Un ombrellone per l’anguilla

Un vecchio ombrellone, una canna robusta col cimino rigido e un pugno di lombrichi da portarsi appresso di sera sulle sponde di un fiume o di un lago possono sembrare un armamentario strano. L’ombrellone al buio può servirci all’occorrenza per ripararci da un acquazzone, ma in questo caso lo adopereremo se temiamo che una viscida anguilla possa sfilarsi dalle nostre mani e tornarsene rapidamente nel suo habitat.
Ecco l’anguilla, questo pesce curioso che se ne sta in acque dolci ma compie straordinarie migrazioni per raggiungere il mare strisciando anche sull’erba come un serpente. Per il suo aspetto, paragonabile a quello dei rettili, suscita in taluni un effetto di repellenza, ma in cucina se ne fa un enorme consumo nel periodo natalizio per le sue carni, che, sebbene grasse, se ben trattate risultano prelibate.

Un marchingegno chiamato mazzacchera

La pesca all’antica si pratica tuttora senza amo, con un marchingegno, chiamato mazzacchera, che richiede esperienza per poterlo realizzare, con filo di cotone portante dei lombrichi. Ingoiato il filo, l’anguilla fa presto a sfilarselo e lasciare a bocca asciutta; perciò sta al pescatore essere più lesto nel portarla subito dentro l’ombrellone rovesciato, dal quale non può più risalire.
Mazzacchera a parte, in modo assai più semplice è possibile pescare l’anguilla a fondo, con una lenza 0.40, finale di poco meno spesso, piombo di una trentina di grammi e amo numero 6 a gambo lungo innestato con un lombrico. Eviteremo nel modo più assoluto di utilizzare starlight, che allarmerebbero la probabile preda mettendola in fuga. Fissata la canna su un sostegno, le attaccheremo al cimino un semplice campanello, intramontabile ed efficacissimo per segnalarci l’abboccata.

Un pesce combattivo, sgusciante e astutissimo

Insidiare l’anguilla, che è un pesce combattivo, sgusciante e astutissimo, richiede prontezza, ma questo ci impedirà nella notte di essere vinti dal sonno, perché dovremo starcene infatti attenti con la canna sempre a portata di mano, pronti a ferrare, sebbene il piombo di per sé, col suo peso, abbia al momento dell’abboccata un effetto autoferrante.
La resistenza di questo pesce, per la sua sagoma lunga e i movimenti fluttuanti, è notevole. La rapidità si richiede anche nell’operazione di recupero, onde evitare che l’anguilla si rifugi fra canneti, in prossimità dei quali ama generalmente stazionare.
L’anguilla, una volta catturata, va afferrata per la testa con una mano utilizzando un tovagliolo di carta, che le impedisce di scivolare. Anche in questo caso può tornare utile l’ombrellone rovesciato, per deporvela prima di procedere oltre. Se vogliamo portarcela a casa viva dobbiamo infilarla in un ampio bidone dall’imboccatura larga, contenente acqua. Se vogliamo farla fuori subito, invece, tenendola per la testa potremo darle un colpo sulla coda.


Le sue carni bianche vanno apprezzate eviscerando il pesce e prestando attenzione a non toccarne il sangue, che è tossico. Dopo un rapido lavaggio sotto un rubinetto, si taglia a tronchetti da cuocere su una griglia e inumidire in ultimo con succo di limone.
L’anguilla è purtroppo in via di rarefazione essendo la sua riproduzione legata a migrazioni fra acqua dolce e mare, e viceversa, che sono diventate sempre più proibitive. Le ultime ondate di caldo estivo, inoltre, hanno determinato in Italia casi di morìe attribuiti al proliferare di virus.

Cristian Pescamore

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