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CagnaccioOdontaspis ferox

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Vulnerabile

Il cagnaccio (Odontaspis ferox) è uno squalo toro della famiglia degli Odontaspididi, che vive sulla piattaforma continentale in tutti gli oceani tropicali e subtropicali, a profondità tra i 10 e i 500 m. La sua lunghezza raggiunge i 3,6 m.

Il cagnaccio ha un corto muso appuntito, occhi piccoli, denti protundenti simili a spilli e pinne dorsale e anale delle stesse dimensioni. La prima pinna dorsale è più vicina alla pettorale delle pinne pelviche.

Vive in prossimità dei fondali delle piattaforme continentali e insulari e sulle scarpate superiori, ma qualche volta anche in acque basse. Si nutre di piccoli pesci ossei, calamari e crostacei. Usa la lunga cavità corporea e il grosso fegato oleoso per regolare la galleggiabilità.

La riproduzione è ovovivipara e gli embrioni si nutrono del sacco vitellino e delle altre uova prodotte dalla madre, così che ad ogni parto se ne trovano solitamente due. La carne è utilizzata per l’alimentazione umana, mentre il fegato presenta un alto contenuto di squalene.

La colorazione è grigia superiormente, più pallida inferiormente, e ai lati sono presenti a volte macchie rosse.

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Calamaro comune/Loligo vulgaris

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Il calamaro[1] (Loligo vulgaris Lamarck, 1798), conosciuto anche come calamaro europeo o calamaro comune, è un mollusco cefalopode della famiglia Loliginidae.

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Etimologia

Il nome comune ha lo stesso etimo di “calamaio”, dal greco kalamos (calamo), che da astuccio per le penne è passato a indicare nel medioevo il vasetto dell’inchiostro, con allusione quindi alla forma del mollusco e al secreto difensivo di colore nero che emette quando minacciato (analogo al nero di seppia).

Descrizione

È caratterizzato da una conchiglia interna (detta gladio o penna) e un corpo allungato con pinne laterali che raggiungono l’estremità posteriore della sacca.

Possiede 10 arti ricoperti da più file di ventose, divisi tra 8 braccia e 2 tentacoli, questi ultimi di maggior lunghezza. Il colore è roseo-trasparente con venature rosso scuro e violetta. Raggiunge una lunghezza di 30–50 cm.

Uovo

Embrione

Embrione

Piccolo

Distribuzione e habitat

Si trova abbondante nelle acque costiere a partire dal Mare del Nord fino a quelle del Mare Mediterraneo e lungo la costa occidentale dell’Africa. Questa specie vive dalla superficie fino a profondità di 500 m e viene estensivamente sfruttata dall’industria della pesca[3].

Riproduzione

La riproduzione avviene tra gennaio e luglio, periodo in cui si avvicinano alle coste.[4]

Parassiti

Può presentare il copepode parassita Pennella varians[5].

Specie affini

La specie Loligo reynaudii, il calamaro di Capo di Buona Speranza, veniva in passato considerata una sottospecie del L. vulgaris.[6]

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Canario rotondoCallanthias ruber

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Il canario rotondo (Callanthias ruber (Rafinesque, 1810)) è un pesce marino appartenente alla famiglia Callanthidae, solo di recente scorporata dalla famiglia Serranidae.

Distribuzione ed habitat

Vive nell’Oceano Atlantico orientale dalla Manica (raro) a nord fino alla Mauritania a sud comprese le isole Azzorre, Madera e Canarie nonché l’intero mar Mediterraneo. È una specie sporadica, non comune in nessun posto.
Vive a profondità considerevoli, tra i 200 ed i 500 metri, in genere su fondi duri ma anche su fondali fangosi.

Descrizione

Apparentemente simile alla Castagnola rossa dall quale si differenzia per la sagoma più allungata, per l’occhio più grande son riflessi multicolori, per la coda con le due punte (molto allungate) di uguale lunghezza.
La livrea è rossastra, simile a quella di Anthias anthias ma ha le pinne dorsale e anale di colore giallo. Questa è la colorazione che presentano gli esemplari morti catturati con reti, la colorazioni in vivo non è nota dato che probabilmente non è mai stato incontrato da sub.
Le dimensioni non superano i 60 cm (abitualmente meno).

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Canesca/Cagnesca/Galeorhinus galeus

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La canesca[2] o cagnesca[3] (Galeorhinus galeus Linnaeus, 1758), anche conosciuto come squalo galeo, è uno squalo della famiglia dei Triakidi. Si tratta dell’unico membro del genere Galeorhinus. Il termine canesca è usato anche per indicare la verdesca.[3]

Vulnerabile[1]

Descrizione

Cresce fino a raggiungere i due metri di lunghezza.

Distribuzione

Vive nei mari subtropicali a profondità fino a 550 metri.

Biologia

Galeorhinus galeus

La riproduzione è ovovivipara.

Pesca

È pescato per le sue carni, per il fegato da cui si ricava l’olio e per la pelle da cui si ottiene lo zigrino.[3] La sua carne è alla base di un piatto tradizionale spagnolo detto cazón.

Consumo sostenibile

Nel 2010, Greenpeace International lo ha aggiunto alla sua lista rossa delle specie di pescato[4]. La “Greenpeace International seafood red list” è un elenco delle specie marine abitualmente pescate e presenti nella grande distribuzione a maggior rischio di uno sfruttamento non sostenibile.

Curiosità

Nel giugno del 2011 un esemplare di squalo galeo di circa due metri si è spiaggiato sull’Isola dell’Asinara presso Cala Reale. Dopo alcune ore di tentativi per rianimarlo, si è ripreso e ha riguadagnato il largo.[5]

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Cannolicchio/Cappalunga/Solen marginatus

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Solen marginatus, conosciuto comunemente come cannolicchio o cappalunga, è un mollusco bivalve della famiglia Solenidae.

Habitat e distribuzione

Vive da pochi metri a oltre 20 metri di profondità, in posizione verticale infossato nella sabbia ed è praticamente invisibile. La sua presenza viene rivelata soltanto dall’estremità dei sifoni che formano due fori visibili sulla sabbia dalla forma simile ad un 8.

Descrizione

Il Solen marginatus è un mollusco bivalve della famiglia dei Solenidi.

La conchiglia ha una forma quadrangolare, il colore va dal marrone chiaro al giallo, è liscia e poco solida. La dimensione in genere va dai 12 ai 15 centimetri, ma può raggiungere anche i 17 centimetri di lunghezza. Dall’estremità superiore fuoriescono i sifoni riuniti. Il cannolicchio è un organismo filtratore, in quanto filtra attraverso questi sifoni enormi quantità d’acqua da cui trattiene il nutrimento. Dall’estremità inferiore sporge invece il piede, l’organo di movimento, che utilizzano per ritirarsi sotto la sabbia.

Il piede, molto grande e robusto, costituisce la maggior parte del mollusco commestibile. Questa è la vera arma di difesa del Solen marginatus: quando infatti avverte un’insidia, scende rapidamente con il piede nella sabbia tirandosi dietro la conchiglia. In pochi secondi il mollusco riesce a scendere di parecchi centimetri sotto lo strato sabbioso.

Riproduzione

Si riproduce da aprile a maggio.

Pesca

I Solen marginatus vengono pescati in modo professionale con le draghe turbosoffianti: queste draghe penetrano per circa 20-25 centimetri nel fondo sabbioso. L’avanzamento viene inoltre facilitato da getti d’acqua a pressione, in modo da ridurre la resistenza. I molluschi vengono risucchiati ma contengono molta sabbia, per cui richiedono un’accurata pulizia prima del consumo.

In Spagna viene praticato anche l’allevamento mentre in Italia il prodotto disponibile è ancora totalmente pescato.

I Solen marginatus sono di notevole interesse commerciale e vengono comunemente venduti nel periodo invernale. Sono venduti prevalentemente vivi, ma per verificarne la freschezza basta toccare con un dito il piede. Se l’animale è vivo, dovrebbe ritirarlo prontamente.

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Canocchia/Pannocchia/Cicala di mare/Squilla mantis

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La cannocchia o canocchia, detta anche pannocchia o pacchero o cicala di mare (Squilla mantis) è un crostaceo della famiglia degli Squillidae che può raggiungere una lunghezza massima di 20 cm.

Descrizione

Ha una corazza di colore bianco-grigiastra con riflessi rosati e con due caratteristiche macchie ovali bruno-violacee sulla coda simili ad occhi, volti ad ingannare il predatore ed attrarlo laddove l’esoscheletro è maggiormente resistente. La forma è allungata.

Vive ad una profondità che va dai 10 m ai 200 m sui fondi sabbiosi, fangosi costieri, spesso in prossimità della foce dei fiumi o dello sbocco dei canali.

È un animale solitario, vive durante il giorno in gallerie scavate nel fondo e di notte esce alla ricerca di cibo o per la riproduzione. Viene generalmente catturata con le reti a strascico e le reti da posta.

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Capelli di Venere/Anemonia sulcata

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Anemonia sulcata (Pennant, 1777), volgarmente nota come capelli di Venere, è un celenterato antozoo della famiglia Actiniidae.[1]

Descrizione

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Un esemplare fotografato nelle acque di Capo Caccia.

Questo anemone di mare ha un corpo cilindrico, di colore variabile dal giallo-bruno al verde, da cui si diparte una corona di tentacoli lunghi, poco retrattili, con estremità di colore violetto. Raggiunge grandezze fino a circa 20 cm di diametro.[2]

Biologia

Questa specie esprime una proteina fluorescente, denominata Kindling Fluorescent Protein (KFP), utilizzata come marker nel campo della biologia molecolare.[3]

Distribuzione e habitat

Diffusa nel Mar Mediterraneo e lungo le coste orientali dell’oceano Atlantico.[senza fonte]

Commestibilità

Le attinie di questa specie sono molto ricercate in Sardegna ove vengono preparate impanate e fritte col nome di orziadas[4]. È considerato un piatto prelibato e sono quindi molto ricercate, raggiungendo quotazioni mediamente elevate, anche per il costante depauperamento della specie a causa di un prelievo sconsiderato.

Anche in Sicilia, dove sono noti come ogghiu a mari, vengono fritte in pastella e sono una specialità del catanese, nonché dell’isola di Ustica e delle isole Egadi[5]. Il suo utilizzo gastronomico è noto anche all’isola d’Elba (dove è chiamata ògliera) e in Corsica (ògliula).

In Spagna, nella regione di Cadice, in Andalusia sono molto apprezzate e vengono preparate fritte sotto il nome di ortiguillas[6].

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Capodoglio/Physeter macrocephalus

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Vulnerabile[1]

Il capodoglio (Physeter macrocephalus, Linnaeus 1758) o fisetere[2] (dal greco φῡσητήρ, phȳsētḗr, “sfiatatoio”, “che soffia”)[3] è il più grande di tutti gli Odontoceti e il più grande animale vivente munito di denti: misura infatti fino a 18 metri di lunghezza. L’enorme testa e la forma caratteristica del capodoglio, così come il ruolo centrale che ricopre in Moby-Dick di Herman Melville, hanno consentito a molti di descriverlo come l’archetipo della balena. Anche a causa di Melville il capodoglio viene associato comunemente con il Leviatano della Bibbia.

Il capodoglio è anche conosciuto come cascialotto[4] o cascialoto[5], oggi in disuso in italiano ma diffuso in altre lingue come cachalote, cachalot e simili, nome di origine portoghese che deriva probabilmente da cachola, termine colloquiale che significa “testa”. I capodogli sono stati cacciati fino a tempi recenti nell’arcipelago atlantico portoghese delle Azzorre. Il capodoglio è anche l’animale di Stato del Connecticut.

Il termine “capodoglio” deriva da “capo d’olio” e trae origine dalla sostanza oleo-cerosa presente nel loro cranio.

Descrizione

Dimensioni in rapporto all’uomo

Il capodoglio è caratterizzato da una testa molto grande, soprattutto nei maschi, che occupa normalmente un terzo della lunghezza dell’animale. Il nome specifico macrocephalus deriva dal greco e significa “grossa testa”. A differenza della pelle liscia della maggior parte delle altre grandi balene, la pelle del dorso del capodoglio è solitamente piena di protuberanze ed è stata paragonata ad una prugna secca dagli amanti del whale-watching. Ha una colorazione grigio uniforme, sebbene possa apparire bruna alla luce del sole; sono state osservate anche balene albine bianche. Forse non sorprende il fatto che il capodoglio abbia il cervello più grande e più pesante di tutti gli animali moderni ed estinti conosciuti (pesando in media 7 kg in un maschio adulto). Nonostante questo, il cervello non è grande, paragonato alle dimensioni corporee.

Lo sfiatatoio è situato molto vicino alla parte frontale della testa ed è spostato sul lato sinistro della balena. Questo dà origine ad un caratteristico soffio rivolto in avanti di dimensioni consistenti. Il capodoglio non ha una vera pinna dorsale, ma sono presenti una serie di escrescenze sul terzo caudale del dorso. La più grande veniva chiamata ‘gobba’ dai balenieri e per la sua forma viene comunemente scambiata per la pinna dorsale.

La coda di un capodoglio che si immerge nel golfo del Messico

Anche la coda è triangolare ed è molto sottile. Prima di immergersi l’animale la innalza per una notevole altezza sulla superficie dell’acqua.

I capodogli hanno 20-26 paia di denti a forma di cono nella mandibola inferiore, lungo ognuno 8–20 cm. Ogni dente può pesare quasi un chilogrammo. La ragione della presenza dei denti non è nota con certezza. Si crede che non siano necessari per nutrirsi di calamari e infatti in natura sono stati trovati capodogli privi di denti in ottima salute. L’attuale opinione scientifica generale è che i denti vengano usati nelle aggressioni tra maschi della stessa specie. Questa ipotesi viene motivata dalla forma conica e dal grande spazio tra un dente e l’altro. Inoltre i capodogli maschi mostrano spesso cicatrici che sembrano causate dai denti di altri maschi. Nella mascella superiore sono presenti denti rudimentali, ma questi si aprono raramente nella bocca.

I capodogli sono tra i cetacei che mostrano un maggiore dimorfismo sessuale (cioè una grande differenza tra maschi e femmine). I maschi sono generalmente più lunghi del 30-50% rispetto alle femmine (16–18 m contro 12–14 m) e pesano il doppio (50 tonnellate contro 25 tonnellate). Alla nascita sia i maschi che le femmine misurano circa 4 m di lunghezza e pesano 1 tonnellata.

A causa della caccia intensiva le dimensioni dei capodogli sono diminuite drammaticamente, soprattutto perché i maschi più grandi venivano uccisi per primi e più intensamente, dal momento che erano più ricchi di spermaceti (l’olio di spermaceti ebbe un grande valore nel XVIII e nel XIX secolo). Nel museo di Nantucket è presente una mandibola di capodoglio, lunga 5,5 m. La mandibola cresce fino a raggiungere il 20-25% della lunghezza totale del capodoglio. Quindi questa balena potrebbe essere stata lunga 28 m e pesare circa 150 tonnellate. Un’altra prova dei grandi maschi del passato si trova al museo di New Bedford ed è una mandibola, lunga 5,2 m, di un maschio che potrebbe aver misurato circa 25,6 metri di lunghezza ed avere una massa di circa 120-130 tonnellate. Oltre a questo, i registri di bordo che si trovano nei musei di Nantucket e di Bedford sono ricchi di riferimenti a maschi che erano, considerata la quantità d’olio da essi ricavata, circa delle stesse dimensioni di questi due esemplari. Oggi i capodogli maschi non superano solitamente i 18 m di lunghezza e le 52 tonnellate di peso.[6] I capodogli più grandi mai osservati erano paragonabili per dimensione alla balenottera comune (più piccola della balenottera azzurra), cosa che fa del capodoglio la seconda o terza specie vivente più grande.

I capodogli sono un esempio principale di specie che ha adottato la strategia-K, il che fa credere che la specie si sia sviluppata principalmente sotto condizioni ambientali molto stabili. Questa evoluzione relativamente “facile” ha portato la specie ad avere un basso tasso di natalità, una lenta maturazione ed un’alta longevità. Le femmine partoriscono una volta ogni quattro-sei anni ed il periodo di gestazione dura al minimo 12 mesi e forse si protrae per 18 mesi. L’allattamento dura dai due ai tre anni. Nei maschi la pubertà dura all’incirca tra i 10 e i 20 anni. I maschi continuano a crescere anche a 30-40 anni e raggiungono le loro piene dimensioni circa a 50 anni. I capodogli vivono fino a 80 anni.

Il capodoglio detiene alcuni record del mondo naturale:

  1. Il più grande animale con i denti conosciuto.
  2. Il cervello più grande di ogni creatura vivente della Terra. Il cervello di un capodoglio maturo pesa 7 kg e sono persino esistiti esemplari con cervelli che pesavano 9 kg.
  3. Il mammifero che si immerge più in profondità (fino a profondità di 2200 metri), trattenendo il respiro per più di 2 ore.
  4. Secondo un articolo di National Geographic del 2003, il capodoglio sarebbe l’animale più rumoroso del mondo. Gli schiocchi del capodoglio hanno un livello di emissione che supera i 230 dB ad una pressione di un micropascal e ad una distanza di un metro.

Spermaceti

Lo spermaceti è la sostanza cerosa semiliquida che si trova nella testa del capodoglio. Il nome deriva dal tardo latino sperma ceti (entrambe parole prese in prestito dal greco), che significa “sperma di balena” (alla lettera, “sperma di mostro marino”). Il nome comune inglese della specie, Sperm Whale, è in effetti un’apocope di Spermaceti Whale. La sostanza non è, ovviamente, il seme della balena, ma è stato scambiato per esso dai primi balenieri. Lo spermaceti si trova nell’organo dello spermaceti, o cassa, davanti e sopra al cranio del capodoglio, ed anche nella cosiddetta giunca, davanti alla testa del capodoglio, proprio sopra la mascella superiore. La cassa consiste di una sostanza cerosa biancastra, satura di spermaceti. La giunca è una sostanza più solida.

Una funzione degli organi dello spermaceti è occuparsi della galleggiabilità durante le immersioni. Prima di immergersi, l’acqua fredda viene trasportata attraverso quest’organo e la cera si solidifica. L’innalzamento della densità specifica genera una spinta verso il basso (equivalente approssimativamente a 40 kg) e consente al capodoglio di inabissarsi senza sforzo. Quando caccia in profondità (ad un massimo di 3000 m) l’ossigeno immagazzinato viene consumato e il calore in eccesso scioglie lo spermaceti. Ora solamente le forze idrodinamiche (sostenute dal nuoto) mantengono il capodoglio in profondità, prima che riemerga senza sforzo.

Sono state ipotizzate anche altre funzioni: una di esse, discussa per inciso in Moby-Dick da Melville, è che la cassa si trasformi in una sorta di ariete da usare nei combattimenti tra maschi. Questa ipotesi viene confermata dagli affondamenti ben documentati delle navi Essex e Ann Alexander in seguito agli attacchi di capodogli che pesavano solamente un quinto delle navi.

Un’altra ipotesi è che la cassa venga usata come aiuto per l’ecolocazione. La forma di quest’organo consente allo stesso tempo di focalizzare e di allargare il raggio dei suoni emessi. Il capodoglio possiede in effetti due narici – una narice esterna, che forma lo sfiatatoio, ed una narice interna che preme contro il contenitore simile ad una borsa dello spermaceti.

Una teoria riguardo alle abilità di ecolocazione di questi animali sostiene che la combinazione della forma del cranio della balena, la geometria altamente variabile (in tre dimensioni) della guaina muscolare che circonda gli organi dello spermaceti e la presenza di questa “narice interna” può consentire al capodoglio di emettere una vasta gamma di produzioni sonore – non solo un’ecolocazione ad alta fedeltà, ma anche altri effetti come onde sonore ed energia meccanica. Per esempio, si è ipotizzato che i capodogli, nuotatori goffi e poderosi, utilizzino scariche sonore per stordire e catturare i calamari, agili nuotatori, di cui si nutrono.

Lo spermaceti è stato molto ricercato dai balenieri dei secolo XVIII, XIX e XX. Questa sostanza trova una grande varietà di applicazioni commerciali, come olio per orologi, fluido per trasmissioni automatiche, lubrificante per lenti fotografiche ed altri strumenti ad alta precisione, in cosmetica, come additivo negli oli per motori, come fonte di glicerina, come composto anti-ruggine, detergente, fibra chimica, nella fabbricazione di vitamine e di più di 70 composti farmaceutici.

Soffio e respirazione

Queste balene respirano aria sulla superficie dell’acqua tramite un singolo sfiatatoio a forma di s. Lo sfiatatoio è situato sul lato sinistro della parte anteriore dell’enorme testa. Respirano 3-5 volte al minuto al massimo, ma il numero sale a 6-7 volte al minuto dopo un’immersione. Il soffio è un singolo getto rumoroso che si innalza fino a 15 m sulla superficie dell’acqua ed è inclinato in avanti, a sinistra del cetaceo, con un angolo di 45°.

Ecologia, comportamento e storia naturale

Nutrizione, comportamento ed immersioni

Un capodoglio percepisce un calamaro gigante grazie al suo sonar

I capodogli, insieme agli Iperodonti e agli elefanti marini, sono i mammiferi che si immergono più in profondità del mondo.

Si pensa che siano in grado di immergersi fino a 3 km di profondità e che possano restare sul fondo dell’oceano fino a 90 minuti. Le immersioni più tipiche si aggirano intorno ai 400 m di profondità, durano 30-45 minuti e vengono effettuate generalmente verso nord. Possiedono tre tonnellate di sangue, che trasporta abbastanza ossigeno per aiutarli nelle loro immersioni in profondità; in tal modo possono spingersi venti volte più in profondità di quanto possa fare un essere umano.

Si nutrono di una vasta gamma di specie, in particolare di calamari giganti, di polpi e di varie specie diverse di pesci, come le razze di profondità e alcune specie di squali (nello stomaco di un maschio adulto catturato alle Azzorre è stato trovato uno squalo elefante di 2,5 metri[7]), ma la parte principale della loro dieta consiste di calamari di medie dimensioni. Quasi tutto ciò che conosciamo sui calamari di acque profonde è stato ricavato dagli esemplari trovati negli stomaci dei capodogli catturati.

I racconti di titaniche battaglie tra capodogli e calamari giganti, che si crede raggiungano i 13 m, sono forse il frutto di leggende, visto che anche i più grandi calamari giganti pesano solamente 300 kg, peso irrisorio rispetto anche solo alle poche tonnellate di un giovane esemplare di capodoglio. Anche se recentemente un calamaro colossale di 495 kg è stato catturato da pescatori neozelandesi nel mare di Ross. Comunque, le cicatrici bianche sui corpi dei capodogli si crede che siano causate dai calamari oppure dai denti di altri maschi. I calamari giganti sono considerati la dieta principale dei capodogli. Sono ben conosciuti, e anche ben documentati, furti di merluzzi neri e nototenidi catturati con tramagli. Si crede che questa caratteristica sia propria anche di altre balene o dei piccoli.

Si ipotizza che i becchi taglienti dei calamari consumati, contenuti nell’intestino della balena, inducano la produzione di ambra grigia, analogamente alla produzione delle perle. L’irritazione dell’intestino provocata dai becchi stimola la secrezione di questa sostanza simile ad un lubrificante. I capodogli sono mangiatori straordinari e ogni giorno ingurgitano cibo per un totale del 3% del loro peso corporeo. Il consumo di prede annuale dei capodogli di tutto il mondo si stima essere di 100 milioni di tonnellate – quanto il peso degli animali marini consumati annualmente dall’uomo.

L’unico predatore che attacca i capodogli, oltre all’uomo, è l’orca. I grandi branchi itineranti di orche attaccano frequentemente gruppi di femmine con i piccoli, cercando solitamente di separare il cucciolo di capodoglio ed ucciderlo. Spesso le femmine di capodoglio possono respingere questi attacchi, formando un cerchio con al centro i loro piccoli per poi sbattere violentemente le loro code, impedendo così alle orche di penetrare la formazione. Se il branco di orche è estremamente grande, esse possono a volte uccidere anche femmine adulte. I grossi maschi di capodoglio non hanno invece predatori, perché persino le orche possono essere uccise da queste aggressive e potenti creature.

Battute di pesca con tramaglio nel golfo dell’Alaska hanno registrato che numerosi capodogli ricavavano vantaggio da esse, nutrendosi dei pesci rimasti attaccati agli ami, risparmiando così a queste balene le operazioni di caccia. Comunque, la quantità del pesce così ottenuto è veramente scarsa rispetto al bisogno di cibo giornaliero del capodoglio. Sono state catturate recenti immagini video di un grosso capodoglio maschio che “depredava” un tramaglio per guadagnarsi un po’ di pesce.

La fisiologia del capodoglio presenta alcuni adattamenti per affrontare i drastici cambiamenti di pressione quando si immerge. La gabbia toracica è flessibile per sostenere lunghi collassi e il cuore può ridursi per preservare le riserve di ossigeno. La mioglobina immagazzina ossigeno nei tessuti muscolari. Il sangue può essere indirizzato solamente verso il cervello ed altri organi essenziali, quando è finito il livello di ossigeno. Anche l’organo dello spermaceti gioca un ruolo importante.

Un capodoglio che salta alle Azzorre

Nonostante i capodogli siano ben adattati per immergersi, immersioni ripetute a grandi profondità provocano effetti a lungo termine sulle balene. Alcuni scheletri di capodoglio mostrano corrosione delle ossa, che negli umani è spesso segno della malattia da decompressione. Gli scheletri delle balene più vecchie mostrano una corrosione più profonda, mentre gli scheletri dei piccoli di capodoglio non mostrano alcun danno. Questi danni indicano che i capodogli sono suscettibili alla malattia da decompressione; emersioni improvvise possono anche risultare letali.

Tra un’immersione e l’altra, il capodoglio risale alla superficie per respirare e lascia passare più o meno dagli otto ai dieci minuti prima di immergersi di nuovo.

A causa delle grandi profondità delle loro immersioni, i capodogli a volte annegano quando rimangono intrappolati nei cavi telefonici transoceanici.

La struttura sociale dei capodogli si suddivide in base al sesso. Le femmine sono animali estremamente sociali, caratteristica che si crede derivi dal loro cammino evolutivo relativamente semplice. Le femmine risiedono in gruppi di circa una dozzina di individui con i loro piccoli. I maschi abbandonano queste “scuole materne” tra i 4 e i 21 anni di età e formano dei “gruppi di scapoli” con altri maschi di età e dimensioni simili. Non appena i maschi diventano più vecchi, tendono a disperdersi in gruppi più piccoli e i maschi più vecchi conducono generalmente vita solitaria. Alcuni maschi da poco maturi si sono arenati insieme, cosa che suggerisce un livello di cooperazione non perfettamente compreso.

Il capodoglio è tra le specie più cosmopolite del mondo e vive in tutti gli oceani e nel mar Mediterraneo. La specie è relativamente abbondante tra le acque artiche e l’equatore. Le popolazioni sono più dense nei pressi delle piattaforme continentali e dei canyon, probabilmente perché riescono a nutrirsi più facilmente. I capodogli si trovano solitamente al largo, nelle acque profonde, ma sono anche stati visti lungo la costa in aree dove la piattaforma continentale è meno estesa.

Tassonomia e nomenclatura

Uno scheletro di capodoglio al museo di storia naturale di Milano

Il capodoglio è una delle molte specie descritte per la prima volta da Linneo nel 1758 nell’opera del XVIII secolo Systema Naturae; egli riconobbe quattro specie nel genere Physeter. Gli esperti, più tardi, videro che si trattava solamente di una sola specie. Nelle pubblicazioni più moderne il capodoglio viene classificato come l’unica specie della famiglia Physeteridae (si tratta, cioè, di un genere monospecifico). La famiglia dei capodogli viene a volte considerata una superfamiglia, Physeteroidea. Questa superfamiglia comprende solamente altre due specie – il capodoglio pigmeo e il capodoglio nano. Queste due balene appartengono alla famiglia Kogiidae.

Mead and Brownell, comunque, classificano tutte e tre le specie nella famiglia Kogiidae, dando al capodoglio il nome binomiale di Physeter catodon e lasciando perdere la superfamiglia.

Il brano seguente è un estratto dal Moby-Dick di Melville, in cui spazia sulla nomenclatura e sui nomi tradizionali dati al capodoglio:

«Questa balena, vagamente nota tra gli antichi inglesi come Balena Trumpa, o Balena Fisiterio, o Balena a testa d’incudine, è l’attuale Cachalot dei francesi, il Pottfisch dei tedeschi e il Macrocefalo delle Parole Lunghe. Ora voglio occuparmi principalmente del suo nome. Dal punto di vista filologico, è assurdo. Alcuni secoli fa, quando il capodoglio era quasi totalmente sconosciuto nelle sue caratteristiche precipue e il suo olio veniva ottenuto soltanto accidentalmente quando un pesce si arenava, in quei tempi, a quel che sembra, a livello popolare si riteneva che lo spermaceti derivasse da una creatura identica a quella allora nota in Inghilterra come Balena di Groenlandia o Balena Franca. Si supponeva anche che lo spermaceti non fosse che quell’umore vitale della Balena di Groenlandia indicato dalle prime due sillabe della parola. Oltretutto a quel tempo lo spermaceti era anche terribilmente scarso, e non veniva usato per l’illuminazione, ma solo come unguento e medicinale. Lo si comprava in farmacia, come oggi si compra un’oncia di rabarbaro. Immagino che quando, col passar del tempo, divenne nota la vera natura dello spermaceti, i mercanti ne abbiano conservato il nome originale proprio per accrescerne il valore attraverso quell’allusione, così curiosamente efficace, alla sua scarsità. E così alla fine quell’appellativo deve essere stato applicato alla balena, da cui di fatto lo spermaceti era ricavato. – Moby Dick di Melville, Capitolo 32, chiamato “Cetologia”»

Si crede che i capodogli si siano distaccati dalle altre balene con i denti molto presto nell’evoluzione del sottordine, cioè circa venti milioni di anni fa.

Conservazione

Popolazione e caccia

Finto capodoglio creato dall’artista Dirk Claesen sulla spiaggia di Scheveningen (Paesi Bassi) per sensibilizzare l’opinione pubblica in merito agli spiaggiamenti di capodogli

Il numero totale dei capodogli di tutto il mondo è sconosciuto. Stime approssimate, ottenute dalla ricognizione di piccole aree ed estrapolando il risultato da tutti gli oceani del mondo, variano dai 200.000 ai 2.000.000 di individui. Sebbene il capodoglio sia stato cacciato per alcuni secoli per la carne, l’olio e lo spermaceti, la prospettiva conservazionista del capodoglio è più brillante di quella di molte altre balene. Sebbene sopravviva ancora in Indonesia una pesca costiera su piccola scala, esso è protetto praticamente in tutto il mondo. I pescatori non catturano le creature di mare profondo di cui si nutrono i capodogli e il mare profondo è probabilmente più resistente all’inquinamento degli strati superficiali.

Comunque, il recupero dagli anni della caccia alla balena è un processo lento, soprattutto nel Pacifico meridionale, dove il prezzo pagato dai maschi in età riproduttiva è stato molto severo.

Osservazione dei capodogli

I capodogli non sono le balene più facili da osservare, a causa dei loro lunghi periodi di immersione e della loro abilità nel viaggiare per lunghe distanze sott’acqua. Comunque, a causa dell’aspetto distintivo e delle grandi dimensioni di questa balena, la sua osservazione sta diventando molto popolare. Gli osservatori di capodogli usano spesso degli idrofoni per ascoltare gli schiocchi delle balene e localizzarle prima che riemergano. Luoghi celebri per l’osservazione del capodoglio comprendono la pittoresca Kaikoura, sull’Isola del Sud della Nuova Zelanda, dove la piattaforma continentale è così stretta che le balene possono essere osservate dalla costa, Andenes e Tromsø nella Norvegia artica e le Azzorre, dove possono essere viste per tutto l’anno, a differenza di altre balene, che si possono vedere solamente durante le migrazioni. Si ritiene che Dominica sia l’unica isola caraibica con un branco di femmine e piccoli residente per tutto l’anno.

Nelle notizie

Nel luglio 2003 un’enorme massa indistinta di carne bianca venne trovata su una spiaggia delle coste del Cile meridionale. La lunga massa di 12 metri di tessuto gelatinoso fece credere che si fosse scoperto un polpo gigante sconosciuto. I ricercatori del Museo di Storia Naturale di Santiago conclusero invece che la massa era in verità l’interno di un capodoglio, conclusione dedotta dall’osservazione delle ghiandole dermiche. Quando un capodoglio muore, i suoi organi interni si decompongono, fino a che l’animale non diventa poco più di una massa semiliquida intrappolata sotto la pelle. La pelle può infine strapparsi, causando la fuoriuscita della massa interna e l’eventuale spiaggiamento.

I capodogli morti spesso galleggiano verso la costa. Oltre ai tessuti decomposti sopra indicati, i gestori delle spiagge temono che gli squali, in particolare il grande squalo bianco, possano essere attratti verso la spiaggia dalla carne putrefatta e che possano causare un pericolo potenziale per i bagnanti. Per questo motivo, i capodogli morti vengono spesso rimorchiati al largo prima che si spiaggino. Questo avvenne due volte nel maggio 2004, una volta al largo di Oahu, alle Hawaii, dove un capodoglio morto venne rimorchiato in mare per 35 miglia, ma ritornò sulla costa due giorni dopo.

Balene esplosive

Forse per ricercare la notizia più famosa riguardante un capodoglio bisogna tornare indietro fino al 1970, quando un animale in decomposizione di 7,25 tonnellate di peso e 13,7 m di lunghezza venne a riva in Oregon. Per qualche tempo fu una curiosità per i residenti locali. Essendo la spiaggia di pubblico diritto di transito, fu compito dei membri del Dipartimento dei Trasporti dell’Oregon occuparsi di questo. Essi riempirono l’animale con mezza tonnellata di dinamite. Venerdì 12 novembre la dinamite venne fatta esplodere, ma l’esplosione non si diresse verso il Pacifico, com’era stato previsto. Nessuno rimase ferito, ma un’auto rimase distrutta dalla pioggia di grasso. Gli spettatori furono ricoperti da pezzetti maleodoranti di capodoglio morto.

Nel gennaio 2004 avvenne un fatto ben più eclatante sotto i riflettori dei media globali. Un esemplare di capodoglio morto, lungo 17 m e pesante 50 tonnellate, si arenò sulla spiaggia di Tainan City, a Taiwan. Mentre veniva trasportato all’università della città, la pressione dei gas provocati dalla decomposizione all’interno del corpo causò un’esplosione. Nessuno rimase ferito, ma il sangue e le viscere si sparsero su alcune auto e travolsero i pedoni.

Incidenti

Nel marzo 2007 un pescatore giapponese è annegato dopo che la sua imbarcazione è stata capovolta da un capodoglio spaventato che stava cercando di soccorrere. La balena stava vagando nelle acque relativamente basse in una baia di Shikoku.

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Cappasanta/Capasanta/Pecten jacobaeus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Pecten jacobaeus, volgarmente noto come cappasanta, capasanta (variante napoletana), pettine di mare o conchiglia di San Giacomo, è un mollusco bivalve a struttura inequivalve provvisto di 14-16 costole striate che si irradiano dalla cerniera. Molto diffuse nel Mar Adriatico, sono ricche di sali minerali e vengono adoperate per preparare una serie di piatti deliziosi.

Descrizione

Le due valve della conchiglia sono diverse. Quella inferiore, con cui l’animale si appoggia al fondo, è molto convessa e di colore chiaro, mentre quella superiore è pianeggiante e di colore bruno. Raggiunge le dimensioni di 12-14 cm circa.

La cappasanta possiede la particolarità, rara nel mondo animale di essere munita di occhi catadiottrici elementari che funzionano per riflessione. La riproduzione ermafrodita di questo mollusco avviene nei mesi di maggio e giugno dando luogo a una piccola larva planctonica.

In Europa vivono nel Mediterraneo. In Normandia, in Bretagna, in Scozia, in Irlanda e in Inghilterra vive una specie differente, chiamata Pecten maximus. In Italia si trova tra i 25 e i 200 metri di profondità pressoché in tutti i mari arenosi o sabbiosi e ricchi di detriti. I giovani esemplari vivono ancorati al fondale mediante dei filamenti, mentre gli adulti si spostano liberamente sul fondale aprendo e chiudendo repentinamente le valve per consentire una rapida fuoriuscita d’acqua: questo metodo consente all’animale di spostarsi con estrema velocità, anche per lunghi tratti. Questa capacità di spostarsi velocemente ha portato i giapponesi a chiamare questo mollusco col nome di “pesce serpente“. Tuttavia non tutte le specie di Pectinidae hanno questa capacità di muoversi liberamente, anzi alcune specie prediligono la staticità ancorandosi su scogli od intrecci di piante marine.

La cappasanta è un essere vivente ermafrodita e viene particolarmente apprezzato quando le gonadi dei due sessi, una arancio corallina e una avorio, sono ben evidenti.

Le carni sono gustose, sia crude sia cotte, anche se per motivi d’igiene e di rischi di malattie infettive ne è sconsigliato il consumo crudo, come del resto di tutti i bivalve essendo animali filtratori.

Affine alla cappasanta è il pettine vario (Chlamys varia) che si differenzia da essa per le sue valve entrambe convesse.

Storia e consumo alimentare

Esemplare fossile di P. jacobaeous del Pliocene italiano

Evidenze archeologiche hanno dimostrato che i molluschi marini sono stati tra i primissimi alimenti consumati dall’umanità.

Tra questi molluschi commestibili rientrano anche le cappesante. Il primo scrittore a esaltare il gusto delle cappesante fu il filosofo greco Aristotele che raccomandava di: “cucinarle alla griglia e cospargere il frutto con dell’aceto, al fine di esaltare la loro dolcezza“. Questa antica “ricetta” è stata rinvenuta anche tra gli scritti del filosofo Senocrate.

Sono pervenute ulteriori evidenze storiche sul loro consumo da diversi scrittori Romani.

Inoltre sembra che l’abitudine di ricoprire il frutto con del pangrattato e di cuocerlo poi al forno sia nata in Europa attorno al XVII secolo[1].

Oltre che nei paesi che si affacciano sul Mar Mediterraneo, le cappesante sono molto comuni ed apprezzate in Inghilterra, dove vengono regolarmente pescate lungo la Manica. Ricette tipiche dell’isola britannica sono le cappesante fritte o cotte al forno con burro. Un’altra variante prevede la cottura in forno con vino bianco.

Anche negli Stati Uniti le cappesante sono molto apprezzate e consumate: pescate unicamente lungo le coste atlantiche, sono entrate nella tradizione culinaria americana relativamente tardi; la prima ricetta rinvenibile su un libro di cucina risale addirittura al 1870.

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Capolepre/Lagocephalus lagocephalus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il capolepre (Lagocephalus lagocephalus) è un pesce di mare appartenente all’ordine Tetraodontiformes ed alla famiglia Tetraodontidae.

Specie non valutata

Distribuzione ed habitat

Il suo areale va dalla Manica a tutte le coste dell’Africa tropicale. È presente in tutto il Mar Mediterraneo dove però è raro.

Il suo habitat è in acque aperte, mai troppo al largo però, né troppo lontano dal fondo.

Descrizione

Come tutti i pesci palla ha un aspetto molto caratteristico: pinne dorsale e anale molto arretrate e quasi simmetriche, capo caratteristico con bocca fornita di soli 4 denti molto robusti, corpo con sezione pressoché quadrangolare, assenza di pinne ventrali. La pinna caudale ha il lobo inferiore più lungo.

La livrea è caratteristica ed è il miglior criterio per distinguerlo da specie affini, il dorso è infatti di colore blu, i fianchi bruni ed il ventre bianco mentre le pinne sono tutte scure.

Le dimensioni possono giungere a 65 cm.

Alimentazione

Si nutre di invertebrati bentonici a guscio duro come Crostacei e Molluschi che tritura con i robusti denti.

Riproduzione ed abitudini

La sua biologia è poco nota.

Pesca

Si cattura solo occasionalmente.

Pericolosità

Sebbene la sua tossicità non sia accertata numerose specie appartenenti allo stesso genere hanno carni, pelle e viscere altamente tossiche a causa dell’alto contenuto di tetrodotossina, veleno mortale per l’uomo. Inoltre può creare qualche rischio a causa della potente dentatura capace di provocare ferite anche gravi.

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Capone ubriaco/Trigloporus lastoviza

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il capone ubriaco (Trigloporus lastoviza) è un pesce di mare appartenente alla famiglia Triglidae. È l’unico membro del genere Trigloporus.

Distribuzione e habitat

È diffuso in tutto il mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico contiguo a nord fino alle Isole Britanniche. Nei mari italiani sembra più comune in Adriatico.

Vive su fondi sabbiosi a piccole profondità, spesso vicino a posidonieti.

Descrizione

È una tipica “Gallinella” con muso assai ripido e pinne pettorali grandi che superano l’inizio della pinna anale. Come tutti i Trglidi possiede 3 raggi della pinna pettorale liberi con cui si muove sul fondale e pinne pettorali ampie ed a forma di ali.

La livrea è sui toni del rossastro, a volte anche rosso vivo, più spesso di color bruno-mattone con variegature e macchie molto variabili. Le pinne pettorali superiormente hanno colori simili a quelli del corpo mentre sotto hanno un vivace colore nero-blu con punteggiature blu elettrico.

L’animale normalmente non supera i 25 cm (eccezionalmente fino a 40).

Alimentazione

Si ciba soprattutto di crostacei brachiuri bentonici.

Pesca

Si cattura con vari sistemi di pesca e viene venduto tra il pesce da zuppa.

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Capone lira/Trigla lyra

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il capone lira (Trigla lyra) è un pesce di mare appartenente alla famiglia Triglidae.

Distribuzione e habitat

È diffuso in tutto il mar Mediterraneo e nell’Atlantico a nord fino alla Scozia.
Vive su fondi sabbiosi profondi, in genere tra i 100 ed i 500 m di profondità.

Descrizione

Ha il muso allungato ed appiattito a formare un rostro che, visto da sopra, presenta una profonda intaccatura centrale. Il profilo del capo è nettamente concavo. Le pinne pettorali sono ampie e di colore rossastro. Gli occhi sono più grandi che negli altri Triglidae.
Il colore è rossastro o rosa salmone.
Raggiunge i 70 cm di lunghezza.

Alimentazione

Si nutre di crostacei, molluschi e piccoli pesci (soprattutto Callionymidae).

Pesca

Si cattura con reti a strascico e palamiti di profondità. Le carni sono molto apprezzate.

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Cappone/Gallinella/Chelidonichthys lucerna

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La gallinella o cappone[2] (Chelidonichthys lucerna (Linnaeus, 1758)) è un pesce teleosteo della famiglia Triglidae.[3]

Nome comune

Per legge, i nomi di “gallinella” e “cappone” coprono la specie Chelidonichthys lucerna e le specie affini C.cuculus, C.obscurus, Eutrigla gurnardus, Trigla lyra e Trigloporus lastoviza, mentre per altre specie, come C.kumu, è ammesso il termine “gallinella” accompagnato da specificazioni varie (australe, del Pacifico, oceanica).[2]

Al di fuori degli obblighi commerciali, è usato anche il nome di “pesce capone” (o semplicemente “capone”), soprattutto in alcune regioni.[4] A volte è usata anche la combinazione “capone gallinella”.

D’altra parte, il termine “cappone”, sempre al di fuori degli obblighi commerciali, in Liguria e Toscana indica anche lo scorfano[5], mentre in Sicilia il termine “pesce capone” o “capone” indica la lampuga.[6]

Distribuzione e habitat

Oceano Atlantico orientale, dall’Irlanda al Marocco e nel mar Mediterraneo da 20 ad anche 200 metri di profondità, su fondali sabbiosi.

Descrizione

Chelidonichthys lucerna

Ha una testa grande e massiccia con un muso ben visibile e sporgente, la spina sull’opercolo non è molto grande. Il profilo della fronte è dritto, non incavato. Le pinne pettorali sono ampie e di color nero-blu con disegni blu elettrico vivace ed una macchia nera all’attaccatura. La linea laterale è evidente, ogni scaglia sulla linea laterale ha un dentello rivolto indietro. Pinna dorsale a punta. La colorazione del corpo è brunastra o rossiccia sul dorso mentre sui fianchi vira sul rosa salmone. Il ventre è bianco. Raggiunge i 70 cm di lunghezza[7].

Biologia

Può emettere suoni brontolanti con la vescica natatoria. Quando viene inseguito, intorbida l’acqua per confondere il predatore.

Alimentazione

Mangia soprattutto crostacei e molluschi, che cattura sui fondali sabbiosi.[7].

Pesca

Si pesca con reti a strascico[7], reti da posta, palamiti e lenze.

Consumo

Filetti di gallinella infarinati

Frittura burro e salvia

Le carni sono bianche e tenere, molto apprezzate. Vengono consumati di solito esemplari non troppo grossi, di pezzatura compresa tra i due etti e il mezzo chilo[7]. Può essere fritta o cotta al forno[8], in genere dopo essere stata sfilettata. Esistono però anche varie ricette per la cottura in umido, con l’accompagnamento di pomodori o altre verdure[9].

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Carango arcobaleno/Elegatis bipinnulata

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Il carango arcobaleno (Elegatis bipinnulata) detto anche seriolina o carango striato (rainbow runner in inglese) è un pesce osseo marino della famiglia Carangidae. Si tratta dell’unica specie del genere.

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa in tutti gli oceani nella fascia tropicale e subtropicale. Nel mar Mediterraneo è molto rara ed è stata segnalata solo in acque italiane, a Genova nel 1846, in diversi esemplari.
Si tratta di un pesce pelagico che può incontrarsi sia vicino alle rive che al largo.

Descrizione

Ha l’aspetto tipico di molti carangidi per il suo corpo allungato ed a sezione rotonda con pinna caudale potente e profondamente forcuta. La bocca è piccola e non raggiunge l’occhio, al contrario di quasi tutti gli altri carangidi. Anche l’occhio, di colore dorato, non ha grandi dimensioni. Le pinne dorsali sono due, la prima molto bassa e composta da solo 6 raggi, la seconda poco più alta ma lunga. La pinna anale è simile alla seconda dorsale ma più corta. Sul sottile peduncolo caudale, al termine della pinna anale e della pinna dorsale sono presenti due pinnule simili a quelle del tonno o dello sgombro. Le pinne pettorali e le pinne ventrali sono piccole.
Il colore generale è verdastro oliva sul dorso e bianco con riflessi dorati sul ventre. Una fascia giallo oro percorre tutto il corpo, dall’occhio al peduncolo caudale, bordata da altre due linee azzurro vivo, di cui la superiore più vivace. Dopo la morte del pesce queste tinte sbiadiscono. Le pinne sono dorate.
Le dimensioni massime sono di oltre 170 cm (per circa 45 kg) ma normalmente un esemplare di 100 cm è già eccezionale.

Alimentazione

Predatore. Si nutre di invertebrati pelagici e piccoli pesci.

Riproduzione

Depone uova pelagiche.

Biologia

Si tratta di una specie gregaria che forma grandi banchi. I piccolissimi esemplari si trovano fra le alghe e quando sono più grandi accompagnano gli squali come i pesci pilota.

Pesca

Esemplare catturato a mosca

Viene catturato dai pescatori sportivi con la tecnica della traina e della pesca a mosca ed è molto apprezzato per le carni e per la strenua resistenza che oppone al recupero. Catturato anche dai pescatori professionisti con reti di vario genere. Le carni sono ottime come quelle di tutti i carangidi.

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Carango cavallo/Caranx hippos

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Caranx hippos, conosciuto comunemente come carango cavallo, è un pesce di mare della famiglia Carangidae.

Distribuzione e habitat

Questo pesce vive in tutte le acque tropicali e temperate calde del globo, nel mar Mediterraneo è complessivamente raro. Anche nei mari italiani non è comune.
Ha uno stile di vita decisamente pelagico ma si può talvolta incontrare vicino alle coste, soprattutto i giovani esemplari che penetrano anche in foci e lagune. Gli adulti si incontrano vicino a riva solo nei pressi di promontori ed isole.

Descrizione

Ha un corpo decisamente alto e compresso lateralmente, con una sagoma caratteristica; la fronte è ripida e forma un netto angolo con il profilo del dorso. Il ventre, invece, è piatto o concavo. Le pinne dorsali sono due, la prima è piccola e ha 7 raggi mentre la seconda è lunga, con un lobo anteriore allungato ed acuto, è opposta e perfettamente simmetrica alla pinna anale. La pinna caudale è profondamente forcuta e molto ampia. Le pinne pettorali sono a forma di falce e molto lunghe, superano di un buon tratto la pinna anale. Le ventrali sono invece piccole. La linea laterale presenta una curva che termina all’incirca alla fine della pinna pettorale dopo che diventa rettilinea ed è ricoperta da squame ingrandite (scudetti). Sul peduncolo caudale ci sono due carene.

Caranx hippos nel suo ambiente naturale

Il colore normalmente è verde azzurro o grigio piombo con riflessi dorati (non sempre visibili) sul dorso, argentato sui fianchi e bianco o madreperlaceo sul ventre. Sul bordo dell’opercolo branchiale c’è un’evidente macchia scura. La pinna caudale (e talvolta anche il lobo delle pinne dorsale ed anale) sono giallastre, a volte giallo canarino. A volte, soprattutto nei piccoli esemplari, l’intero corpo è di colore giallo vivo o azzurrognolo con 5 o 6 strisce verticali grigio plumbeo, colori che scompaiono dopo la morte del pesce.
Supera il metro di lunghezza per 10 kg di peso.

Alimentazione

È carnivoro e caccia piccoli pesci pelagici, soprattutto clupeidi.

Pesca

È una preda molto apprezzata dai pescatori sportivi che lo catturano a traina. È uno strenuo combattente e lotta tenacemente riuscendo spesso a riconquistare la libertà. Ha ottime carni, simili a quelle della ricciola.

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Carango dentice/Pseudocaranx dentex

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Il carango dentice (Pseudocaranx dentex) è un pesce di mare della famiglia Carangidae.

Distribuzione e habitat

Questo pesce ha una distribuzione circumtropicale, si trova in tutti i mari tropicali o subtropicali, tra cui il mar Mediterraneo, dove però è raro. In Italia non è comune anche se si incontra con più frequenza nelle acque siciliane[1].

È una specie pelagica e si avvicina alle coste, soprattutto delle piccole isole, in inverno. Non si trova comunque mai in alto mare.

A shoal of juvenile Silver Trevally (Pseudocaranx dentex). Fairy Bower, Manly, NSW

Descrizione

Ha un corpo piuttosto schiacciato lateralmente, piuttosto alto, con profilo della fronte piatto ed una lieve concavità frontale (carattere variabile da individuo ad individuo) e muso appuntito. Il terzo posteriore della linea laterale presenta scaglie allargate o scudetti. Le pinnedorsali sono due, la prima breve, con 7 raggi spinosi e la seconda lunga, bassa e senza lobo anteriore appuntito, identica ed opposta alla pinna anale. La pinna pettorale è falciforme e non raggiunge gli scudetti della linea laterale. La pinna caudale è ampia e molto forcuta.
Il colore è azzurro o argenteo con pinne dorsali, pinna anale, pinna caudale e scudetti della linea laterale di color giallo brillante nell’animale vivo.
Misura fino ad 80 cm ma la misura media è sui 35 cm.

Pesca

Si cattura con lenze a traina ed ha carni eccellenti.

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Carango mediterraneo/Caranx crysos

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Caranx crysos, conosciuto comunemente come carango mediterraneo o carango dorato, è un pesce di mare della famiglia Carangidae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Si trova nell’Oceano Atlantico sia orientale (da Gibilterra all’Angola) che occidentale (da New York al Brasile) e nel mar Mediterraneo, soprattutto orientale ed è penetrato nel canale di Suez effettuando un percorso inverso rispetto alla migrazione lessepsiana. Nei mari italiani è raro.
È pelagico costiero, si incontra soprattutto su fondali sabbiosi.

Descrizione

Il corpo è fusiforme ma compresso lateralmente, ha più o meno la stessa curvatura sul lato ventrale e su quello dorsale. L’occhio, abbastanza grande, ha una palpebra simile a quella del cefalo o del sugarello, la bocca raggiunge la pupilla. Le pinne pettorali sono più corte che nel carango cavallo e raggiungono l’inizio delle pinne pinna anale e seconda dorsale, che hanno lobi appuntiti poco rilevati. La linea laterale ha le squame ingrossate (scudetti) su una porzione rettilinea abbastanza lunga.
Il colore è grigio o verdognolo sul dorso e argentato o dorato su fianchi e ventre.
Misura al massimo 60 cm di lunghezza per 3 kg di peso.

Riproduzione

Si riproduce in estate in acque costiere.

Pesca

È una preda della pesca a traina ed ha carni ottime.

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Carango ronco/Caranx rhonchus

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Il carango ronco (Caranx rhonchus) è un pesce di mare della famiglia Carangidae.

Distribuzione e habitat

Si tratta di una specie ad areale meridionale, si incontra in Oceano Atlantico orientale tra il golfo di Cadice e l’Angola e nel mar Mediterraneo, soprattutto nel settore orientale. In Italia è poco comune nei mari siciliani e decisamente raro altrove.
È un pesce pelagico di profondità, si pesca tra 50 e 300 metri di fondale.

Descrizione

Il suo aspetto generale ricorda più un sugarello che un Caranx. Il corpo è abbastanza affusolato, per quanto piuttosto compresso lateralmente. L’occhio è più grande che nei congeneri. Le pinne dorsali sono due, entrambe abbastanza alte, la seconda è opposta ed identica alla pinna anale e porta una vistosa macchia nera spesso sormontata da una bianca. Né la pinna anale né la pinna dorsale hanno il lobo acuto tipico di altri Caranx. Le pinne pettorali sono falcate e raggiungono l’inizio della seconda pinna dorsale; le pinne ventrali sono invece piccole, quando sono ripiegate sono alloggiate in una scanalatura ventrale. Sul peduncolo caudale sono presenti due piccole pinne (pinnule) una al di sopra ed una al di sotto dello stesso. La linea laterale presenta squame ingrossate (scudetti) nella parte posteriore.
La colorazione è verdastra sul dorso, argentata sui fianchi e bianchi nella regione ventrale, spesso sono presenti riflessi dorati, su tutto il corpo. La macchia nera sul bordo dell’opercolo branchiale spesso è poco visibile.
Misura fino a 40 cm di lunghezza.

Pesca

Si cattura con reti a strascico, reti da circuizione e lenze a traina. Le carni sono ottime ma non ha importanza commerciale data la rarità.

Tassonomia

Talvolta questa specie è stata attribuita al genere Decapterus.

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Caravella portoghese/Physalia physalis

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La caravella portoghese (Physalia physalis Linnaeus, 1758) è un celenterato marino, una delle due specie del genere Physalia insieme a Physalia utriculus.[1] Per il suo aspetto viene spesso scambiata per una medusa, ma è in realtà un sifonoforo. Non si tratta cioè di un singolo organismo pluricellulare, ma dell’aggregazione di quattro diversi individui specializzati chiamati zooidi,[2] collegati e fisiologicamente integrati tra loro al punto da essere reciprocamente dipendenti per la sopravvivenza. È dotata di tentacoli capaci di punture molto dolorose e pericolose per l’uomo.

Etimologia

Il nome “caravella portoghese” deriverebbe dall’aspetto dell’individuo galleggiante, che ricorderebbe appunto una caravella a vele spiegate.[3]

Descrizione

La caravella portoghese è composta da quattro tipi di polipi.[3] Il primo, chiamato pneumatoforo o più comunemente “vela”, è una sacca galleggiante colma di gas, che consente all’animale di galleggiare. È lunga tra i 9 e i 30 cm, alta fino a 15 cm, prevalentemente trasparente con tinte blu, viola, rosa o malva. L’individuo è capace di generare autonomamente o prelevare dall’atmosfera i gas di cui necessita: tale miscela è solitamente composta per il 14% da monossido di carbonio mentre per il resto da azoto, ossigeno e argon nonché tracce di biossido di carbonio.[4] Ha inoltre proprietà aerodinamiche che apparentemente può modificare contraendo la cresta. Galleggia sospinta dal vento ad un’angolazione dipendente dalla curvatura della parte emersa e dalla resistenza della parte sommersa. Attaccati al di sotto di essa si trovano i tentacoli, lunghi fino a 50 metri[3] (sebbene la loro lunghezza media si aggiri intorno ai 10 metri), fortemente urticanti e costituiti da individui dattilozoidi, incaricati di ricercare e catturare le prede e di dirigerle verso gli individui gastrozoidi, che si occupano della loro digestione. Della riproduzione si occupano invece gli individui gonozoidi.[5]

Biologia

Physalia physalis

Comportamento

Un piccolo pesce, Nomeus gronovii (noto come “derivante delle caravelle” o “pesce pastore”), è parzialmente immune al veleno delle nematocisti e può vivere tra i tentacoli. Sembra che eviti i tentacoli più grandi e si cibi di quelli più piccoli vicini allo pneumatoforo. In mezzo ai tentacoli, oltre a questa specie, ne vengono spesso rilevate altre, come il pesce pagliaccio o il carangide Carangoides bartholomaei. In particolare il primo, similmente a quanto accade con le anemoni di mare, si aggira impunemente tra i tentacoli, probabilmente grazie al suo muco protettivo, capace di bloccare le nematocisti.

Tutti questi pesci, rifugiandosi tra i tentacoli velenosi, si riparano dai propri predatori, mentre per la caravella la loro presenza attira altri organismi di cui cibarsi.[6]

I polpi del genere Tremoctopus sono immuni al veleno della Physalia physalis e sono noti per strapparne i tentacoli e usarli a scopo difensivo[7].

La tartaruga comune Caretta caretta si ciba della caravella portoghese abitualmente.[8] La pelle della tartaruga è infatti troppo spessa perché le punture riescano a penetrarla. Anche i molluschi Glaucus atlanticus[9] e Janthina janthina[10] si cibano della caravella.

In caso di aggressione dalla superficie, la “vela”, che è anche dotata di una sorta di sifone, può sgonfiarsi a piacimento e quindi immergersi per brevi periodi per sfuggire al predatore.[11]

Questa specie è responsabile ogni anno di oltre 10.000 punture sull’uomo in Australia, particolarmente sulla costa orientale, meno frequentemente nella costa meridionale e occidentale.[12]

Gli oltre dieci tipi di veleno di cui sono colme le nematocisti nei tentacoli della caravella portoghese sono in grado di paralizzare e uccidere rapidamente piccoli pesci e una varietà di altre prede di piccole dimensioni. Ciascun tipo di veleno è caratterizzato da un suo colore e per alcuni non sono ancora conosciuti rimedi.[13] I tentacoli staccati ed in genere gli esemplari morti rimangono ugualmente pericolosi per ore se non giorni dall’avvenuto distacco o morte.[14]

Le punture causano solitamente forte dolore nell’uomo, lasciando ferite simili a frustate, vere e proprie piaghe arrossate che durano normalmente due o tre giorni, mentre il dolore solitamente scompare dopo un’ora. Più raramente gli effetti avversi possono aggravarsi: shock anafilattico, febbre e interferenze con le funzioni cardiache e polmonari[15] sono possibili, fino alla morte,[16] seppure ciò accada raramente.[17] Dopo una puntura potrebbero rendersi necessarie cure mediche, specialmente se il dolore rimane intenso, se c’è una reazione estrema, se l’esantema peggiora, se si scatena un malessere diffuso o una striscia arrossata si sviluppa tra i linfonodi e la puntura, o se entrambe le aree diventano rosse e morbide.

Alimentazione

La caravella portoghese è un carnivoro:[3] cattura e paralizza le sue prede, solitamente piccoli pesci e organismi marini, nonché plancton, utilizzando i suoi tentacoli velenosi che si agitano nell’acqua; intervengono quindi i polipi gastrozoidi, che sono la parte “digerente” dell’animale, i quali reagiscono con rapidità alla presenza di nutrimento e si aggrovigliano fino a raggiungerlo e ad agganciarlo; digeriscono quindi il nutrimento secernendo enzimi in grado di scomporre le proteine, i carboidrati e i lipidi.

Distribuzione e habitat

La caravella portoghese è una specie oceanica che vive al largo, molto comune nelle fasce subtropicali e tropicali degli oceani Atlantico, Indiano e Pacifico, ma capace di sopravvivere a nord fino alle latitudini della Baia di Fundy e delle isole Ebridi.[18] Vive esclusivamente sulla superficie dell’oceano, mantenendo il galleggiamento grazie allo “pneumatoforo”, il caratteristico sacchetto trasparente colmo di gas, mentre il resto rimane sommerso sotto di esso.[3] Non avendo organi deputati alla locomozione, la caravella si muove sfruttando la combinazione tra venti, correnti e maree.

Caravella portoghese spiaggiata a Palm Beach, Florida

Forti venti possono spingerle ad avvicinarsi alla costa, in alcuni casi portandole anche a spiaggiare. Raramente si rinviene un esemplare solitario: nella maggior parte dei casi, infatti, al ritrovamento di uno consegue l’avvistamento di altri nelle vicinanze.[3] La reazione al loro ritrovamento sotto costa differisce notevolmente da una parte all’altra del mondo. Data la pericolosità delle sue punture, spesso il rinvenimento può portare alla chiusura totale delle spiagge coinvolte.[19] Nell’estate del 2009 ne è stata avvistata una colonia di circa 50 esemplari al largo delle coste spagnole, vicino a Murcia.[15] È stata avvistata anche nello Stretto di Messina.[20]

Tassonomia

Physalia utriculus è un’altra specie del genus Physalia contemplata da NCBI[21], ma non da WoRMS[22] e ITIS[23]. La supposta distinzione fra le due specie risiederebbe nella loro distribuzione: la P. physalis nell’oceano Atlantico e la P. utriculus nell’Indo-Pacifico.

Trattamento delle punture

Avvertenza
Le informazioni riportate non sono consigli medici e potrebbero non essere accurate. I contenuti hanno solo fine illustrativo e non sostituiscono il parere medico: leggi le avvertenze.

Le punture di una caravella portoghese, anche se raramente, possono essere letali per l’uomo.[24][25] Essendo spesso scambiata per una medusa, si adoperano talvolta rimedi inappropriati: la composizione del veleno differisce infatti da quello delle meduse vere e proprie. I trattamenti appropriati possono essere elencati come segue:

  • evitare ulteriori contatti sulla pelle con l’animale e rimuovere ogni eventuale residuo di tentacoli o di altre parti della caravella;
  • applicare acqua salata sulla parte interessata (non acqua dolce, perché può peggiorare la situazione);[26][27]
  • in seguito applicare acqua calda a 45 °C sull’area interessata per almeno 15-20 minuti,[28] al fine di ridurre il dolore denaturando le tossine;[29]
  • se sono stati colpiti gli occhi, sciacquarli abbondantemente con acqua di rubinetto a temperatura ambiente per almeno 15 minuti. Se la visione dovesse cominciare a sfocarsi o gli occhi continuassero a lacrimare, dolere, gonfiarsi o mostrare poca sensibilità dopo averli sciacquati, o qualsiasi altro problema persistente, è necessario consultare un medico o andare al pronto soccorso il prima possibile.

Non è per il momento consigliato l’utilizzo dell’aceto[27] in quanto l’utilizzo di quest’ultimo pare facilitare la penetrazione delle tossine e peggiora i sintomi delle punture, ma recenti studi affermano il contrario.[30] È stato anche confermato il pericolo di emorragie tramite le punture di specie più piccole.[31]

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Cassiopea mediterranea/Cotylorhiza tuberculata

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La cassiopea mediterranea (Cotylorhiza tuberculata (Macri, 1778)) è una scifomedusa della famiglia Cepheidae, comune nel mar Mediterraneo.

Descrizione

Questa specie, che raggiunge i 30 cm di diametro, presenta un caratteristico ombrello a forma di disco bianco, con una gobba rotonda e gialla al centro (sembra un uovo all’occhio di bue). Il margine è tipicamente frastagliato, di colore giallo o talvolta verdastro per la presenza di zooxantelle. La specie, come tutte quelle appartenenti alla classe delle Rhizostomeae, è priva di tentacoli, ma ricca di braccia orali che si dipartono dai quattro lobi della bocca, delle quali molte sono sottili e terminano con un bottoncino di colore blu/viola.

Distribuzione e habitat

È una specie pelagica, endemica del mar Mediterraneo, molto comune, in particolare nell’Adriatico da ottobre a maggio.

Biologia

A dispetto delle sue grandi dimensioni, questa specie non è urticante. Solo i soggetti più sensibili possono incorrere in piccoli pizzichi a contatto con le braccia.

Tipica la presenza, in prossimità delle stesse, di piccoli avannotti delle specie Trachurus trachurus, Seriola dumerili, Caranx ronchus, Sarpa salpa e Boops boops.

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Galleria d’immagini

Castagnola rossa/Anthias anthias

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Anthias anthias (Linnaeus, 1758), conosciuto comunemente come castagnola rossa è un pesce osseo marino appartenente alla famiglia dei Serranidae.

Rischio minimo

Distribuzione e habitat

Si trova nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico orientale dal Portogallo all’Angola, ci sono segnalazioni anche dalla Namibia settentrionale[1]. È molto comune nel Mediterraneo[2] ma raro nell’Adriatico[3].

Il suo habitat si trova nel piano circalitorale su fondi a coralligeno in ombra e ricchi di cavità. Si incontra fino a 200 metri di profondità, inizia ad essere comune attorno ai 30 metri. È un comune abitatore delle grotte sottomarine. Nel periodo estivo si può incontrare a profondità relativamente minori, sempre in caverne o anfratti oscuri[1][2][3][4].

Descrizione

Questo pesciolino è abbastanza diverso dagli altri serranidi mediterranei dato che ha una sagoma più alta e corpo compresso ai lati, con bocca relativamente piccola. Gli occhi sono grandi e la fronte leggermente arcuata. La bocca è armata di piccoli denti caniniformi. La pinna dorsale è abbastanza ampia, nei maschi il secondo e il terzo raggio spinoso portano un’appendice laminare simile a una bandierina. La pinna caudale è fortemente forcuta, il lobo inferiore è più lungo e appuntito del superiore. Le pinne ventrali sono molto allungate e molto più grandi delle pinne pettorali, nel maschio sono molto più sviluppate che nella femmina e di solito hanno una macchia gialla arancio all’estremità. Le scaglie sono presenti anche nella regione della testa. La linea laterale è molto incurvata e decorre lungo il profilo del dorso tranne che nel peduncolo caudale[2][3][4].

La livrea è appariscente: da rosso violacea ad arancio vivo con tre strisce gialle dietro l’occhio, che è circondato da un anello giallo e azzurro[2][3][4].

La lunghezza arriva a 27 cm, normalmente raggiunge i 15 cm[1].

Biologia

Comportamento

Vive in banchi non compatti e poco dinamici. Se disturbati i banchi si rifugiano immediatamente in un anfratto[4]. Ha abitudini notturne[1].

Alimentazione

Si nutre di crostacei e pesciolini[1].

Riproduzione

È un ermafrodita proterogino, che da femmina diviene maschio con la crescita[1]. Si riproduce in estate[2].

Pesca

Si cattura con reti da posta e nasse oltre che con le lenze innescate con esche animali[3].

Le carni hanno scarso valore perché liscose[3].

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Castagnola/Chromis chromis

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Chromis chromis, conosciuto comunemente come castagnola, è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia Pomacentridae, di cui è l’unico rappresentante nel Mediterraneo.

Rischio minimo

Chromis chromis (Linnaeus, 1758) – juvénile

Distribuzione e habitat

La castagnola è diffusa nel Mediterraneo (dove è comunissima) e nell’Atlantico orientale tra il Portogallo e il golfo di Guinea (più raramente fino all’Angola).

Popola i fondali rocciosi poco profondi dove vive in banchi sparsi a mezz’acqua. Si trovano anche sopra le praterie di Posidonia oceanica. I piccoli esemplari ancora con la livrea blu sono fotofobi e si incontrano spesso in grotte, crepacci ed altri ambienti ombreggiati.

Descrizione

Presenta un corpo ovale, schiacciato, con bocca piccola ed occhi grandi. La pinna dorsale è unica, con raggi spinosi anteriori e raggi molli più lunghi posteriormente, la pinna anale ha solo due raggi spinosi seguiti da molti molli. La pinna caudale è intaccata al centro e ha due lobi appuntiti. I raggi superiori ed inferiori di questa pinna sono più scuri del resto dando l’impressione di una coda più incisa di quanto non sia in realtà. Le pinne ventrali e le pinne pettorali sono abbastanza sviluppate. Le scaglie sono grandi.

I giovani hanno una colorazione blu elettrico, mentre gli esemplari adulti la perdono gradatamente con la crescita per diventare marrone scuro o nerastri con file longitudinali di macchioline più chiare sui fianchi. La colorazione può variare: i maschi in frega sono molto scuri mentre di notte gli adulti impallidiscono.

Raggiunge una lunghezza massima di 16 centimetri ma di solito è molto più piccola.

Riproduzione e comportamento

La riproduzione avviene in estate, il maschio effettua una danza nuziale per convincere la femmina a recarsi sulla parte di fondale che fungerà da nido. Lì avviene la deposizione per circa 10 minuti dopo di che la femmina viene immediatamente scacciata. Le uova non sono galleggianti ma si attaccano al substrato grazie ai filamenti adesivi di cui sono equipaggiate e vengono attivamente difese e ossigenate dal maschio.

Alimentazione

Si nutre sia di pesci più piccoli che di invertebrati come policheti, crostacei e tunicati[1].

Pesca

Si cattura in abbondanza con molte tecniche di pesca sia sportiva che professionale ma le sue carni sono scadenti e non hanno nessun interesse economico o gastronomico. Quando sono consumate vengono fritte o utilizzate per preparare la zuppa di pesce.

Acquariofilia

Si tratta di uno dei pesci mediterranei più facili da tenere in acquario dove si può anche riprodurre con una certa facilità.

Musica

A questo pesce è dedicata una canzone napoletana del ‘700, Lo guarracino.

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Cavalluccio camuso /Hippocampus guttulatus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il cavalluccio camuso (Hippocampus guttulatus Cuvier, 1829) è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia Syngnathidae, diffuso nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico orientale.

Dati insufficienti[1]

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nel mar Mediterraneo e nell’oceano Atlantico orientale, dalle coste del Marocco e delle isole Canarie fino alle Isole britanniche, all’Islanda e alle coste della Penisola scandinava sul mare del Nord. Spesso reperibile in prossimità di piante acquatiche (Posidonia oceanica e Zostera prevalentemente) a cui si appiglia con la coda. In diverse aree la specie si è localmente estinta o è comunque divenuta rara, principalmente a causa della pesca; tuttavia, in alcune zone costiere, quali le lagune, sono state segnalate popolazioni molto abbondanti, nonostante l’elevato inquinamento presente[2].

Descrizione

Un giovane esemplare

Di conformazione fisica tipica del cavalluccio marino, ha la particolarità di presentare sul corpo e sulla testa numerose escrescenze appuntite formate dall’esoscheletro. La livrea è uniforme, di colore giallo, talvolta marrone o rossastro, con fasce irregolari bianche. Raggiunge una lunghezza massima di 15 cm.

Riproduzione

È una specie ovovivipara. La femmina, dopo la fecondazione, depone le uova nella tasca posta sul ventre del maschio. Egli coverà le uova per 2-5 settimane fino alla loro schiusa, quando piccoli già formati usciranno dal ventre paterno.

Alimentazione

H. guttulatus ha dieta onnivora: si nutre di piccoli pesci, alghe, gasteropodi, crostacei (prevalentemente gamberetti), anellidi, isopodi.

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Cavalluccio marino/Hippocampus hippocampus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il cavalluccio marino (Hippocampus hippocampus Linnaeus, 1758) è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia Syngnathidae.

Dati insufficienti[1]

Habitat e distribuzione

Il cavalluccio marino è presente nel Mar Mediterraneo, nell’Oceano Atlantico orientale dal Golfo di Guinea, presso le Isole Canarie fino alle Isole britanniche meridionali. Spesso è reperibile intorno ai 10 metri di profondità, in prossimità di alghe o di Posidonia oceanica a cui si appiglia con la coda.

Descrizione

Corpo di colore giallo o variopinto, talvolta rosso, grigio o marrone. Capo appuntito, piuttosto corto. Non ha escrescenze formate dall’esoscheletro sul corpo, tipiche di altre specie dello stesso genere, come lo H. guttulatus. È dotato della pinna dorsale e delle pinne pettorali, poco sviluppate.

Alimentazione

Si nutrono di piccoli crostacei.

Riproduzione

È una specie ovovivipara. La femmina, dopo la fecondazione, depone le uova nella tasca posta sul ventre del maschio. A differenza dello H. guttulatus i due sessi non si trattengono, durante l’accoppiamento, avvolgendo la coda.

Curiosità

L’ippocampo rappresenta lo stemma di due squadre calcistiche: il Cesena e la Salernitana.

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Cefali/Mugilidae

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La famiglia Mugilidae comprende 75 specie di pesci d’acqua salata e salmastra conosciuti comunemente come cefali[1], ed unici appartenenti all’ordine Mugiliformes[2].

Distribuzione e habitat

Questi pesci sono diffusi in tutti i mari tropicali e temperati della Terra.
Abitano acque costiere, più o meno profonde, spingendosi nelle lagune e nelle foci dei fiumi.

Descrizione

Molto simili tra loro, i mugilidi presentano un corpo allungato, con dorso poco convesso e appiattito e ventre più incurvato. Le pinne pettorali sono ampie, così come le ventrali. Le pinne dorsali sono due: la prima è composta da 4 raggi spinosi, la seconda più morbida, formata da molti raggi sottili. La pinna caudale è forcuta e ampia. La linea laterale è poco visibile.
La bocca dei mugilidi è priva di denti; internamente presenta uno stomaco muscoloso e un intestino eccezionalmente lungo.
La livrea è piuttosto simile per tutte le specie: bianco argenteo con pinne più o meno tendenti al giallo o al bruno. Alcune specie presentano striature brune o macchie sulle pinne, altre sono tendenti al rosa.

Alimentazione

Questi pesci si cibano di alghe (prevalentemente diatomee), organismi planctonici e detriti. Gli esemplari che si nutrono in acque dolci o salmastre crescono più velocemente degli altri.

Pesca

Le specie appartenenti al genere Mugil sono molto ricercate in Europa, ma in linea di massima tutte le specie di questa famiglia sono pescate per l’alimentazione umana.

Tassonomia

La famiglia comprende i seguenti generi e specie[3]

La famiglia Mugilidae comprende 75 specie di pesci d’acqua salata e salmastra

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Centroforo/Boccanera/Centrophorus

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Il centroforo boccanera (Centrophorus uyato (Rafinesque, 1810)) è un piccolo squalo di acque profonde della famiglia dei Centroforidi.

Dati insufficienti[1]

Tassonomia

Descritto da Rafinesque nel 1810 con il nome di Squalus uyato, su esemplari della Sicilia, fu attribuito da Garman nel 1913 al genere Centrophorus, istituito da Müller e Henle nel 1837. Garman latinizzò in uyatus il nome specifico originale uyato, di derivazione siciliana, successivamente ripristinato. Il nome scientifico deriva dal greco kéntron, «aculeo», e phéro, «portare», per le spine dorsali; uyato è di etimo incerto, di probabile derivazione dialettale siciliana.

Descrizione

Può raggiungere una lunghezza di 110 cm, ma in genere ne misura tra i 75 e gli 89. È di colore grigio-bruno scuro sul dorso, più chiaro sul ventre; le pinne sono leggermente più scure del dorso, con bordo posteriore chiaro o trasparente. Spesso sopra le fessure branchiali c’è una chiazza scura bluastra, come pure sopra gli occhi. L’interno della bocca è di colore nero-blu. Possiede cinque corte fessure branchiali, tutte davanti alle pettorali. Ha corpo allungato, leggermente compresso, e muso allungato e schiacciato. Gli occhi sono piuttosto grandi, laterali, senza membrana nittitante. Gli spiracoli sono abbastanza grandi, tondi, dietro l’occhio. Come tutti i Centroforidi, presenta due pinne dorsali, ciascuna dotata di una spina corta e forte sul margine anteriore: la base della prima pinna dorsale ha origine dietro l’ascella delle pettorali; la seconda dorsale è grande poco meno delle pelviche e posteriore a esse. La pinna caudale è asimmetrica, con incisura subterminale; il lobo superiore è meno sviluppato che nel centroforo comune. Il peduncolo caudale è senza fossette e senza carene. I denti della mascella superiore (32-44) sono molto più piccoli di quelli inferiori, con una cuspide centrale bassa, verticale nei denti centrali, obliqua in quelli laterali; non ci sono cuspidi secondarie. I denti della mascella inferiore (30-33) sono molto più grandi, compressi, a lama, con una sola cuspide centrale obliqua, senza cuspidi secondarie, con il bordo posteriore profondamente inciso, con orlo liscio, senza dentellature[2].

Biologia

Il centroforo boccanera si nutre di piccoli pesci ossei e di molluschi cefalopodi. È ovoviviparo e raggiunge la maturità sessuale a 81-94 cm (maschi) o 75-89 cm (femmine); di solito partorisce un unico piccolo, lungo circa 40-50 cm[2].

Distribuzione e habitat

Il centroforo boccanera è presente in gran parte del globo. Nell’oceano Atlantico è presente nel golfo del Messico e nelle fasce di mare comprese tra Gibilterra e Senegal, Costa d’Avorio e Nigeria, e Camerun e Angola, nonché nelle acque della Namibia settentrionale e nel bacino occidentale del Mediterraneo. Nell’oceano Indiano vive nelle acque attorno al Mozambico meridionale e all’Australia occidentale. Nel Pacifico è stato segnalato intorno all’Australia. Necessitano di conferma le segnalazioni provenienti dall’India e da Taiwan. Vive in profondità lungo le scarpate continentali, vicino al fondo, tra 50 e 1400 m, ma è più comune al di sotto dei 200 m[2].

Rapporti con l’uomo

Comunemente pescato nell’Atlantico orientale con reti e palangari, viene consumato soprattutto essiccato e salato; l’olio del fegato è potenzialmente pregiato per l’elevato contenuto di squalene[2].

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Centrolofo viola/Schedophilus ovalis

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Il centrolofo viola (Schedophilus ovalis) è un pesce osseo marino della famiglia Centrolophidae.

Distribuzione e habitat

Vive nel mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico orientale tra il Portogallo ed il Sudafrica. Nei mari italiani la presenza è piuttosto rara.
L’adulto si trova ad elevate profondità mentre i giovani si incontrano spesso in superficie, di solito all’ombra di oggetti galleggianti o meduse.

Descrizione

Questo pesce ha sagoma ovale, con muso molto arrotondato. La bocca è relativamente grande. La pinna dorsale è abbastanza alta, come la pinna anale (nell’affine mangiameduse sono molto basse). Le pinne pettorali sono abbastanza lunghe, la pinna caudale è abbastanza forcuta, soprattutto negli adulti.
Il colore è grigio plumbeo con alcune strisce oblique madreperlacee che sembrano disegnare lo scheletro dell’animale. La bocca ha interno bianco. I giovani hanno corpo rotondeggiante, con pinna caudale arrotondata e numerose strisce scure verticali.
Misura fino a 70 cm.

Alimentazione

Si ciba di organismi dello zooplancton, soprattutto tunicati del genere Salpa.

Pesca

Si cattura, occasionalmente, con palamiti o reti a strascico.
Le sue carni hanno fama di essere tra le migliori tra tutti i pesci mediterranei[1], vengono cucinate in zuppa.

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Centroscimno/Centroscymnus coelolepis

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Il centroscimno[1] (Centroscymnus coelolepis Barbosa du Bocage & Brito Capello 1864), o conosciuto anche come squalo portoghese o pescecane portoghese, è uno squalo della famiglia Somniosidae e del genere Centroscymnus.

Prossimo alla minaccia (nt)

Areale e habitat

La specie vive nell’Oceano Atlantico Occidentale, al largo di Stati Uniti e Cuba[2], in quello Orientale, dall’Islanda al Sudafrica, ed anche nel Mediterraneo[3]. Abita inoltre le acque di Giappone, Nuova Zelanda ed Australia nel Pacifico Occidentale[4][5] e quelle delle Seychelles nell’Oceano Indiano[6]. Preferisce le acque con temperature comprese tra 5 e 13 °C[4]. È stato avvistato a profondità comprese tra 150 e 3700 metri[7], ma generalmente si mantiene nell’intervallo tra i 400 ed i 2000[8].

Conservazione

La specie è considerata in grave pericolo da alcuni studiosi[9], ma attualmente è inserita nella Lista rossa IUCN solamente come “Prossima alla minaccia”.

Aspetto

La lunghezza massima di questi pesci non supera i 120 cm[4]. Le pinne dorsali presentano delle minuscole spine, il muso è accorciato, la forma dei denti è lanceolata nella mascella superiore, a lama in quella inferiore con piccole cuspidi oblique. Il corpo è tarchiato, e si assottiglia bruscamente solo in corrispondenza della zona pettorale. I dentelli dermici laterali sono molto grandi e tra gli adulti ed i giovani quasi maturi sono dotati di corone circolari e lisce[3]. Il colore è uniforme e va dal marrone dorato al marrone scuro[4].

Alimentazione

Questo squalo si nutre principalmente di altri pesci (altri squali compresi) e cefalopodi[4], ma anche di gasteropodi e carne di cetacei morti[10].

Riproduzione

La specie è ovovivipara[11], e la madre mette al mondo da 13 a 29 cuccioli, lunghi da 27 a 31 cm, per volta[12].

Interazioni con l’uomo

Utilizzati per l’alimentazione umana, questi squali sono conservati essiccati o salati e sono catturati anche per ricavare l’olio noto come squalene contenuto nel fegato[4].

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Cepola/Cepola macrophthalma

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Specie non valutata

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nell’Atlantico orientale, dalle Isole Britanniche fino al Senegal e nel Mar Mediterraneo. Nei mari italiani e nel Mediterraneo è comune. Nel mar del Nord è molto rara[2]. Vive prevalentemente sui fondali fangosi, tra i 15 e i 400 metri di profondità[3], di solito tra 40 e 100[4].

Descrizione

C. macrophtalma ha corpo estremamente allungato e fortemente compresso ai fianchi, a forma di nastro che si assottiglia verso la coda. La testa è abbastanza piccola rispetto al corpo, gli occhi sono grandi e la bocca è ampia, obliqua, rivolta verso l’alto è provvista di lunghi denti ricurvi. Le pinne pettorali e le pinne ventrali sono di modeste dimensioni. La pinna dorsale è lunga, parte da appena dietro la testa e giunge fino al peduncolo caudale, così come l’anale che però ha la sua origine più indietro. La pinna caudale è sottile e porta alcuni raggi liberi, non è unita alla dorsale e all’anale. La livrea prevede una colorazione uniforme rosa salmone carica, più chiara sul ventre. Le pinne dorsale e anale sono gialle; caratteristica è una macchia rossa posizionata nella parte anteriore della pinna dorsale. La pinna caudale è rossastra[2][4][5].

Raggiunge una lunghezza massima di 80 cm ma di solito si attesta sui 40[3].

Biologia

Vive infossato nel fango in una tana verticale, da cui esce talvolta per cacciare. Può essere gregario o solitario[4].

Riproduzione

Si riproduce in primavera, uova e larve sono pelagiche. I giovanili sono di colore giallo, presentano alcune spine sulla testa e hanno il corpo proporzionalmente meno allungato degli adulti[2].

Alimentazione

Si nutre prevalentemente di crostacei[2] la sua dieta però comprende anche chetognati[3].

Predatori

È preda abituale di vari pesci (Coryphaena hippurus, Trisopterus minutus, Lophiidae, Merluccius merluccius e Zeus faber)[6].

Pesca

Viene catturato abbondantemente con le reti a strascico ma le sue carni sono apprezzate solo per la zuppa di pesce o la frittura di paranza, di cui è elemento comune[5].

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Cernia Gigante/Epinephelinae

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La sottofamiglia Epinephelinae (famiglia Serranidae) comprende numerose specie di pesci d’acqua salata, comunemente indicati come cernie; sono pesci di grosse dimensioni, generalmente di profondità, dalle carni pregiate.

Etimologia

Il nome deriva dal tardo latino acernia, acerna[1]. In inglese questi pesci sono noti come groupers, derivato dal portoghese garoupa, mentre nel Medio Oriente sono conosciuti come hammour. Il nome cernia è usato di solito per indicare gli appartenenti a due generi di pesci: Epinephelus e Mycteroperca. Oltre a questi però, vi sono anche specie più piccole (appartenenti ai generi Anyperidon, Cromileptes, Dermatolepis, Plectropomus, Gracila, Saloptia e Triso). Questi generi vengono tutti classificati nella sottofamiglia Epinephelinae (da epinaphelus, cioè “coperto di nubi”[2]).

Descrizione

Cernia dalle macchie blu (Cephalopholis argus)

Le cernie sono pesci teleostei, e possiedono un tipico corpo compatto e una grande bocca. Non sono costituiti per il nuoto veloce sulle lunghe distanze, e le loro dimensioni possono facilmente superare il metro di lunghezza e i cento chilogrammi di peso, anche se all’interno di un così gran numero di specie queste misure possono variare considerevolmente. Le cernie preferiscono inghiottire la preda piuttosto che morderla e farla a pezzi; non possiedono molti denti al limitare delle mascelle, ma hanno invece, all’interno della faringe, pesanti placche dentarie adatte a rompere e triturare. Di solito le cernie si nutrono di pesci, polpi, granchi e gamberi. Si appostano in attesa di colpire, piuttosto che cacciare in acque aperte. Questi animali, se di dimensioni notevoli, possono essere molto pericolosi: secondo il documentarista Graham Ferreira vi è almeno un caso documentato, in Mozambico, di un uomo ucciso da una cernia. Non si contano, poi, i racconti dei pescatori di perle aggrediti da voraci cernie giganti del Pacifico. La bocca e le branchie di questo animale formano un potentissimo sistema di aspirazione che “risucchia” una preda anche dalla distanza. Le cernie, inoltre, usano le loro fauci per scavare nella sabbia al fine di ripararsi sotto grandi rocce, espellendo la sabbia attraverso le loro branchie. I muscoli di queste ultime sono così potenti che è praticamente impossibile spingere una cernia fuori dal suo nascondiglio se questa si ancora e amplia i muscoli per bloccarsi.

Alcune specie possono crescere enormemente: la specie Epinephelus lanceolatus, ad esempio, può raggiungere dimensioni enormi, fino a 270 centimetri[4]. Vi sono notizie riguardanti cernie grandi abbastanza da inghiottire un bagnante o un sommozzatore, anche se questo dovrebbe presupporre un’apertura della gola del diametro di circa 60 centimetri, troppo grande per una cernia anche di dimensioni eccezionali. Cernie di dimensioni straordinarie vennero comunque descritte, ad esempio, dallo scrittore Arthur C. Clarke, che ne avvistò una lunga venti piedi (6 metri circa) e larga quattro piedi (1 metro e trenta centimetri circa), che viveva in una piattaforma abbandonata lungo la costa dello Sri Lanka.

Riproduzione

Cernia di Malabar (Epinephelus malabaricus), Acquario di Melbourne.

La maggior parte delle cernie genera uova tra maggio e agosto. Questi pesci sono ermafroditi proteroginici, ovvero i giovani sono in predominanza femmine, e si trasformano in maschi quando crescono. La crescita è di circa un chilogrammo all’anno, e generalmente le cernie rimangono adolescenti fino a quando raggiungono tre chilogrammi; a questo punto diventano femmine sviluppate. Verso i 10 – 12 chili avviene il cambiamento verso i maschi. Di solito, i maschi hanno un harem composto da un numero di femmine variabile da tre a quindici. Nel caso, molto raro, che nelle vicinanze non esista nessun maschio, la femmina di dimensioni maggiori si trasforma in tempi molto brevi. La maggior parte dei maschi appare molto più grande e aggressiva delle femmine.

Sistematica

La sottofamiglia comprende i seguenti generi:[5]

Le cernie e l’uomo

Molte cernie sono importanti sotto il profilo gastronomico, e alcune sono diventate pesci d’allevamento. La maggior parte delle specie è molto popolare nella pesca, e alcune delle specie più piccole vengono tenute negli acquari, anche se il loro rapido aumento di dimensioni le rende pesci difficili da gestire. Molto apprezzate per la qualità delle loro carni, unitamente alla scarsa presenza di lische, possono essere cucinate con cottura al forno o alla griglia. Sono particolarmente considerate da questo punto di vista le specie cernia bianca e cernia nera.[3]

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Cernia bianca/Epinephelus aeneus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Prossimo alla minaccia (nt)[1]

Distribuzione e habitat

È distribuita in tutto il settore orientale dell’Oceano Atlantico limitatamente alle acque tropicali e subtropicali, penetra nel Mediterraneo ma non vi è comune. Viene talvolta catturata lungo le coste siciliane, calabresi e sarde; avvistata ed abbastanza comune sulle praterie di posidonia dell’Isola di Pianosa, in provincia di Livorno.
Il suo habitat, contrariamente a quello delle altre cernie, è nei fondi mobili, soprattutto nelle praterie di Posidonia oceanica.

Descrizione

Presenta un corpo molto allungato ed ha due o tre tipiche linee a raggiera di colore bianco acceso dietro l’occhio. Ha una livrea con fasce scure alternate con altre chiare. Il contrasto tra chiaro e scuro è spesso tenue negli adulti (che possono anche essere “monocromatici”) mentre è vivissimo nei giovani.

Alimentazione ed abitudini

Simili a quelle delle altre cernie.

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Cernia bruna/Cernia/Epinephelus marginatus

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La cernia[5] conosciuta maggiormente come cernia bruna[6][7] (Epinephelus marginatus Lowe, 1834), è un pesce appartenente alla famiglia dei Serranidae.

In pericolo[1]

Habitat e distribuzione

Vive comunemente nel Mar Mediterraneo ad una profondità variabile tra i 10 e i 50 metri (spingendosi fino ai 200[7]), spesso vicino a fondali rocciosi e ricchi di grotte e fenditure. Gli esemplari più giovani vivono in prossimità della costa. Viene comunque incontrata anche nell’Oceano Atlantico orientale e nell’Oceano Indiano occidentale, nelle isole Britanniche[8] e fino al Mozambico e al Madagascar. Nell’Oceano Atlantico occidentale nel Brasile meridionale e dall’Uruguay all’Argentina[9].

Descrizione

Di grosse dimensioni, fino a 140-150[7] centimetri per anche 60 chilogrammi di peso. Molto longeva (anche 50 anni[10] con un’età massima stimata di 61 anni[11]). È di colore bruno con macchie più chiare, tendenzialmente più scuro negli esemplari più vecchi; tipiche le macchie chiare attorno l’occhio.

Comportamento

Solitaria, territoriale, piuttosto schiva, anche se è documentata[7] una certa curiosità dell’animale.

Riproduzione

Il pesce è un ermafrodita proterogino, che diviene maschio intorno ai dodici anni. Gli esemplari di grandi dimensioni sono pertanto tutti di sesso maschile. La riproduzione avviene durante il periodo estivo.

Alimentazione

Si nutre principalmente di molluschi, crostacei e di altri pesci.

Specie affini

Nel Mar Mediterraneo vivono altre specie di Epinephelus oltre alla E. marginatus come E. aeneus, E. costae, E. caninus. E. marginatus si riconosce dalle altre per via del margine della pinna caudale arrotondato in modo convesso, per le strisce chiare laterali sulla testa e per il colore tipicamente marrone, più grigio nelle altre specie. La famiglia delle cernie mediterranee è però completata da altre due specie di cernie di genere differente:Polyprion americanus e Mycteroperca rubra, note rispettivamente come cernia di fondale e cernia rossa.

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Cernia dorata/Epinephelus costae

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La cernia dorata[2] o conosciuta anche come dotto (Epinephelus costae) è un pesce di mare della famiglia Serranidae.

Vulnerabile[1]

Distribuzione e habitat

È una specie più meridionale della più comune e nota cernia bruna, infatti in Atlantico non si ritrova più a nord del golfo di Cadice mentre a sud giunge fino al Sudafrica. Nella acque italiane è più comune lungo le coste delle regioni meridionali.
Vive su fondi misti di sabbia e roccia con prevalenza di quest’ultima.

Descrizione

Ha sagoma più allungata e mandibola inferiore più prominente rispetto alla cernia bruna ma si riconosce soprattutto per la colorazione, che però attraversa varie fasi:

  • livrea normale
    • macchia color giallo oro dietro l’opercolo branchiale
    • quattro linee orizzontali scure parallele sul dorso, su sfondo beige.
  • giovane
    • ci sono più di quattro linee sui fianchi
    • niente macchia dorata sul fianco
  • maschio adulto
    • macchia dorata ben visibile ed estesa
    • metà inferiore del corpo biancastra sormontata da una fascia molto scura irregolare.

Le dimensioni arrivano ad 80 cm per 8 kg di peso.

Alimentazione

Identica a quella della cernia bruna.

Biologia

È più gregaria delle altre cernie e può vivere in branchetti. I giovani sono talvolta straordinariamente amichevoli e non mostrano alcuna paura dei subacquei mentre gli adulti sono molto sospettosi.

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Cernia nera/Cernia/Epinephelus caninus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La cernia (Epinephelus caninus) è un pesce di mare appartenente alla famiglia Serranidae, raro nei mari italiani.

Dati insufficienti[1]

Distribuzione e habitat

È una specie molto meridionale, infatti ha il suo areale principale lungo le coste africane tropicali. In Mediterraneo è rara, viene talvolta pescata nelle acque siciliane e greche.
Vive in genere tra i 100 ed i 200 metri di profondità su fondi rocciosi o misti.

Descrizione

Simile alla cernia bruna, si distingue per:

  • alcune linee scure dietro l’occhio (caratteristico effetto di “occhi truccati”)
  • pinne dorsale, anale e caudale bordate di bianco
  • fasce scure indistinte sui fianchi mentre sono sempre assenti le macchie chiare tipiche di E.marginatus.
    Raggiunge dimensioni davvero ragguardevoli: fino ad un massimo di 160 cm per 90 kg di peso (in acque africane).

Alimentazione

Carnivora a base di altri pesci e di Cefalopodi similmente alle congeneri.

Biologia

Poco nota.

Gastronomia

Molto apprezzato in cucina, ha caratteristiche culinarie praticamente uguali quelle della cernia bianca.[2]

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Cernia rossa/Mycteroperca rubra

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La cernia rossa[2] (Mycteroperca rubra) è un pesce marino appartenente alla famiglia Serranidae, raro nei mari italiani.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Il suo areale comprende tutta la fascia tropicale e subtropicale dell’Oceano Atlantico orientale, compreso il Mediterraneo dove non è comune. Nei mari italiani è piuttosto rara e compare con maggior frequenza nelle acque siciliane.
Vive su fondi rocciosi a profondità non superiori a 50 m.

Descrizione

Superficialmente molto simile ad un membro del più comune genere Epinephelus da cui si distingue per la mandibola inferiore molto prominente e per la pinna anale munita di 11-12 raggi molli (contro gli 8-9 degli Epinephelus e del Polyprion americanum). Anche la colorazione è diversa, tendente al rossastro, al marrone cioccolata o al violaceo con molte macchie bianche, più visibili nei giovani, più evidenti sul ventre.
Non supera gli 80 cm di lunghezza.

Alimentazione

Carnivora come tutte le altre cernie.

Biologia

Spesso caccia distante dal fondo. I giovani sono strettamente costieri mentre gli adulti spesso si allontanano in acque più profonde.

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Cetriolo di mare/Oloturia/Holothuria tubulosa

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.
L’oloturia o cetriolo di mare[1] (Holothuria tubulosa (Gmelin, 1788)), per la somiglianza che presenta l’aspetto di questo animale con un cetriolo, è la specie più comune fra le oloturie mediterranee.

Distribuzione e habitat

Mar Mediterraneo e Oceano Atlantico orientale. Vive su tutti i fondali ma predilige quelli detritici e le praterie di fanerogame. Si alimenta ingerendo enormi quantità di sabbia e fango dalle quali trae il nutrimento.

Descrizione

Esemplare di colore bruno-rossiccio

Mostra un corpo cilindrico allungato con varie protuberanze disposte irregolarmente più o meno sviluppate che terminano con una papilla. Può raggiungere i 30 cm di lunghezza. La colorazione dorsale è scura: bruna, o bruno-rossiccio o bruno-violaceo. La colorazione ventrale è molto più chiara: bruno chiaro o giallognola.

Questa specie non possiede i tubi di Cuvier, dei lunghi filamenti appiccicosi di colore bianco o roseo che vengono espulsi a scopo difensivo e che sono presenti in molte altre specie appartenenti a questa famiglia.

Famoso il caso di inquilinismo di alcuni piccoli pesci del genere Carapus, chiamati comunemente Galiotti. Questi si rifugiano all’interno dell’oloturia utilizzando il foro anale come porta d’accesso.

Quando si sentono in pericolo, emettono dall’ano parte dei visceri e dopo li ricreano. La rigenerazione dell’intestino espulso richiede alcuni mesi ma a volte sopraggiunge prima la morte.

Galleria d’immagini

Alimentazione

Si alimenta ingerendo enormi quantità di sabbia e fango dalle quali trae il nutrimento.

Specie affini

Nel Mediterraneo vivono altre sei specie di Holothuria: Holothuria forskali, Holothuria helleri, Holothuria impatiens, Holothuria mammata, Holothuria poli, Holothuria sanctori.

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Cheppia/Alosa fallax

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Alosa fallax, conosciuta comunemente come Cheppia, è un pesce anadromo della famiglia Clupeidae.

Vulnerabile

Distribuzione ed habitat

Questa specie è diffusa nel Mediterraneo occidentale, nel Mar Nero, nell’Atlantico orientale tra il Marocco e la Norvegia, in parte del Mare del Nord e nel Mar Baltico; è rara nel Mar di Marmara.

La cheppia nasce nei fiumi e si reca in mare quando raggiunge i 14 cm e ha 34-115 giorni di vita. Poi ritorna negli ambienti lotici quando è matura sessualmente (i maschi a 2-9 anni, le femmine a 4-5).

Nel periodo riproduttivo risale i corsi d’acqua dolce che sfociano nel Mediterraneo, nel Mar Baltico e nell’Oceano Atlantico.[1]

In Italia esistono alcuni siti riproduttivi d’elezione, come Canal Bianco, Magra e fiume Taro.[senza fonte]

Descrizione

Il corpo è di forma ovale, alto e compresso lateralmente, soprattutto nella parte ventrale, e coperto da scaglie (vedi se cicloidi, ganoidi o cosa) lassamente impiantate nel derma e facilmente asportabili con la manipolazione. La linea laterale è assente e sull’occhio è presente una palpebra adiposa, spessa e trasparente membrana verticale che ricopre la parte anteriore e posteriore dell’occhio costituita da tessuto di consistenza gelatinosa. Sugli opercoli sono presenti evidenti striature raggiate. La bocca è terminale (posta all’estremità anteriore del pesce) con rima buccale inclinata verso l’alto e mascella incisa nella parte mediana. La carena ventrale è formata da scudi ossei recanti una spina rivolta all’indietro, in numero di 18-24 anteriormente alle pinne ventrali e 13-20 scudi posteriormente ad esse. Il peduncolo caudale è sottile e la pinna caudale è omocerca incavata biloba, con una profonda incisura tra i due lobi. Al margine posteriore del peduncolo caudale, su ciascun lato, una coppia di scaglie allungate si estende all’indietro sopra i raggi della pinna caudale. Il colore del corpo è grigio azzurro, con macchie nerastre tondeggianti in fila lungo la parte mediana dei fianchi, in numero variabile da quattro a otto, di dimensione decrescente verso la coda. Il ventre è bianco argenteo. La lunghezza media degli adulti maschi è 35-40 cm, anche 50 nelle femmine. Le maggiori dimensioni segnalate sono di 60 cm per 1.5 kg. La pinna dorsale misura 13-16 cm, l’anale 18-22 cm.

Può vivere 9 anni, ma nel fiume Severn è stato trovato un individuo di 12. Per misurare l’età si contano gli anelli delle scaglie.

Riproduzione

Gli esemplari adulti affrontano, come già detto, una pericolosa risalita delle acque fluviali per giungere a laghi o a tratti fluviali caratterizzati da ghiareti dove avviene corteggiamento e riproduzione. Vengono deposte 25000-675000 uova di 1.7-4.5 mm in buche nella ghiaia o nella sabbia. Le uova si schiudono in una settimana e nascono piccole larve di 4-12 mm. La riproduzione è associata a temperature di 10-12 °C e in anni caldi inizia anche un mese prima. La riproduzione avviene in gruppo anche a 400 km dal mare.

Alimentazione

La Cheppia ha un’alimentazione da predatore: si nutre di uova e avannotti, nonché di piccoli pesci (aringhe, acciughe, spratti, cepole, ghiozzi del genere Gobius, rossetti, boghe, zerri), decapodi, misidiacei, isopodi, ostracodi, ciclopoidi, calanoidi, ditteri, molluschi come Hydrobia e anellidi. Negli stomaci sono stati trovati residui di plastica e piante. I giovani si nutrono soprattutto di invertebrati, specialmente lo zooplancton degli estuari. Molti individui, durante la migrazione nei fiumi, non si alimentano.

Pesca

È oggetto di pesca sportiva con la tecnica dello spinning soprattutto durante la risalita riproduttiva dei fiumi. La sua difesa dopo l’abboccata è molto vigorosa. Le carni sono saporite ma poco apprezzate perché molto ricche di spine.

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Chimera-Chimaera monstrosa

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Chimaera monstrosa (Linnaeus, 1758), conosciuta comunemente come Chimera, è un pesce cartilagineo abissale della famiglia Chimaeridae.

Prossimo alla minaccia (nt)[1]

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nell’Oceano Atlantico tra l’Islanda e la Norvegia fino all’Africa del nord e alle isole Azzorre, compreso il mar Mediterraneo. È rarissima nel mar Adriatico[2].
Vive su fondali fangosi molto profondi, fino a 1682 m, anche se è più comune a 300–500 m.

Descrizione

La Chimera ha un aspetto così strano da essere inconfondibile. Possiede un muso arrotondato caratteristico, simile a quello di un coniglio, con occhi molto grandi di colore scuro e bocca abbastanza piccola. La prima pinna dorsale è alta ed è armata di una spina rigida molto evidente e connessa ad una ghiandola velenosa. La seconda dorsale è molto bassa e lunga; la pinna anale è piccola; la pinna caudale è piccola e termina con un lungo filamento. Le pinne pettorali sono molto grandi e sono a punta. Esiste il dimorfismo sessuale: i maschi hanno un’appendice curva sulla fronte, chiamata clasper che si crede serva a trattenere la femmina durante la copula.
Il colore è argenteo con macchie e strisce beige o bruno chiaro. Le pinne hanno un orlo scuro.
Misura in genere circa 1 m di lunghezza, ma può arrivare fino a 1,5 m. Può raggiungere i 2,5 kg di peso. Nonostante sia un condroitto è sprovvista di scaglie placoidi: presenta quindi una pelle nuda. I grandi occhi sono uno strumento utile per vedere a profondità elevate. Presenta una sola fessura branchiale per lato.

Riproduzione

Avviene tutto l’anno ma con maggior frequenza in estate. La fecondazione è interna e le femmine depongono capsule ovigere lunghe fino a 17 cm, che daranno alla luce dei giovani già simili agli adulti.

Alimentazione

Si ciba di invertebrati e piccoli pesci, nell’Oceano Atlantico si nutre in prevalenza di aringhe.

Pesca e conservazione

Questo pesce non ha nessun valore alimentare o commerciale dato che le carni non sono commestibili ma ciò nonostante si cattura con le reti a strascico, soprattutto per la cattura dei gamberi e con i palamiti. Si tratta di una specie a lentissima riproduzione e queste catture accidentali possono mettere in serio pericolo le popolazioni[3].

Pericolo per l’uomo

La puntura del raggio spinoso della prima pinna dorsale provoca forti dolori.

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Cicala grande di mare/Magnosa-Scyllarides latus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

La cicala grande di mare o magnosa[2] (Scyllarides latus Latreille, 1802) è un crostaceo decapodo della famiglia dei Scyllaridae.

Descrizione

Uno dei crostacei di più grandi dimensioni del Mar Mediterraneo (fino a 45 centimetri per un peso anche superiore ai 2 chilogrammi), ha le antenne anteriori dalla caratteristica forma piatta, con bordi ondulati e lisci. Il carapace è a forma di parallelepipedo, di colore bruno-grigio. È una specie tipicamente notturna.

Distribuzione

Mar Mediterraneo tranne nord Adriatico, su fondali rocciosi dai 10 ai 100 metri di profondità. È una specie rara, protetta[3] in Italia.

Specie affini

Molto simile alla Scyllarus arctus (magnosella), con cui viene confusa, anche se le dimensioni della magnosella sono decisamente minori.

Alla stessa famiglia appartiene il palibaco (Palibacus praecursor), oggi estinto.

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Cicerello/Gymnammodytes cicerelus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il cicerello[1] (Gymnammodytes cicerelus) è un pesce di mare della famiglia Ammodytidae di cui è l’unico membro mediterraneo.

Distribuzione e habitat

Questa specie, unico membro mediterraneo della famiglia, è endemico del mar Mediterraneo occidentale e del mar Nero. Nei mari italiani può essere comunissimo su alcune spiagge ed assente in altre a poche centinaia di metri di distanza. Inoltre è noto per sparire improvvisamente da località in cui normalmente abbonda e per ricomparire solo dopo qualche anno.

Popola fondi costieri (fino a 5-10 metri di profondità) di sabbie grossolane.

Descrizione

È un pesce molto caratteristico, tanto da risultare inconfondibile, infatti ha corpo molto allungato ma poco compresso ai lati, mandibola sporgente, pinna dorsale molto lunga e pinna anale lunga circa la metà, pinne ventrali assenti e corpo privo di squame. La bocca è estremamente protrattile. La pinna caudale è forcuta.

La livrea è brunastra sul dorso, argentea sui fianchi e bianca sul ventre. I giovani sono color rosato.

Questo pesciolino non supera i 15 cm.

Alimentazione

Basata su zooplancton.

Riproduzione

Avviene in inverno, le uova aderiscono ai granelli di sabbia e ne schiudono larve pelagiche.

Biologia

Se ne sta infossato nella sabbia per tutte le ore diurne per uscire a nutrirsi durante la notte.

Pesca

Viene catturato con sciabichelli e le sue carni sono molto apprezzate per le fritture, soprattutto nel sud Italia.

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Cinopontico-Cynoponticus ferox

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il cinopontico (Cynoponticus ferox) è un pesce di mare della famiglia Muraenesocidae.

Distribuzione e habitat

Questo pesce è presente nell’Oceano Atlantico orientale tra lo stretto di Gibilterra ed il golfo di Guinea, dove è molto comune. Nei mari italiani è invece raro, noto solo nell’Arcipelago Toscano, a Napoli ed in Sicilia.
Frequenta fondi sabbiosi tra 10 e 100 metri di profondità.

Descrizione

Molto simile a prima vista al grongo. La testa è grande, ed anche la bocca è profondamente incisa e supera di un buon tratto l’occhio. La dentatura è molto forte, con denti caniniformi ben visibili. L’occhio è piuttosto grande. Le pinne pettorali sono piuttosto grandi. La pinna dorsale ha la sua origine all’altezza delle aperture branchiali ed è molto più lunga della pinna anale, che è inserita a metà corpo.
Il colore del pesce vivo è rosso bruno, con ventre e fianchi grigio scuro. Le pinne pettorali sono nere ed un bordo nero accompagna le altre pinne. Anche gli occhi hanno colore nero Dopo morto assume un uniforme colore grigio sul dorso e bianco sul ventre, molto simile a quello del grongo.
Raggiunge la lunghezza di 2 metri.

Alimentazione

Predatore che si ciba soprattutto di pesci e crostacei.

Pesca

Si cattura soprattutto con i palamiti, in maniera comunque occasionale. Le carni sono buone ma ricche di lische.

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Coda brillante/Lobianchia dofleini

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il coda brillante (Lobianchia dofleini) è un pesce abissale della famiglia Myctophidae.

Distribuzione e habitat

Il suo areale comprende il mar Mediterraneo, l’Oceano Atlantico e, l’Oceano Pacifico occidentale e l’Oceano Indiano. È molto più comune nei mari dell’emisfero sud. È presente in tutti i bacini italiani.
Vive attorno ai 500 metri di profondità ma compie migrazioni fino alla superficie, specie di notte. Sono riportate catture da profondità di 4000 metri.

Descrizione

Come tutti i pesci lanterna si può identificare con certezza solo attraverso l’osservazione dei fotofori, per la descrizione e per la legenda dei fotofori vedi la voce Myctophidae. I fotofori sono divisi in due porzioni di uguali dimensioni da una membrana nera. Il fotoforo Dn è molto piccolo, ed il Dv del tutto assente. Gs presente nei maschi, sostituito da un Gi nelle femmine. Si può distinguere dall’affine Lobianchia gemellarii per il fotoforo POL singolo (in L. gemellarii i POL sono due) e per l’ultimo Prc separato dagli altri e posto più in alto.
Il colore è bruno scuro con riflessi argentei se integro. I fotofori sono bluastri.
Misura fino a 5 cm.

Alimentazione

A base di copepodi, piccoli crostacei planctonici.

Riproduzione

La deposizione delle uova avviene durante tutto l’anno.

Pesca

Questa specie, come molti altri pesci di profondità, viene fortemente attratta dalle luci. A causa di questa sua abitudine viene talvolta catturata con le reti da circuizione per la pesca di acciughe e sardine, che utilizzano fonti luminose per attrarre le prede. Non ha comunque alcun valore alimentare; le sue carni, tuttavia, sono commestibili.

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Coda lucente/Lobianchia gemellarii

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il coda lucente (Lobianchia gemellarii) è un pesce abissale della famiglia Myctophidae.

Distribuzione e habitat

È presente nel mar Mediterraneo e nell’Oceano Atlantico. Nei mari italiani è piuttosto raro e si rinviene raramente spiaggiato sulle rive dello stretto di Messina, nei mesi primaverili.
Vive in profondità, fino ad alcune migliaia di metri ma di solito staziona in acque tra i 300 ed i 1000 metri, in corrispondenza di profondità molto maggiori, conducendo una vita pelagica.

Descrizione

Come tutti i pesci lanterna si può identificare con certezza solo attraverso l’osservazione dei fotofori, per la descrizione e per la legenda dei fotofori vedi la voce Myctophidae. I fotofori sono divisi in due porzioni di uguali dimensioni da una membrana nera. Il fotoforo Dn è molto piccolo, ed il Dv del tutto assente. Gs presente nei maschi, sostituito da un Gi nelle femmine. Si può distinguere dall’affine Lobianchia dofleini per i fotofori POL in numero di due (in L. dofleini il POL è singolo) e per i Prc tutti alla stessa distanza l’uno dall’altro.
Il colore è molto scuro, quasi nero, con i fotofori blu violaceo.
Può eccezionalmente raggiungere gli 11 cm ma in genere non supera i 5 cm.

Biologia

Si sa ben poco circa la biologia di questo pesce. Si pescano le sue larve agli inizi della primavera; i giovanili hanno pinne pettorali con raggi allungati.

Pesca

Occasionale. Non presenta alcun interesse economico.

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Corallo rosso/Corallium rubrum

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Il corallo rosso[1] (Corallium rubrum (Linnaeus, 1758) è un octocorallo della famiglia Coralliidae, diffuso nel mar Mediterraneo e nell’Atlantico orientale.

Specie non valutata

Etimologia

Si pensa che la parola corallo derivi dal greco koraillon[2][3], cioè “scheletro duro“, per altri invece sempre in greco kura-halos[3], cioè “forma umana” ed altri ancora, infine, fanno derivare il termine dall’ebraico goral[3], nome usato per le pietre utilizzate per gli oracoli in Palestina, Asia Minore e Mediterraneo, tra le quali ruolo preponderante era svolto appunto dai coralli[4].

Habitat dei coralli

Corallo rosso nelle acque della Riserva marina di Portofino, Liguria

Il corallo rosso è l’unica specie del genere Corallium che vive nel Mediterraneo, dalla Grecia e dalla Tunisia fino allo Stretto di Gibilterra, Corsica, Sardegna, Sicilia e Baleari incluse, ma è diffuso anche nell’Atlantico orientale in Portogallo, Canarie, Marocco e Isole di Capo Verde, di solito fino a 200 metri di profondità in luoghi poco illuminati con scarsa vegetazione.

Corallium rubrum è considerato una specie endemica del Mediterraneo, nonostante alcune popolazioni sono state segnalate in Portogallo ed a Capo Verde.

Ha bisogno di condizioni di vita particolari: salinità dell’acqua costante (che deve essere compresa tra il 28% ed il 40‰, in relazione al luogo ed al tipo di corallo), ridotto movimento dell’acqua e illuminazione attenuata. Il tasso di sedimenti in sospensione nell’acqua, se troppo elevato, ne limita la sopravvivenza.

Vive pertanto preferibilmente in luoghi ombrosi e riparati (grotte semioscure, strapiombi, fenditure delle rocce), a partire dalla profondità di 20/30 metri fino a 200 metri. Eccezionalmente[5] si può osservare a basse profondità (4 m) ed è stato segnalato anche a profondità fino a 800 m. Si può trovare in notevoli quantità, nelle grotte delle zone di Porto Conte, Capo Caccia e Punta Giglio nel nord-ovest della Sardegna, nel territorio di Alghero: per queste ragioni il territorio di cui la città sarda è capoluogo prende il nome di Riviera del Corallo (a cui è intitolato anche lo scalo aeroportuale algherese che sorge nei pressi di Fertilia). In Liguria, nella Riserva marina di Portofino, la presenza del corallo rosso è continua su tutto il versante meridionale tra i 15 e i 45 metri di profondità, con anche 200 colonie per metro quadrato. La ridotta taglia delle colonie associata alla densità alta fa sì che i popolamenti più superficiali non siano caratterizzati da un alto valore economico.

Corallium rubrum è una specie dalla crescita molto lenta. Studi sui tassi di crescita hanno dimostrato che le colonie crescono in media tra 0.25 e 0.66 mm in diametro basale nel tempo di un anno. [6][7]

Descrizione

Particolare dei polipi estroflessi

Forma colonie ramificate, che possono superare i 20–30 cm di altezza, di colore generalmente rosso brillante, ma a volte rosa. raramente vengono osservate colonie albine di colore completamente bianco.

I polipi sono bianchi e trasparenti, lunghi solo pochi millimetri, con otto tentacoli bordati di appendici pinnate, visibili quando questi sono estroflessi per la cattura del cibo.

Lo scheletro calcareo, durissimo e ricercato come materiale per la costruzione di gioielli, è ricoperto da uno strato di tessuto molle chiamato cenosarco, che viene rimosso per la lavorazione e lucidatura per la realizzazione di monili e sculture artistiche.

Biologia

Alimentazione

Si nutre di plancton e di sostanze organiche sospese, catturate dai tentacoli dei polipi.
Questi sono ricoperte di migliaia di cellule ectodermiche, tipiche dei Celenterati e dette cnidoblasti, contenenti una sostanza urticante che paralizza le prede.

Riproduzione e crescita

Si riproduce, per via sia asessuata che sessuata, rilasciando larve (planule) che, dopo una fase planctonica della durata di circa un mese[8], si fissano al substrato[9].

Ha una crescita di circa 3–4 mm l’anno in altezza e di 0,25-0,60 mm l’anno in diametro e questo lo rende particolarmente vulnerabile all’azione di raccolta dell’uomo, un tempo operata con metodi distruttivi; oggi in Italia si ha una pesca di tipo selettivo, effettuata in acqua direttamente da sub, che permette, se effettuata con criterio, di massimizzare la resa della pesca con la scelta solo dei rami più grandi permettendo nel contempo la salvaguardia della specie[10].

Ecologia

Numerose specie appartenenti ai diversi phyla vivono sopra o in stretta associazione con le colonie di corallo rosso.

Un recente studio[11] sui molluschi associati al Corallium rubrum ha dimostrato come tra le specie più comuni viventi su di esso vi è sicuramente Pseudosimnia carnea, un gasteropode appartenente alla famiglia degli Ovulidae e diverse specie di Muricidae, tra cui l’Ocinebrina paddeui, ad oggi specie endemica delle colonie di corallo rosso di Alghero, e numerose Coralliophila spp.

Conservazione

Corallo nella Grotta di Nereo a Capo Caccia

Merita una nota la recente istituzione della Area naturale marina protetta Capo Caccia – Isola Piana, all’interno della quale è stata creata una zona “A” specifica di rispetto assoluto per preservare la “Grotta del Corallo“, dove sui soffitti interni ed in tutta la zona circostante è ancora esistente una buona quantità di corallo e per il quale è in corso un progetto[12], unico nel suo genere, di ripopolamento con la creazione di supporti speciali ai quali sono stati innestati spezzoni di corallo provenienti dagli scarti di taglio forniti dai corallari subacquei professionisti che operano nella zona.

Questi particolari supporti di granito sono stati affondati[13] nella zona di Punta Sant’Antonio nel gennaio 2005 e popolati con colonie di corallo[14], in modo da porre le basi per una futura conservazione della specie nella zona. Durante una successiva fase di affondamento[15] sono state posizionate ulteriori strutture sott’acqua[16] al fine di fornire un supporto ad ulteriori colonie.

Pesca

La pesca del corallo rosso viene attualmente fatta solo esclusivamente da corallari subacquei, con licenza specifica rinnovata ogni anno dalla Regione di pertinenza, generalmente operano in zone di alto fondale da circa 80 m a circa 130 metri di profondità. È stata ed è particolarmente praticata in Italia, Francia, Spagna, Grecia, Marocco e Tunisia, ma anche in maniera più ridotta in Algeria e Croazia. Si stima che negli anni passati, nell’intero Mediterraneo, fossero pescate 60 tonnellate di corallo ogni anno, attualmente tale quantità è fortemente ridotta grazie al cambio delle politiche di protezione e gestione della flora e della fauna marina operata dai governi che hanno vietato le tecniche di prelievo massive.

La pesca fino agli anni ’80, avveniva attraverso una barca da pesca a motore, anticamente a vela latina, denominata corallina, la quale trascinava una grossa croce di legno a bracci uguali (chiamata dagli abitanti di Torre del Greco, primi pescatori di corallo, ngegno e poi italianizzato ingegno, vale a dire congegno) appesantita attraverso grossi massi ed alla quale erano attaccate reti di canapa. Tale tipo di pesca non è oggi più utilizzata in quanto mediante l’ingegno venivano sradicati interamente i vari ceppi di corallo e “arando” gli scogli, distruggendo così tutto l’ambiente sommerso dove lo strumento veniva fatto passare.

In Sardegna, in particolare, si hanno notizie[17] di usi ornamentali fin dal V secolo a.C. nelle zone di Nora, Tharros e Cagliari.

Alghero

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Tessa Gelisio durante una puntata di Pianeta Mare sulla pesca del corallo ad Alghero

Il corallo di Alghero, città di lingua e tradizione catalana in Sardegna, è conosciuto[18] come tra i più pregiati del Mediterraneo per la particolare fama di quantità, qualità, compattezza e soprattutto per il colore rosso rubino, tanto da rimarcare uno degli aspetti economici più importanti del territorio, chiamato anche Riviera del Corallo, e della città, e da avere nel suo stemma un ramo del pregiato corallo rosso su una base di roccia. Per il particolare abbinamento alla gioielleria ed all’artigianato orafo prende anche il nome di oro rosso, tanto che è venduto allo stesso prezzo del pregiato metallo.

Nei secoli scorsi nella città esisteva un’istituzione chiamata, in lingua catalana, “Caixa del Cural“, che deteneva un fondo in corallo versato percentualmente alla fine di ogni campagna di pesca e riservato alla categoria di pescatori del corallo quando, per vecchiaia, non avrebbero più potuto continuare l’attività. Questa cassa venne utilizzata talvolta[19] per il finanziamento di opere di interesse pubblico, quali ad esempio parti della Cattedrale di Alghero.

Dai primi anni del XX sec.Alghero è divenuta la capitale della pesca del corallo, a seguito della scoperta dei banchi di pesca dai pescatori di Torre del Greco dopo la fine della pesca dei “banchi morti” di Sciacca, negli archivi storici della città è annotata la presenza in porto, nelle stagioni estive, di migliaia di barche coralline. Per secoli tali barche effettuavano il prelievo attraverso la tecnica dell’ingegno, l’attrezzo a croce munito di una pesante sbarra metallica alla quale venivano assicurati numerosi pezzi di rete. Per la particolare azione devastante dei fondali di tale strumento questa tecnica in Sardegna è stata completamente vietata[20]. In seguito alla Regione Sardegna anche la CEE, nel 1994, con una direttiva ha vietato l’imbarco e l’uso dell’ingegno o di attrezzi similari.

Attualmente la pesca del corallo è regolamentata dalla Regione Sardegna ed è consentita solamente a 30 pescatori subacquei professionisti con regolare licenza a profondità non inferiori a 80 metri[21][22] e nel periodo compreso dal 1º maggio al 15 ottobre[21][23].

Sciacca

Altrettanto importante per la pesca del corallo è stata la città di Sciacca: l’inizio della pesca del corallo ebbe inizio nel 1875, quando furono trovati nel mare antistante Sciacca tre banchi corallini che fornirono grosse quantità di corallo. Fino al 1887 l’attività di pesca fu intensiva, poi, in seguito, i tre banchi corallini si rivelarono esauriti[24].

Il corallo di Sciacca è di limitata grandezza, non superando in genere i 10-12 millimetri, ed il suo colore può variare dal rosso-arancione al rosa salmone intenso fino al rosa pallido.

Oceano Pacifico

Altra zona nota per la pesca corallina è l’Oceano Pacifico dove sono stati individuate e pescate tra il 1965 ed il 1979 quattro varietà di corallo[25]: Midway, Garnet, Misu e Deep Sea.

Giappone

Ruolo importante nella pesca del corallo ha anche il Giappone con il suo Paracorallium japonicum; dal1889, dopo la rivoluzione nipponica, sul mercato del pescato italiano arriva anche questa lontana specie, nel paese nipponico infatti si pescano varietà di corallo differenti per pregio e valore, assolutamente non confondibili con il C. rubrum: il cosiddetto “Corallo pelle d’angelo“, dal colore bianco sfumato in rosa, il “Corallo Moro“, il cerasuolo, di colore rosso rubino, ecc. La grandezza dei rami è di un certo rilievo dato che i cespi raggiungono una grandezza di 30-40 centimetri con rami di diametro di 160 millimetri[26].

Lavorazione artistica

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Corallo lavorato, Alghero

Il corallo rosso da tempi immemorabili viene pescato e commercializzato principalmente per la creazione di gioielli ed opere d’arte. Prevalentemente viene montato su oro e argento o forato per ottenere collane e bracciali.

La lavorazione si suddivide in varie fasi a partire dalla eliminazione del rivestimento, il cenosarco, dalla pulizia, dal taglio e/o intaglio, dalla lavorazione ed infine dalla lucidatura.

Trapani

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Economia di Trapani § La lavorazione del corallo.

“Trapani, città di antica fondazione, è situata sul mare che la circonda da ogni lato. [….] in esso la pesca è abbondante e superiore al fabbisogno; vi si pescano grossi tonni usando grandi reti e una pregiata qualità di corallo; proprio davanti alla porta della città si trova una salina”.

(Al Idrisi – geografo arabo, 1154)

La storia del corallo trapanese ha origini molto lontane e già nel secolo XII il viaggiatore arabo Idrisi ne segnalava la pregiata qualità.

Tra XV e XVI secolo i pescatori di Trapani iniziarono a praticare la pesca del corallo, grazie all’abbondanza dei banchi corallini scoperti. L’artigianato della lavorazione del corallo divenne quindi sistematico: i pescatori corallari, riuniti nella corporazione dei Pescatori della marina piccola del Palazzo, abitavano concentrati nella odierna via Corallari. I corallari trapanesi acquistarono fama in tutto il bacino del Mediterraneo con i loro prodotti: oggetti sacri e profani, capezzali e cornici, presepi nei quali il corallo è frammisto a oro, argento, smalti e pietre preziose. Presso il Museo regionale Agostino Pepoli di Trapani si possono ammirare sculture, monili e altre opere dei maestri trapanesi realizzate in corallo tra il XVI e il XVIII secolo. Oggi, tuttavia, la pesca è quasi del tutto scomparsa, mentre è limitata a qualche artigiano la lavorazione del corallo.

Torre del Greco

Parure in corallo realizzata per la Regina Farida d’Egitto (Museo del corallo)

A partire dagli anni ’80 la marineria torrese ha abbandonato la pesca, oggi praticata dai sub, per dedicarsi completamente alla trasformazione del corallo nobile.

La storia di Torre del Greco è talmente intrecciata con quella del corallo tanto da costituire un binomio inscindibile, ed è documentata fin dal XV secolo[27]. Nel 1790 fu costituita nella città di Torre del Greco la Reale Compagnia del Corallo, con l’idea di lavorare e vendere il corallo pescato. Ciò dimostra che la pesca del corallo era fiorente già da tanti anni nella città campana.

Inoltre fu promulgato il 22 dicembre 1789 da Ferdinando IV di Borbone il Codice corallino (preparato dal giurista napoletano Michele Jorio), con l’intento di regolamentare la pesca del corallo che in quegli anni vedeva impegnati, oltre ai marinai torresi, anche i genovesi, i livornesi e quelli di Trapani

Tale regolamentazione non ebbe però il successo sperato[27]. Dal 1805, anno in cui fu fondata la prima fabbrica per la lavorazione del corallo a Torre del Greco (da Paolo Bartolomeo Martin, francese ma con origini genovesi), iniziò il periodo d’oro per la lavorazione del corallo nella città sita alle pendici del Vesuvio, anche perché insieme alla lavorazione la pesca del corallo era sempre più sotto il dominio dei pescatori torresi. Dal 1875 i torresi iniziarono a lavorare con il corallo di Sciacca e nel 1878 sorse in città addirittura una Scuola per la lavorazione del corallo (che chiuse nel 1885 per riaprire nel 1887), presso la quale nel 1933 fu istituito un Museo del corallo. In seguito venne il momento della lavorazione del corallo giapponese scoperto sui mercati di Madras e Calcutta.

Oggi a Torre del Greco non viene più praticata la pesca del corallo (l’ultima corallina risulta in disarmo nel 1989[10]) ma la città resta comunque il più importante centro al mondo per la lavorazione del corallo[28][29], con oltre 2000 addetti al settore[30].

Mitologia

Giorgio Vasari, Perseo e Andromeda

Secondo Ovidio[31] (Metamorfosi, IV, 740-752) il corallo rosso nacque dal sangue di una delle Gorgoni, Medusa, quando Perseo la decapitò. Le Gorgoni avevano la capacità di pietrificare con lo sguardo, e il sangue di Medusa, al contatto con la schiuma creata dalle onde, pietrificò alcune alghe che col sangue divennero rosse.

Il Vasari, nella descrizione del suo quadro Perseo e Andromeda, scrisse[32] nel 1570:

«[…] dov’è Perseo, che sciogliendo Andromeda, nuda allo scoglio marino, et havendo posato in terra la testa di Medusa, che uscendo sangue dal collo tagliato, et imbrattando l’acqua del mare, ne nascieva i coralli.»

Simbologia

Il corallo è un antichissimo amuleto di valore apotropaico per i neonati, ancora oggi diffuso. Secondo la tradizione pagana i rametti appuntiti infilzavano il malocchio lanciato per invidia, mentre per i cristiani il suo colore rosso ricordava il sangue di Cristo, infatti veniva usato già nel medioevo per i reliquiari della Croce. Il corallo assumeva così la valenza di simbolo della doppia natura di Cristo, umana e divina. Per questo si trova in numerosi dipinti tardomedievali e rinascimentali, come la Madonna del solletico di Masaccio, la Madonna di Senigallia e la Pala di Brera di Piero della Francesca[33].

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Corvina/Sciaena umbra

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Sciaena umbra, comunemente conosciuta come corvina, è un pesce d’acqua salata appartenente alla famiglia Sciaenidae.

Vulnerabile[1]

20090809 Escorballs (Sciaena umbra)

Distribuzione e habitat

Questa specie è diffusa nel Mediterraneo occidentale e lungo la costa atlantica orientale, dal Canale della Manica fino alla Sierra Leone. Solitamente abita fondali rocciosi, da pochi metri di profondità fino a 30; talvolta si spinge fino a -180 metri.

Descrizione

La corvina presenta un corpo allungato, compresso ai fianchi, con testa a punta e fronte alta, che discende poi verso il lungo peduncolo caudale disegnando un arco. Il profilo ventrale è orizzontale. Le pinne sono arrotondate. La livrea ha un colore di fondo bruno dorato con riflessi argentei, pinne pelviche e pinna anale di colore nero, con bordo bianco anteriore. La pinna caudale è tendente al giallo, nera sul bordo inferiore, mentre la pinna dorsale doppia, giallastra, è molto marcata. Raggiunge una lunghezza di oltre 50 centimetri.

Comportamento

Specie gregaria, di abitudini notturne. Di solito piuttosto lenta nei movimenti, capace però di scatti improvvisi in caso di necessità. I maschi di questa specie producono un sordo ticchettio provocato dallo scontro fra loro dei denti faringei, rumore amplificato dalla vescica natatoria[2] che funziona da cassa di risonanza

Riproduzione

La deposizione avviene ad agosto.

Alimentazione

La corvina si nutre di piccoli pesci e di crostacei.

Pesca

Possiede delle carni molto saporite, e per questo è pescata in tutto il Mediterraneo e nell’Atlantico orientale, anche se non è molto conosciuta. La pesca è vietata in Francia ed è consentita con restrizioni relative alla taglia in Italia. In Turchia gli otoliti sono usati come rimedio per le infezioni del tratto urinario.

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Cozza/Mitili/Mytilus galloprovincialis

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La cozza o mitilo[1] (Mytilus galloprovincialis Lamarck 1819), Regolamento (CE) N. 1638/2001 e Regolamento (CE) N. 216/2009), è un mollusco bivalve ed equivalve. I mitili vengono chiamati comunemente in Italiano regionale anche cozze[2], muscoli[3], peoci[4], pedoli[5], móscioli[6], a seconda della zona geografica. Quando è necessario distinguere questa specie dalle altre del genere Mytilus, essa viene indicata con l’espressione mitilo mediterraneo.

Morfologia

È un mollusco lamellibranco, dotato cioè di branchie a lamelle che assorbono l’ossigeno per la respirazione e che trattengono contemporaneamente il cibo per l’alimentazione, costituita soprattutto da plancton e particellato organico in sospensione.

La valva, composta principalmente da carbonato di calcio, si presenta esternamente di colore nero o nero-viola, con sottili cerchi d’accrescimento radiali e concentrici verso la parte appuntita; internamente si presenta invece di colore madreperla, ma con una superficie liscia. Le due valve sono tenute insieme da una cerniera con tre o quattro dentelli.

La forma è grossolanamente a goccia, con il margine valvare arrotondato da un lato e appuntito e leggermente incurvato dall’altro.

Una volta aperto, il mollusco mostra il mantello che contiene tutti gli organi interni, tra cui quelli riproduttivi.

La distinzione tra i due sessi è possibile grazie all’osservazione del colore del mantello stesso, il quale, una volta raggiunta la piena maturità sessuale, si presenta di colore giallo crema nei maschi e di colore rosso arancio nelle femmine.

L’animale si lega al supporto attraverso fibre composte da L-3,4-diidrossifenilalanina (DOPA), sostanza studiata per la sua straordinaria resistenza alla trazione[7].

Distribuzione

La distribuzione naturale del mitilo mediterraneo comprende tutte zone ove vi siano scogli, emersi o sommersi, in tutto il Mediterraneo, il Mar Nero e la fascia costiera dell’Atlantico orientale, dal Marocco alle Isole Britanniche.

Il mitilo si è naturalizzato in diverse regioni del mondo: in Giappone, California, Sudafrica, Australia meridionale e Nuova Zelanda[8]. In queste località il mitilo mediterraneo compete con la fauna locale ed è perciò considerata specie invasiva, dannosa per gli ecosistemi. Per questo motivo esso compare nella lista delle cento specie invasive più dannose[9].

Utilizzo per l’alimentazione

Mitili e anemoni sul fondale di Portonovo (Ancona).

I mitili sono frutti di mare molto apprezzati. Per questo motivo essi sono allevati in vivai distribuiti in tutto il Mediterraneo e in alcune zone, particolarmente vocate, si pratica la pesca dei mitili selvatici.

Nella parte edibile del mitilo si ha una media di 58 calorie[10] ogni 100 gr[11]. I mitili sono caratterizzati dalla presenza di sostanze importanti dal punto di vista nutrizionale: il ferro ammonta a 5,8 mg ogni 100 gr di parte edibile[12] e significativa è l’alta percentuale di acidi grassi polinsaturi, tra cui l’acido eicosapentaenoico e l’acido docosaesaenoico, come anche è rilevante la presenza di pochi acidi grassi saturi, rispetto ad altri cibi di orgine animale. Altrettanto importante è la presenza nei mitili di sostanze antiossidanti, come il selenio e la vitamina E.[13]

Molte sono le ricette gastronomiche che vedono i mitili come protagonisti[14]; se ne segnalano alcune:

  • in pentola o padella (eventualmente con vino bianco, pepe o altri aromi) insieme ai loro gusci;
  • come componente di spiedini;
  • fritti in pastella;
  • come componente di sughi per condire la pasta, da soli o con altri frutti di mare;
  • gratinati al forno con pan grattato, prezzemolo, aglio ed olio di oliva;
  • in pentola con solo pepe e cotte con il coperchio (dopo opportuna pulizia dei gusci e del bisso – il filamento tipo spago che le tiene ancorate). Nel napoletano questa preparazione si chiama “impepata di cozze”, mentre se vi si aggiunge l’aglio e l’olio si chiama “sauté di cozze”.

Cautele

Il mitilo mediterraneo è edule, ma il suo consumo richiede molte precauzioni poiché esso, se cresciuto in zone marine prossime a scarichi urbani od in zone ove le correnti marine trascinano elementi provenienti da acque reflue, può essere facilmente ricettacolo di batteri e/o virus molto pericolosi. Infatti i mitili, come d’altro canto tutti i lamellibranchi, filtrano attraverso le loro branchie una gran quantità di acqua trattenendone particelle e microorganismi in essa sospesi.[12].

I mitili potrebbero essere utilizzati per la depurazione delle acque, in quanto possono filtrare fino a 1000 litri di acqua al giorno.

Per i motivi suddetti è sconsigliabile l’uso invalso di mangiarli crudi, conditi con succo di limone. In alcune zone del meridione d’Italia questo modo di cibarsene è considerato, erroneamente, apportatore di effetti afrodisiaci. La credenza poi, che succo di limone spruzzato sul mollusco uccida i batteri è assolutamente infondata, dato che per eliminare tutti i batteri il succo di limone impiegherebbe diverse ore, o addirittura giorni[15].

Le patologie più comuni che possono insorgere a seguito di ingestione di mitili crudi cresciuti in acque non perfettamente sane sono: tifo, paratifo, colera, Norovirus ed epatite virale.[12] Le tossine algali DSP e PSP rispettivamente causa di sindromi gastroenteriche e neurologiche di cui i mitili sono accumulatori qualora presenti nell’acqua, sono termoresistenti.

In ogni caso nella cottura i mitili devono necessariamente aprirsi in modo tale da far fluire il calore al centro del mollusco uccidendo tutti i batteri, il che richiede idoneo tempo.

Denominazioni e tradizioni nelle regioni italiane

Cozze:

  • Nell’Italia meridionale il mitilo è conosciuto con il nome di “cozza”[2], termine derivante dal latino cochleam, ossia “chiocciola” e quindi “guscio”. Il termine meridionale “cozza” è compreso in tutta Italia e negli ultimi decenni viene spesso usato anche nel resto d’Italia, a livello però esclusivamente commerciale. In ambito non commerciale, continuano invece a prevalere i nomi locali[16].
  • In Campania, nel gergo dialettale corrente si pronuncia anche còzzeca; in particolare a Napoli, il termine “cozza” o còzzeca viene anche usato per connotare una donna molto brutta. Il corrispettivo maschile, però, non è cozzo, ma cuozzo e sta ad indicare un uomo di bassa cultura.
  • Nel Centro-Sud, il termine “cozza” ha assunto recentemente un’accezione gergale e metaforica, di probabile provenienza romanesca, connotante una donna o ragazza decisamente brutta.
  • In alcune zone della Sicilia le cozze vengono chiamate cozzole di Messina; anche se effettivamente questo nome specificherebbe semplicemente i mitili provenienti dagli allevamenti situati in prossimità dello stretto (orientativamente caratterizzati da un sapore più deciso rispetto a quelli delle altre zone) il senso di questa definizione si è poi allargato facendo sì che con la parola cozzola si possano intendere vari tipi di mitili e con cozzola di Messina le cozze vere e proprie.[senza fonte]

Muscoli:

  • In Liguria e nella Toscana costiera (provincia di Massa-Carrara e provincia di Lucca tra Marina di Carrara e Viareggio) il termine locale per indicare i mitili è muscoli. A la Spezia la tradizione dei coltivatori di mitili (detti, muscolai) risale alla fine del 1800. Da notare che i muscoli di Spezia sono citati da Fabrizio De André nell’album album Creuza de ma all’inizio della canzone Jamin-a.[17][18]
  • Il termine “muscolo” deriva dal latino musculus, dal quale hanno avuto origine anche i corrispondenti termini di numerose lingue europee. Alcuni esempi sono: il tedesco Muscheln, l’inglese mussels, il francese moules, il catalano musclos, l’olandese mosselen, il danese muslinger, lo svedese musslor.[19]

Móscioli

  • Ad Ancona, alle pendici del promontorio del Conero, i mitili non vengono allevati, ma si pratica la raccolta di quelli selvatici, molto abbondanti sugli scogli. Il nome locale dei mitili è móscioli. Il mósciolo selvatico di Portonovo è un Presidio Slow Food e cresce tra la spiaggia del Passetto di Ancona e la spiaggia dei Sassi Neri di Sirolo; tali zone sono considerate un presidio di bio-sociodiversità dal Comune e dalla Provincia di Ancona. Il guscio del mósciolo è caratterizzato da uno spesso strato di concrezioni ed è tradizione degli anconetani raccoglierlo sul fondale “facendo i fiati”, ovvero in apnea. Il sapore del mósciolo è più intenso di quello dei mitili d’allevamento[6].
Gli usi culinari della zona prevedono ricette in cui i móscioli sono preparati in vario modo, ma specie impanati e poi grigliati; in altre ricette essi sono utilizzati per la preparazione di sughi per la pasta; se utilizzati da soli si hanno le tipiche paste con i móscioli, bianche o con il pomodoro, se invece i móscioli sono associati ad altri frutti di mare si ha la pasta “alla marinara” (in bianco) o “alla pescatora” (con il pomodoro)[6].

Peoci e Pedoli

  • In Veneto il mitilo viene chiamato peocio o pedocio[20], generando omonimia con il termine dialettale per pidocchio e anche con l’aggettivo gergale, presente anche nella variante peocìn, per definire una persona spilorcia, equivalente dell’italiano “pidocchioso”. In lingua friulana si usa un termine corrispondente a quello veneto: “pedoli” (pidocchi)[5].

Altre denominazioni:

Mitilicoltura

Mitili spiaggiati

La mitilicoltura è un tipo particolare di acquacoltura; quella italiana, nonostante l’incremento della produzione degli ultimi decenni, non riesce a coprire il fabbisogno nazionale di mitili: nel 2006 l’importazione di questi molluschi in Italia è stata di circa 25700 tonnellate, di cui più della metà proveniente dalla Spagna.

In Italia si utilizzano tre diversi sistemi di allevamento:

  • il sistema fisso è il più antico ed è tipico delle aree lagunari o comunque molto riparate, non potendo resistere a condizioni di mare agitato;
  • il sistema “a monoventia” è stato introdotto a partire dagli anni novanta del Novecento e in breve tempo è diventato quello prevalente. È utilizzato in mare aperto in quanto ha un’alta resistenza, anche nei confronti di burrasche violente.
  • il sistema a “pluriventie” si è diffuso nei primi anni ottanta del Novecento, e viene utilizzato soprattutto nel Golfo di Trieste; è adatto a zone parzialmente riparate dalle condizioni meteomarine avverse.

Gli addetti alla mitilicoltura in Italia sono circa 1400.

Le zone in cui la mitilicoltura è di più antica tradizione sono il golfo di Taranto (cozza tarantina), il golfo della Spezia, la Laguna Veneta, il litorale Flegreo. Furono i pescatori tarantini che emigrarono nel 1800 ad esportare a La Spezia il modo di allevare i mitili[21].

Zone di mitilicultura più recenti sono il litorale Triestino (Friuli-Venezia Giulia), il golfo di Olbia (Sardegna), l’Emilia-Romagna, l’Abruzzo e il litorale adriatico della Puglia[22], specie nel territorio di Cagnano Varano, nel Gargano[23].

Nelle Marche la mitilicoltura è recente e di sviluppo limitato, in quanto in questa regione prevale la pesca subacquea in banchi di mitili selvatici, praticata nella zona di Ancona, Portonovo e in genere in tutto il Promontorio del Conero[6].

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Cuore di laguna/Cerastoderma glaucum

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Cerastoderma glaucum (Poiret, 1789), conosciuto comunemente come cuore di laguna, è un mollusco bivalve della famiglia Cardiidae.

Habitat e distribuzione

Tipica di acque poco profonde su fondali sabbiosi nell’Oceano Atlantico orientale e nel Mar Mediterraneo.

Descrizione

Conchiglia di colore giallo bianco, talvolta marrone chiaro, curva, dalla tipica forma a cuore se osservata di profilo. Costolature molto pronunciate. Interno della conchiglia bianco latteo. Fino a circa 4 centimetri.

Specie affini

Si distingue da C. edule per via della forma meno allungata e dalla conchiglia lucida.

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A
B
C
D
E
F
G
I
L
M
N
O
PA
Pe-Pesce C
PESCE P
PESCE R
PI
R
SA
SI
ST
T
V
Z