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Accetta/Ascia/Argento/Argyropelecus hemigymnus

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L’ascia d’argento o pesce ascia o pesce accetta (Argyropelecus hemigymnus) è un pesce abissale della famiglia Sternoptychidae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Questo pesce è diffuso nell’Oceano Atlantico e nel mar Mediterraneo, mar Adriatico compreso.
Vive a grandi profondità, fino a 3000 m ed ha abitudini pelagiche. Compie migrazioni a profondità inferiori durante la notte.

Descrizione

Ha una sagoma assolutamente inconfondibile, alta e pressoché trapezoidale la parte anteriore, con una spina acuta su entrambi gli “spigoli” nella parte inferiore e molto più sottile nel segmento caudale. Gli occhi sono molto grandi, telescopici e rivolti verso l’alto. La bocca è molto grande, dorsale. La pinna dorsale, breve, è preceduta da alcune spine e seguita da una pinna adiposa lunga e stretta. Le pinne pettorali sono lunghe e inserite in basso. La pinna caudale è grande e forcuta. I fotofori sono grandi, in numero di 35, disposti lungo il profilo ventrale del corpo e suddivisi in sei gruppi.
Il colore dell’animale è argenteo, molto lucente. La luce emessa dai fotofori è rosea.
Misura fino a 6 cm di lunghezza.

Alimentazione

Si ciba soprattutto di crostacei planctonici.

Riproduzione

Si riproduce tutto l’anno, con un massimo in primavera, le uova sono galleggianti e se ne schiude una larva che assume l’aspetto tipico dell’adulto a circa 7 mm di lunghezza.

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Acciuga/Alice/Engraulis encrasicolus

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L’acciuga o alice[2] (Engraulis encrasicolus (Linnaeus, 1758)) è un pesce osseo marino appartenente alla famiglia Engraulidae di grande importanza economica.

Rischio minimo[1]

Etimologia

Acciuga deriva dal latino volgare *apiua o *apiuva per il classico aphyē, dal greco ἀφύη aphýē, nome di un piccolo pesce. L’esito –cci– da –pj– non è toscano e probabilmente ha subito un passaggio da dialetti liguri o meridionali[3].

Il termine alice, di area italiana meridionale, napoletana e siciliana (alici), deriva dal latino hallēx, allēx, alēc, hallēc o allēc, -ēcis, una salsa simile al garo, fatta con interiora fermentate di pesce, e a sua volta dal greco ἁλυκόν halykón, da confrontare con ἁλυκίς halykís (“salamoia”)[3].

Habitat e distribuzione

La specie è diffusa nell’Oceano Atlantico orientale, tra la Norvegia e il Sudafrica. È presente e comune anche nei mari Mediterraneo, Nero e d’Azov. Alcuni esemplari sono stati catturati nel canale di Suez; si tratta quindi di una delle poche specie di pesci mediterranei che hanno intrapreso una migrazione verso il mar Rosso, in senso contrario a quello dei migranti lessepsiani[4].

Si tratta di un tipico pesce pelagico che si può trovare anche a grande distanza dalle coste, a cui si avvicina in maggio-giugno per la riproduzione[5]. Di solito nella stagione calda non si incontra a profondità superiori a 50 metri[6]; la massima profondità registrata è di 400 metri[4]. In inverno frequenta acque più profonde, attorno ai 100-180 metri nel Mediterraneo[7]. È una specie moderatamente eurialina, tollera le acque salmastre e talvolta penetra nelle foci e nelle lagune[4]. Nei laghi salmastri di Ganzirri e di Torre Faro in comune di Messina esiste una popolazione stanziale, in passato considerata come una sottospecie (Engraulis encrasicolus russoi)[8][5].

Descrizione

Sebbene l’acciuga sia spesso associata alla sardina e talvolta confusa con essa, queste due specie appartengono a famiglie diverse e hanno un aspetto decisamente differente[5]. L’acciuga ha un corpo allungato e snello, a sezione cilindrica, privo della cresta ventrale di scaglie rigide presente nella sardina. La testa è grande (circa ¼ della lunghezza totale), conica, appuntita, con occhi grandi posti all’estremità anteriore della testa, in posizione molto avanzata.

Anche la bocca è grande (molto più che nella sardina), ampia fin oltre l’occhio, ed è posta in posizione infera (ovvero nella parte inferiore della testa); è armata di denti piccoli e numerosi. La mascella superiore è più lunga dell’inferiore. Le scaglie sono piccole e si distaccano facilmente. La pinna dorsale è abbastanza breve, di forma triangolare, inserità circa a metà del corpo. La pinna anale è inserita più indietro, è più bassa e più lunga della dorsale. Le pinne ventrali sono piccole e poste all’altezza dell’origine della dorsale; le pinne pettorali sono inserite molto in basso, presso il bordo ventrale del corpo e sono strette e allungate. La pinna caudale è biloba[5][6][8].

La colorazione è argentea sui fianchi e biancastra sul ventre, il dorso è verde azzurro negli individui vivi che diventa blu scuro in quelli morti. Sui fianchi dei pesci vivi, soprattutto di piccola taglia, è spesso presente una banda argentea sopra cui decorre una linea più scura[5][6][7]. La lunghezza massima può eccezionalmente raggiungere i 20 cm[4], ma mediamente si aggira sui 15-17 cm[6].

Biologia

Fitto banco di acciughe in atteggiamento di difesa

È una specie gregaria in ogni fase vitale che forma banchi numerosissimi, spesso misti con altre specie (per esempio la sardina) ma composti da esemplari di taglia simile (fenomeno noto come gregarismo per taglia). L’acciuga compie migrazioni sia stagionali, dato che in inverno si porta in acque profonde, sia nictemerali, ovvero si porta a profondità diverse durante l’arco della giornata[7]. Può vivere fino a 5 anni[4].

Alimentazione

Si alimenta di giorno. Si nutre di zooplancton, le prede principali sono crostacei copepodi e stadi larvali di molluschi[7].

Riproduzione

La deposizione delle uova avviene in acque costiere tra aprile e novembre e ha un picco in giugno e luglio. Le uova, deposte in numero fino a 40.000, sono pelagiche. Le uova si schiudono nell’arco di 2 giorni, e le larve, note assieme a quelle delle sardine come gianchetti o bianchetti, si aggregano subito in banchi. La maturità sessuale si raggiunge a un anno[8][7].

Pesca

L’acciuga è una delle specie ittiche più importanti per le marinerie del mar Mediterraneo e dell’Oceano Atlantico temperato caldo europeo. La sua cattura avviene con vari metodi (reti a strascico, reti da posta, ecc.), ma principalmente con un’apposita rete da circuizione nota come ciànciolo, in cui i banchi di acciughe e altri piccoli pesci pelagici vengono attratti da fonti luminose (lampàre)[5][7]. Nell’area mediterranea il bacino più produttivo risulta il mar Adriatico con l’80% dello sbarcato italiano. La misura minima per la commercializzazione nella UE[7] è di 9 cm.

Usi

L’acciuga ha carni buone che vengono consumate sia fresche (ad esempio ripiene), sia conservate in svariati modi: sotto sale, sott’olio, come pasta d’acciughe, ecc[5]. Le acciughe conservate entrano a loro volta in numerose ricette; ad esempio in Piemonte, dove in passato grazie alla conservazione sott’olio o sotto sale erano uno dei pochi pesci di mare tradizionalmente disponibili, oltre che alla base della bagna càuda sono utilizzate come antipasto sotto forma di acciughe al verde.

Conservazione

È oggetto, soprattutto nel mar Adriatico, di sovrapesca. Si stima che la sola flotta di Chioggia in estate rigetti in mare tra le 6 e le 9 tonnellate al giorno di acciughe (e sardine) morte, per ogni coppia di navi, a causa del prezzo di mercato non remunerativo. Gli stock ittici si sono notevolmente ridotti nell’arco degli ultimi decenni.[9]

Nella cultura di massa

Nella serie di Futurama, creata da Matt Groening ed ambientata nel IV millennio, le acciughe si sono estinte nell’anno 2200 a causa dell’arrivo dei Decapodiani, ovvero la razza del dottor Zoidberg, i cui componenti sono ghiotti di acciughe quasi alla stregua di una dipendenza da stupefacenti. Nello stesso episodio della stessa serie l’ultima confezione di acciughe conservate è battuta a caro prezzo ad un’asta, ed una multinazionale cercherà di accaparrarsela con ogni mezzo per condurre un’operazione molto ardita d’ingegneria genetica per creare degli uomini-acciuga produttori di olii industriali.

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Aguglia/Belone belone

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L’aguglia[2] (Belone belone (Linnaeus, 1761) è un pesce osseo di mare appartenente alla famiglia Belonidae.

Rischio minimo[1]

Descrizione

Aguglia

Questi pesci presentano una forma affusolata, quasi anguilliforme, con pinne nella parte posteriore, l’aguglia presenta un becco corneo con mandibola più lunga della mascella, molto flessibile. Lo scheletro è di colore verde-azzurro, la colorazione della lisca è dovuta a depositi di biliverdina, un prodotto della bile. La livrea è di un semplice grigio argenteo, scuro sul dorso e quasi bianco sul ventre.
Raggiunge una lunghezza di 90 cm ed il peso massimo di 1,3 kg.

Biologia

Alimentazione

Si ciba di piccoli pesci, prevalentemente di sardine e acciughe.

Distribuzione e habitat

Belone belone si trova comunemente nel Mar Mediterraneo e nell’Atlantico orientale, nelle zone costiere intorno alle isole Canarie, Azzorre, Madera e Capo Verde, nonché nel Mar Nero e nel Mar d’Azov; Belone svetovidovi solamente nell’Atlantico orientale e nel Mediterraneo intorno allo Stretto di Gibilterra.

Tassonomia

Sottospecie

Nel corso del XX secolo numerosi studi hanno dimostrato l’esistenza di alcune sottospecie:

  • Belone belone belone (già Belone belone euxini)
  • Belone belone acus (sinonimo di Tylosurus acus)
  • Belone belone gracilis

Specie affini

L’unica altra specie del genere Belone presente nel Mediterraneo è Belone svetovidovi (Collette & Parin, 1970) nota in italiano come “aguglia di Svetovidov” presente in alcuni settori dell’Oceano Atlantico nordorientale e nel mar Mediterraneo. È estremamente simile a B. belone e si può distinguere solo osservando il numero di denti sulle mascelle. Viene infatti quasi sempre confusa con l’aguglia comune.

Pesca

L’aguglia è ampiamente pescata sia da pescatori sportivi (soprattutto con la tecnica della traina e dello spinning) che da professionisti con reti da circuizione. Le carni sono buone, soprattutto fritte, anche se il colore verde delle ossa può impressionare qualcuno.

Viene altresì ampiamente utilizzata dai pescatori sportivi come esca viva per la cattura del pesce serra, principalmente nell’area che va dal nord della Toscana fino al sud del Lazio. La forma affusolata, il candore e il pregio delle carni sommate alla rapidità di movimento rende l’aguglia una delle prede preferite del predatore, al pari del muggine. L’aguglia viene pescata vicino a riva con canne da surfcasting o da spinning di ben bassa portata, atte soprattutto alla cattura delle esche vive come l’aguglia (o come la ben nota leccia stella), dopodiché viene innescata all’amo e la lenza viene portata a 30-40 metri da riva.

aguglie sopra un banco di una pescheria

Ricerca scientifica

Il nervo olfattivo del Belone Belone normalmente non è mielinizzato ed è utilizzato nella ricerca scientifica come modello di nervo non mielinizzato.[3]

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Ala filosa/Bathypterois dubius

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L’ala filosa (Bathypterois dubius) è un pesce abissale della famiglia Ipnopidae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Si incontra nel mar Mediterraneo, di cui è endemica. Nei mari italiani è noto nell’Arcipelago Toscano e nel mar Jonio e non è comune, ma forse solo a causa dell’inaccessibilità dei fondali che frequenta.
È presente almeno fino a 2800 metri di profondità.

Descrizione

Questo pesce ha un aspetto piuttosto caratteristico. Il corpo è allungato e fusiforme, più compresso lateralmente nella parte posteriore. La bocca è grande ed armata di piccoli denti. Gli occhi sono minuscoli. La pinna anale è impiantata subito sotto la fine della pinna dorsale. Le pinne pettorali sono costituite da due porzioni, quella inferiore ha raggi molto corti mentre quella superiore è costituita da due soli raggi molto allungati, rigidi e fusi per circa due terzi della loro lunghezza. Anche le pinne ventrali presentano alcuni raggi allungati e rigidi. Le squame sono grandi e ben visibili.
Il colore dell’animale è blu molto scuro; dopo la morte assume una tinta nera.
Misura circa 20 cm di lunghezza massima.

Alimentazione

Si ciba di invertebrati bentonici.

Biologia

Le abitudini ed il modo di vita di questa specie sono quasi completamente ignoti. Si crede che questo pesce si appoggi sul fondale fangoso senza affondarvi utilizzando i raggi allungati delle pinne ventrali e pettorali come un treppiede. Questo comportamento è noto con certezza per la specie Bathypterois grallator, occasionale nel Mediterraneo.

Specie affini

Bathypterois mediterraneus è un vecchio nome per gli esemplari mediterranei di questa specie, oggi considerato sinonimo di B. dubius.

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Alaccia di Madera/Sardinella maderensis

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L’alaccia di Madera (Sadinella maderensis) è un pesce di mare appartenente alla famiglia Clupeidae.

Distribuzione e habitat

Si tratta di una specie presente nell’Oceano Atlantico orientale, limitatamente alle fasce tropicali e subtropicali e nel mar Mediterraneo meridionale da cui è penetrata nel canale di Suez. In seguito al fenomeno della meridionalizzazione del Mediterraneo questa specie si incontra con sempre maggiore frequenza nelle acque italiane, dove fino a pochi anni fa era del tutto assente. Le segnalazioni nei nostri mari provengono soprattutto dalla Sicilia.
Le abitudini sono simili a quelle della più comune alaccia ma ha una certa capacità di sopportare l’acqua salmastra per cui la si può incontrare all’interno di lagune ed estuari.

Descrizione

Appare molto simile all’alaccia da cui si può distinguere per i seguenti caratteri:

  • pinne ventrali con 8 raggi (9 in S. aurita)
  • all’inizio della pinna dorsale c’è una macchia nera mentre in S. aurita c’è una macchia alla base della pinna pettorale
  • una macchia nera, di solito ben visibile, è presente anche sul fianco, immediantamente dietro l’opercolo branchiale
  • il corpo è più alto e meno slanciato
  • l’apice di entrambi i lobi della pinna caudale è nero.

Il colore è blu sul dorso e bianco argento sul ventre ed i fianchi, che sono attraversati da una vistosa linea dorata.
Raggiunge i 30 cm di lunghezza.

Alimentazione

Si ciba di organismi planctonici.

Riproduzione

Avviene in estate.

Pesca

Si cattura assieme alle alacce o altri clupeidi ma abbocca anche agli ami, sia alle esche naturali che artificiali. Le carni sono simili a quelle della congenere e sui mercati italiani non si trovano quasi mai.

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Alaccia /Sardinella aurita

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L’alaccia (Sardinella aurita) è un pesce di mare appartenente alla famiglia Clupeidae.

Distribuzione e habitat

Questa specie si incontra nel mar Mediterraneo, nella parte sud del mar Nero e nell’Oceano Atlantico orientale tra il Portogallo ed il Sudafrica. È presente anche sul lato americano dell’Atlantico, tra Capo Cod e l’Argentina comprendendo tutto il mar dei Caraibi e le Antille. Si tratta di un pesce termofilo, comune nel Mediterraneo meridionale e, fino qualche anno fa, raro nel mar Ligure e nell’Adriatico. Oggi è comune anche nei bacini più settentrionali, indubbiamente in seguito alla meridionalizzazione del Mediterraneo.

Si tratta di una specie pelagica, rara sottocosta e comune al largo che si può incontrare sia in superficie che a centinaia di metri di profondità.

Descrizione

Assomiglia molto alla comune sardina ma si può riconoscere per diversi caratteri:

  • è presente una vistosa linea dorata sui fianchi
  • la sagoma è più tozza
  • è presente una carena di scaglie rigide che percorre tutto il ventre
  • è mediamente più grande e può raggiungere i 30 cm di lunghezza.

Alimentazione

Si ciba di organismi planctonici, è molto vorace ed attacca qualunque cosa si muova nel suo raggio di azione.

Predatori

È parte importante della catena alimentare mediterranea ed è preda di moltissimi pesci più grandi come tonni, pesci spada e aguglie imperiali.

Pesca

Viene catturata con gli stessi attrezzi utilizzati per sardine ed acciughe ma, al contrario di queste due specie, abbocca alle esche sia naturali che artificiali, soprattutto a quelle impiegate per pescare sgombri e sugarelli. Si pesca anche a traina. Viene spesso impiegata come esca poiché le sue carni, ricche di olio, sono molto meno buone di quelle della sardina.

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Anguilla anguilla/Capitone

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Anguilla anguilla Linnaeus 1758, conosciuta come anguilla[2] o anguilla europea, è un pesce teleosteo[3] della famiglia Anguillidae. In alcune regioni italiane la femmina di grandi dimensioni (lunghe fino a un metro e mezzo) viene chiamata capitone mentre il maschio, molto più piccolo (40–60 cm), prende il nome di buratello.

Distribuzione e habitat

È una specie diffusa nelle acque dolci, salmastre e marine dell’Atlantico e del mar Mediterraneo e suoi tributari, dall’Islanda al Senegal. È meno comune nel mar Nero e nei suoi tributari (tra cui il Danubio). In genere popola ambienti a corrente debole o assente, ma non si può escludere di trovarla in acque anche molto mosse. I maschi stazionano spesso in acque salmastre, senza risalire i fiumi come invece fanno regolarmente le femmine.

Critico

Descrizione

Presenta un corpo allungato, subcilindrico, serpentiforme; la pinna dorsale, di modesta altezza, è allungata fino a unirsi alle pinne caudale ed anale. La pinna anale è più lunga della dorsale. La mandibola è più sporgente della mascella, l’occhio è piccolo. Il colore cambia con le fasi vitali: bruno sul dorso e giallastro ventralmente per gli animali che vivono in acque dolci e nero sopra ed argentato sotto per quelli che risiedono in mare o che si apprestano ad effettuare la lunga migrazione. La femmina può raggiungere i 3 kg di peso.

Riproduzione

Si tratta di un migratore catadromo (che discende la corrente), ed il suo ciclo riproduttivo, straordinariamente complesso, è noto da relativamente poco tempo. Tutte le anguille nascono nel mar dei Sargassi, posto noto dove avviene la riproduzione di tale specie. La migrazione degli esemplari sessualmente maturi inizia dalle acque dolci o salmastre dove questi pesci risiedono, in autunno. L’istinto riproduttivo è talmente forte che le anguille che vivono in laghi o stagni chiusi non esitano ad uscire dall’acqua ed a raggiungere il fiume o il mare strisciando come serpenti; questo avviene durante la notte, soprattutto in condizioni di pioggia o di erba bagnata dalla rugiada notturna (che consente ai pesci in migrazione di evitare la disidratazione) e di assenza di luna (dato il carattere lucifugo della specie)[4].

In mare subiscono notevoli variazioni come l’aumento di dimensioni degli occhi (si suppone che la migrazione avvenga ad alte profondità, dove la luce è poca) e la degenerazione dell’apparato digerente (l’anguilla in migrazione smette di nutrirsi). Attraverso itinerari poco noti questi pesci, che non sono di certo forti nuotatori, raggiungono l’area dell’Oceano Atlantico in cui avviene la deposizione, effettuata la quale muoiono.

Alla schiusa dell’uovo il giovane (che ha una caratteristica forma fogliforme e che prende il nome di leptocefalo) fa il medesimo percorso fatto dalla madre per tornare in Europa nell’esatto luogo da dove essa proveniva[senza fonte], impiegando circa 3 anni per effettuare tutto il viaggio ed arrivando allo stadio di “ceca”[5].

Alimentazione

Si nutre di animali, sia vivi che morti. Caccia la notte o quando l’acqua è molto torbida, anche in condizioni di piena, affidandosi prevalentemente all’olfatto.

Pesca e allevamento

Si cattura con vari tipi di reti, nasse e lenze, tra cui la “mazzacchera”, un antichissimo metodo di pesca con un tipo di lenza senza amo innescata con una “corona” di lombrichi. La lenza viene poi legata ad una canna, messa in equilibrio su una forcella, e posata sul fondo con un piombo che mantiene la lenza in leggera tensione, in modo da rivelare le abboccate dell’anguilla. Con un po’ di esperienza si riesce ad alzare la lenza con l’anguilla attaccata ai lombrichi e a portarla fuori dall’acqua, magari in un ombrello di incerato rovesciato. Un altro metodo praticato dai pescatori consiste nella deposizione sul fondo di fascine, in cui le anguille si rifugiano. Salpandole con cura e senza scossoni si possono catturare le anguille che vi sono entrate.

Le carni sono squisite ma molto grasse.

Un poco di attenzione va fatta nella preparazione delle anguille, nel loro taglio e sventramento per cucinarle. Il loro sangue è infatti, tossico: contiene una proteina tossica, l’emoittiotossina che a contatto con il sangue umano (per es. quello derivante da una ferita o da un taglio), ha un’azione emolitica. La tossina è termolabile, e viene neutralizzata dal calore.

Fra i maggiori allevamenti d’Italia ci sono quelli delle Valli di Comacchio, della Laguna di Orbetello, di Cagnano Varano e di Lesina.

Minacce

L’anguilla è registrata come “In pericolo critico” dalla Lista Rossa IUCN, che è il gradino immediatamente precedente l’estinzione. Non si dimentichi che, a causa del peculiare ciclo riproduttivo, questa specie non è allevabile in cattività per ripopolamenti se non catturando i giovanili al loro ritorno dalla migrazione. Le principali cause della rarefazione non stanno nell’inquinamento (a cui l’anguilla è poco sensibile) ma nell’eccessivo sforzo di pesca, sia degli adulti che del novellame a scopo di ripopolamento delle valli da pesca.

Uso gastronomico

Gli esemplari di dimensioni maggiori (femmine) sono molto apprezzati in cucina e vengono di solito messi in vendita vivi, in apposite vasche colme d’acqua dolce. L’anguilla è destinata tipicamente al consumo natalizio anche se in regioni come la Sardegna si consuma in qualunque periodo dell’anno (quando disponibile). Generalmente preparata arrosto per gli esemplari più grandi, in umido, o anche fritta per gli esemplari più piccoli. Gli avanzi vengono di solito riciclati il giorno successivo dopo averli marinati in aceto aromatizzato con origano, alloro, aglio e pepe. Si tratta di una pietanza molto grassa (circa 24 g di grassi su 100 g di prodotto fresco). Al di fuori della tradizione natalizia si preferisce la preparazione alla brace che, permettendo la colatura del grasso in eccesso, garantisce una digeribilità più elevata. Un piatto tipico e molto saporito è la pastasciutta sull’anguilla. La pasta viene condita con anguilla cotta in umido e sfilettata, fatta saltare per alcuni minuti dentro questa salsa.

A Sasso d’Ombrone (GR), ogni anno a settembre si tiene una Sagra del capitone.

A Comacchio (FE), ogni anno tra fine settembre ed inizio ottobre si tiene una Sagra dell’Anguilla.

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Alalunga/Alalonga/Thunnus alalunga

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L’alalunga o alalonga (Thunnus alalunga) è un pesce osseo della famiglia Scombridae, molto affine al tonno rosso, ma inferiore di grandezza.

Distribuzione e habitat

L’alalunga è diffusa nel mar Mediterraneo e nelle acque calde di tutti gli oceani; sulle coste europee si incontra raramente più a nord del golfo di Guascogna. Nei mari italiani è comune, ma solo in certe località che possono variare di anno in anno. La sua presenza è particolarmente massiccia attorno alle isole Eolie. È rara nel mar Adriatico.
Si trattiene quasi sempre in alto mare ed è rara sottocosta. Effettua migrazioni verso nord nella stagione calda, durante la quale si trattiene leggermente meno al largo.

Descrizione

È molto simile al tonno rosso; la differenza più evidente sta nelle pinne pettorali, che si prolungano fino alla pinna anale; inoltre l’occhio è più grande. La forma generale è a “barile”, meno slanciata rispetto al più grande parente. La prima pinna dorsale ha quattordici raggi, la seconda tre duri e quattordici molli, la pinna ventrale tra uno e cinque, l’anale tre e dodici, la caudale quaranta e ogni pinna pettorale trentasette. Sono presenti sul peduncolo caudale otto paia di pinnule.
Il colore è simile a quella del tonno rosso, blu scuro sul dorso e bianco su fianchi e ventre, senza segni scuri. Le pinnule sono scure e la pinna caudale ha un orlo chiaro.
Raggiunge un metro di lunghezza per 25 kg di peso, ma le dimensioni sono in genere inferiori di circa la metà.

Biologia

Come quasi tutti gli Scombridae è gregario e vive in grossi banchi.

Alimentazione

Caccia pesci pelagici come le sardine, le acciughe, le alacce e i pesci volanti. Si nutre anche di cefalopodi.

Riproduzione

Si riproduce in estate; le uova e le larve sono pelagiche e molto simili a quelle del tonno.

Pesca

Si pesca con le reti da circuizione e con apposite reti da posta per la cattura di scombridi (palamitare), o si cattura all’amo con la tecnica della traina. Questa specie viene attratta spruzzando acqua a pioggia dietro la poppa della barca. La carne è bianco rosea e non rossa; da alcuni viene preferita a quella del tonno rosso, perché più magra. La carne si vende fresca e in conserva.

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Altavela/Gymnura altavela

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Gymnura altavela (Linnaeus, 1758)[2], comunemente chiamato altavela è un pesce raiforme appartenente alla famiglia Gymnuridae. Si tratta del rappresentante di maggiori dimensioni del genere Gymnura, raggiungendo un’ampiezza massima del disco di 4 metri[3].

Vulnerabile[1]

Distribuzione e habitat

Vive nelle acque costiere tropicali e subtropicali dell’Atlantico, con una distribuzione tendenzialmente non uniforme. Sul lato occidentale, andando da nord a sud, la si ritrova dalle coste del Massachusetts fino al Rio della Plata in Argentina, mentre dal lato orientale si spinge a nord fino alle coste settentrionali del Portogallo, ed a sud fino all’Angola[4]. La sua presenza era un tempo segnalata in tutto il Mar Mediterraneo, compreso il mar Nero, mentre al giorno d’oggi è ristretta al bacino meridionale.

Frequenta abitualmente acque poco profonde, tra i 5 ed i 100 metri, sui fondali sabbiosi o melmosi, spingendosi anche molto vicino a riva[3].

Descrizione

Il corpo dell’altavela è costituito da un disco fortemente compresso a forma di aquilone largo circa due volte la sua lunghezza. Il muso presenta un brevissimo rostro. Gli occhi sono piccoli e seguiti dai due spiracoli, dotati di una modesta appendice peduncolata. Sul ventre si aprono bilateralmente le cinque fessure branchiali, di piccole dimensioni, e più anteriormente la bocca, quasi rettilinea, dotata di 98-138 denti nell’arcata mascellare e 78-110 su quella mandibolare, disposti in 10-12 file[5]. Posteriormente si diparte un’appendice caudale piuttosto breve, lunga circa un quarto del disco, sormontata alla base da una o due spine parzialmente seghettate[6].

La colorazione sul dorso varia tra il bruno ed il grigio marezzato, mentre sul lato ventrale è lattescente.

La massima larghezza del disco ufficialmente registrata è stata di 4 metri, ed un peso di 60 kg[5].

Biologia

Comportamento

Frequenta abitualmente fondali sabbiosi o melmosi, dove può proteggersi più facilmente, seppellendosi e lasciando sporgere fuori solo gli occhi ed i due spiracoli. La caratteristica impronta lasciata dal corpo può essere osservata anche molto tempo dopo il suo spostamento[7]. Malgrado la presenza di spine velenifere, non è considerata pericolosa per l’uomo.

G. altavela

Alimentazione

Essendo animale prettamente bentonico, l’altavela si nutre di piccoli pesci e crostacei, molluschi ed altre creature di fondo di piccole dimensioni. Per la caccia utilizza le sue ampie pinne pettorali per colpire e stordire le prede, prima di inghiottirle[8].

Riproduzione

Si tratta di una specie ovovivipara sprovvista di placenta: le uova si schiudono all’interno dell’utero, dove prosegue lo sviluppo embrionale, durante il quale il sostentamento viene fornito direttamente dalle componenti del fluido intrauterino[9]. La gestazione dura circa 6 mesi e nascono un numero variabile di piccoli, da 2 a 6[10].

Pesca e rapporti con l’uomo

Le sue carni sono apprezzate in alcun località e per questo viene pescata soprattutto nelle aree meridionali del Mediterraneo e sulle coste del Brasile. Pur non essendo una specie facilmente adattabile alla vita in cattività, si è riusciti a farla ambientare in alcuni acquari di grandi dimensioni[11].

Stato di conservazione

Il basso tasso di riproduzione e la pressione dovuta alla pesca hanno inciso sensibilmente su questa specie, che è stata inserita nella lista IUCN tra le specie vulnerabili (VU). In particolare in tutto il Mediterraneo ed in Brasile, dove una volta era segnalata con frequenza, è diventata decisamente rara, tanto che il suo status locale è stato elevato a critico (CR)[1].

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Aquila di mare/Myliobatis aquila

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L’aquila di mare[2] (Myliobatis aquila (Linnaeus, 1758)) è un pesce cartilagineo della famiglia Myliobatidae[3], diffuso anche nel Mediterraneo e comune nell’Adriatico.

Rischio minimo[1]

Descrizione

Il suo corpo ha la classica forma discoidale, con il diametro orizzontale più largo di quello verticale; misura fino a 1,5 m di larghezza e 2,5 m di lunghezza. La testa sporge dal muso e la coda, a forma di frusta, è lunga più del doppio del corpo e presenta una spina dorsale munita di ghiandola velenifera. La pelle è liscia e ricoperta di muco scivoloso. Come le razze possiede due pinne laterali molto ampie e appuntite, leggermente arcuate, la cui forma ricorda delle ali falcate (da cui il nome scientifico).

Distribuzione e habitat

È una specie costiera delle acque temperate del nord Atlantico e del mar Mediterraneo (dove è particolarmente comune nel mar Adriatico), che vive a bassa profondità, nuotando spesso in prossimità della superficie[4].

Biologia

L’aquila di mare è ovovivipara e pertanto partorisce individui che hanno già l’aspetto degli adulti. La dieta comprende sia molluschi quali gasteropodi e lamellibranchi, che crostacei come granchi e paguri.

Pesca

Viene pescata, soprattutto nell’Adriatico, ma la carne molle e viscosa non risulta particolarmente appetibile, limitandone il consumo localmente e agli esemplari appena pescati. A meno che non lo si sappia cucinare come si deve[5]

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Aragosta mediterranea/Palinurus elephas

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L’aragosta mediterranea (Palinurus elephas Fabricius, 1787) è un crostaceo dell’ordine Decapoda che vive nei fondali del mar Mediterraneo e dell’oceano Atlantico orientale.

Descrizione

Ha una taglia medio-grande con una lunghezza media di 20–40 cm e massima di 50 cm ed un peso fino a 8 kg. Il corpo è di forma sub-cilindrica, rivestito da una corazza che durante la crescita cambia diverse volte per ricrearne una nuova. Il carapace è diviso in due parti – il cefalotorace (parte anteriore) e l’addome (parte posteriore) – con una colorazione da rosso-brunastro a viola-brunastro ed è cosparso di spine a forma conica. L’addome è formato da 6 segmenti mobili, ed è dotato di un minuscolo pungiglione.

Anteriormente presenta due antenne più lunghe del corpo, ripiegate all’indietro, gialle e rosse a tratti, che hanno la funzione di organi sensoriali e di difesa; sulla fronte sono anche presenti due spine divergenti a V.

L’ultimo segmento del pleon, il telson, assieme ai pleopodi del sesto segmento, forma il ventaglio caudale, utile per il nuoto. Possiede diverse zampe, ma solo una parte viene utilizzata per camminare.

Essendo un Palinuro non possiede zampe chelate: l’aragosta viene spesso confusa con l’astice che invece le ha ed assomiglia molto all’aragosta.

Distribuzione e habitat

È diffusa nel mar Mediterraneo e nell’oceano Atlantico orientale. Vive nei fondali rocciosi dai 20 m fino ai 150 m di profondità.

Biologia

È una specie gregaria, si trovano spesso insieme numerosi esemplari, longeva fino a 70 anni e piuttosto sedentaria.

Alimentazione

Si nutre di plancton, alghe, spugne, anellidi, echinodermi, briozoi, crostacei e pesci, a volte anche carcasse di questi.

Riproduzione

La riproduzione avviene a fine estate e in inverno nascono le larve, le quali raggiungono subito i fondali che le ospiteranno per il resto della loro vita.

Minacce e conservazione

È particolarmente apprezzato in cucina per la bontà della sua carne, tuttavia è una specie protetta inclusa nell’appendice III della Convenzione di Berna.

In alcune ricette viene applicato il metodo della cottura a vivo in acqua bollente, in quanto è opinione diffusa che gli invertebrati non percepiscano il dolore. Al riguardo il governo norvegese aveva richiesto nel 2005 uno studio scientifico che pareva aver confermato come il loro sistema nervoso non fosse in grado di elaborare tali sensazioni[1]. Tuttavia in seguito, nel febbraio 2013 è stato pubblicato un nuovo studio di ricercatori irlandesi che ha smentito l’opinione comune e il vecchio studio norvegese, evidenziando come i movimenti del crostaceo al momento dell’immersione non sarebbero dovuti a riflessi automatici, ma a reale percezione del dolore[2].

Curiosità

L’alto contenuto di emocianina dà alla loro emolinfa – circolazione comune di sangue e linfa – la colorazione viola, la quale però è mantenuta soltanto quando l’aragosta resta in profondità. Alla luce del sole o in superficie il colorito viola svanisce. Spesso l’aggiunta di ammoniaca ai crostacei fissa la colorazione rossa o viola.[senza fonte]

Reinhard Förster propose nel 1984 che i Palinuridae possano derivare dal Cancrinos, che era una forma di transizione fra queste e le Scyllaridae (cicale di mare).[3]

Specie simili

Nel bacino del Mediterraneo si trovano altre due specie simili:

Allergia alimentare

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: allergia alimentare.

Nelle aragoste, come per molti artropodi, la proteina tropomiosina è allergenica e può essere causa di allergia alimentare[4][5][6] anche grave.

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Argentina/Argentina sphyraena

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

L’argentina (Argentina sphyraena Linnaeus, 1758) è un pesce di mare appartenente alla famiglia Argentinidae.[1]

Specie non valutata

Descrizione

Ha occhi grandi, testa grande e bocca piccola e la sagoma è slanciata. Le pinne dorsali sono due, la seconda è adiposa e molto piccola, la prima è a base breve e non tanto alta, altrettanto piccole sono le altre pinne. Le pinne ventrali sono molto arretrate e si inseriscono alla metà della pinna dorsale, le pinne pettorali sono inserite molto in basso. La pinna caudale è forcuta. Il margine dell’opercolo branchiale è ondulato (liscio nell’affine Glossanodon leioglossus).

La livrea è grigiastra con riflessi argentei sulla testa e lungo i fianchi. Sopra la linea laterale c’è una linea nera.

Biologia

Alimentazione

Si nutre di invertebrati bentonici.

Riproduzione

Si riproduce in inverno deponendo uova pelagiche.

Distribuzione e habitat

Questa specie, comune nei mari italiani ma rara in Adriatico, è presente in tutto il mar Mediterraneo occidentale e nell’Oceano Atlantico orientale tra Gibilterra e la Norvegia.

Vive nei pressi di fondi fangosi tra i 100 ed i 700 metri di profondità.

Tassonomia

Specie simili

Il Glossanodon leioglossus (Argentina lingua liscia) è molto simile, ma si può riconoscere per il bordo dell’opercolo liscio, per i denti palatini e linguali meno numerosi e per i raggi delle pinne pettorali meno numerosi.

Pesca

Si cattura con frequenza con le reti a strascico. Ha carni delicate ed è un componente delle fritture di paranza.

Arca di Noè/Arca noae

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

L’arca di Noè (Arca noae Linnaeus, 1758), anche detto mussolo, è un mollusco bivalve appartenente alla famiglia Arcidae.[1]

Specie non valutata

Descrizione

Conchiglia con le valve identiche, quadrangolari, la parte interna liscia. Spesso risulta ricoperta dalla spugna Crambe crambe o, meno frequentemente, da Spirastrella cunctatrix. Fino a 10 centimetri.

Biologia

Molto sensibile agli spostamenti, si chiude immediatamente non appena avverte un possibile pericolo.

Distribuzione e habitat

Molto comune in tutto il Mar Mediterraneo su fondali rocciosi o detritici, da 0 a 100 metri di profondità, a cui si attacca tramite il bisso, più raro nelle zone della costa campana dove è stato sottoposto in passato a pesca intensiva.

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Aringa/Clupea harengus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

L’aringa[2] (Clupea harengus Linnaeus, 1758) è un pesce osseo marino appartenente alla famiglia dei Clupeidae.

Rischio minimo[1]

Distribuzione e habitat

Questo pesce è diffuso lungo le acque costiere dell’Atlantico settentrionale. Sulla costa americana l’areale dell’aringa va dal Labrador alla Carolina del Sud, nella parte orientale dell’Atlantico dall’Islanda e le isole Spitzbergen al nord del Golfo di Guascogna nonché nel mar Baltico. È del tutto assente dal mar Mediterraneo. Le aringhe sono pesci pelagici che formano grandi banchi. I banchi di aringhe si trovano più spesso in acque costiere durante la riproduzione mentre per nutrirsi si spostano più al largo e anche in acque oceaniche. I giovanili si incontrano molto spesso sottocosta, gli adulti effettuano migrazioni verticali, spostandosi in acque più profonde fino a 200 metri durante le ore diurne[3].

Descrizione

Il corpo è fusiforme e appiattito lateralmente, ricoperto da scaglie piccole e non facilmente caduche come in altri Clupeidae. Sul ventre le scaglie formano una carena non molto forte[4]. La bocca ha la mandibola prominente e più lunga della mascella. L’opercolo branchiale è liscio, con il margine posteriore arrotondato[5]. La pinna dorsale è inserita anteriormente all’origine delle pinne ventrali[4].

Il colore è azzurro o verdastro sul dorso e argenteo su fianchi e ventre, non sono presenti punti scuri[4].

La taglia raggiunge eccezionalmente i 45 cm ma normalmente non supera i 30. Il peso massimo noto è di 1,1 kg[3].

Riproduzione

La riproduzione avviene in tutto il periodo dell’anno, esistono varie popolazioni, anche viventi nelle stesse aree, che si riproducono in vari momenti dell’anno. Le femmine producono da 20.000 a 80.000 uova di 1-1,5 mm di diametro che vengono deposte in zone dal fondo ciottoloso raggiunte attraverso migrazioni riproduttive. Le uova, al contrario di molti altri clupeidi, non sono pelagiche[5].

Alimentazione

L’aringa si nutre prevalentemente per filtrazione, le prede principali sono copepodi planctonici[3].

Predatori

È preda abituale di numerose specie animali, soprattutto mammiferi come foche e focene, uccelli (Mergus merganser, Rissa tridactyla, Morus bassanus, Clangula hyemalis), calamari (Loligo forbesi, Illex illecebrosus), squali e razze (Prionace glauca, Squalus acanthias, Sphyrna lewini e Raja clavata), nonché numerose specie di pesci ossei (Salmo salar, Lophius piscatorius, Merluccius merluccius, Gadus morhua, pesci del genere Sebastes e altri).

Pesca

L’aringa è uno dei principali bersagli delle flotte da pesca nordeuropee ed ha una grandissima importanza per la pesca commerciale e l’economia stessa di intere nazioni europee. Tutt’oggi gli stock dell’Atlantico e del Mare del Nord vengono sfruttati per essere trattati e commercializzati freschi, sotto sale o marinati. In Italia l’aringa non è oggi molto diffusa ed è meno conosciuta di numerose specie di pesce azzurro del Mediterraneo, ma in passato il consumo di aringhe salate era frequente come cibo povero, per esempio in Toscana[6]. Questo pesce ha avuto una parte importante nell’alimentazione delle popolazioni del Nord Europa fin dal Medioevo, tanto da essere usate persino in alcune cerimonie religiose dai monaci.

Araldica

In araldica l’aringa è una figura animale non molto diffusa, contemplata nell’araldica civica di alcuni paesi del Nord Europa.

Parassitosi

È ospite piuttosto frequente del nematode Anisakis che causa problemi di parassitosi anche agli esseri umani, se ingeriti crudi o poco cotti.

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Astice/Homarus gammarus

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

L’astice[1] (Homarus gammarus (Linnaeus, 1758)), (Regolamento (CE) N. 1638/2001 e Regolamento (CE) N. 216/2009 e Regolamento (CE) N. 218/2009 e Decisione di Esecuzione (UE) 2016/1251), conosciuto anche come astice europeo e con i nomi locali di Elefante di mare, Lupicante, Lupo di mare, è un crostaceo decapode appartenente alla famiglia Nephropidae.

Descrizione

È molto simile all’astice americano (Homarus americanus).

Di colore bluastro, con chiazze gialle sul dorso e ventre chiaro, possiede due paia di antenne, un paio lunghe e uno corte e 8 zampe locomotrici, oltre a 2 chelate, di cui una più grande e una più piccola, per poter svolgere meglio compiti diversi. Il carapace è liscio e incavato, possiede due spine, situate vicino agli occhi. Può raggiungere il mezzo metro di lunghezza, ma gli esemplari comuni misurano dai 30 ai 40 cm.

Al contrario di quanto spesso si crede, l’astice non è strettamente imparentato con l’aragosta, che appartiene a un altro genere e anche a una famiglia diversa, quella dei Palinuridi; tassonomicamente la distanza tra le due specie è simile a quella che c’è, per esempio, tra il cane e il gatto.

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Ascidia mentula

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

Ascidia mentula Müller, 1776 è una specie di ascidiacea, appartenente alla famiglia Ascidiidae.[1]

Descrizione
A. mentula può raggiungere circa i 20 cm di lunghezza, ma le sue dimensioni variano notevolmente. Il corpo, dotato di due sifoni, ricorda la forma di un sacco ed ha una consistenza piuttosto dura. Il colore, così come le dimensioni, è molto variabile.
Biologia
Alimentazione
La sua alimentazione è costituita da particelle organiche che vengono risucchiate attraverso il sifone boccale.
Riproduzione
A. mentula è ermafrodita: caratteristica molto comune nei Tunicati. La riproduzione avviene tramite la deposizione di uova. Le larve hanno un aspetto molto simile a quello dei girini e sono in grado di nuotare. La notocorda è situata all’interno della “coda” e, dopo qualche giorno, quest’ultima verrà utilizzata per attaccarsi al fondale. Inizierà, così, la metamorfosi, fino a raggiungere l’aspetto dell’esemplare adulto. Due sifoni prenderanno il posto della coda e, di conseguenza, rimpiazzeranno la notocorda.
Distribuzione e habitat
È molto diffusa nel mar Mediterraneo e nell’Atlantico nord-orientale.[1]
Le coste sabbiose ed i fondali fangosi, costituiscono il suo habitat principale. Vive attaccata a sassi o conchiglie, fino a 200 metri di profondità.

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Attinia di rena/Condylactis aurantiaca

Da Wikipedia, l’enciclopedia libera.

L’attinia di sabbia o attinia di rena o anemone di sabbia (Condylactis aurantiaca Delle Chiaje, 1825) è un anemone di mare della famiglia Actiniidae[1].

Distribuzione e habitat

È una specie bentonica, endemica del Mar Mediterraneo.

Vive su fondali mobili, sabbiosi o detritici, da pochi metri sino a 80 metri di profondità.

Descrizione

La colorazione è variabile in base alla profondità e dipende dalla presenza di zooxantelle simbionti: più scura in superficie e più chiara in profondità.

Biologia

Alimentazione

Si ciba sia di piccoli organismi vivi che di animali morti. È caratteristica la simbiosi con gamberetti del genere Periclimenes (Periclimenes sagittifer) che vivono tra i suoi tentacoli cibandosi dei suoi avanzi.

Riproduzione

La specie è sia ovipara sia ovovivipara.

Usi

A Porto Cesareo, in Puglia l’anemone di rena, detta “furticiddu”, costituisce la base di un piatto tradizionale delle feste natalizie. Le attinie vengono tenute a spurgare nell’acqua di mare, e quindi vengono spezzettate e fritte in pastella.[2]

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