“La Felicità”

Un insegnante cinese diede un pesciolino a ogni ragazzo del villaggio, che doveva attaccare alla sua coda un bigliettino, scriverci sopra il proprio nome e lanciarlo di nuovo nella vasca.Una volta riposti tutti i pesci nella vasca con il proprio bigliettino attaccato alla coda l’insegnate disse:”avete 5 minuti per trovare il proprio pesciolino con il vostro nome”. Nonostante una ricerca movimentata, nessuno ha trovato il proprio pesce. A quel punto, l’insegnante disse ai ragazzi di prendere il primo pesciolino che gli capitasse per le mani e di darlo alla persona il cui nome era scritto sopra. In 5 minuti, ognuno aveva il proprio pesciolino.


Cosi’l’insegnante disse ai ragazzi: “Questi pesciolini sono come la felicità. Non la troveremo mai se tutti cercano la propria. Ma se abbiamo a cuore la felicità degli altri … troveremo anche la nostra.

Racconto modificato da: Pesc’amore

CEFALI A…. GO GO

Se nell’ambito piscatorio, la spigola è stata eletta Regina del mare, si potrebbe tranquillamente eleggere Re il cefalo. Questo per via di svariati motivi che proprio in quest’ambito, ne caratterizzano appunto un simile ruolo.
Il cefalo è un pesce molto astuto, vive e lo si trova un pò ovunque ci sia dell’acqua, sopravvive anche con un minimo grado di salinità, proprio come la spigola, lo si può trovare nei fiumi anche a diversi km dal mare anzi, sopporta e si adatta anche ad un certo livello di inquinamento a cui purtroppo sono soggetti la maggior parte dei nostri fiumi e…non solo .
E’ un pesce che vive in folti branchi e lo si può trovare nelle calme acque portuali , spesso negli angoli più remoti del porto, radunato intorno un pezzo di pane che galleggia, intento a mangiare ma pronto a schizzar via non appena avverte il minimo pericolo.
Sportivamente è anche un ottimo combattente e una volta preso all’amo, sprigiona una forza che il più delle volte sembra sporporzionata rispetto alla sua taglia, è un pesce che vende cara la pelle e la fortuna del pescatore sta nel fatto che non ha un apparato boccale munito di denti, per cui, dovendolo pescare con monofili sottili per via della sua sopettosità, facilita non poco il lavoro del pescatore che comunque deve affrontarne il combattimento sempre sul limite del carico di rottura del filo, ponendo attenzione a non forzare troppo, visto che il cefalo possiede un apparato boccale protrattile molto sottile e delicato e che vista la diffidenza con cui tende ad abboccare potrebbe succedere che il nostro amo vada a romperlo, se la ferrata è avvenuta appunto a fil di labbro.
Considerando la sua vastissima diffusione,non dovremo far altro che scegliere lo spot e la tecnica per cercare di insidiarlo, magari con la bolognese o ancora meglio, con una canna fissa che ne esalta ancor di più il combattimento e la sportività .


Gli spot da scegliere possono essere tra i più disparati e con caratteristiche anche molto diverse tra loro partendo dal calmo e tranquillo ambito portuale al grande fiume che forma un ansa che ne rallenta il corso, passando da un lago salmastro ed arrivando alla foce, ovunque ci sia un minimo di salinità, potremo trovare cefali . Anche da una scogliera con mare in scaduta ed acque torbide si possono insidiare i cefali, tra l’altro della specie più ricercata per la qualità delle carni, stiamo parlando del cefalo gargia d’oro, che deve il suo nome proprio ad una piccola macchia di color oro sull’opercolo.
Per quanto riguarda le esche, anche qui il panorama è abbastanza ampio. Il tocchetto di sarda freschissima, la tremolina, il bigattino o la polpa di gambero fino ad arrivare alle varie pastelle a base di pane e formaggio, il pane francese, il pancarrè o addirittura il …..Petto di pollo, innescato a piccoli pezzetti cuciti sull’amo. Il cefalo è un pesce che mangia aspirando l’esca con le sue labbra protrattili e lo fa in modo molto delicato, quasi impercettibile, segnalate dal galleggiante con minime affondate a volte di una sola parte dell’astina e quando ci si aspetta la tocca decisiva……ci si ritrova con l’amo pulito !!!
E’ un pesce gregario, che vive in branchi anche molto numerosi e non è difficile da richiamare a tiro di canna con una pasturazione di sfarinati a base principalmente di pane e formaggio, questo ovviamente se la nostra esca saranno appunto le pastelle da innesco, che siano di produzione artigianale o che siano di quelle già pronte che troviamo in vendita nei negozi di pesca e che funzionano molto bene.
Anche pasture a base di pesce, come la sarda il gambero vanno bene, ovviamente tutto sarà in rapporto all’esca che andremo ad usare, cioè se usiamo il tocchetto di sardina, useremo uno sfarinato a base di sarda se invece usiamo il pane o le pastelle, useremo una pastura bianca a base di pane e formaggio.


Il cefalo è un pesce che mangia molto, non a caso viene definito lo spazzino dei mari, ma la pasturazione deve comunque essere attenta ed oculata, rallentando fino a fermarsi fin quando i pesci mangiano e ricominciare quando le mangiate iniziano a rarefarsi, mantenendo così, sempre attivi i pesci che ci faranno trascorrere diverso tempo all’insegna del divertimento con prede che possono arrivare a pesare ben oltre i 2 kg ma, che già con esemplari intorno al mezzo kg o poco più, avremo il nostro bel da fare.
Come attrezzi vanno bene sia la canna bolognese che la classica canna fissa. nel caso della fissa il consiglio è di usarne una di un metro più lunga rispetto alla bolognese, questo perchè ci darà l’opportunità di gestire meglio eventuali prede di una certa mole, visto che non avremo l’ausilio del mulinello e della frizione. La lenza è la stessa in entrambi i casi e dovrà essere abbastanza pesante e quasi secca, ossia con una piombatura concentrata in poco spazio e sufficentemente pesante da tenere il fondo con precisione. Questa risulta una cosa di fondamentale importanza nella pescca al cefalo, poichè i pesci stazioneranno sempre sul fondo.


Il galleggiante sarà di forma affusolata, dai 2 ai 3 gr, del tipo a carota molto allungato e con un’astina ben visibile e tarato alla perfezione, calcolando perfino il peso dell’esca, anche se minimo. La piombatura sarà composta per l’80% da un torpilla che porterà al di sotto pochi pallini per la rifinitura della taratura, spaziati in circa 50 cm al massimo, la lenza termina con un microaggancio a cui viene collegata una forcella di ami che potremo prepararci anche a casa, magari preparandone più di una e riporle su dei rotolini in EVA, che ci tornarà comoda nel caso dovessimo sostituirla per una rottura .
Preparare con cura a casa in tutta comodità i nostri terminali ci consente di averli tutti precisi ed uguali l’uno con l’altro, cosa di non trascurabile importanza, visto che il cefalo ha bisogno di certe accortezze e che basterebbe una piccola variazione per non vedere più una tocca senza capirne il perchè.
Costruiremo le nostre forcelle con dell’ottimo monofilo dello 0,12 che risulta essere un buon compromesso tra tenuta e presentazione dell’esca ma, nulla ci vieta di prepararne qualcuna di diametro maggiore, come uno 0,14 diferenziandone anche la misura degli ami .
Questi ultimi dovranno essere preferibilmente a gambo lungo e con la punta storta del N° 14/16 se la nostra esca sarà il pane francese o le pastelle, mentre nel caso usassimo i bigattini, monteremo ami a gambo corto di numerazione compresa tra il 16 ed il 18.
Per la costruzione proseguiremo nel modo che segue: tagliamo circa un metro di filo con cui vogliamo eseguire la forcella, in questo caso uno 0,12, leghiamo ad una sua estremità il primo amo ed all’altra estremità il secondo amo, dopodichè piegheremo a metà il nostro finale, formando con un nodo, una cappiola di piccole dimensioni, facendo in modo di ottenere due finali di cui uno risulti circa 7/8 cm più corto dell’altro. in questo modo avremo ottenuto due finali lunghi rispettivamente 40 cm circa uno e l’altro 47/48 cm. Tali misure sono indicative ed approssimative, considerando lo scarto per la legatura dei due ami e la cappiola. Se si desidera farli più corti, sarà sufficiente accorciare il filo di partenza ma in linea di massima queste sono buone misure di partenza ma, nessuno ci vieta di cambiarle a seconda delle proprie esperienze personali oppure in base alla risposta dei pesci durante la pescata, ad esempio accorciandoli nel caso ci trovassimo troppo spesso gli ami puliti senza aver visto il minimo cenno di abboccata. Ecco in questi casi si tende ad accorciare i rispettivi finali per velocizzarne la segnalazione al galleggiante.
La sondatura del fondo la faremo sempre attaccando la sonda all’amo del finale più lungo, così facendo avremo un amo che pesca sul fondo e l’altro che pesca leggermente staccato da esso, in caso di fondale sporco o con numerosi incagli, toglieremo quei pochi cm alla lenza, sufficienti a farci pescare correttamente senza incagliare.
Il cefalo è un ottimo combattente, quando vede il guadino riparte alla ricerca della libertà, e cadrà nella sua rete solo quando avrà esaurito tutte le sue forze. Pescando con una coppia di ami, potrà accadere di allamarne due contemporaneamente, in questo caso l’esito del combattimento sarà ancora più incerto ma l’adrenalina arriverà ai massimi livelli, facendoci riscoprire un pesce molte volte bistrattato a favore di prede più ambite ma, che nulla ha da invidiare a spigole ed orate …..nemmeno a tavola !

Cristian Battista (Pesc’amore) & Fausto Adamo

Copyright: Pesca Da Terra

A TUTTO SARAGO

Del Sarago ne esistono 5 specie di cui faremo una piccola e breve descrizione di ognuno, dopodiche’ andremo a descrivere la tecnica di pesca per insidiarlo.

  • Il primo e’ il sarago maggiore (Diplodus sargus sargus)
    Il sarago maggiore e’ forse la specie piu’ conosciuta ed apprezzata, classica preda della pesca dai moli, ha un corpo alto e schiacciato, bocca con piccoli denti incisiviformi e pinne pettorali ventrali appuntite, ha un colore che tende all’argenteo ma la cosa che lo distingue dalle altre specie e’ la presenza di 5 linee verticali di colore nero che si alternano a 4 linee di colore grigio scuro e per finire ha una macchia nera sulla parte posteriore del corpo prima della pinna caudale. questa specie puo’ raggiungere i 2 kg di peso .
  • Il secondo e’ il sarago puntazzo o pizzuto (Diplodus puntazzo)
    Prende il suo nome dalla forma del suo muso appuntito, è un pesce solitario che vive su fondali che vanno dai 20 ai 50 metri.
  • Il terzo e’ il sarago sparaglione (Diplodus annularis)
    Il sarago sparaglione e’ il piu’ piccolo delle specie di saraghi presenti in Mediterraneo. Non supera i 25 cm di lunghezza ed e’ facilmente riconoscibile per il colore argento e le pinne pettorali gialle.
    Una caratteristica di questo pesce e’ di essere un ermafrodita proterandrico , pesce che nasce maschio e tramuta il sesso in femmina da adulto.
    -Il quarto e’ Il sarago faraone (Diplodus cervinus )
    Il sarago faraone e’ facilmente riconoscibile dalle sue 5-6 fasce trasversali di colore marrone scuro e dalle sue labbra piu’ grandi.
    E’ forse la specie meno comune ma che arriva a crescere piu’ degli altri, arrivando facilmente anche ai 3 kg di peso.
  • Il quinto e’ il sarago fasciato (Diplodus vulgaris)
    E’ probabilmente la specie piu’ presente, si distingue per la presenza di una larga fascia nera presente nell’apertura branchiale ed un’altra sul peduncolo caudale, presenta inoltre , delle strisce longitudinali dorate lungo i fianchi .

Quado si parla di pesca sportiva in mare non si puo’ non citare un pesce quasi onnipresente in ogni pescata e che per molti e’ stato anche il primo pesce catturato alla prima esperienza alieutica, proprio per la sua presenza in moltissimi spot ed in qualsiasi condizione meteomarina. Stiamo parlando del sarago, si proprio lui, perche’ che sia che si peschi da una scogliera, da una banchina portuale o da un antemurale ed addirittura dalla spiaggia, che sia uno sparaglione, un fasciato o un maggiore non ha nessuna importanza, Lui …il sarago…c’è sempre .
E’ un pesce che si nutre di un po’ di tutto, di alghe, di piccoli molluschi, crostacei, vermi e di tutto cio’ che riesce a trovare e questo e’ un punto a favore del pescatore che tenta di insidiarlo con la canna da pesca .


E’ un ottimo combattente, specie nelle taglie piu’ importanti ma gia’ un pesce di 200-250 gr (di qualsiasi specie), sa vendere cara la pelle, con fughe e puntate verso il fondo, nel tentativo di raggiungere la sua tana, regalando al pescatore momenti intensi di puro divertimento .
Gli spot in cui insidiarlo sono molteplici, come gia’ accennato ma, se volessimo per cosi’ dire andare sul sicuro, bastera’ scegliere una banchina portuale (se si preferisce la comodita’) oppure ancora meglio, una vecchia scogliera anche non molto profonda, ricca di buche ed anfratti che sono il luogo ideale in cui il sarago trova facilmente la sua tana e ne esce quando ha intenzione di cercarsi da mangiare. Da non trascurare che il sarago e’ un ottimo e possente nuotatore, infatti gli esemplari piu’ grandi escono dalle loro tane proprio quando il mare e’ mosso, perche’ sanno che e’ piu’ facile trovare del cibo smosso dal fondo dalle forti correnti.


Una volta scelto lo spot, non ci resta che metterci all’opera per cui scelta la canna piu’ idonea, che sia una bolognese o una fissa, passiamo alla preparazione della montatura.
Il sarago in generale, mangia un po’ a tutte le profondita’ e non necessariamente sul fondo, questo perche’ una volta messo in competizione alimentare, tendera’ a salire man mano verso la superficie per intercettare l’esca nella sua calata verso il fondo.
Per sfruttare a nostro vantaggio queste sue abitudini alimentari, una mano ce la danno le varie pasture presenti sul mercato, sfarinati arricchiti di piccole parti di molluschi, vermi, crostacei, aromi ed additivi vari che contengono buona parte della “dieta” del nostro amico sparide. Bastera’ prepararne il quantitativo necessario alla nostra battuta di pesca e pasturando costantemente con il famoso poco ma spesso, riusciremo a fare ottimi carnieri e magari a tirar fuori dalla su tana, un esemplare di quelli veri.


Tornando al discorso della montatura, non serve andare nel sul compllicato ne tantomeno per il sottile, il nostro amico sparide non ha bisogno di particolari accorgimenti, per cui una montatura di 1,5-2 gr se si pesca in porto o sui 3 gr se si pesca in scogliera, composta da una torpille per il 70% e rifinendo la taratura con dei pallini del n° 7 il primo dei quali partira’ attaccato alla cappiola di giunzione del finale mentre gli altri saranno messi a distanza decrescente a salire verso la torpille, senza eccedere troppo oltre il metro di lunghezza.
Altra aternativa puo’ essere una lenza fatta da piccoli bulk di pallini, 3-4 bulk da 3 pallini l’uno magari di misura crescente man mano che si sale verso l’alto, il tuto racchiuso in circa un metro o poco piu’, questa e’ una lenza forse piu’ idonea alla scogliera e mare formato o scaduta.


Per i finali non serve andare per il sottile, il nostro amico sarago ha delle buone dentature per cui, 0,12-0,14 non devono essere ritenuti diametri eccessivi ma standard, preferendo il fluorocarbon che ci assicura una buona tenuta anche in caso di leggera abrasione ed inoltre non particolarmente lunghi, 70-90 cm al massimo, cosi’ da avere il massimo nella segnalazione delle sue solite e repentine toccate prima dell’affondata decisiva.
Prima di parlare degli ami, bisogna parlare di esche, perche’ e’ proprio in base all’esca che andremo ad usare, dovremo scegliere l’amo piu’ idoneo. Le esche per il sarago possono essere tra le piu’ svariate, dal bigattino alla polpa di gambero, dalle pastelle gia’ pornte al piu’ moderno pellet, dal tocchetto di sarda al pezzetto di calamaro, dalla polpa di cozza al pezzetto di koreano, insomma la scelta e’ ampia ed in base anche alle condizioni del mare e dello spot, avremo un’infinita’ di esche tra cui scegliere.
Per la banchina portuale, 2 bigattini ed amo del 16 robusto ed a gambo medio corto puo’ andare benissimo, il pezzetto di koreano vuole almeno un 14 preferibilmente a gambo lungo, cosi’ anche per le pastelle gia’ pronte all’uso. Per la pesca in scogliera a mare calmo valgono gli stessi criteri a mare mosso invece, una polpa di cozza, un tocchetto di sarda oppure un pezzetto di calamaro vogliono un amo sempre robusto ma a curvatura ampia e di numerazione dal 10 a salire .
Ovviamente a mare mosso in scogliera cambiano anche i diametri dei finali utilizzati, in porto uno 0,14 che poteva essere il massimo, in scogliera diventa il minimo di partenza fino ad arrivare se necessario anche ad uno 0,18 in caso di mare formato, molta schiuma ed acque torbide.
In conclusione speriamo di aver dato a qualcuno lo spunto per insidiare un pesce divertente e combattivo, facile da trovare un po’ ovunque ed in ogni situazione ci si presenti sul nostro posto di pesca, che sia un molo in mezzo al mare, una banchina portuale, una scogliera o una spiaggia, un pesce a volte bistrattato, poco apprezzato in cucina e molto spesso considerato disturbatore proprio per la sua onnipresenza, un pesce che pero’ sa regalare combattimenti al limite del cardiopalma anche se non e’ di grandi dimensioni.

Cristian Battista (Pesc’amore) & Fausto Adamo

Copyright: Pesca Da Terra

Salvo Bella svela come costruisce i barchini radiocomandati per laghi e mare

“Salvo Bella svela come costruisce i barchini radiocomandati per laghi e mare”
Go & Bait
Si chiama Salvo Bella, è un ultradecano del giornalismo (specializzato in cronaca nera) ma è diventato popolare nel mondo della pesca per i barchini radiocomandati che progetta e costruisce a Legnano, in provincia di Milano, in modo del tutto artigianale. Negli ultimi dodici mesi fanno la fila gli appassionati di surfcasting per avere un esemplare del suo SeaJet 1250, una sorta di siluro governabile da riva a distanze superiori a mezzo chilometro, con un gancio elettronico che permette di liberare dove si vuole un terminale armato con esche di peso ragguardevole. Lo stesso barchino viene impiegato con successo per la traina o per portare un trave con una cinquantina di ami innescati in vari modi, anche col vivo.


Ha cominciato alcuni anni fa con un piccolo scafo da pesca in lago, originalissimo perché oltre a navigare e rispondere via radio a molti comandi poteva muoversi anche sulla terra.
Il primo era un ranocchio e pesava 10 chili
“Gli diedi – ricorda Salvo Bella – l’aspetto di un ranocchio, ma, pur pesando quasi dieci chili, è pure veloce. Lo congegnai perché serviva a me e fu un lavoro duro, perché alle mie conoscenze di meccanica, falegnameria, elettronica e altro dovetti aggiungere la sperimentazione di forme e della vetroresina, che com’è noto non è per niente gradevole per il respiro. Mi ci son divertito al lago di Ghirla e ora lo tengo in bella mostra come un soprammobile storico”.


Forte appassionato di pesca, ha poi trasformato a casa propria un grande garage e la sala hobby, piazzandoci macchinari elettrici e attrezzi, piccoli ma professionali, e tenendo a portata di mano in appositi scaffali motorini, acceleratori, trasmittenti, riceventi, pile, caricatori, interruttori e componenti di non facile reperibilità.
Una versione plus per le correnti dello Stretto
“L’ho fatto e continuo a farlo – spiega – perché questo passatempo, pur costoso, mi diverte, assai più quando mi cimento nel superare ostacoli difficili o quando mi viene chiesto un modello che per caratteristiche e prestazioni mi mette a dura prova. Un amico di Messina, per esempio, aveva bisogno di un barchino da usare nelle correnti dello Stretto e sono riuscito ad accontentarlo con una versione plus del SeaJet, che da allora mi viene chiesta da altri. Mi scrivono per email e via Facebook o telefonano anche dall’estero perché s’è diffusa la voce che sono quello dei barchini da pesca. Funziona così, mi cercano, vedono foto e video sulla mia pagina Facebook (Barchini da pesca); e cerco di non deludere”.


Numerosi pescatori si rivolgono a lui per avere consigli; spesso chiedono un aiuto per potere realizzare in proprio un barchino.
“Non è difficile realizzare qualcosa – dice Bella – in proprio, anche con materiali di recupero. Soprattutto i giovani sono abbastanza capaci e sono sempre pronto ad assisterli senza alcun problema, perché è importante partecipare le proprie esperienze. Spesso purtroppo c’è però chi si cimenta in un piccolo progetto ma poi lo abbandona deluso, dopo avere speso dei soldi, non riuscendo a portarlo a termine”.
Ogni barchino realizzato da Salvo Bella è praticamente unico, pur a parità di modello. La costruzione, infatti, non è praticamente in serie.


“Ogni esemplare risulta sempre diverso, ma definisco i progetti di base, anche con l’ausilio di programmi di calcolo, che mi aiutano a controllare la corretta distribuzione dei pesi, il galleggiamento, il carico e l’assetto da fermo o in movimento. Il computer mi dà una mano importante. Io parto da comuni materiali in commercio, selezionati accuratamente. Ma devo realizzare uno per uno molti pezzi, di legno, metallo o plastica, spesso dopo averli inventato per lo scopo. Oggi mi agevolano la progettazione tridimensionale assistita al computer (cad) e la realizzazione di parti originali in pvc con una stampante 3d che ho costruito da solo”.


Criteri specifici di impermeabilità
Che differenza c’è fra i modelli per il mare e quelli per i laghi?
“I modelli per il mare – dice Salvo Bella – sono progettati e realizzati con criteri specifici di impermeabilità, essendo esposti a schizzi d’acqua. Generalmente mi vengono chiesti senza contenitore per la pastura, che invece serve a chi pratica la pesca alla carpa. Ho pure un modello multifunzione con scafo in legno resinato che può portare lenze per lo sgancio automatico o la traina, esche, pastura solida e anche liquida: un gioiello”.
Ma questi barchini hanno punti deboli e richiedono particolare manutenzione da parte di chi li usa?
“Il pescatore ha solo l’incombenza di caricare con un apposito dispositivo le batterie. Quelli che in genere sono punti deboli in qualsiasi barchino radiocomandato sono invece nei miei modelli punti forti: un sistema di radiocomunicazione professionale anche a cinque canali, antinterferenza e con portata fino a un chilometro; alimentazione con pile originali di vera tecnologia Panasonic anziché taroccate e di basso costo”.

Cristian Battista (Pesc’amore)

Copyright: Pesca da Terra

A caccia di Orate

A caccia di Orate

Le battute di pesca all’orata possono diventare più redditizie se, come per gli altri pesci, si riesce ad attrarla con vari accorgimenti dove caliamo gli ami. Il richiamo a tiro di esca viene effettuato normalmente rilasciando in acqua sfarinati, impasti, odori, vermi; ma l’orata, assai più della spigola, non si lascia facilmente attrarre. I pescatori sperimentano varie soluzioni prima di riuscire a comprendere qual è veramente efficace in specifiche acque e in momenti determinati, spesso con delusione. Ma allora serve davvero pasturare per insidiare le orate?


La pastura in questo caso serve non tanto ad allettare la preda alla quale miriamo, bensì a richiamare nei dintorni svariati pesci che a loro volta costituiscono potenziale cibo per l’orata.
Gli impasti possono essere preparati a casa con l’impiego di semplici ingredienti, che ognuno sceglie e dosa in base alla propria esperienza, spesso addirittura tenendo ben segreta la ricetta. La base per la lavorazione è prevalentemente la farina o la mollica di pane. Può essere lavorata al formaggio, come si fa per i cefali, oppure all’odore di acciuga, all’occorrenza acquistando in negozio gli aromi appropriati.
Più rapide e comode, perché non richiedono alcun esperimento, sono le pasture messe in commercio da importanti produttori, frutto di accurate ricerche; si chiamano pasture pronte perché esistono in forma di pasta adatta per essere utilizzata subito lanciandone in acqua delle palle, o al massimo richiedono l’aggiunta di un po’ d’acqua.


A svolgere un ruolo determinante sono alcuni additivi, capaci di rilasciare in acqua scie o nuvole di forti odori. Molti pescatori si dicono soddisfatti dell’uso di oli attiranti ai ferormoni (o feromoni) sintetici, che attivano nei pesci una fame incontrollata; si vendono in fialette, ma ci sono pasture pronte che li contengono.


Un ingegnoso sistema originale di pasturazione è stato realizzato in Italia da Salvo Bella e implementato a richiesta nei barchini radiocomandati che progetta e costruisce (https://www.facebook.com/barchinidapesca/): oltre a portare le lenze e sganciarle dove si vuole, permette di rilasciare in acqua pastura non soltanto solida ma anche, da un apposito serbatoio, liquida. Questo barchino multifunzione è nato per la pesca in lago, ma può essere usato con successo anche in mare per la pesca all’orata.

Cristian Battista (Pesc’amore)

Nasce Maschio e diventa Femmina….che Pesce è ?

Nasce Maschio e diventa Femmina….che Pesce è ?

Nasce maschio ma poi diventa femmina; ha denti aguzzi che raschiano gli scogli; e addirittura ha la testa che è uno spauracchio perché se mangiata può causare effetti allucinogeni anche gravi, come taluni stupefacenti. Che altro dire allora di un pesce curioso come la salpa (o sarpa), le cui carni dal sapore forte non sono considerate prelibate, tanto che a volte, per riuscire a venderla, viene spacciata per sarago? Ma la pesca sportiva con la canna diverte molti appassionati nella caccia a questa insolita preda, che richiede, oltre alla pazienza, un bel po’ di accortezze, premiate tuttavia con belle emozioni.
In tutto il Mediterraneo le salpe vivono in branchi di decine di esemplari ed è possibile insidiarle in acque basse, fino a profondità di una ventina di metri, in prossimità di scogli, dove si aggirano per morderne le alghe delle quali si nutrono. Fra gli scogli stazionano a mezz’acqua soprattutto a sera, per allontanarsene all’alba; e sono questi i due momenti più favorevoli per catturarne.


La pesca con canna fissa o da lancio da quattro a sei metri richiede lenze sottili dello 0,15-0,16, con galleggiante all’inglese da 10-20 grammi. Al trave, mediante un piccolissimo moschettone, attaccheremo il finale. Questo va congegnato con due braccioli da 0,10-0,12, uno lungo 40 e l’altro 50 centimetri, completati alle estremità con spezzoncini da 3-5 centimetri di fuorocarbon 0,17-0,20 ai quali legare gli ami 14 a gambo lungo. Tale accorgimento si rende necessario per evitare che la salpa all’abboccata tranci con i denti il nostro impianto sottilissimo, che obbligatoriamente dev’essere tale perché se visto allontanerebbe il pesce. Completano la montatura una torpilla di due grammi seguita da 5 a 10 pallini spaccati di piombo, che assicurino una discesa morbida.


Una impostazione di base di questo tipo va adattata ovviamente dal pescatore alle condizioni momentanee delle acque e alle dimensioni delle salpe insidiate, soprattutto per lo spessore della lenza e le dimensioni degli ami. S’è detto che questi devono essere opportunamente due. Ciò si spiega non perché si vogliano catturare due esemplari in un sol colpo, ma perché questo pesce può spizzicare l’esca su un primo amo senza tuttavia abboccare, finendo però fregato col secondo.


Ma quali esche è possibile utilizzare con successo?
Le salpe piccole si nutrono di crostacei, ma raggiunta una certa taglia (diffusamente intorno ai due chili) mangiano esclusivamente alghe del tipo ulva lactuga. Potrà essere perciò questa, da raccogliere fresca sul posto durante la battuta, la nostra esca, da agganciare per bene all’amo, infilandola più volte in modo da formarne dei ciuffetti.
Un’altra soluzione è l’uso di una pasta da preparare con una base di farina vegetale come può essere quella di mais, identica agli impasti diffusissimi fra i pescatori di acqua dolce per la cattura della carpa. Si può comprare una busta già pronta per questi utilizzi, da bagnare al momento e amalgamare seguendo le istruzioni sulla confezione, oppure fare tutto in proprio.
Risultati interessanti si ottengono addizionando all’impasto un dolcificantge come il semplice biscotto giallo o arancio per i canarini e aromatizzando con vaniglia in polvere o da fialetta.
Nella lavorazione di questa esca si richiede una certa abilità per renderla di buona consistenza e lunga tenuta all’amo. Per far ciò occorre aggiungere acqua agli sfarinati a poco a poco, gradualmente, continuando a impastare con le mani fino a quando l’insieme appare lucido e non si appiccica più alle dita.


Se tutto questo fosse sufficiente potremmo già scommettere di tornarcene a casa col carniere pieno. Invece le cose non stanno per niente così.
La battuta di pesca alla salpa è di attesa; e i risultati sono incerti, come accade per qualsiasi altro tipo di pesce.

Per cercare di attirare il branco alle nostre esche è molto utile perciò effettuare una pasturazione abbondante. La si fa lanciando a mano o con una fionda pallottole di impasto come quello preparato per l’esca, preparandolo in modo più grossolano in modo che si sfaldi rapidamente e si diffonda all’impatto con l’acqua. All’impasto possono essere anche aggiunti frammenti di alghe, ovviamente di mare.
Se scopriamo la zona di pascolo e azzecchiamo il momento più idoneo, porteremo a casa belle catture. Ma che farcene poi di questi pesci se in cucina non sono ben graditi?
In molti evitano di mangiare la salpa e dicono che è un pesce “selvatico”. In effetti, tenuto conto del suo tipo abituale di alimentazione, ha carni dal sapore forte e dall’aroma di erba. Ma dipende dai gusti: altri, infatti, diciamo che invece di essere insipide hanno proprio il sapore di mare.
Infine la salpa viene considerata non appetibile perché spesso intrisa da odore “di fango”, ma è una caratteristica che può riguardare molte altre specie di pesci e dipende dalla qualità delle acque in cui vivono e si nutrono. Occorre ricordare che chi lavora bene in cucina e conosce gli accorgimenti da usare sa come eliminare, al momento della preparazione, tali eventuali inconvenienti?
In ogni caso è consigliabile organizzare le battute alla salpa in primavera: questi pesci sono infatti in quel periodo molto attivi, le acque sono più pulite e si trascorrono un paio di ore all’aria aperta senza soffrire il freddo invernale o il caldo estivo.

Cristian Battista (Pesc’amore)

Copyright: Pesca da Terra

Maltempo e Rigori

Maltempo e rigori dell’inverno non sono amici degli appassionati di pesca: per non intirizzirsi bisogna infatti imbacuccarsi al punto da sentirsi impacciati nei movimenti; e in più anche i pesci non sembrano disposti a essere attratti dalle nostre esche. Ciò non toglie tuttavia che anche nei mesi più freddi ci si possa però cimentare in una battuta da riva con la canna, tentando la cattura di specie appetibili come i saraghi.


Esistono nel Mediterraneo diversi tipi di saraghi, ma tutti entrano particolarmente in attività in presenza di mare mosso o di forti correnti. Sono queste perciò le condizioni favorevoili per cimentarci con possibilità di successo.
La pesca alla bolognese da scogliera richiede una canna di almeno sei metri per poter operare fra la schiuma che si forma in prossimità della riva. Queste lunghezze sono importanti perché altrimenti durante il recupero i nostri ami finirebbero sbattuti contro le pietre taglienti, con tutti gli effetti immaginabili. Per motivi analoghi va colto il momento in cui il vento cessa o spira in direzione opposta alla costa. Le condizioni migliori, dunque, sono quelle che seguono immediatamente una mareggiata.
Una canna di vari metri dev’essere costruita con materiali assai leggeri e anche il mulinello deve avere un peso contenuto, in modo da non stancarci il braccio durante le manovre; ma queste sono considerazioni generali che valgono per qualsiasi tipo di pesca da riva con la canna.
L’attrezzatura va opportunamente completata con un guadino dal manico telescopico, utilissimo per salpare il pesce una volta catturato invece di sollevarlo con la lenza e rischiare che si sganci perciò dall’amo.


La postazione, spesso assai scomoda, non permette peraltro di tenere con sé molto materiale. Si può utilizzare una nassa da tenere in acqua per riporvi uno dopo l’altro i pesci che andiamo catturando; mentre per le esche è preferibile munirsi, per contenerle, di un sacchetto da tenere attaccato alla cinta.
Il resto, cioè lenza, ami ed esche, dipende dalla taglia di saraghi che vogliono insidiare. Bisogna tener conto che si tratta di un pesce aggressivo e assai combattivo, con esemplari dai denti che possono tranciare la nostra montatura. Questa, pertanto, per quanto sottile, in modo da non essere vista dalla preda, non dovrebbe scendere in bobina al di sotto dello 0,18-0,20, con finale appena più sottile; ma sono scelte opinabili, che il pescatore può fare in base alle proprie esperienze.


La lenza madre va completata col galleggiante scorrevole e corredata di una torpille, sostituibile con una serie di pallini di piombo assai ravvicinati, allo scopo di fare scendere l’armatura velocemente verso il fondo. Proprio sotto i pallini annoderemo la girella alla quale legare il terminale.


L’onnipresente bigattino va benissimo anche per questo tipo di pesca e se ne possono fiondare in mare alcune mangiate per tenere i saraghi a tiro. Altre esche intreressanti sono i tocchetti di sarda, gamberetto e vermi, come coreano e americano. Per la pastura può essere anche impiegato uno degli sfarinati pronti disponibili negli scaffali dei negozi.
Il sarago, oltre ad avere un aspetto bellissimo, variegato di colori, insomma elegante, ha carni molto buone. Lo si può cuocere senza alcuna complicazione, dopo averlo eviscerato e lavato, sulla griglia, rivoltandolo più volte e intingendolo in un salmoriglio.

Cristian Battista (Pesc’amore)

Copyright: Pesca da Terra

GALLEGGIANTI CHE PASSIONE

Il galleggiante è il segnalatore di abboccata per eccellenza ed inoltre ci permette di posizionare la nostra esca all’altezza che desideriamo staccandola opportunamente dal fondale. La tipologia di galleggiante va selezionata in rapporto alla tecnica di pesca adottata, alle prede che intendiamo insidiare, al fondale sul quale andremo ad affrontare la nostra sessione di pesca e alle condizioni meteo marine.
In linea teorica, andremo a scegliere galleggianti aventi forma arrotondata, tondeggiante in condizioni di moto ondoso sostenuto, mentre opteremo per galleggianti aventi forma affusolata in condizioni di acque calme. In commercio troviamo diverse tipologie di galleggianti: da quelli fissi a quelli scorrevoli, piombati o non, passando per quelli dedicati alla pesca all’inglese. I materiali impiegati per la loro realizzazione variano dal polistirolo a celle chiuse, alla gomma, passando per la balsa o polimeri quali l’eva di nuova concezione e composizione chimica che ne limita l’assorbimento di acqua al loro interno, mantenendone invariata la caratteristica che li contraddistingue, ovvero la galleggiabilità.


I galleggianti fissi sono costituiti dal corpo del galleggiante che ha il compito di sostenere la piombatura; al variare del volume del corpo, ovviamente cambierà anche la portata del galleggiante stesso. All’interno del corpo troviamo la deriva, astina realizzata in acciaio o carbonio che permette al galleggiante di essere fissato alla lenza mediante dei pezzetti di tubicino in silicone.

Nella parte superiore del galleggiante è collocato l’anellino scorrifilo all’interno del quale viene fatto scorrere il nylon e l’antenna di segnalazione che ci aiuta a notare meglio le abboccate, questa è generalmente di tonalità fluorescente in maniera da spiccare anche in condizioni di scarsa visibilità tra le onde. In alcuni galleggianti l’astina non è fissa ma intercambiabile, permettendo l’inserimento della star light nell’opportuno alloggiamento durante le sessioni di pesca in notturna. Diverse sono le forme che caratterizzano questa tipologia di galleggianti:
1) a goccia, dalla tipica forma avente corpo largo nella parte inferiore e via via assottigliandosi verso l’antenna. Impiegato prevalentemente in condizioni di corrente media pescando in trattenuta, in genere reperibili in grammatura variabili da 1,5 gr a 5 gr;
2) a goccia rovesciata, esattamente l’opposto della tipologia appena descritta come forma e impiegato in condizioni di corrente e con moto ondoso medio. Si utilizza generalmente con piombatura variabile dai 2gr ai 6 gr;
3) affusolato usato in acque ferme, a mare piatto, caratterizzato da un’estrema sensibilità in quanto rileva anche le tocche più diffidenti. La piombatura parte da 0,5 gr fino a giungere ai 3gr;
4) a sfera, utilizzabile in condizioni di corrente molto sostenuta oppure di mare mosso, permettendoci di usare piombature più importanti dai 4 gr ai 10 gr, reggendo bene il moto ondoso senza affondare;
5) a carota, con forma simile alla goccia rovesciata ma più affusolata, impiegato in condizioni di moto ondoso vario, rivelandosi quindi molto versatile, avente piombatura ce va da 2 gr a 6 gr;
I galleggianti scorrevoli trovano largo impiego in spot particolari con notevole profondità. La caratteristica che li contraddistingue è la presenza di un foro che ne attraversa totalmente il corpo o di un’astina forata con la medesima funzione con lo scopo di far totalmente attraversare il nostro galleggiante dal nylon. Applicando un piccolo stopper sulla lenza madre sarà possibile impiegare questi galleggianti alla profondità desiderata semplicemente facendo scorrere il nodo di stop precedentemente realizzato, facendo così variare la nostra azione di pesca in maniera immediata. Vale anche per questa tipologia di galleggianti il discorso precedente sulla forma e sulle condizioni di impiego.


Galleggianti inglese, si tratta di una tipologia di galleggianti scorrevoli caratterizzati da un unico anello scorrevole nella parte inferiore del corpo all’interno del quale passa il nylon della nostra bobina. Alcuni modelli sono dotati di zavorra fissa o regolabile, posta nella parte inferire del corpo consentendo di essere pretarati. Varie tipologia difatti presentano l’indicazione 8+2, con 8 indicante la piombatura del galleggiante e 2 quella aggiuntiva da distribuire lungo la montatura, agevolandoci così e consentendoci di evitare spallinate molto abbondanti per il raggiungimento della distanza e della profondità desiderati.

Nasce per il raggiungimento di distanze considerevoli nel lancio, permettendo di giungere fino ai 20 grammi. Ne esistono principalmente due tipologie, una lineare ed una con bulbo intercambiabile in base alla grammatura della piombatura stabilita, il primo per brevi e medie distanze, il secondo per le lunghe, ovviamente ciò è dovuto alla notevole differenza di peso. Alcuni di questi modelli permettono l’alloggiamento delle star light e trovano largo impiego in quanto parecchio stabili in pesca e riducono l’attrito durante la fase di recupero senza vincolarne l’azione o limitare il combattimento con la preda allamata.


Galleggianti piombati sono alternative valide per spingere le nostre esche ancora più lontano, piombati anche questi nella parte inferiore dai 4 ai 40 grammi, sono adatti per svariate tipologie di pesca, dai moli e dalle spiagge.


La decisione di impiegare una tipologia di galleggiante piuttosto che un’altra è puramente personale e passa per varie considerazioni, in primo luogo dalla scelta della tipologia di pesca, dalle esche che andremo ad impiegare, dalle caratteristiche dello sport ma sicuramente dipenderà tanto anche dall’attrezzatura impiegata, sarà quella che ci permetterà di lanciare, gestire e recuperare il galleggiante senza alterare o intaccare la nostra azione di pesca. Sicuramente i galleggianti fissi possono maggiormente trovare impiego in ambiti portuali o nelle sessioni di pesca con la canna fissa, viceversa una canna dotata di mulinello può permetterci l’ausilio di galleggianti e montature più complesse, permettendoci di coprire un ampio raggio d’azione ed adottare tecniche più particolari soprattutto dalle nostre spiagge.

CRISTIAN BATTISTA (PESC’AMORE) PEPPE & ROBERTO RUSSO

COPYRIGHT: PESCA DA TERRA

Il Mondo della Bolognese

La pesca a bolognese, risulta essere tra le tecniche più diffuse sul territorio italiano e non solo. Nata come rivisitazione della pesca a canna fissa, praticata sia in acque interne che in mare , trova largo impiego sia in ambiti portuali che in scogliera ma recentemente, a causa della chiusura alla fruizione di parecchi moli, viene spesso praticata dagli arenili aventi caratteristiche ben delineate e specifiche quali la varietà del fondale, la profondità e la conformazione della spiaggia stessa.


Si tratta di una tipologia di pesca abbastanza redditizia, molto tecnica, finalizzata a posizionare le nostre esche con estrema precisione in tratti opportuni del nostro spot quali per esempio foci, insenature o canali. Questa tecnica con qualche accorgimento fondamentale risulta essere di facile applicazione e massimo rendimento, rendendola alla portata di qualsiasi pescatore e praticabile anche da chi si è appena avvicinato a questa disciplina.

Nel seguente articolo andremo ad evidenziare le peculiarità di questa disciplina, valutando innanzitutto l’attrezzatura, passando per le varie tipologie di montature per concludere poi con i possibili inneschi. La pesca con la bolognese prevede l’ausilio di un galleggiante, una scalatura di pallini di piombo o le torpille ed un terminale generalmente monoamo o al massimo biamo. Questa tipologia di pesca inoltre può essere praticata sia in condizioni di mare piatto che in fase di scaduta post mareggiata, ma comunque non in condizioni meteo marine estreme. La sua caratteristica principale è quella che ci permette di presentare il nostro innesco, su un terminale variabile dagli 80 cm ad 1,50 mt, supportato dalla piombatura raccolta in pochi centimetri in caso di spallinata stretta o addirittura torpille o in tratti più ampi se si sceglie di distribuire la nostra piombatura in un assetto più morbido e distribuito in interspazi maggiori. I galleggianti specifici e indicati per questa disciplina, varieranno da 1-3 grammi in condizioni di quiete, fino a raggiungere i 7-8 grammi in caso di condizioni avverse quali vento e moto ondoso più sostenuto.


L’azione di pesca si svolge lanciando la nostra montatura e mantenendo il nostro galleggiante in lieve trattenuta, azione fondamentale in questa tipologia di pesca, nell’attesa dell’abboccata. Come scritto precedentemente, risulta possibile pescare con la bolognese sia in ambiti portuali e daI moli, sfruttando la posizione di vantaggio che ne deriva dal comodo posizionamento o semplicemente dalla scogliera o dalla spiaggia, soprattutto in prossimità della foce di corsi d’acqua quali fiumi o semplici torrenti.


L’attrezzatura
La canna per la pesca a bolognese è una telescopica avente lunghezza variabile da 5 a 8 metri generalmente, ricorda parecchio la struttura di una canna fissa ma con anellatura e placca porta mulinello e caratterizzata dall’azione di punta conferita dalla vetta molto sensibile. Su ogni elemento della canna come detto sarà presente un anello fisso, mentre sulla vetta, oltre l’apicale troveremo 2 o 3 anelletti scorrevoli. Il ruolo del mulinello è fondamentale, deve contenere una buona riserva di nylon adeguato di diametro parecchio sottile e deve avere le caratteristiche adeguate, specialmente una frizione parecchio precisa per gestire bene il combattimento con prede allamate senza dimenticare che lo stiamo facendo impiegando terminali ultrasottili. La taglia del mulinello indicata andrà dal 1000 al 3000 con in bobina uno 0,14/0,16 di ottimo livello specifici per questa disciplina.


La montatura
Per la realizzazione della montatura e quindi del sistema pescante occorreranno galleggianti longilinei la impiegare in condizioni di mare calmo, a goccia o pera rovesciata in caso di mare formato, i classici pallini di piombo spaccati dedicati per la realizzazione della scalatura, torpille nel caso in cui avessimo l’esigenza di velocizzare l’affondamento del nostro innesco, microgirelle, bobine per terminali avente diametro variabile tra 0,10 e 0,14 e ami specifici in rapporto all’esca impiegata anch’essi variabili tra un numero 18 e un numero 14.


Gli inneschi
La pesca con la bolognese in mare ci consente di usufruire di svariate tipologie di esca in rapporto alla preda che avremo intenzione di insidiare. Ad esempio i muggini preferiscono specifiche pastelle aromatizzate al formaggio, pane francese a fiocco e bigattini, per i branzini andrà bene il gamberetto vivo oltre ai classici bigattini, per gli sparidi potremmo far variare dei pellet adatti facilmente reperibili in commercio o pezzetti di vermi anellidi quali coreano, fermorestando che l’esca principe euniversale risulta essere il tanto diffuso bigattino.
La varietà di inneschi disponibili, ci lascia riflettere sulla versatilità di questa tipologia di pesca, facendoci intuire come la pesca a bolognese, se praticata con piccoli accorgimenti e cognizione, potrà regalarci tanto divertimento e bottini soddisfacenti anche di prede pregiate, conquistate sicuramente con un assetto sportivo.

Cristian Battista (Pesc’amore) Peppe & Roberto Russo

Copyright: Pesca da Terra

NON SOLO SARAGHI

NON SOLO SARAGHI
La pesca a bolognese praticata da spiagge o scogliere rappresenta una delle tecniche sicuramente più complesse e articolate, regolata da molteplici fattori che combinati tra loro danno vita ad una sessione di pesca parecchio divertente e proficua.
Non esiste l’assetto tecnico ideale per questa tipologia di pesca, nulla di preimpostato o predefinito, ogni scelta risulta figlia di variati fattori dipendenti dalla stagione, dallo spot, dal fondale sul quale andremo a pescare, dalle condizioni di luminosità, dalle prede ricercate e dalle esche impiegate. Di certo risulta essere una pesca molto attiva, movimentata da diverse catture molte delle quali magari risulteranno da rilascio, ma che con la pazienza e le scelte adeguate saprà ricompensarci del tempo che dedichiamo ad essa.


Questa tipologia di pesca richiede senza dubbio l’ausilio di terminali aventi diametro davvero esiguo, dell’ordine dello 0,12/0,10/0,09/0,08, ai quali verranno legati ami adeguatamente piccoli variabili da un n. 18 fino a giungere alla misura 14. Se prevediamo l’innesco di bigattini potremo proporre diverse soluzioni per presentare la nostra esca, di certo il classico innesco del singolo bigattino a calza, passando per il singolo penzolante o misto, connubio delle due soluzioni prima descritte, magari lasciandone pendere qualcuno in più. Scelto il galleggiante opportuno in relazione alle condizioni del mare, con grammature parecchio ridotte, dell’ordine variabile da 2,5 agli 8 grammi, prediligendo galleggianti snelli (a penna) in condizioni di mare piatto, via via selezionando forme e profili più tozzi man mano che le condizioni del mare risultino meno calme. La scalatura sarà adeguata alla scelta del galleggiante, più o meno fitta in rapporto alla nostra idea di presentazione dell’esca;

andremo quindi ad intensificare il passo tra un pallino e l’altro se volessimo raggiungere l’effetto dell’affondamento immediato della nostra esca, anche con intervalli di 2 o 3 cm o realizzando il cosiddetto “bulk”, scalatura consigliata in condizioni di mare formato per far sì che il moto ondoso non crei torsioni al nostro assetto pescante provocando grovigli e ritardandone l’affondamento con il conseguente annullamento dell’azione di pesca, viceversa in caso di mare piatto è consigliabile impiegare un peso maggiore, posizionando i nostri pallini anche ad intervalli superiori ai 15 cm, scalandoli opportunamente sia in un verso che nell’altro, quindi irrigidendo o ammorbidendo il nostro assetto favorendo così una presentazione più naturale possibile della nostra esca che meglio si adatta al tentativo di insidiare pesci più sospettosi.


Personalmente adotto una scalatura mista, su un letto dello 0,16 posizionando i piombini ad intervalli regolari di 5 cm per poi via via lasciarli diradare a multipli della distanza iniziale fino alò raggiungimento della taratura del galleggiante prescelto, lasciando emersa e ben visibile fuori dalla superficie dell’acqua l’antenna di quest’ultimo. In tutto ciò, dato l’ausilio di lenze davvero sottili gioca un ruolo preponderante la nostra attrezzatura alla quale affidiamo il ruolo di gestire le fughe più decise anche di pesci importanti e di una certa mole.

Le canne avranno lunghezza variabile da 4,50 m fino ai 6 m, dovranno risultare molto morbide e saranno loro a dissipare il 70% delle azioni indotte dalla preda allamata, per questo la composizione del carbonio della nostra canna sarà di fondamentale rilevanza (la canna da me impiegata è una ST-R Saltwater Fabio Zeni Tackle Design, lunga 480 cm casting 25-35 gr). Per mettere in pratica questa tecnica, è fondamentale attirare le prede a tiro di canna, là dove andremo a posizionare la nostra esca. Come ben sappiamo questa non è una pesca di ricerca ma saremo noi a dover attirare i pesci in prossimità della battigia, proprio a ridosso del nostro galleggiante e per far ciò bisogna avvalersi di una buona pastura.

La scelta di questa non è lasciata al caso, non tutte le pasture sono uguali, in commercio ne troveremo di specifiche opportunamente studiate e bilanciate per quella data specie che agiscono attirando le prede scatenandone frenesia alimentare senza saziarle; inoltre la quantità ingerita non altera la qualità delle carni del pescato. L’assetto descritto opportunamente combinato, ci darà la possibilità di insidiare diverse prede e non risulta estremamente selettivo, permettendoci di pescare sia branzini che sparidi in maniera davvero sportiva, divertente e funzionale garantendoci la soddisfazione di attuare un sistema pescante ponderato, personalizzato ed esclusivo, frutto di valutazioni e considerazioni acquisite da esperienza diretta.

Cristian Battista (Pesc’amore) Peppe & Roberto Russo

Copyright: Pesca da Terra