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Occhio lucente/Diaphus rafinesquii

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L’occhio lucente (Diaphus rafinesquii) è un pesce abissale della famiglia Myctophidae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

È presente nel mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico settentrionale fino al 50º parallelo nord, è però dubbia la sua presenza sul lato americano dell’Atlantico.
Nei mari italiani è noto nel mar Tirreno, in Sicilia e, rarissimo, nel Mar Adriatico. Vive in acque piuttosto profonde, tra i 3-400 m ed i 1600, ma è stato trovato anche in superficie. Lungo le coste dello stretto di Messina si rinviene raramente spiaggiato, soprattutto in inverno.

Descrizione

Come in tutti i pesci lanterna un’identificazione certa si può avere solo osservando la disposizione ed il numero dei fotofori. In questa specie i fotofori sono divisi in due da un diaframma scuro. Sono assenti le ghiandole luminose sul peduncolo caudale (Gs e Gi). Il Dn è grande ed in posizione frontale, lontano dal Vn, che è anch’esso grande ed ha forma allungata; è seguito da un ulteriore piccolo fotoforo So. I Prc sono presenti in numero di 4. Si distingue dall’affine D. holti per il numero di branchiospine, che è maggiore di 22 e per avere il primo fotoforo AO separato dagli altri e più in alto.
Il colore è blu molto scuro, quasi nero, con vivaci riflessi metallici azzurro argento sui fianchi e verdastri sugli opercoli branchiali. I fotofori hanno colore azzurro intenso
Misura fino a 10 cm di lunghezza.

Alimentazione

Si ciba di organismi planctonici, soprattutto crostacei.

Riproduzione

Avviene nei mesi freddi, le larve assumono l’aspetto definitivo ad una lunghezza di circa 1 cm.

Pesca

Avviene solo occasionalmente con reti a strascico pelagiche e non ha mercato. Le carni sono tuttavia commestibili e di buon sapore.

Specie affini

L’occhio lucente minore (Diaphus holti Tåning, 1918) è una specie molto simile, si differenzia per le branchiospine in numero inferiore a 21, perché il primo AO è in linea con gli altri e non posto più in alto e perché il fotoforo Vn è più grande, così come il So e per essere molto più piccolo dato che non supera normalmente i 4 cm. Questa specie è presente nel mar Mediterraneo e nei mari italiani ma meno comune di D. rafinesquii.

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Occhi verdi/Chlorophthalmus agassizi

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L’occhiverdi[1] o occhi verdi (Chlorophthalmus agassizi Bonaparte 1840) è un pesce di mare, unico rappresentante europeo della famiglia Chlorophthalmidae.

Distribuzione ed habitat

È presente e comune nel mar Mediterraneo compresi i mari italiani e si trova anche nell’Oceano Atlantico sia orientale (dal golfo di Guascogna alle Isole di Capo Verde) che occidentale (dal Massachusetts alla Guyana).
Vive a profondità notevoli, tra i200 ed i 700 metri di profondità (in Atlantico fino a 1400 metri) su fondi fangosi.

Descrizione

La caratteristica più evidente di questo pesce sono gli occhi, grandi, di colore verde smeraldo e con pupilla ovale. Il corpo è slanciato, la testa è grande ed appiattita, con la mandibola prominente. La prima pinna dorsale è corta ed alta, le pinne pettorali ampie e la pinna caudale biloba.
Il colore è bronzeo con fasce scure, il ventre è bianco con puntini neri. La zona attorno all’ano è nera ed ospita un fotoforo.

Alimentazione

È carnivoro, si nutre di invertebrati, soprattutto crostacei eufausiacei.

Disegno d’epoca

Riproduzione

Estiva, uova e larve sono pelagiche.

Biologia

È gregario e passa il suo tempo cacciando in agguato sul fondo.

Pesca

Si cattura in quantità con le reti a strascico di profondità, ma il suo valore è modesto e finisce tra la minutaglia mista per fritture di paranza.

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Occhiata/Oblada melanura

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L’occhiata (Oblada melanura Linnaeus, 1758) è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia degli Sparidi. È l’unica specie del genere Oblada.

Rischio minimo

Distribuzione e habitat

È diffusa nelle acque costiere (fino a 40 m di profondità) del Mediterraneo e dell’oceano Atlantico orientale (dal golfo di Biscaglia fino alle coste dell’Angola). Abita anche le coste di Madera, Capo Verde e delle Canarie e di parte del mar Nero.

Vive nei pressi di coste rocciose e si tratta di una specie demersale che si tiene sempre in acque libere anche se molto vicino alla riva.

Descrizione

L’occhiata ha un aspetto assai simile a quello dei saraghi o della salpa: forma ovale e snella con il corpo molto schiacciato, occhi grandi e bocca disposta all’insù, con mandibola leggermente sporgente e dotata di acuminata dentatura. La livrea è grigio-azzurra, con vivaci riflessi argentei, più scura sul dorso e più chiara sui fianchi, che sono percorsi da numerose linee scure orizzontali. Sul peduncolo caudale è visibile una grossa macchia nera bordata di bianco. La pinna caudale è forcuta. Può raggiungere una lunghezza di circa 25-30 cm ed un peso dai 700 g a 1 kg.

Comportamento

È una specie gregaria e forma banchi anche molto grandi.

Alimentazione

È onnivora, si nutre prevalentemente di invertebrati, avannotti e alghe.

Riproduzione

Si riproduce da aprile a giugno.

I piccoli sono riconoscibili per la caratteristica macchia nera bordata di bianco già alle dimensioni di 10 mm.

Si tratta di una specie soggetta a cambiamento del sesso, alcuni individui però sono ermafrodita.

Pesca

La carne è ottima, simile a quella dell’orata o del sarago. I pescatori di professione la catturano soprattutto con le reti da pesca, i pescatori sportivi la catturano a traina di solito con esche artificiali o dalla riva con esche naturali come pane, bigattini o vari impasti di pane e formaggio.

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Occhione/Pagellus bogaraveo

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Pagellus bogaraveo (Brünnich, 1768) è un pesce osseo della famiglia Sparidae, noto anche coi nomi occhino, besugo, pezzogna, occhialone, mupo e rovello, anche se i vari nomi locali possono creare confusione tra le diverse specie di pagelli che si pescano nel Mediterraneo.

escrizione

Ha un tipico aspetto da sparide, con corpo alto e appiattito lateralmente, con occhio molto grande. Il colore è rosso su dorso e fianchi negli adulti, mentre è argenteo negli esemplari giovani. È sempre presente una macchia nera circolare dietro la testa. Tutte le pinne sono rosa. La taglia supera i 70 cm[1].

E’ di alimentazione carnivora a base di vari invertebrati. La riproduzione avviene in inverno. Circa il 10% degli individui è ermafrodita.

Distribuzione e habitat

È una specie diffusa nel mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico orientale tra la Mauritania a sud e le isole Orcadi e la Norvegia a nord. È l’unica Specie di sparidi diffusa e comune nei mari dell’Europa settentrionale.

Vive a profondità notevoli (fino ad 800 m) su fondi mobili e si incontra spesso sulle secche al largo. I giovani possono essere (relativamente) più costieri.

Pesca

Si cattura sia con reti che con lenze e palamiti. Le carni sono ottime e molto apprezzate in tutta Italia.

Nota tassonomica

In passato il nome Pagellus bogaraveo veniva utilizzato solo per i giovani mentre per gli adulti, creduti una specie diversa, veniva adoperato il binomio Pagellus centrodontus, da considerarsi quindi sinonimo di Pagellus bogaraveo.

Gastronomia

Ha le medesime qualità gastronomiche del Pagello fragolino[2].

Denominazioni dialettali italiane

L’occhialone è conosciuto, nelle varie regioni italiane, con nomi dialettali diversi[2]:

Regione Denominazione
Calabria Mupu, Mupagghiuni
Campania Grassuocchio, Pezzogna
Liguria Bezugo, Besugo
Marche Occhio largo
Sicilia Muppa ‘mpiriali, Sparumuppu
Toscana Pàrago
Veneto Albaro bastardo, Pizzogna
Venezia Giulia Ribón
Sardegna Pitzornia

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Ombrina/Umbrina cirrosa

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L’ombrina (Umbrina cirrosa) è un pesce osseo marino della famiglia Sciaenidae.

Particolare della testa, evidente il barbiglio sotto il mento

Distribuzione e habitat

Comune nel mar Mediterraneo e nelle acque italiane, è presente anche nel mar Nero e nell’Oceano Atlantico orientale tra il golfo di Guascogna ed il Senegal. È penetrata nel mar Rosso attraverso il canale di Suez, è dunque tra le poche specie che hanno fatto il percorso inverso rispetto alla migrazione lessepsiana.

Si tratta di un pesce legato ai fondi sabbiosi nei pressi delle spiagge. Si trova prevalentemente a basse o bassissime profondità e a breve distanza dalla riva. Essendo eurialino penetra frequentemente nelle foci dei fiumi e nelle lagune.

Particolare della livrea

Descrizione

Questa specie ha ventre piatto e dorso arcuato con sagoma allungata. Le pinne dorsali sono due, la prima più alta e triangolare, la seconda più lunga e quasi attaccata alla prima. La pinna anale è corta ed ha forma triangolare, ventrali e pettorali sono abbastanza sviluppate e la pinna caudale finisce tronca. La testa è massiccia, la bocca abbastanza piccola, con labbro superiore sporgente ed un caratteristico, corto barbiglio sotto il mento.

La livrea è argentata con strie oblique ondulate di colore giallastro e azzurro alternato sul dorso e i fianchi. Le pinne sono giallastre scure o beige, con bordi scuri. Il bordo dell’opercolo branchiale è di colore nero.

Può raggiungere, eccezionalmente, il peso di 12 kg per 1 m di lunghezza.

Alimentazione

Si ciba di invertebrati che cattura nella sabbia grufolando in piccoli gruppi. Le sue prede preferite sono crostacei, molluschi (soprattutto cannolicchi) ed echinodermi.

Riproduzione

Avviene all’inizio dell’estate. I giovani fino a 3 cm sono nerastri con pinne bianche.

Pesca

Le sue carni sono tra le più pregiate tra quelle dei pesci mediterranei, viene insidiata con le reti da posta e con ogni tipo di rete costiera e, dai pescatori sportivi, con la tecnica del surf casting di cui rappresenta una tipica preda.

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Orata/Sparus aurata

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L’orata (Sparus aurata Linnaeus, 1758) è un pesce osseo di mare e di acque salmastre, appartenente alla famiglia Sparidae.
Il nome deriva dalla caratteristica striscia di color oro che il pesce mostra fra gli occhi.

Rischio minimo[1]

Denominazioni dialettali italiane

L’orata è conosciuta, nelle varie regioni italiane, con nomi diversi:[2]

Regione Denominazione
Liguria Oggià, Ouè, Oà
Puglia Bandicedde, Bannicella
Sardegna Cagnina, Canina de stanni, Carina, Caniottu
Sicilia Sau-vidicchiu
Toscana Orata
Veneto Orada de la corona
Venezia Giulia Orada

Distribuzione e habitat

L’orata è presente in tutto il bacino del Mediterraneo e nell’Atlantico orientale, dall’estremo sud delle isole Britanniche a Capo Verde. È un pesce strettamente costiero e vive tra i 5 e i 150 m dalla costa; frequenta sia fondali duri che sabbiosi, è particolarmente diffusa al confine fra i due substrati. Normalmente conduce una vita solitaria o a piccoli gruppi. È una specie molto eurialina, tanto che si può frequentemente rinvenire in lagune ed estuari, ma è estremamente sensibile alle basse temperature. È molto comune nei mari italiani.

Descrizione

Si distingue per avere il profilo del capo assai convesso e la mandibola leggermente più breve della mascella superiore. Sulla parte anteriore di ciascuna mascella sono presenti 4-6 grossi denti caniniformi, seguiti da 3-5 serie di denti molariformi superiori e 3-4 inferiori.
Il corpo è ovale elevato e depresso. La pinna dorsale è unica con 11 raggi spinosi e 12-13 molli. Sono assenti le scaglie sul muso, sul preorbitale e sull’interorbitale. La linea laterale include 75-85 squame. Il dorso è grigio azzurrognolo ed i fianchi argentei con sottili linee grigie longitudinali. Una banda nera e una dorata sono interposte fra gli occhi. La regione scapolare è nera, questo colore continua sulla parte superiore dell’opercolo, il cui margine è rossastro. La pinna dorsale è grigio azzurrognola, con una fascia mediana longitudinale più scura.
La lunghezza massima dell’orata è 70 cm, ma la più comune è tra i 20 e 50 cm; può raggiungere un peso di 10 kg circa.

Riproduzione

Le orate sono ermafrodite proterandriche: la maggior parte degli individui subiscono l’inversione sessuale all’età di 2 anni (33–40 cm di lunghezza). La riproduzione (con più cicli di ovodeposizione) avviene tra ottobre e dicembre.

Alimentazione

L’alimentazione in natura consiste prevalentemente di molluschi e crostacei di cui sminuzza il guscio con le forti mascelle.

Pesca e allevamento

L’orata è oggetto di pesca sportiva e commerciale su tutte le coste mediterranee. In crescita è l’allevamento in acquacoltura, importante voce dell’economia di molte località costiere lungo tutta la costa europea mediterranea. In Italia particolarmente rinomato è l’allevamento (in vasca a terra come in gabbie in mare) nelle lagune adriatiche e lungo le coste toscane soprattutto nella Laguna di Orbetello e nella zona di Capalbio e Ansedonia.
Le orate pescate presentano carni più magre di quelle d’allevamento (dovuto alla minor possibilità di muoversi e alla maggior quantità disponibile di cibo di queste ultime); segnalato anche un maggior contenuto di acidi grassi essenziali.

La pesca con la canna viene effettuata soprattutto in zone di costa bassa e sabbiosa con la tecnica del surf casting ma, data la frequenza e l’adattabilità della specie, anche in località di foce o dove siano presenti coste rocciose non troppo alte. La pesca consiste nel proporre al pesce l’esca locale (di solito si usano le cozze con guscio o crostacei ed anellidi marini) facendola arrivare sul fondo. Il terminale è molto semplice e deve essere molto lungo(circa 1,5/2 metri) in modo da non far insospettire il pesce e ad avvertire bene le toccate. L’orata è infatti un pesce molto sospettoso ed ha l’abitudine di girare l’esca tra le labbra più volte prima di ingoiarla, è quindi importante non ferrare subito la canna ma aspettare l’abboccata (la punta della canna si fletterà di più rispetto alle mangiate precedenti). L’esca ideale (come detto) è la cozza locale ma talvolta anche il granchietto di sabbia e di scoglio può essere molto produttivo. Negli ultimi anni si sono diffusi come esche alcuni “vermi” marini quali il bibi, l’arenicola, l’americano o il coreano, con risultati spesso ottimi anche se con esemplari di misura ridotta. L’amo da utilizzarsi deve essere di misura abbastanza grande e molto robusto per non soccombere sotto la poderosa dentatura del pesce. L’esca d’eccellenza per cercare di catturare un’orata di media/grande dimensione è il granchio di sabbia, innescato talvolta con 2 ami. Molto produttivo è anche l’innesco di un piccolo cefalopode (seppia o calamaro), soprattutto in condizioni di mare mosso.

Gastronomia

È un pesce dalle carni molto pregiate, prive o quasi di lische, è paragonabile al branzino. Può essere cotto intero al forno, al sale, farcito, alla griglia o in court-bouillon, ma può anche essere sfilettato e cotto a filetti.[2]

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Ostrica comune/Ostrea edulis

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Ostrea edulis, conosciuta come ostrica comune, è una specie di mollusco bivalve della famiglia Ostreidae.

Etimologia

Ostrea deriva dal greco òstreon che vuol dire “ostrica” mentre edulis significa “commestibile”.

Habitat e distribuzione

L’ostrica vive attaccata sugli scogli litorali, da pochi metri a circa 50 di profondità, ove viene staccata, durante tutti i mesi dell’anno, specialmente in primavera ed estate. L’ostrica è comune nel Mar Mediterraneo, Oceano Atlantico e Mare del Nord. Viene allevata (ostricoltura) in località prefisse come a Taranto, nel Fusaro, a La Spezia, a Rovigno e in Francia, lungo la costa della Normandia e della Bretagna e in Corsica nello stagno di Diana.

Descrizione

Conchiglia rotondeggiante, irregolare, con superficie rugosa, ricoperta di lamelle ondulate, inequivalve, la valva destra è piatta e squamosa, la valva sinistra, con la quale il mollusco è attaccato alla roccia, è invece concava. Dimensioni 7-12 centimetri di diametro ed oltre.

Da non confondere con Crassostrea gigas, l’ostrica concava, che come dice il nome comune ha le valve concave e allungate. Questa specie, nativa del Pacifico, negli ultimi anni ha soppiantato come produzione Ostrea edulis ed è la specie che più frequentemente si trova in commercio in quanto allevata in gran parte della Francia. Crassostrea gigas occupa da sola il 75% della produzione europea.

Nel Mediterraneo vivono numerose varianti locali come l’Ostrea tarantina, l’Ostrea adriatica, l’Ostrea tyrrena.

Riproduzione

Sono ermafroditi protandrici. Solitamente cambiano sesso due volte nel corso dell’anno. Le uova vengono mantenute nella cavità palleale dalla femmina, dove avviene la fecondazione. Gli zigoti e le larve vengono trattenuti per 8-10 giorni all’interno della cavità palleale, dopodiché rilasciate nella colonna d’acqua allo stadio di veliger. I veliger di Ostrea edulis attraverseranno una fase pelagica di 8-10 giorni prima di fissarsi ad un substrato.

Proprietà organolettiche

L’ostrea edulis, a fronte di un bassissimo contenuto di grassi (circa 2%), offre una quota importante di proteine nobili e tutte e quattro le vitamine fondamentali (A,B,C,D). È inoltre una buona fonte di fosforo, calcio e magnesio, ma è l’abbondanza di zinco e ferro a rendere questo mollusco particolarmente interessante nel contrasto dell’anemia.

Inoltre bisogna citare le leggendarie proprietà afrodisiache del frutto, già conosciute nell’antichità, al punto che gli antichi Greci sostenevano che Afrodite (la Dea dell’Amore) fosse nata all’interno delle valve di un’ostrica.

allevamento di ostriche ad Arcachon

Valore economico

Molto apprezzata per via della carni gustose e generalmente consumate fresche.

L’allevamento delle ostriche è detta “ostricoltura” ed è una pratica redditizia sviluppata in buona parte del Mar Mediterraneo. Tra i primi ad avviare sistematicamente impianti di allevamento ci furono i Romani, i quali tra l’altro iniziarono ad importare ostriche del Nord Europa, in particolare dalla Manica e dalle coste della Britannia. La Francia è oggi tra i principali produttori mondiali di ostriche per uso alimentare.

L’ostrica tarantina

Tra le 49 specie di ostriche esistenti nel Mar Mediterraneo, una menzione particolare merita l’ostrica tarantina, il cui nome scientifico è Ostrea Tarantina. L’allevamento delle ostriche tra il Mar Grande ed il Mar Piccolo di Taranto è difatti una pratica secolare, che per il tipo di produzione e di impianto differisce dal restante panorama mediterraneo.

Nonostante l’ostricoltura sia giunta a Taranto relativamente tardi (attorno al IV secolo dopo Cristo), in breve tempo gli ostricoltori tarantini seppero sviluppare una sofisticata ed ingegnosa tecnica ancora oggi utilizzata. Nei mesi di Maggio e Giugno si calano in Mar Grande a circa 30 metri di profondità delle fascine di lentisco, che vengono poi riprese dopo circa tre mesi. Su queste fascine si attaccano naturalmente delle piccole ostriche (dette in dialetto zippe) che, una volta tagliate dalle fascine di lentisco, vengono legate a delle corde vegetali (dette in dialetto zòche) e trasferite in Mar Piccolo, dove sono nuovamente immerse sott’acqua. Le centinaia di corde utili all’allevamento vengono fissate su pali di metallo (anticamente realizzati con legno di castagno della Valle d’Itria), che per la loro moltitudine creano ancora oggi i cosiddetti “giardini marini” di Taranto[1].

Una volta raccolte, le ostriche vengono solitamente consumate fresche, ma esiste anche una variante detta “alla tarantina” che prevede di ricoprire il frutto con pangrattato e prezzemolo, da passare poi al forno al fine di ottenere una doratura del mollusco[2].

Per capire l’importanza economica di questo allevamento bisogna considerare che, negli anni ’20 del XX secolo, nel solo Mar Piccolo di Taranto si coltivavano annualmente tra le 35 e le 40 milioni di ostriche. Nello stesso periodo, il Governo Italiano inviò nella città pugliese alcuni studiosi e biologi marini col compito di valutare il potenziale produttivo del Mar Piccolo ai fini dell’ostricoltura. I risultati delle ricerche furono molto incoraggianti, in quanto si stimò una possibile produzione annuale di 70-80 milioni di ostriche. Tali numeri non furono tuttavia mai raggiunti, ed anzi si è assistiti nel corso degli anni ad un cospicuo ridimensionamento della produzione tarantina, anche a cause della sempre crescente competizione economica di altri paesi extra europei. In aggiunta, a partire dagli anni ’60 del ‘900, la costruzione di idrovore necessarie allo stabilimento siderurgico Italsider (oggi Ilva), ha comportato una pesante alterazione del quantitativo planctonico nelle acque del Mar Piccolo, con conseguenti difficoltà degli ostricoltori nell’ottenere ostriche della giusta pezzatura ai fini commerciali.

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