo sportivo o mirata alla commercializzazione di denti, pinne o mandibole complete, e la presenza di reti alla deriva. Come per gli altri squali è oggetto di pesca commerciale a scopo alimentare per la preparazione della zuppa di pinne di squalo anche se non rientra tra le specie privilegiate, e la sua carne non sembra essere particolarmente pregiata.

L’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) lo ha inserito nella sua lista rossa classificandolo come vulnerabile, stima effettuata quando si riteneva che lo squalo bianco fosse un animale fondamentalmente stanziale. Recentemente, però, uno studio dell’Università di Stanford ha evidenziato che lo squalo bianco compie migrazioni fino a 18 000 km, per cui ultimamente si ipotizza che spesso sia stato contato più volte uno stesso esemplare. Questo significa che la popolazione di squali bianchi nel mondo è stata finora grandemente sovrastimata e si ipotizza un futuro aggiornamento dello stato di rischio, in quanto il nuovo calcolo proposto dall’università di Stanford ipotizza la presenza di soli 3.500 esemplari in tutto mondo, meno delle tigri.[54]

Documentari

Sono stati realizzati numerosi documentari su questo animale e uno dei primi e più interessanti è “Mare Blu, Morte Bianca”, del 1971, con immagini subacquee, molto ben realizzate e servizi specializzati. Il National Geographic ha prodotto numerosi documentari sugli squali e sul loro rapporto con l’uomo, tra i quali “Oltre la paura – Comunicare con i grandi squali bianchi”, “Squali assassini”, “Squali feroci”. Memorabile è anche il documentario di Jacques-Yves Cousteau “Il grande squalo bianco” del 1992. È da ricordare anche il più recente Sharkwater, del 2007, che ha ricevuto numerosi premi.

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Pesce civetta/Dactylopterus volitans

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il pesce civetta[1] (Dactylopterus volitans Linnaeus, 1758), conosciuto anche come rondine di mare, è un pesce d’acqua marina appartenente alla famiglia dei Dactylopteridae.

Rischio minimo

Distribuzione e habitat

Il suo habitat è bentonico ed ha i suoi limiti tra i 10 e gli 80 metri di profondità, abita i fondali del Mar Mediterraneo, Madera, le Azzorre e dell’Oceano Atlantico, dall’Angola alla costa europee (talvolta a nord fino all’Inghilterra meridionale) nell’Atlantico orientale e dal Canada all’Argentina in quello occidentale. Gli esemplari giovanili si trovano anche a pochi metri di profondità, su fondali sabbiosi.

Etimologia dei nomi comuni

I nomi comuni, pesce civetta e pesce rondine, derivano dalla credenza che questo pesce possa volare fuori dall’acqua mediante le sue pinne pettorali molto ampie. Questo però è impossibile data la struttura massiccia del pesce e soprattutto del suo pesante capo coperto di piastre ossee.

Descrizione

La testa è relativamente grossa, con una grande bocca, dotata di corazza ossea. Il corpo è allungato, piuttosto compresso sul dorso. Presenta due pinne dorsali, la prima è retta da raggi spinosi simili ad aculei (così come la pinna anale) mentre la seconda è più molle. Le pinne ventrali sono appuntite, la coda è allungata. La caratteristica più visibile di questa specie sono le grandi pinne pettorali, rette da lunghi e robusti raggi, che completamente allargate formano insieme un grande ellisse, che permette al pesce di “planare” vicino ai fondali.

La livrea è alquanto varia da esemplare a esemplare, con un colore di fondo che va dal grigio bruno al giallo fino al rossastro, decorato da 3 o più fasce verticali brune e costellato di punti bianchi. Le pinne pettorali presentano la stessa colorazione, ma sono puntinate e orlate anche di un blu elettrico.

Raggiunge una lunghezza di 50 centimetri.

Alimentazione

Questa specie si nutre di pesci, bivalvi e granchi.

Predatori

Un pesce civetta alla ricerca di cibo sul fondale

Il pesce civetta è preda di numerose specie di pesci tra cui molte specie della famiglia Istiophoridae e uccelli marini (appartenenti alla famiglia Laridae).

Pesca

È pescato saltuariamente in quanto pesce commestibile, ma non possiede carni ricercate. È una preda occasionale dei pescatori sportivi.

Acquariofilia

Sembra sia piuttosto diffuso negli acquari pubblici.

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Pesce coltello/Trichiurus lepturus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Trichiurus lepturus, noto in italiano come pesce coltello, è un pesce osseo marino della famiglia Trichiuridae.

Distribuzione e habitat

Questa specie è cosmopolita nei mari e gli oceani tropicali e subtropicali, compreso il mar Mediterraneo dove però non è comune nel bacino orientale ed è raro o rarissimo in quello occidentale. In Italia le segnalazioni si segnano sulle dita di una mano, è stato catturato, ad esempio, a Venezia, a Messina e all’isola d’Elba.

Questa specie vive in acque libere vicine al fondale fino a 350 metri di profondità e talvolta di notte risale in acque bassissime. Può perfino penetrare negli estuari.

Descrizione

Complessivamente questo pesce ha aspetto simile al pesce sciabola ma se ne differenzia facilmente perché è completamente privo di pinna anale, di pinna caudale e di pinne ventrali. L’estremità caudale del corpo è nuda e sottile. La pinna dorsale è molto lunga ed ha altezza piuttosto uniforme, decrescente nella parte posteriore. Le pinne pettorali sono rivolte in alto. L’opercolo branchiale ha un lobo arrotondato sporgente. La bocca è grande ed è armata di denti lunghi e robusti. La linea laterale decorre lungo il profilo ventrale del corpo. Le scaglie sono assenti.

Il corpo è completamente di colore argentato metallico.

Esemplari in vendita sul mercato ittico di Tokyo

Misura fino a 150 cm.

Biologia

Alimentazione

Predatore vorace che si ciba di altri pesci.

Riproduzione

La riproduzione avviene in estate.

Pesca

Si cattura con i palamiti per il pesce sciabola.

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PESCE R
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