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Facciolella/Facciolella oxyrhyncha

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La facciolella o pesce serpe di Facciolà (Facciolella oxyrhyncha, nota anche come Facciolella physonema) è un pesce abissale della famiglia Nettastomatidae.

Distribuzione e habitat

L’areale non è ben conosciuto, si conosce per l’Oceano Atlantico orientale e per il mar Mediterraneo, compresi i mari italiani.
Vive su fondi fangosi ad elevate profondità, è nota almeno fino ad 800 m. Gli esemplari giovani sono stati talvolta trovati in grotte sottomarine completamente oscure a profondità modesta.

Descrizione

Questa specie è molto simile al becco d’anatra. Si tratta di un anguilliforme e quindi è caratterizzato da un’unica pinna impari originata dalla fusione delle pinne dorsale, anale e caudale. Le pinne pettorali e ventrali sono invece assenti. L’inserzione della pinna dorsale è molto indietro, posteriore all’opercolo branchiale. Questo pesce ha un corpo molto sottile ed allungato, con una testa altrettanto affusolata, dotata di mascelle allungate, che superano brevemente l’occhio, che è molto piccolo. I denti sono abbastanza lunghi.
Il colore è grigio argenteo sul dorso e bianco sul ventre. La pinna caudale è nera.
Si conoscono esemplari lunghi fino a 70 cm.

Biologia

Completamente ignota

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Fasolaro/vongolone/Callista chione

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Il fasolaro[1], chiamato anche fasolara (Callista chione) è un mollusco bivalve della famiglia dei Veneridae.

Habitat e distribuzione

Vive infossato su fondali sabbiosi e fangosi, dalle isole britanniche a tutto il mar Mediterraneo.

Descrizione

Caratterizzata da conchiglia grande e ovale, esternamente lucida e interamente porcellanacea, con margine liscio. Di colore marrone rosato è percorsa da striature concentriche di colore marrone-rossastro e raggi più scuri che partono dall’apice proiettandosi verso il margine. Raggiunge una larghezza di 8–10 cm.

Riproduzione

La riproduzione avviene nel mese di aprile.

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Fieto/Stromateus fiatola

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Il fieto (Stromateus fiatola) è un pesce di mare della famiglia Stromateidae.

Distribuzione e habitat

È presente dal golfo di Guascogna meridionale al Sudafrica (coste del Natal).

Vive in modo pelagico ma difficilmente in mare veramente aperto. Si trattiene per lo più sulla piattaforma continentale, in acque superficiali.

Descrizione

Questo pesce può essere superficialmente simile ad alcuni carangidi come la leccia stella o la leccia fasciata dato che ha corpo alto e compresso, pinna dorsale (unica mentre i Carangidae ne hanno due) e pinna anale lunghe e simmetriche e pinna caudale profondamente forcuta ma presenta altri caratteri assolutamente inconfondibili come l’assenza (nell’adulto) di pinne ventrali, il muso brevissimo ed arrotondato con bocca molto piccola, piccole squame caduche.
La livrea è grigio azzurro sul dorso e argentata sui fianchi, che sono cosparsi di macchie marroni dorate allungate. Le pinne danno sul grigio e l’iride è dorata.
Raggiunge 50 cm di lunghezza.

Alimentazione

È un pesce predatore ma più che altri pesci cattura celenterati come meduse e tunicati planctonici come le Salpe.

Riproduzione

Primaverile-estiva. I giovani sono diversi dagli adulti, hanno le pinne ventrali e la colorazione ha delle vistose fasce verticali scure.

Biologia

È una specie solitaria. I giovani sono strettamente legati alle meduse, nei cui pressi sempre si rinvengono. Sembra che siano immuni al loro veleno.

Pesca

Occasionale, sia con reti che con lenze a traina. Le carni sono buone.

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Foca monaca mediterranea/Monachus monachus

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La foca monaca mediterranea (Monachus monachus Hermann, 1779) è un mammifero pinnipede della famiglia delle foche.

È una specie minacciata di estinzione, di cui sopravvivono in natura meno di 700 esemplari.

In pericolo[1]

Descrizione

Le caratteristiche somatiche della foca monaca sono analoghe a quelle delle altre Phocidae: corpo allungato, irregolarmente cilindrico, rivestito da uno spesso strato adiposo, ricoperto da un fitto pelo corto, vellutato, impermeabile all’acqua. La pelliccia è di colore nero nel maschio o marrone o grigio scuro nella femmina, più chiara sul ventre, dove può essere fino a bianca nel maschio.

Gli arti anteriori sono trasformati in pinne, mentre quelli posteriori costituiscono un’unica pinna posteriore.

Ha una lunghezza da 80 a 240 cm e può raggiungere i 320 kg di peso; le femmine sono un po’ più piccole dei maschi.

Ha la testa piccola e leggermente appiattita ed orecchie esterne prive di padiglione auricolare. Il muso è provvisto di alcuni baffi lunghi e robusti, detti vibrisse.

Biologia

La vita della foca monaca si svolge soprattutto in mare; durante il periodo riproduttivo predilige i tratti di mare vicini alle coste, dove cerca spiagge isolate, sistemandosi prevalentemente in grotte o piccoli anfratti accessibili solo dal mare, perché il parto e l’allattamento si svolgono esclusivamente sulla terra ferma.
Dorme in superficie in mare aperto o utilizzando piccoli anfratti sul fondale, per poi risalire periodicamente a respirare. Si nutre di molluschi cefalopodi, patelle, crostacei e pesci, soprattutto bentonici, come murene, corvine, cernie, dentici e mostelle.

Colonia di foche monache

Anche durante le soste a terra, la foca rimane vicinissima al mare, anche perché i suoi movimenti sono lenti ed impacciati.

Queste foche si spostano anche di alcune decine di chilometri al giorno alla ricerca del cibo, con immersioni continue; sono state registrate immersioni fino a 90 metri di profondità, ma è probabile che esse possano superare facilmente alcune centinaia di metri di profondità, durante immersioni effettuate per la ricerca di prede.

I maschi adulti sono fortemente territoriali e, nel periodo riproduttivo che coincide generalmente con i mesi autunnali, si scontrano frequentemente con altri maschi. Le femmine raggiungono la maturità sessuale a 5-6 anni, hanno un ciclo di riproduzione di circa 12 mesi e partoriscono di solito tra settembre e ottobre; allattano, in grotte vicinissime al mare o in spiagge riparate, un cucciolo all’anno, lungo 88–103 cm e pesante 16–18 kg.

I giovani entrano in acqua già a pochi giorni dalla nascita. L’allattamento si protrae sino alla dodicesima settimana, ma la femmina lascia il suo cucciolo incustodito già dopo le prime settimane di vita, per tornare ad allattarlo periodicamente. I giovani tendono ad abbandonare il gruppo originario ed a disperdersi anche lontano dal luogo di nascita; essi raggiungono la maturità sessuale intorno ai 4 anni. La foca monaca vive dai 20 ai 30 anni.

Distribuzione

Attuale areale della foca monaca

L’areale della foca monaca un tempo comprendeva tutto il Mediterraneo, il Mar Nero, le coste atlantiche di Spagna e Portogallo, il Marocco, la Mauritania, Madera e le Isole Canarie; foche erano segnalate spesso anche nella costa sud della Francia.

La foca monaca veniva catturata per essere esibita in pubblico e, a differenza di quella comune, era molto più addomesticabile. Hermann descrisse la specie nel 1778, quando una truppa veneziana, che esibiva in pubblico una foca catturata con le reti nell’autunno del 1777 nell’isola di Cherso, giunse a Strasburgo. Il Buffon, naturalista famoso, trovò un’altra foca a Parigi, sempre proveniente da Cherso, e, ignorando la scoperta dello Hermann, la classificò per conto suo come Phoque a ventre blanc ovvero Phoca albiventer. Evidentemente Cherso divenne il locus classicus della specie, grazie ad una ben orchestrata campagna di cattura veneziana[2].

Nel corso del ‘900 l’areale si è fortemente ridotto a causa delle persecuzioni dirette e la foca monaca sopravvive in poche isolate colonie in Grecia, in isole della Croazia meridionale, in Turchia, nell’arcipelago di Madera, in Marocco e Mauritania. Occasionalmente vengono avvistati individui in dispersione, lungo le coste di quasi tutti i paesi mediterranei.

Anche dopo il 2000, comunque, si sono avuti sporadici avvistamenti di animali isolati nel Canale di Piombino, a Montecristo e sulle coste della Provincia di Lecce a sud di Otranto[3], nella Liguria di Levante, sulle coste rocciose del Conero nelle Marche, nel breve tratto jonico della Basilicata e in Sicilia; ma con tutta probabilità si tratta di giovani in fase di dispersione. Le foche sono, invece, forse ancora presenti in Sardegna[4] e un giovane esemplare, imbrigliato nella rete di un pescatore, fu regalato intorno agli anni ’60 allo zoo di Roma. Nel 2013 l’animale viene riavvistato nell’arcipelago siciliano, in particolare nelle Isole Egadi[5].

Nel giugno 2009 la foca monaca è stata avvistata nelle acque antistanti la Torre del Campese, Isola del Giglio[6] e nel marzo 2010 a Capo Promontore in Istria[7]. Nel settembre 2013 un altro avvistamento si è avuto in Istria, nelle vicinanze di Pola.[8]

Recentemente la foca monaca è tornata a farsi vedere anche nelle acque dell’isola di Marettimo, al largo della costa di Trapani. La prima segnalazione risale al 31 marzo 2010, da parte di un pescatore locale che ha avvistato un esemplare in prossimità delle Grotta del Cammello, la ‘casa’ che era prediletta da questo mammifero 30-40 anni fa. Nei giorni successivi, secondo le testimonianze locali, l’avvistamento ha riguardato due esemplari adulti, presumibilmente maschio e femmina, e un cucciolo[9]. Uno studio dell’Ispra, del 2013, conferma la presenza di esemplari di foche monache dell’area marina protetta delle isole Egadi.[10]

Un ulteriore avvistamento è avvenuto a giugno 2010 nell’area marina protetta antistante il borgo di Portofino[11][12]. Nell’agosto 2013 la foca monaca è avvistata e fotografata a Isolaverde, frazione di Chioggia[13]. Nell’agosto 2016 è stato segnalato un nuovo avvistamento nella laguna veneta, presso la bocca di porto del Lido (Il Gazzettino del 17 agosto 2016). Alcuni ritrovamenti fossili effettuati in Toscana, in argille del pliocene, hanno contribuito a ipotizzare che la foca monaca discenda dalla Pliophoca etrusca, la quale abitava il mare che circonda l’Arcipelago Toscano.

Nell’ambito del programma di monitoraggio realizzato da Ispra in collaborazione con l’Area marina protetta Isole Egadi, nel dicembre 2017 si è potuta registrare per la prima volta la presenza invernale di un esemplare in una grotta dell’isola di Favignana[14]. Secondo Ispra e l’AMP, gli individui fotografati nel periodo 2011-2017 sono con ragionevole certezza due femmine adulte, vista la taglia, la colorazione del pellame e la cospicua presenza di cicatrici sul corpo[15].

Conservazione

La fortissima diminuzione delle popolazioni, dovuta prevalentemente all’intervento umano, ha ridotto questi pinnipedi a piccoli gruppi familiari e individui isolati. L’unico luogo del mondo dove la specie è presente in numero sufficiente per formare ancora una colonia è Cabo Blanco, in Mauritania.

Secondo una stima dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura della foca monaca sopravvive una popolazione di appena 600-700 esemplari: circa 200 concentrati nell’Egeo e nel Mediterraneo sudorientale, 20-30 nel Mar Ionio, 10-20 nel Mare Adriatico, una decina nel Mediterraneo centrale, dai 10 ai 20 nel Mediterraneo occidentale e meno di 300 in Atlantico. La specie è pertanto da considerarsi in rischio di estinzione.

La Società Zoologica di Londra, in base a criteri di unicità evolutiva e di esiguità della popolazione, considera Monachus monachus (anche nota come Foca Monaca) una delle 100 specie di mammiferi a maggiore rischio di estinzione.

La specie è inserita nella Appendice I della Convention on International Trade in Endangered Species (CITES).

Nel 1987 per salvaguardare la colonia di foche della Grotta del Bue marino, nel golfo di Orosei, fu varato un decreto, firmato dal ministro dell’ambiente Mario Pavan che vietava la pesca e la navigazione con qualsiasi mezzo nel golfo stesso[16], decreto di fatto annullato dal successivo governo[senza fonte]. Nonostante le molteplici minacce, gli sforzi per la conservazione hanno dato frutti, infatti la popolazione è in continuo aumento e nel 2015 l’IUCN ha spostato la specie da in pericolo critico a in pericolo.

In Italia la specie è particolarmente protetta ai sensi della legge dell’11 febbraio 1992.

Nomi dialettali italiani

Bove marino (Toscana ed Elba), tigre marina e vecchio marino (Elba), boe marinu (Capraia), voje marino (Ponza), boe marinu e vriccu marinu (Sardegna), mammarinu e mammarina (Sicilia).

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