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Dattero di mare/Lithophaga lithophaga

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Il dattero di mare (Lithophaga lithophaga) è un mollusco bivalve della famiglia Mytilidae.

Descrizione

Si insedia all’interno di rocce calcaree o conchiglie più grosse corrodendole mediante delle secrezioni acide che secerne da apposite ghiandole. La sua crescita è estremamente lenta, e per raggiungere la lunghezza di 5 cm, sono necessari da 15 ai 35 anni.

Pesca

Il suo consumo, la detenzione, il commercio e la pesca sono vietati in tutti i paesi dell’Unione Europea ai sensi dell’art.8 del Regolamento (CE) 1967/2006. In Italia, già il DM 16 ottobre 1998 vietava tutte queste attività: … Considerato che gli istituti scientifici incaricati di effettuare studi in materia hanno evidenziato che le attività di pesca della L. lithophaga e del Pholas dactylus (dattero bianco) provoca alterazione ai fondali rocciosi con distruzione di biocenosi;…Decreta:

  1. Il divieto di raccolta di molluschi litofagi con l’impiego di martelli pneumatici o di altri attrezzi a percussione, stabilito dal regolamento CE 1626/94 del 27 giugno 1994, è esteso, in tutte le coste italiane, con il divieto di pesca del dattero di mare e del dattero bianco con qualsiasi attrezzo.
  2. È prorogato al 30/9/2007 il divieto di detenzione e commercio del dattero di mare e del dattero bianco di cui al DM 26 settembre 1996., in quanto per la loro pesca vengono seriamente danneggiate le costiere calcaree[1], tra le quali quelle della penisola sorrentina e del golfo della Spezia.

Tuttavia, in alcuni casi la pesca di frodo continua ad essere praticata[2][3]. Per soddisfare la richiesta di questo prodotto da parte di coloro che lo apprezzano gastronomicamente, si stanno tentando diversi progetti di allevamento, in cui i datteri verranno messi a dimorare in appositi blocchi di cemento, la cui distruzione al momento della raccolta non causerà alcun danno ecologico o paesaggistico.[4]

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Delfino comune/Delphinus delphis

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Il delfino comune (Delphinus delphis Linnaeus, 1758) è un mammifero marino della famiglia Delphinidae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione

Con numerose sottospecie (Delphinus delphis bairdii, Delphinus delphis balteatus, Delphinus delphis delphis, Delphinus delphis fusus, Delphinus delphis mediterranea, Delphinus delphis moschatus, Delphinus delphis ponticus, Delphinus delphis tropicalis – secondo alcuni una specie a sé stante, Delphinus tropicalis -, Delphinus delphis variegatus), la specie è diffusa nelle acque temperate e tropicali di tutto il mondo: la si trova con maggiore frequenza nell’Oceano Atlantico, nel Mar Rosso e nel Mar Nero, mentre nel Mar Mediterraneo, dove era assai abbondante almeno fino alla Seconda guerra mondiale (in base a quanto osservabile dai numerosissimi reperti sparsi per i musei di tutti i Paesi mediterranei), la specie pare aver subito un declino abbastanza drastico e la si trova con relativa frequenza solo nei mari Tirreno, Ionio ed Egeo e nei pressi dello Stretto di Gibilterra[2].

Predilige le acque a temperatura costante o comunque mai troppo fredda (range ottimale compreso fra i 10 ed i 28 °C, al di sotto dei quali la specie tende a compiere movimenti migratori): durante i mesi caldi, si spinge anche nelle zone subpolari. Il suo ambiente d’elezione è la piattaforma continentale, dove tende a restare quasi sempre nei pressi delle coste[3].

Descrizione

Dimensioni

Misura fra un metro e mezzo ed i 2,7 metri, per un peso che può sfiorare i due quintali[4].

Aspetto

Il dorso è di colore grigio ed il ventre tende invece al bianco, per meglio mimetizzarsi sia nei confronti di predatori o prede provenienti dal basso (il bianco si confonde con le acque chiare, illuminate dal sole) che dall’alto (il grigio aiuta l’animale confondersi con il resto dell’acqua): lungo i fianchi il delfino comune possiede una caratteristica macchia a forma di clessidra, di colore grigio chiaro in coda e giallo-grigiastro dalla testa al fianco[5]. La testa presenta inoltre due strisce scure intorno agli occhi ed alla bocca. Le pinne pettorali sono scure. La bocca è allungata in un rostro al cui interno trovano posto fino a 110 denti appuntiti e affilati: il rostro del delfino comune lo differenzia da un’altra specie, il delfino del Capo (Delphinus capensis), molto affine al delfino comune, tanto da essere un tempo considerata una sottospecie di quest’ultimo (Delphinus delphis capensis)[6].

Biologia

Un delfino comune salta fuori dall’acqua sulla scia di un’imbarcazione.

I delfini comuni sono animali sociali, che vivono generalmente in gruppi che contano una ventina di individui: sono stati tuttavia avvistati in più occasioni banchi di centinaia od anche migliaia di individui, a volte associati con la stenella striata o il tursiope, ma nell’Oceano Pacifico sono stati osservati gruppi di delfini misti con delfini pilota e tonni pinnegialle. Nell’ambito del gruppo, i vari componenti tendono a sincronizzare le loro azioni, salendo insieme in superficie per respirare, nutrendosi insieme e dormendo a turni.
Alle alte latitudini, i delfini tendono a vivere in gruppi a base sessuale, con le femmine che si spostano in grossi banchi specialmente durante i mesi freddi.

I delfini sono animali molto intelligenti e traggono divertimento nel giocare fra loro, saltando e spruzzando l’acqua, oltre che nello sfruttare le onde generate dalla chiglia delle imbarcazioni o dalle grandi balene per potersi muovere senza sforzi: sono però dei grandi nuotatori, tanto che, coi loro 40 km/h ed oltre di velocità massima, sono considerati fra i cetacei più veloci[6]. Emettono notevoli e differenziati versi con cui comunicano: pare esservi una regionalizzazione delle tipologie di suoni, con un substrato di suoni comuni ed altri invece tipici di determinate popolazioni o gruppi. In ogni caso, la differente tonalità e frequenza del suono indica un differente contenuto del messaggio[7].
Rispetto al “cugino” tursiope, il delfino comune è assai meno conosciuto dal profano, principalmente perché i tursiopi, molto più facili da allevare ed addestrare, sono molto più comuni nei parchi acquatici: il delfino comune, invece, in cattività si dimostra estremamente timido[6].

Alimentazione

I delfini comuni si nutrono essenzialmente di piccoli pesci, molluschi (in particolare cefalopodi) e crostacei, che inghiottono interi. Il foraggiamento è un’azione comunitaria, durante la quale tutto il gruppo collabora, ad esempio, nel radunare un grosso banco di pesce per rendere poi più agevole ai vari esemplari di gettarsi a turno nella mischia ed ingollare quanto più nutrimento possibile. Ciascun delfino mangia in media 5–6 kg di cibo al giorno[8].

Riproduzione

L’accoppiamento, che avviene durante il periodo estivo, è un evento piuttosto promiscuo, nel senso che ciascuna femmina si accoppia con numerosi maschi, i quali a loro volta si accoppiano con il maggior numero di femmine possibile ed a volte anche con altri maschi più giovani: i delfini comuni, assieme ad altre specie di delfino ed alcuni primati, sono fra i pochi animali che si accoppiano anche senza un fine riproduttivo, ossia solo per divertimento. L’atto riproduttivo è preceduto da un corteggiamento durante il quale il maschio strofina le sue pinne pettorali con quelle della femmina e nuota perpendicolarmente ad essa, fino a quando quest’ultima non si gira lateralmente e si lascia coprire[9].

La gestazione dura circa undici mesi: il parto è podalico ed il cucciolo appena nato viene aiutato dalla madre a raggiungere la superficie per poter respirare. La femmina ed il cucciolo tornano al gruppo d’origine subito dopo il parto, e la madre, aiutata anche dalle altre femmine del gruppo, si prende cura dei cuccioli, per più di tre anni, anche se lo svezzamento del piccolo può dirsi completato quando il piccolo ha un anno e mezzo circa d’età: è da notare che il cucciolo non può succhiare il latte dal capezzolo come gli altri mammiferi, poiché si trova sott’acqua. Per tale motivo, è la madre stessa a inoculare il latte nella bocca del cucciolo spruzzandolo fuori tramite la contrazione di appositi muscoli.
I cuccioli imparano a cacciare ed a comportarsi osservando gli adulti, che a loro volta canzonano gli allievi indisciplinati. La maturità sessuale viene raggiunta dopo i cinque anni.

La speranza di vita del delfino comune è di una ventina d’anni, tanto in natura quanto in cattività.

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Delfino dal naso a bottiglia/Tursiops truncatus

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Il tursìope[2] o delfino dal naso a bottiglia (Tursiops truncatus, Montagu, 1821) è un cetaceo odontoceto appartenente alla famiglia dei Delfinidi[3][4]. È una delle rare specie di delfini che sopportano la cattività; anche a causa di ciò è il più studiato e il più comune nei delfinari[5]. È diffuso in tutti i mari del mondo, ad eccezione delle zone artiche ed antartiche[6] e ne esistono due popolazioni distinte, una costiera ed una di mare aperto[1]. Utilizza per cacciare la tecnica dell’ecolocalizzazione e si nutre principalmente di pesci. Raggiunge la maturità sessuale intorno ai 12 anni[7] e le femmine partoriscono un solo piccolo. Vive generalmente in branchi formati dalle femmine ed i piccoli, mentre i maschi possono formare delle associazioni chiamate “alleanze”. A causa dell’influenza dei media (il famoso delfino della serie televisiva Flipper era un tursiope), è diventato il delfino per antonomasia.

Rischio minimo[1

Descrizione

Hanno circa 100-120 denti tutti uguali che vengono usati solo per afferrare la preda ma non per masticarla perché la ingoiano intera facendola scivolare sulla lingua. Come risultato di una convergenza evolutiva, I tursiopi presentano un corpo fusiforme simile a quello dei pesci che assicura loro una grande idrodinamicità[8], riducendo l’attrito con l’acqua. Come tutti i Cetacei, i tursiopi sono quasi completamente privi di peli[8].

Vi sono delle differenze tra i due tipi di popolazioni: i tursiopi pelagici hanno corpo più grande e robusto rispetto a quelli costieri e vi sono differenze anche nella composizione dell’emoglobina del sangue[9]. Queste differenze sembrano essere dovute al fatto che i tursiopi pelagici compiono immersioni più profonde rispetto a quelli costieri.

La colorazione è pressoché identica in entrambe le popolazioni e appare di colore grigio con varie sfumature sul dorso e bianco sul ventre[10]. Sui fianchi il grigio diviene più chiaro. Questa colorazione fa sì che i delfini siano difficilmente identificabili sia se osservati dal basso verso l’alto, sia se osservati dall’alto verso il basso.

Sul capo è presente un melone pronunciato e la mascella e la mandibola allungate formano un rostro corto e tozzo[11], lungo circa 8 cm. L’aggettivo truncatus (latino: troncato), così come il nome comune inglese (Bottlenose Dolphin: delfino dal naso a bottiglia) si riferiscono proprio alla conformazione del rostro[10]. Il muso è caratterizzato dalla presenza di una specie di “sorriso” dovuto al fatto che l’animale è impossibilitato a muovere le mascelle in altra posizione. Sulla porzione apicale del capo è presente lo sfiatatoio, attraverso cui il tursiope espelle l’aria respirata e la cui apertura e chiusura è dovuta a muscolatura volontaria. Quando lo sfiatatoio è aperto, è possibile osservare il setto nasale.

La pinna dorsale, di forma triangolare e ricurva[11], è alta circa 23 cm mentre le pinne pettorali, chiamate flipper, sono lunghe circa 30–50 cm. La pinna caudale, suddivisa in due lobi (flukes), è larga circa 60 cm. Pinna dorsale e pinna caudale sono entrambe costituite da tessuto connettivo, e al loro interno non sono presenti né ossamuscoli. Invece le pinne pettorali presentano delle ossa omologhe a quelle dei Mammiferi terrestri[11] da cui i Cetacei si sono evoluti circa 50 milioni di anni fa. Recentemente è stato scoperto in Giappone un tursiope con un paio addizionale di pinne pettorali poste vicino alla coda, aventi la dimensione di un paio di mani umane[12].

Sono presenti da 18 a 26 paia di denti conici su ogni mascella[5].

Comparazione delle dimensioni di un tursiope e di un essere umano.

Dimensioni

  • Taglia: da 2,5 a 3,8 metri di lunghezza[10]
  • Peso: fino a 650 kg[10]

Riconoscimento in mare

Non è una specie particolarmente facile da identificare. Può essere confuso con il delfino comune e con la stenella striata, altri due cetacei che non superano i 4 m[13]. Essi possono essere distinti grazie alla colorazione; il tursiope infatti non presenta striature bianche sui fianchi[13]. Le stenelle sono inoltre mediamente più piccole[13].

Può essere confuso con la specie costiera Sotalia fluviatilis nel sud dell’oceano Atlantico[14].

I ricercatori, per effettuare gli studi su questi animali e poterli riconoscere facilmente utilizzano la tecnica della fotoidentificazione, che consiste nel fotografare la pinna dorsale dei Cetacei ed annotare poi le informazioni riguardanti la presenza su di essa di cicatrici o altri segni distintivi[15].

Biologia

Comportamento

I tursiopi sono animali sociali, vivono in branchi[16] chiamati pod e composti generalmente da 2-6 individui[17]. Tuttavia non è raro osservare individui solitari, generalmente maschi. Infatti i pod sono costituiti da un gruppo di femmine con i loro piccoli e i maschi vi si uniscono solo per un breve tempo. Alcuni tursiopi vivono insieme ad altre specie di Cetacei.

Studi effettuati da Wells in Sarasota, Florida, e da Smolker nella Shark Bay, Australia, hanno mostrato come le femmine della comunità sono collegate o direttamente o attraverso delle associazioni mutuali in una struttura sociale nota come fission-fusion[18]. Gruppi di associazioni più forti sono chiamati “bande” e la loro composizione può rimanere stabile per anni. Ci sono prove genetiche che i membri delle bande possono essere imparentati, ma queste bande non sono necessariamente limitate ad una singola linea matriarcale. Le femmine si associano principalmente per la protezione dei piccoli da predatori e conspecifici e non ci sono prove che le bande competano le une con le altre.

Nelle stesse aree di ricerca, così come a Moray Firth in Scozia, i maschi formano forti associazioni di due o tre individui. Questi gruppi di maschi sono noti come “alleanze” e i membri di esse mostrano dei comportamenti, come respirazione, salti e breaching, sincronizzati. La composizione dell’alleanza è stabile per decine di anni e può portare dei benefici nella ricerca delle femmine per l’accoppiamento. Una volta trovata la femmina, i maschi la circondano o la inseguono, e non sono rari i casi di aggressione nei suoi confronti[19]. Connor riferisce che le alleanze possono unirsi temporaneamente ad altre alleanze, formando delle “super-alleanze” o “alleanze di secondo ordine” principalmente con lo scopo di ottenere femmine che sono insidiate da altre alleanze[19]. Per esempio, l’alleanza A è costituita da due individui, la B da tre e la C anch’essa da tre individui. Tutte e tre le alleanze competono per la stessa femmina, così la formazione della super-alleanza tra A e B, formata da cinque individui dà un vantaggio numerico nella competizione con la C, formata da soli tre individui[19].

Ricercatori dell’Istituto per la ricerca applicata sui delfini – BDRI hanno invece dimostrato come la struttura sociale dei tursiopi residenti nella costa nordorientale della Sardegna varia in funzione del comportamento trofico e del bisogno di collaborare tra loro[20]. La distribuzione e presenza dei tursiopi è stata correlata all’alimentazione di tipo opportunistico nelle vicinanze di un allevamento ittico che ha provocato dei cambiamenti nella distribuzione e concentrazione delle prede facilitando così l’alimentazione dei tursiopi e rendendo inutile la cooperazione per la caccia[20][21][22].
In queste condizioni le associazioni non variano in funzione del sesso degli individui, ma in relazione al comportamento trofico. È stato dimostrato come i delfini si associno, indipendentemente dal sesso, con esemplari con cui condividono le stesse preferenze alimentari. Gli impianti di acquacultura quindi sono in grado di interferire nei comportamenti e nella struttura sociale di questi mammiferi[20].

Sono in grado di compiere delle acrobazie fuori dall’acqua, il cui significato non è ancora chiaro. Tra queste le più comuni sono:

  • leaping: saltare completamente fuori dall’acqua[14];
  • tailspinning: “camminare” all’indietro sull’acqua utilizzando la coda come perno;
  • Lobtailing: sbattere la pinna caudale sulla superficie dell’acqua[16];
  • bow: saltare verticalmente completamente fuori dall’acqua.
  • bowriding: nuotare sulle onde lasciate dalla prua delle imbarcazioni[16];
  • breaching: effettuare dei “tuffi” fuori dall’acqua[16].

Focena attaccata e uccisa da un tursiope. Scozia, maggio 2005

Sono animali predatori e spesso mostrano dei comportamenti aggressivi che comprendono combattimenti tra maschi per le femmine e aggressioni nei confronti di altri piccoli delfini. La popolazione che vive in Scozia pratica l’infanticidio e ricerche svolte dall’Università di Aberdeen hanno dimostrato che i tursiopi uccidono le focene (Phocoena phocoena) non per cibarsene, ma per ridurre la competizione per il cibo[23].

Produzione di suoni e organi sensoriali

Senza dubbio il senso più sviluppato dei tursiopi è l’udito, unito alla grande capacità di emettere suoni di frequenze diverse, divisi in tre categorie:

  • Click, costituiti da una serie di suoni ad alta frequenza
  • Fischi (Whistles)
  • Scricchiolii (Barks), simili all’abbaiare dei cani.

I click sono utilizzati per l’ecolocalizzazione, mentre gli altri suoni per la comunicazione. Ogni tursiope ha un suo fischio caratteristico, una sorta di “firma” (signature whistle), che lo rende identificabile immediatamente dai suoi conspecifici[24]. Sono privi di corde vocali, per cui si ritiene che i suoni a bassa frequenza vengano generati mediante la laringe e per mezzo di sei sacche aeree poste vicino allo sfiatatoio.

Poiché il suono si propaga meglio in acqua che in aria i tursiopi, come tutti i Cetacei, sono privi dei padiglioni auricolari. Questo consente loro di avere una maggiore idrodinamicità. L’orecchio interno è inserito in un osso separato dal cranio mentre l’orecchio medio è altamente vascolarizzato. Quando il cetaceo si immerge, questo tessuto lo aiuta a compensare la pressione subacquea e ad evitare quindi lesioni al timpano.

Gli occhi sono posti ai lati della testa ed in essi è presente il tapetum lucidum che li aiuta a vedere in presenza di poca luce. Le pupille consentono ai tursiopi di poter vedere bene sia in acqua sia in aria, malgrado la differente densità dei due mezzi[25]. La retina presenta sia coni sia bastoncelli e questo indica che probabilmente i delfini riescano a vedere i colori. Nell’occhio è presente una ghiandola analoga alla ghiandola lacrimale dei mammiferi terrestri che produce delle secrezioni oculari simili alle lacrime. Le secrezioni hanno il compito di proteggere la cornea dalle infezioni batteriche e di aumentarne l’idrodinamicità. I valori di pH, osmolalità e contenuto di glucosio delle secrezioni oculari sono superiori a quelli delle lacrime mentre risultano inferiori i valori di lisozima e colesterolo totale. Pressoché uguale è invece la composizione proteica[26]. La vista dei tursiopi non è binoculare, ma ogni occhio si muove indipendentemente dall’altro[27]. Sono tuttavia presenti alcune aree di sovrapposizione[28].

Visto che lo sfiatatoio, omologo del naso, viene chiuso quando l’animale è in immersione e viene aperto da muscolatura volontaria per respirare in superficie, il senso dell’olfatto è poco sviluppato. I nervi olfattivi, così come il lobo olfattivo nell’encefalo, sono assenti.

Il senso del gusto non è ancora stato ben studiato, sebbene sia stato dimostrato che i delfini siano in grado di riconoscere il salato, il dolce, l’amaro e l’aspro, essendo presenti le papille gustative[29]. Secondo Barros ed Odell i tursiopi hanno delle preferenze alimentari nei confronti di certi tipi di pesci.

Studi condotti da Herman e Tavolga nel 1988 su basi anatomiche e comportamentali, hanno portato a credere che il senso del tatto sia ben sviluppato e che i delfini rispondano ad un ampio spettro di sensazioni tattili[30]. Recettori tattili sono abbondanti sotto la pelle in prossimità degli occhi e dello sfiatatoio, sul rostro, intorno alla zona genitale e sui capezzoli[31].

Ecolocalizzazione

Animazione dell’ecolocalizzazione di un delfino

I tursiopi sono in grado di riconoscere gli ostacoli e di ricercare il cibo per mezzo dell’ecolocalizzazione[32]. Quando le onde sonore prodotte dall’animale, i click, raggiungono un ostacolo o una preda, rimbalzano e tornano indietro. I click sono prodotti da tre sacche aeree poste sulla testa. L’aria, per la contrazione dei muscoli dello sfiatatoio passa prima nella sacca superiore, poi in quella intermedia e infine in quella inferiore, producendo uno schiocco che viene poi amplificato dal melone, una massa di tessuto adiposo presente sulla testa. L’eco di ritorno viene captato dal delfino mediante la mascella inferiore e viene trasferito attraverso una sorta di olio fino all’orecchio interno[33].

Alimentazione

È una specie opportunista, nutrendosi principalmente di Pesci (acciughe, sgombri, cefali, etc…) e Cefalopodi, in particolare specie costiere[34] (calamari, seppie e polpi), ma non disdegna all’occorrenza i crostacei. Studi effettuati sui contenuti stomacali hanno evidenziato come in Mediterraneo i tursiopi si nutrano principalmente di naselli, pesci sciabola, gronghi e calamari[35]. I denti conici sono utilizzati per afferrare il cibo, non per masticarlo.

Spesso i tursiopi cooperano tra di loro per cacciare e sono note anche cooperazioni tra delfini e pescatori. Inoltre frequentemente i tursiopi seguono i pescherecci per nutrirsi degli scarti o delle perdite dei pescatori[36].

Una particolare tecnica di caccia utilizzata da alcuni tursiopi è la strand-feeding o beach hunting, una tattica simile a quella usata dalle orche: i delfini radunano prima i pesci verso le coste sabbiose, nuotando paralleli ad esse, poi li spingono sulla sabbia e se ne nutrono spiaggiandosi parzialmente o completamente[37]. Infine tornano al mare, con un movimento ad U. La strand-feeding è una tecnica piuttosto pericolosa, per questo viene praticata generalmente nei periodi di alta marea. Può essere praticata da individui solitari o da gruppi di delfini che collaborano per la cattura dei pesci. È un comportamento che si sviluppa solo nei tursiopi nati da altri beach-hunters[37], ma studi effettuati sul DNA mitocondriale hanno portato ad escludere una trasmissione genetica di questa tecnica di caccia, per cui si pensa che i delfini la imparino osservando le loro madri[38].

Predatori

Grandi specie di squali, quali lo squalo tigre (Galeocerdo cuvier), lo squalo bianco (Carcharodon Carcharias) e il carcarino (Carcharhinus leucas) predano i tursiopi. Questo avviene soprattutto nella Shark Bay, dove nel corso di una ricerca è stato osservato come il 74% dei delfini adulti oggetto dell’indagine presentassero delle cicatrici dovute ad attacchi di squali[39].

Alcune orche si nutrono dei delfini, ma questo sembra essere piuttosto raro. Infatti mentre alcune orche che si nutrono di altri mammiferi predano i delfini, altre sono state osservate nuotare insieme ai delfini[40]. Nuotare in branco permette ai delfini di meglio difendersi dai predatori, inoltre essi usano delle complesse strategie evasive per sfuggirgli. I tursiopi aiutano i loro simili feriti tenendoli fuori dall’acqua per respirare[41], un comportamento talvolta osservato anche nei confronti di subacquei in difficoltà[42].

Riproduzione

Organi sessuali del tursiope

Un tursiope con due piccoli

I maschi presentano due aperture nella parte inferiore del corpo, una nasconde il pene e l’altra costituisce l’ano. La femmina invece presenta una sola apertura genitale, che accoglie sia la vagina sia l’ano. Di fianco ad ogni lato dell’apertura genitale, sono presenti le fessure mammarie laterali che nascondono le ghiandole mammarie per l’allattamento dei piccoli.

Le femmine dei tursiopi raggiungono la maturità sessuale intorno ai 6-12 anni, mentre i maschi intorno ai 10-13 anni[7].

La gestazione dura 12 mesi[43] e le nascite avvengono in estate[16]. I tursiopi partoriscono di norma un solo piccolo, lungo circa 1 m, che resterà in contatto con la madre per circa 6 anni. Lo svezzamento completo avviene dopo circa 18 mesi[10][16] e comunque termina prima della nascita di un secondo piccolo. Nei tursiopi si assiste al fenomeno del babysitting: i piccoli vengono accuditi da una sola femmina, mentre le altre madri vanno a caccia[44]. Si riproducono ogni 2 o 3 anni, cambiando ogni volta partner, ma se il primo piccolo muore alla nascita, la femmina può riprodursi dopo un anno[45].

Come in tutti i Cetacei, i piccoli nascono dalla coda e sono già in grado di nuotare per seguire la madre che dopo la nascita accompagna il piccolo verso la superficie per farlo respirare e in questa operazione talvolta è coadiuvata da altre femmine[46], generalmente imparentate con lei e che sono state chiamate “zie” (Herman e Tavolda, 1988).

Durante la stagione degli amori, i maschi combattono tra di loro per le femmine e di solito stabiliscono una gerarchia basata sulla taglia. Le coppie si formano quando un maschio mostra una certa preferenza nel nuotare accanto ad una femmina e resta con lei per un dato periodo di tempo. Successivamente, il maschio si pone di fronte alla femmina arcuando la parte posteriore del corpo, “accarezzandola” e strofinandosi su di lei[47]. L’atto sessuale è rapido, dura circa 10-30 secondi[47], ma viene ripetuto diverse volte con un intervallo di qualche minuto tra ognuno e avviene sott’acqua: i delfini nuotano pancia a pancia, con la femmina che rivolge il dorso verso il basso; il maschio estende il suo pene, che viene inserito all’interno della vagina della femmina.

Ibridi

In cattività sono nati degli ibridi da incroci tra tursiopi ed altri Delfinidi. Nel delfinario Seaworld in California vive l’ibrido nato dall’incrocio tra un tursiope e un delfino comune (Delphinus delphis)[48]. Nel Sealife Park, alle Hawaii, vivono due delfini nati dall’ibridazione di un tursiope con una Pseudorca crassidens. Questi ibridi, chiamati wholphin, sono fertili e il primo è nato nel 1985. Secondo Louis Herman sono stati osservati “wholphin” anche in natura[49]. Diversi altri ibridi sono stati trovati in natura, come per esempio quelli nati dall’incrocio tra tursiopi e Stenella frontalis[50].

Intelligenza

Il cervello dei tursiopi è piuttosto grande e raggiunge dimensioni paragonabili a quello di una scimmia antropomorfa. Come nell’uomo è costituito da due emisferi, ma presenta una corteccia più sottile, sebbene più grande del 40% e con una complessità quasi equivalente a quella degli umani[51]. Il suo sviluppo si completa in circa 10 anni.

Tutti i mammiferi, inclusi i delfini, durante il sonno attraversano una fase detta REM[52]. Il delfino è un respiratore volontario, anche mentre dorme, e ciò rende impossibile per i veterinari praticargli l’anestesia, che li porterebbe alla morte per asfissia. L’elettroencefalogramma ha mostrato come i delfini utilizzino solo un emisfero cerebrale alla volta per il sonno[53] probabilmente per controllare il sistema di respirazione volontaria.

Secondo alcuni autori, la grandezza del cervello del delfino è sinonimo di intelligenza e di potenziali capacità di linguaggio[54], mentre secondo altri la maggior parte del cervello viene utilizzata dal tursiope per il nuoto e per l’udito[55].

Non esiste ad oggi una definizione universalmente accettata di cosa sia l’intelligenza, ma una comunemente usata è “l’abilità a ragionare, pianificare, risolvere problemi, pensare in modo astratto, comprendere idee complesse, imparare velocemente e imparare dall’esperienza“. Alcune ricerche mostrano come i delfini riescano eccezionalmente bene in alcune di queste abilità, superando il livello di intelligenza di uno scimpanzé[56]. Sembra inoltre che i delfini abbiano delle abilità matematiche, capacità altamente astratta[57].

Nel 1997 è stato descritto l’uso di utensili nei tursiopi della Shark Bay, in Australia. Un delfino attaccava sul suo rostro una spugna marina, presumibilmente per proteggere la bocca durante la ricerca del cibo nel substrato sabbioso[58]. Questo comportamento è stato osservato solo nella Shark Bay, e mostrato quasi esclusivamente dalle femmine ed è l’unico caso conosciuto di uso di utensili nei mammiferi marini, ad eccezione delle lontre marine. Uno studio del 2005 ha dimostrato come questo comportamento venga insegnato dalle madri alle loro figlie[59].

Distribuzione e habitat

Areale del tursiope

Vive nei mari temperati e tropicali di tutto il mondo[1][4][6]. Ne sono state censite popolazioni nell’oceano Pacifico, dove è diffuso dal Giappone alle Filippine e dal golfo di California fino alla Nuova Zelanda e al Cile[1]; nell’oceano Atlantico, dove si trova dalla Scozia e dalla Norvegia fino alla Patagonia; nell’oceano Indiano, a partire dalla costa orientale dell’Africa fino all’Australia[3].

Nell’ovest dell’Atlantico è comune lungo le coste degli Stati Uniti fino al Golfo del Messico; è diffuso anche nel mar Nero[4] e nel mar Mediterraneo, dove è il cetaceo più comune[1]. In Italia sono frequenti lungo le coste siciliane, nell’Adriatico e in alcune porzioni del Santuario dei Cetacei. Quest’ultimo, denominato ora Santuario Pelagos, è un tratto di mare compreso tra Liguria, Toscana, Sardegna settentrionale e Francia meridionale in cui sono presenti dodici specie di cetacei, otto regolari e quattro occasionali. In quest’area marina il tursiope risulta soprattutto frequente lungo le coste della Toscana[60], dell’Arcipelago Toscano[61] e della Liguria orientale[62].

Alcune popolazioni di tursiope vivono in ambiente pelagico, soprattutto quelle che si trovano in prossimità delle isole oceaniche, mentre altre vivono nelle zone costiere[1], in acque calde che non superano la profondità di 30 m. Esistono quindi due ecotipi di tursiopi[63]. Il tursiope può compiere migrazioni che sembra siano talvolta dovute a cambiamenti nella temperatura delle acque ed all’abbondanza e distribuzione delle prede. È stato osservato come a volte le acque costiere vengano utilizzate come area di nursery[64].

Evoluzione e tassonomia

Tursiops aduncus, Monkey Mia

Come tutti i Cetacei, anche i tursiopi si sono originati da un mammifero terrestre, probabilmente appartenente all’ordine degli Artiodattili che visse nell’Eocene, circa 50 milioni di anni fa. Risale a circa 38 milioni di anni fa la comparsa del Basilosaurus, un animale molto simile alle attuali balene che era completamente acquatico[65]. In questo animale erano ancora presenti delle piccole zampe posteriori, perse nei cetacei attuali. Nel Miocene fecero la comparsa i Kentriodontidi[66], antenati degli attuali delfini che erano morfologicamente molto simili ai tursiopi.

Oggi, grazie all’avvento delle moderne tecniche di biologia molecolare, gli scienziati sono sostanzialmente d’accordo sul fatto che esistano almeno due specie ascrivibili al genere Tursiops[67]:

  • T. truncatus (tursiope comune): si trova nelle acque temperate fino agli oceani tropicali. Colore blu con una linea scura che corre dal rostro allo sfiatatoio.
  • T. aduncus (tursiope indo-pacifico[10]): vive nelle acque attorno ad India, Australia e Cina meridionale; presenta il dorso di colore grigio scuro e la parte ventrale bianca con macchie grigie.

Recenti prove genetiche suggeriscono che il tursiope indo-pacifico debba essere ascritto al genere Stenella, essendo più vicino alla stenella maculata atlantica (Stenella frontalis) che al T. truncatus[68]. La questione è comunque tuttora controversa e alcuni scienziati, come LeDuc e Curry sostengono che il genere Tursiops abbia bisogno di una sostanziale revisione[69].

Le seguenti sono invece riconosciute come sottospecie di T. truncatus[4]:

  • T. truncatus truncatus
  • T. truncatus gillii
  • T. truncatus ponticus

Stato di conservazione

Tursiope in un delfinario

Collana canaca fatta di denti di tursíope.

Questa specie viene classificata come “a rischio minimo” (LC) dalla lista rossa IUCN perché è molto comune e ha un areale molto ampio[1]. Tuttavia ci sono diversi pericoli che ne minacciano soprattutto le popolazioni locali. È inserita nella seconda categoria di specie della CITES[1].

Uno dei pericoli principali è la caccia: in Giappone e nelle Isole Fær Øer i tursiopi, insieme ad altre specie di delfini come le stenelle, sono oggetto di caccia per scopi alimentari o per la vendita ai delfinari[1]. I delfini vengono accerchiati con delle barche e i pescatori sbattono sott’acqua delle barre d’acciaio allo scopo di creare una barriera sonora che spinge i tursiopi verso la spiaggia, dove vengono poi intrappolati per mezzo delle reti[70]. Alcuni delfini vengono selezionati per la vendita ai delfinari, mentre gli altri vengono portati a riva dove vengono uccisi e inviati ai mercati alimentari[70]. Anche in Italia, prima che la loro caccia fosse proibita, i tursiopi venivano uccisi per la preparazione del “musciame“, un piatto costituito da filetti di delfino essiccati al sole. Oggi la carne del delfino è stata sostituita dalla ventresca del tonno[71]. Ancora abbastanza comuni sono invece le catture accidentali[1].

Il numero dei tursiopi nel mar Nero è in diminuzione[1], così come nel Mediterraneo, sebbene essi rappresentino la specie di Cetacei più abbondante in quest’ultimo mare[72].

Le altre minacce sono in parte dovute alla pesca, che porta a una diminuzione del cibo disponibile per i tursiopi, e in parte ad altre attività umane, che causano inquinamento aucustico e inquinamento dell’acqua, particolarmente dannoso per gli esemplari più giovani[1].

Tursiopi ed esseri umani

030318-N-5319A-002
Central Command Area of Responsibility (Mar. 18, 2003) — K-Dog, a Bottle Nose Dolphin belonging to Commander Task Unit (CTU) 55.4.3, leaps out of the water in front Sgt. Andrew Garrett while training near the USS Gunston Hall (LSD 44) in the Arabian Gulf. Attached to the dolphinÕs pectoral fin is a ÒpingerÓ device that allows the handler to keep track of the dolphin when out of sight. CTU-55.4.3 is a multi-national team consisting of Naval Special Clearance Team-One, Fleet Diving Unit Three from the United Kingdom, Clearance Dive Team from Australia, and Explosive Ordnance Disposal Mobile Units Six and Eight (EODMU-6 and -8). These units are conducting deep/shallow water mine countermeasure operations to clear shipping lanes for humanitarian relief. CTU-55.4.3 and USS Gunston Hall are currently forward deployed conducting missions in support of Operation Iraqi Freedom, the multinational coalition effort to liberate the Iraqi people, eliminate Iraq’s weapons of mass destruction, and end the regime of Saddam Hussein. U.S. Navy photo by PhotographerÕs Mate 1st Class Brien Aho. (RELEASED)

Tursiope impegnato in operazioni di sminamento. È visibile il localizzatore.

Il tursiope è il delfino più conosciuto e studiato; alcune abilità di questo animale si sono rivelate molto utili. Per esempio gli eserciti di Stati Uniti d’America e Russia addestrano i tursiopi per ricercare mine e subacquei nemici. Il programma di ricerca americano è l’U.S. Navy Marine Mammal Program, con sede a S. Diego, in California[73].

L’interazione diretta con i tursiopi è usata nella terapia di molti adulti e bambini portatori di handicap e molti ritengono che ciò abbia degli effetti altamente positivi, soprattutto nel trattamento della depressione o dell’autismo[74].

I tursiopi possono però anche essere dannosi, in particolare per i pescatori, di cui lacerano le reti per cibarsi dei pesci in esse intrappolati[75].

Delfini selvatici che si avvicinano alla costa per interagire con i turisti, Monkey Mia

Il delfino Filippo

Filippo era un tursiope maschio che dal 1998 si era stabilito nel porto di Manfredonia, in Puglia[76]. L’animale mostrava un comportamento amichevole verso gli uomini e allontanatosi dal suo branco iniziò a condurre una vita inconsueta per un delfino vivendo lontano dai suoi simili, vicino ed in compagnia dell’uomo. Filippo è stato oggetto di studi scientifici effettuati per meglio comprendere l’etologia di questi animali, infatti il suo comportamento anomalo è stato messo in relazione a quello degli altri tursiopi presenti in Mediterraneo. È stato trovato morto nell’agosto del 2004[76].

Monkey Mia

In Australia a Monkey Mia nella Shark Bay un branco di tursiopi nuota fino alla riva per prendere il cibo dall’uomo e si lascia avvicinare molto facilmente. Anche questi tursiopi sono stati studiati, soprattutto dalla ricercatrice Rachel Smolker[77], che ha poi pubblicato il libro “Vita segreta dei delfini”[78].

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Denti di cane/Thoracica

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

I Balani (Thoracica Darwin, 1854) sono un superordine di crostacei maxillopodi. Sono anche detti denti di cane.

Descrizione

I Balani sono cirripedi sessili, con il significato di non peduncolati. I cirripedi peduncolati si chiamano Lepadi. Sono esclusivamente marini.

La superficie inferiore con la quale il balano aderisce al substrato è detta base ed è o membranosa o calcarea. Una muraglia (o parete) verticale di piastre circonda completamente l’animale ed all’interno di essa l’animale è coperto da un opercolo, formato dalle coppie mobili di terga e scuta. Nel mantello, il corpo dei cirripedi toracici è piegato all’indietro in modo che le appendici sono rivolte in alto verso l’apertura del mantello anziché verso il lato. La maggior parte del corpo consiste di una regione cefalica e di una regione anteriore del tronco (toracica). La segmentazione esterna è indistinta. Le prime antenne sono vestigiali, eccetto per le ghiandole del cemento, e le seconde antenne sono presenti soltanto nella larva. Le appendici orali sono variamente modificate. Tipicamente, sei paia di appendici toraciche lunghe con due rami, dette cirri, sono usate nell’alimentazione sospensivora, ed ogni ramo è munito di molte lunghe setole.

Si ritiene che i cirripedi sessili (balanomorfi) abbiamo avuto inizio durante il Giurassico da scalpellidi peduncolati, per accorciamento e scomparsa del peduncolo.

L’ampia superficie di adesione e la muraglia circolare, robusta e bassa, rendono i balani sessili particolarmente adatti a vivere sulle rocce intertidali, dilavate dalle correnti e battute dalle onde. Si pensa che la parete (piastre della muraglia) sia derivata dalle piastre laterali che, nelle lepadi, coprivano il capitolo. Colonizzano, oltre agli scogli, le palafitte delle banchine nei porti o la parte sommersa delle navi. Benché esistano alcuni balanomorfi di acque profonde, il gruppo nel complesso è intertidale o appena subtidale, e le singole specie occupano soltanto piccole zone.

I cirripedi sono tra i più seri problemi di incrostazioni dei fondi di natanti, boe e palizzate e molte delle specie sono state trasportate in tutto mondo con la navigazione.

Ricordano i molluschi e con essi venivano confusi sino al 1829 quando Vaughan Thompson fece ricerche approfondite che evidenziarono alcune differenze (come nel caso delle larve che riescono a nuotare libere nell’acqua)

primo piano di un balano

I balani sono anche chiamati “denti di cane” per via della loro forma aguzza che risulta essere molto tagliente.

Riproduzione

I balani posseggono entrambi i sessi (sono ermafroditi) e possono procreare sia quando sono in folti gruppi, sia quando si ritrovano isolati. Dopo un periodo di quasi quattro mesi dalla fecondazione si formano le uova. Nella sua forma larvale, il balano viene chiamato nauplius; crescendo attraversa un secondo stadio larvale, generando sei paia di arti.

Classificazione

Secondo Martin e Davis [1] i Thoracica sono un superordine di cirripedi così suddiviso:

Superordine Thoracica Darwin, 1854

Lepas anatifera

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Dentice/Dentex dentex

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il dentice[1] (Dentex dentex Linnaeus, 1758), è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia degli Sparidae.

Rischio minimo

Distribuzione e habitat

Comune nel mar Mediterraneo. Avvistato anche nell’oceano Atlantico orientale, dalle isole britanniche alla Mauritania, talvolta sino al Senegal e alle isole Canarie.

Ha abitudini demersali. Frequenta fondali rocciosi o sabbiosi, da 0 fino a 90 metri di profondità.

Descrizione

Questo pesce ha una sagoma vagamente simile a quella dell’orata ma ha bocca più grande e fronte diritta che gli conferisce un’espressione “accigliata”. La bocca è armata di robusti denti caniniformi. Gli esemplari giovani, di colore bruno azzurro con pinne nere, hanno colorazione differente dagli adulti, che perdono la componente marrone a favore di una colorazione grigio-azzurra con punti blu intenso e neri che spariscono alla morte dell’animale. Questo pesce può arrivare a pesare fino a 12-17 kg per un metro di lunghezza; il record risulta nel golfo dell’Asinara[senza fonte].

Comportamento

Gli esemplari adulti sono solitari, anche se non è raro incontrarne più di uno; i giovani si aggregano in banchi. Più diffidente nella forma adulta, talvolta curioso nella fase giovanile.

Alimentazione

Si nutre di altri pesci, molluschi e cefalopodi.

Etimologia

Il nome specifico dentex, introdotto da Linneo, deriva dai grossi denti (in latino dentēs). Il nome generico Dentex, separato da Sparus, fu introdotto da Achille Valenciennes.

Pesca

Preda molto ambita nella pesca sportiva. È pescato con le tecniche della traina, del vertical Jigging, del surfcasting e dai sub, per i quali è uno dei pesci più difficili e ricercati. Commercialmente, invece, viene pescato con i palamiti e le reti. La sua carne, magra e saporita, è piuttosto pregiata. In Italia la maggior parte del dentice commercializzato è originario delle coste atlantiche africane ed appartiene ad altre specie come Dentex macrophthalmus e Dentex gibbosus. Negli ultimi anni si sta tentando di allevarlo in acquacoltura.

Gastronomia

Considerato eccellente per le sue carni, viene comunemente cucinato alla griglia, ma è buono anche in forno e, se di dimensioni ampie, anche farcito.[2]

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Dentice corazziere/Dentex gibbosus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il dentice corazziere o dentice dalla corona (Dentex gibbosus) è un pesce di mare appartenente alla famiglia Sparidae.

Distribuzione e habitat

È presente nel mar Mediterraneo soprattutto meridionale e nell’Oceano Atlantico meridionale tra il Portogallo e l’Angola. Nei mari italiani è piuttosto raro, un po’ più frequente nei mari meridionali.

Vive soprattutto sui fondi rocciosi e coralligeni, tra i 50 ed i 200 metri di profondità.

Descrizione

Questo pesce è simile al dentice comune e cambia notevolmente aspetto con l’età. L’adulto presenta un’appariscente gibbosità frontale dietro gli occhi ed ha i primi due raggi spiniformi della pinna dorsale molto corti (il 2° più corto della metà del 3°) mentre il pesce giovane, fino ad un lunghezza di 25 cm, ha la fronte normale ma è comunque facilmente riconoscibile a causa del 3°, il 4° ed il 5° raggio spinoso della pinna dorsale che sono molto allungati e filamentosi.

La colorazione è in generale rossastra, chiara con riflessi argentei ed azzurri nel giovane e rosso vino scuro con macchioline brune e testa scura negli adulti. Gli esemplari davvero molto grandi possono essere grigi. I fianchi sono sempre argentei ed il ventre bianco.

Può raggiungere 1 metro di lunghezza per 22 kg di peso.

Alimentazione

È un predatore e si ciba soprattutto di pesci, cefalopodi e crostacei.

Pesca

È una preda ambita ma rara per pescatori dilettanti e professionisti e viene catturata con lenze di fondo, lenze a traina, palamiti e reti a strascico.

Gastronomia

Le carni sono eccellenti, come quelle del dentice comune e può essere parimenti cucinato.[1]

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Dentice occhione/Dentex macrophthalmus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il dentice occhione[1] (Dentex macrophthalmus) è un pesce di mare della famiglia Sparidae.

Distribuzione e habitat

È presente nel mar Mediterraneo ma in maniera disomogenea, è infatti comune nel mar Egeo e lungo le coste meridionali mentre nei mari italiani è raro. Si trova anche nell’Oceano Atlantico orientale tra il Portogallo e l’Angola.

Vive in acque piuttosto profonde, tra i 50 ed i 300 metri, su tutti i tipi di fondale.

Descrizione

Appare più simile ad un pagro che ad un dentice, l’occhio è molto grande (circa 1/3 della lunghezza della testa), il ventre è arrotondato e non piatto come nel dentice comune.

Il colore del corpo e delle pinne è rosa, tipicamente il lobo inferiore della pinna caudale è bianco.

Raggiunge i 40 cm di lunghezza.

Alimentazione

È un predatore che si ciba principalmente di pesci e crostacei.

Pesca

È scarsamente presente sui mercati italiani mentre ha grande importanza per la pesca professionale del Nord Africa.

Gastronomia

Le sue carni sono ottime e può essere cucinato come il dentice comune.[2]

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Diavolo nero/Melanoceto/Melanocetus johnsonii

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Melanocetus johnsonii, conosciuto comunemente come melanoceto o diavolo nero, è un pesce abissale appartenente alla famiglia Melanocetidae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Esemplare imbalsamato al Museo di storia naturale di Londra

Questa specie è diffusa in tutti gli oceani temperati o tropicali, fino ad una profondità di 4500 metri (anche se è stato catturato occasionalmente a circa 100 m di profondità, prevalentemente individui molto giovani), dove conduce vita mesopelagica e batipelagica.

Descrizione

Come per gli altri melanocetidi, anche M. johnsonii presenta uno spiccato dimorfismo sessuale: la femmina presenta un corpo tozzo e tondeggiante, occupato per oltre la metà dalla grossa testa con mandibole enormi, provviste di forti e grossi denti appuntiti. Sulla fronte spunta un’antenna mobile, l’illicio, provvista sulla punta di fotofori, che utilizza come esca luminosa per catturare le prede. Il resto del corpo è piccolo e allungato. Il maschio invece ha corpo tozzo e tondeggiante, con grande bocca provvista di denti. Le pinne in entrambi i sessi sono piccole e arrotondate. La livrea è molto semplice: un’uniforme color bruno scuro o nero lucido.
La femmina (in età adulta) può raggiungere i 18 cm, mentre il maschio non supera i 3.

Riproduzione

I maschi sono molto più piccoli delle femmine, ma non sono parassiti di esse. Le uova probabilmente sono deposte in cordoni gelatinosi. Le larve sono pelagiche e vivono ad una profondità massima di 100 metri.

Alimentazione

Possono ingoiare prede molto grosse grazie alle loro mandibole molto allargabili, posseggono inoltre uno stomaco elastico. All’interno di un Melanocetus di poco più di 6 cm è stato trovato un Chauliodus sloani di 24 cm.

Predatori

È stato trovato nel contenuto stomacale di Alepisaurus ferox .

Nella cultura di massa

Nel film d’animazione della Disney-Pixar Alla ricerca di Nemo il melanoceto è il feroce pesce-mostro presente nella scena dove Marlin e Dory trovano la maschera da sub. Dory, grazie alla luce emessa dall’illicio del predatore, riesce a leggere sull’etichetta della suddetta maschera, mentre Marlin viene costantemente braccato.

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Donzella/Girella/Coris julis

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Coris julis (Linnaeus, 1758), comunemente conosciuto come donzella[2] o girella[3], oppure pesce carabiniere (per via della colorazione) è un pesce appartenente alla famiglia dei Labridi.

Rischio minimo[1]

Descrizione

Corpo affusolato, muso a punta. La livrea presenta un marcato dimorfismo sessuale: le femmine hanno dorso marrone e fianchi giallastri con ventre bianco, mentre i maschi sono verdi, blu o marroni, con ventre bianco, una macchia blu scura sopra pinna pettorale e con una banda ondulata arancione vivace sui lati.

Raggiunge una lunghezza di 25 cm.

Distribuzione e habitat

Questo pesce è diffuso nel mar Mediterraneo e nell’oceano Atlantico orientale dalla Manica all’Africa centrale.

Abita fondali rocciosi o a posidonia, è un pesce strettamente costiero e la sua diffusione batimetrica va da pochi centimetri a (eccezionalmente) 120 metri di profondità. Vive su coste rocciose spesso nei porticcioli meno frequentati, tra le rocce delle scogliere.

Biologia

Riproduzione

La donzella è una specie proterogina: gli individui (sessualmente attivi ad 1 anno) nascono femmine e invecchiando diventano maschi. Studi hanno dimostrato che tutti gli individui che superano i 18 cm sono esemplari maschili. Il cambio di sesso dura circa 5 mesi. Le uova, giallo-trasparenti, sono deposte tra aprile e agosto.

Alimentazione

Si nutre di alghe, anfipodi, copepodi, ricci di mare, policheti, gamberetti e gasteropodi.

Pesca

Generalmente non è soggetto a pesca specifica vista la scarsa qualità delle carni, adatte solo a zuppe di pesce (ad esempio il cacciucco livornese), abbocca comunque voracemente a esche animali di ogni tipo causando spesso non poco disturbo a chi si vuole dedicare alla pesca di specie più pregiate[4].

Curiosità

A tale specie fa riferimento il titolo del film Viola di mare, di Donatella Maiorca (2009).

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Galleria d’immagini

Donzella pavonina/Thalassoma pavo

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Thalassoma pavo Linnaeus, 1758, conosciuto anche con il nome comune Donzella pavonina, è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia Labridae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

È diffusa nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico orientale dal Portogallo fino alle coste del Senegal. Abita fondali poco profondi e ben illuminati, fino a 30 metri, anche se si spinge fino ai 100. Negli ultimi anni si è assistito ad un ampliamento verso nord dell’areale di questa specie, probabilmente in seguito alla meridionalizzazione del mar Mediterraneo.

Descrizione

Corpo affusolato, di colore giallo dorato, tendente al verde o all’arancio, con tipici disegni reticolari sulla testa di colore blu, 5 strisce verticali dello stesso colore, una macchia nera tra la seconda e la terza banda. Da giovani il corpo è completamente verde, fatta eccezione per la chiazza nera. Ermafrodito proterogino, nasce femmina e dopo qualche anno diventa maschio, man mano mutando la colorazione fino a perdere del tutto le bande blu e la macchia nera quando adulto. Fino a 25 centimetri.

Biologia

Comportamento

Curiosa, viene attratta facilmente smuovendo sedimento dal fondo. Gli esemplari femminili si muovono spesso in gruppi numerosi. Talvolta gli esemplari più giovani si nutrono dei parassiti esterni di pesci più grossi, pulendoli.

Alimentazione

Si nutre di molluschi e crostacei.

Riproduzione

È oviparo ed ermafrodita proteroginico[2].

Predatori

Uno dei suoi principali predatori è il barracuda mediterraneo[3].

Acquariofilia

È una delle specie maggiormente ricercate per allevamento in acquario anche per la straordinaria colorazione della livrea. Qualche problema si può avere nell’alimentazione in quanto inizialmente gli esemplari catturati non accettano cibo secco. Si ha notizia di casi di territorialità spinta tra esemplari della stessa specie.

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Drago di mare/Stomias boa

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Stomias boa (Risso, 1810), noto in italiano come drago di mare, è un pesce.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Questo pesce è cosmopolita con varie sottospecie. Nel mar Mediterraneo è presente Stomias boa boa, nel nord Atlantico S. boa ferox. Nei mari italiani è sporadica ma presente in tutti i bacini compreso il mar Adriatico meridionale, è relativamente più comune nel mar Ligure e nello stretto di Messina.

Ha abitudini pelagiche di profondità e di solito frequenta acque profonde dai 700 ai 1000 metri. Si può però trovare anche in superficie, specie la notte. È meno comune del simile Chauliodus sloani (vipera di mare in italiano).

Descrizione

Ha un aspetto superficialmente simile al Chauliodus sloani, molto allungato con bocca molto grande armata di denti lunghi ed aghiformi, con occhi grandi e numerosi fotofori disposti in doppia fila nella parte ventrale. La pinna dorsale è unica (in Ch. sloani sono due, una dietro La testa ed una pinna adiposa presso il peduncolo caudale), situata molto indietro, a ridosso della pinna caudale, ed opposta ed identica alla pinna anale. La pinna caudale è biloba, anche se nelle vecchie iconografie era spesso raffigurata arrotondata o tronca. Le pinne ventrali, piccole e piuttosto allungate, sono inserite in basso e molto arretrate, vicino alla pinna anale; le pinne pettorali sono piccole. Sotto il mento è presente un lungo barbiglio, assente nel Chauliodus che nell’apice porta un fotoforo. I denti sono più corti che nella vipera di mare e hanno varia lunghezza. Oltre alla doppia fila ventrale piccoli fotofori sono sparsi su tutto il corpo. Le scaglie hanno forma esagonale e cadono facilmente. Il corpo dell’animale vivo è coperto da una membrana di muco.

Il colore è nerastro con riflessi bruni ed azzurri negli esemplari intatti con le squame. Il barbiglio ha colore rosa.

Misura fino a 25 cm di lunghezza.

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Dragoncello/Callionymus lyra

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Il dragoncello (Callionymus lyra) è un pesce di mare della famiglia Callionymidae.

Distribuzione e habitat

Si incontra nel mar Mediterraneo, nel mar Nero e nell’Oceano Atlantico orientale tra le isole Canarie e la Norvegia ed Islanda. Nella Manica e nel mar del Nord è comunissimo mentre è raro nei mari italiani ed assente nel mar Adriatico.
Vive su fondi sabbiosi e fangosi tra 5 e 100 metri di profondità.

Descrizione

Ha il corpo affusolato ed allungato, con bocca piccola sita all’apice di un muso abbastanza lungo (molto più lungo nel maschio). Gli occhi sono sporgenti sul profilo superiore della testa. L’opercolo branchiale ha una forte spina con 3 punte rivolte in alto ed una rivolta in basso. Le pinne dorsali sono due, la prima breve e molto alta e filiforme (nel maschio) o più bassa della seconda (femmine), che è rettangolare. La pinna caudale è ampia e spatolata, la pinna anale è opposta alla seconda dorsale e più bassa. Pinne pettorali e pinne ventrali ampie.
l colore di fondo è bruno, più scuro nelle femmine, che hanno macchie più scure sui lati e puntini bianchi su tutto il corpo mentre nei maschi tutto il corpo è coperto di vistose linee blu e da macchie gialle. La seconda pinna dorsale nel maschio porta da 3 a 5 linee azzurre parallele. Nella femmina la prima pinna dorsale non è nera.
Il maschio adulto raggiunge 30 cm, le femmine non più di 25.

Alimentazione

Si ciba di invertebrati bentonici come molluschi, crostacei e policheti.

Riproduzione

Avviene tra gennaio e agosto. Prima della deposizione delle uova la coppia compie un complicato rituale di corteggiamento che consiste in una vera e propria danza dopo di che l’emissione dei gameti avviene con il maschio e la femmina appoggiati ventre a ventre.

Pericoli

Le spine opercolari sono velenose e causano ferite molto dolorose che si cicatrizzano molto lentamente.

Pesca

Si cattura occasionalmente con sciabiche o tramagli ma non ha valore alimentare o commerciale.

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Dragoncello macchiato/Callionymus maculatus

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Il dragoncello macchiato (Callionymus maculatus) è un pesce di mare della famiglia Callionymidae.

Distribuzione e habitat

È presente nel mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico orientale tra la Norvegia e l’Africa tropicale. Nei mari italiani è abbastanza comune.
Vive in profondità tra 90 e 600 metri, su fondali fangosi.

Descrizione

Ha un aspetto simile al dragoncello, con muso più corto. La spina dell’opercolo ha tre spine rivolte in alto ed una in basso, diretta in avanti.
La livrea del maschio è beige con 4 file orizzontali di macchie scure poste sull’ampia seconda pinna dorsale; la prima è più corta ed è molto più bassa di quella del Callionymus lyra maschio; il tutto è accompagnato da file di punti blu elettrico. La colorazione della femmina è simile a quella della femmina del dragoncello, la prima pinna dorsale è nera, più bassa della seconda, che porta due file orizzontali di punti neri.
Il maschio è può raggiungere 16 cm, la femmina 11.

Alimentazione

Si ciba di piccoli invertebrati bentonici.

Riproduzione

Si riproduce tra gennaio e maggio.

Pericoli

Le spine opercolari sono velenose e causano ferite molto dolorose che si cicatrizzano molto lentamente.

Pesca

Occasionale con reti a strascico.

Specie simili

Il dragoncello fasciato (Callionymus fasciatus) non è riconosciuto da tutti gli ittiologi come specie separata, si distingue dal dragoncello macchiato per le linee di punti scuri sulla seconda pinna dorsale che sono obliqui anziché orizzontali, per avere 5-7 macchie scure a sella sul dorso e per le dimensioni minor (fino a 8 cm le femine ed a 12 i maschi). L’aspetto delle femmine non è ben noto. Vive su fondi sabbiosi tra 20 e 60 m ed è riportato per il mar Ligure ed il mar Nero.

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Dragoncello minore/Callionymus risso

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Il dragoncello minore (Callionymus risso) è un pesce di mare della famiglia Callionymidae.

Distribuzione e habitat

È una specie tipica del mar Mediterraneo e del mar Nero. In Oceano Atlantico si incontra, raramente, solo lungo le coste portoghesi. Nei nostri mari è comune.
Vive su fondi mobili tra i 1 ed i 150 metri di profondità.

Descrizione

Simile alla femmina degli altri Callionymidae, ha il muso più corto e gli occhi più grandi degli altri membri della famiglia. La spina opercolare ha solo 3 spine rivolte in alto. Il dimorfismo sessuale è meno spiccato: il maschio ha sulla prima pinna dorsale, che non è allungata, una macchia ocellare nera ed azzurra ed ha una striscia di macchie sulla parte laterale del ventre, formata da punti neri e blu elettrico alternati; la femmina ha la prima pinna dorsale nera e macchiette scure irregolarmente diffuse nell’area ventrale.
Non supera 8 cm di lunghezza.

Riproduzione

Avviene in estate.

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Dragoncello rosa/Synchiropus phaeton

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Il dragoncello rosa o dragoncello fetonte (Synchiropus phaeton) è un pesce di mare della famiglia Callionymidae.

Distribuzione e habitat

Comune nel mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico tra il Portogallo ed il golfo di Guinea.
È una specie di profondità, si incontra su fondali fangosi tra 100 e 600 m.

Descrizione

Si riconosce dai comuni dragoncelli dei nostri mari, a cui assomiglia nella forma generale del corpo, per gli occhi molto più grandi e con iride blu bordata di giallo e per la colorazione generale rosea o rossiccia. Il muso ha lunghezza uguale al diametro degli occhi. La spina dell’opercolo branchiale ha due punte rivolte in alto. La prima pinna dorsale ha altezza all’incirca uguale alla seconda ed ha una macchia nera tra il terzo ed il quarto raggio (l’ultimo ed il penultimo). La pinna anale e la parte inferiore della pinna caudale hanno un bordo scuro. La pinna caudale, di forma spatolata, nel maschio ha i raggi centrali allungati e sporgenti. Il dimorfismo sessuale si limita a questo, al contrario che negli altri Callionymidae mediterranei i maschi hanno livrea simile a quella delle femmine e non hanno nessuna traccia di blu elettrico. Il colore è roseo o arancio con macchie brune o verdastre.
La lunghezza non supera i 12 cm nelle femmine e 18 cm nei maschi.

Alimentazione

Caccia le sue prede restando affossato nel fango del fondale. Si ciba di invertebrati.

Riproduzione

Ha una stagione riproduttiva molto lunga, dalla primavera all’autunno.

Pesca

Viene preso soprattutto con le reti a strascico per la cattura del gambero rosso ma non ha nessun valore alimentare o economico.

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Dragoncello turchese/Callionymus pusillus

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Il dragoncello turchese (Callionymus pusillus) è un pesce di mare della famiglia Callionymidae.

Distribuzione e habitat

È diffuso in tutto il mar Mediterraneo e nel mar Nero mentre in Atlantico si trova solo nel golfo di Cadice.
Frequenta fondi a sabbia fine nei pressi delle spiagge,a profondità minime, solo raramente superiori a 5 metri.

Descrizione

Questa specie ha il muso corto (simile a quello del dragoncello minore ma gli occhi più piccoli. Come in quasi tutti i dragoncelli il dimorfismo sessuale è evidente. Il maschio è tipico per le pinne di forme particolari, soprattutto la seconda pinna dorsale è molto ampia e dotata di lunghi raggi filiformi mentre la prima dorsale non è allungata.
La livrea del maschio è grigio sabbia con numerosi punti, linee e macchiette blu elettrico e nere e 12-15 linee verticali blu (talvolta di colore chiaro). La pinna anale ha un bordo nero. La femmina è grigio sabbia con prima pinna dorsale nera e bande bianche e giallognole sui fianchi.
Non supera i 15 cm.

Riproduzione

Si riproduce in estate, l’accoppiamento è preceduto da violenti combattimenti tra i maschi e da una “danza nuziale” molto elaborata.

Biologia

Si infossa nella sabbia al minimo disturbo.

Acquariofilia

È ricercato per gli acquari mediterranei.

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Dragonetti/Callionimidi/Callionymidae

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La famiglia Callionymidae, comprende oltre 130 specie (ma alcune fonti ne indicano circa 180) di pesci marini perciformi, conosciuti comunemente come dragonetti.

Distribuzione e habitat

Queste specie sono originarie della fascia tropicale dell’Indo-Pacifico.
Nelle acque italiane sono presenti sei specie di callionimidi: Callionymus fasciatus dragoncello fasciato; Callionymus lyra dragoncello; Callionymus maculatus dragoncello macchiato; Callionymus pusillus dragoncello turchese; Callionymus risso dragoncello minore; Synchiropus phaeton dragoncello rosa.
L’habitat tipico è quello dei fondali sabbiosi di lagune e reef, sporadicamente si possono trovare anche nelle barriere coralline.

Descrizione

I Callionimidi presentano particolari caratteristiche anatomiche come un corpo cilindrico, affusolato, con occhi sporgenti sulla testa spinosa. La pelle non è coperta da squame, ma protetta da uno spesso strato di muco, in alcune specie maleodorante o addirittura velenoso.
La pinna dorsale è doppia: la prima solitamente è più sviluppata e colorata, con 4-6 raggi robusti, la seconda è composta da 6-10 raggi a punta forcuta. L’anale è speculare alla seconda dorsale; le pinne pettorali e ventrali sono tondeggianti e robuste, la caudale rotonda.
Molte specie presentano un dimorfismo sessuale accentuato: maschi e femmine presentano colorazioni differenti e i maschi inoltre hanno dei filamenti sulle spine della prima pinna dorsale, peraltro più sviluppata di quella delle femmine. Synchiropus rameus presenta questi caratteri estremamente accentuati.
La specie più grande, Callionymus gardineri, raggiunge una lunghezza di 25 cm e la più piccola (Callionymus sanctaehelenae) raggiunge appena i 2 cm.

La famiglia dei Draconettidae può essere considerata sorella in quanto entrambe le famiglie hanno caratteristiche molto simili; tuttavia questi pesci sono notturni e difficilmente sono stati studiati a fondo come i Callionimidi. Anche la famiglia dei Gobiidae è evolutivamente molto vicina.

Comportamento

I maschi hanno carattere fortemente territoriale e sono aggressivi con i conspecifici.

Riproduzione

L’accoppiamento è a fecondazione esterna, i pesci nuotano ventre contro ventre verso l’alto, il maschio tiene la femmina con le larghe pinne pettorali: uova e sperma vengono emessi contemporaneamente. Le uova fecondate sono disperse nelle acque, diventando per un certo periodo di tempo parte del plancton.

Alimentazione

I Callionimidi si cibano di piccoli molluschi, crostacei e invertebrati che scovano nella sabbia, mentre si muovono nel loro modo tipico, procedendo a scatti tastando il fondo con le pinne ventrali.

Acquariofilia

Il genere Synchiropus accomuna specie splendidamente colorate, di grande interesse tra gli acquariofili; la specie più conosciuta è Synchiropus splendidus, chiamato Pesce mandarino, dalla vistosa ed attraente livrea blu e verde e dal muco velenoso per l’uomo e per gli altri abitanti della vasca.

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