Spinning alla spigola da terra

SPINNING ALLA SPIGOLA DA TERRA
La Spigola rappresenta quasi sicuramente il gamefish più ricercato da molti
pescatori italiani.
Può essere insidiata con molte tecniche , noi oggi vogliamo approfondire una
in particolare di queste tecniche , forse la più (passatemi il termine)
“moderna” , la pesca a spinning .

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Sempre più persone si avvicinano allo spinning proprio perché ci
consente ,con poca spesa, di essere sempre pronti a lanciare una nostra
esca e a concederci qualche ora di svago , magari durante una pausa
pranzo o al termine di un turno di lavoro ,prima di rientrare a casa .
Gli hot spot per la ricerca del branzino sono ; spiagge, scogliere, canaloni,
foci dei fiumi e porticcioli nonché gli ambienti lagunari.
In particolare tutti quei posti in cui troviamo acqua salmastra e molto pesce
foraggio , proprio li la nostra Regina cercherà le sue prede , e proprio li noi
cercheremo lei !

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L’attrezzatura come vi dicevo per iniziare è abbastanza economica , una
buona canna dedicata , con azione medium/fast , la mia preferita è la BLACK
EGLE di JATSUI , attrezzo di fascia media offerto in due versioni 7’ e 8’
piedi con azione 7/20g o 15/40g , è una monopezzo con un fusto che ci
consente di animare perfettamente esche sia siliconiche che hard bait , la
cosa che più mi piace di questo attrezzo e senza dubbio la placca porta
mulinello FCS-full control System che grazie alle sue aperture laterali mi
consente di avere un contatto diretto con il fusto della canna permettendomi
di avvertire qualsiasi vibrazione dovuta al cambio di fondale o ad un
possibile attacco all’esca .

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L’abbinamento perfetto è con un mulinello veloce e
fluido con una frizione precisa , doti che io ho
trovato nel nuovo TALISMAN X-TREME , top di
gamma di casa TICA con ingranaggi in inox e
frizione con dischi in carbonio e ben 14 cuscinetti a
sfera “RRB” in acciaio inox resistente alla
corrosione.
A completare la nostra Combo consiglio l’utilizzo di
un buon trecciato come il nostro apprezzatissimo
STRIKER X8 con diametro che può variare da uno
0,15 allo 0,20.
Non ci resta che affrontare il tema principale , quello
delle esche , il mercato è ricco di offerte di qualsiasi
tipo e per qualsiasi tasca, oggi vorrei vedere con voi il
“MUST HAVE” del pescatore alla spigola.
Un ruolo importante lo ricoprono i minnow e i jerk , da
5cm fino anche a 18cm con pesi che possono variare
da 6g fino a 30g , nella mia tackle box per questa
categoria inserisco sicuramente i seguenti modelli di
JATSUI ;
-REFRACTION 22g per 12,5 cm floating
-SW L 145 20g per 14,5 cm floating
-SW TLL 180 29g per 18 cm sinking
In particolari momenti dell’anno o in
spot con acqua particolarmente
bassa utilizzo con soddisfazione
artificiali di superficie come popper
e wtd in questo caso la mia scelta
ricade senza dubbio su due
particolari modelli del catalogo
Scorziello ;
-SW ZORO120 28g per 12 cm
-SW LETHAL POPPER 80 15g per 8
cm

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Sicuramente porto con me anche
delle gomme e qualche shad di
diversi colori e forme , spesso mi
risolvono le situazioni più
complicate, ma da amente delle
hard bait le lascio sempre come
ultima carta da giocare , forse
sbagliando a volte .
Mi sembra di non aver dimenticato
nulla , non vi resta che uscire di
casa, spesso in pieno inverno ,
ricercare il vostro spot preferito
(magari dopo una bella mareggiata)
e iniziare a lanciare , lanciare ,
lanciare …… preparatevi a fare
parecchie uscite infruttuose , ma poi
quando la REGINA arriva la soddisfazione ripaga tutti i sacrifici !

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JURY PERISSOTTO

“La Felicità”

Un insegnante cinese diede un pesciolino a ogni ragazzo del villaggio, che doveva attaccare alla sua coda un bigliettino, scriverci sopra il proprio nome e lanciarlo di nuovo nella vasca.Una volta riposti tutti i pesci nella vasca con il proprio bigliettino attaccato alla coda l’insegnate disse:”avete 5 minuti per trovare il proprio pesciolino con il vostro nome”. Nonostante una ricerca movimentata, nessuno ha trovato il proprio pesce. A quel punto, l’insegnante disse ai ragazzi di prendere il primo pesciolino che gli capitasse per le mani e di darlo alla persona il cui nome era scritto sopra. In 5 minuti, ognuno aveva il proprio pesciolino.


Cosi’l’insegnante disse ai ragazzi: “Questi pesciolini sono come la felicità. Non la troveremo mai se tutti cercano la propria. Ma se abbiamo a cuore la felicità degli altri … troveremo anche la nostra.

Racconto modificato da: Pesc’amore

Un ombrellone per l’anguilla

Un vecchio ombrellone, una canna robusta col cimino rigido e un pugno di lombrichi da portarsi appresso di sera sulle sponde di un fiume o di un lago possono sembrare un armamentario strano. L’ombrellone al buio può servirci all’occorrenza per ripararci da un acquazzone, ma in questo caso lo adopereremo se temiamo che una viscida anguilla possa sfilarsi dalle nostre mani e tornarsene rapidamente nel suo habitat.
Ecco l’anguilla, questo pesce curioso che se ne sta in acque dolci ma compie straordinarie migrazioni per raggiungere il mare strisciando anche sull’erba come un serpente. Per il suo aspetto, paragonabile a quello dei rettili, suscita in taluni un effetto di repellenza, ma in cucina se ne fa un enorme consumo nel periodo natalizio per le sue carni, che, sebbene grasse, se ben trattate risultano prelibate.

Un marchingegno chiamato mazzacchera

La pesca all’antica si pratica tuttora senza amo, con un marchingegno, chiamato mazzacchera, che richiede esperienza per poterlo realizzare, con filo di cotone portante dei lombrichi. Ingoiato il filo, l’anguilla fa presto a sfilarselo e lasciare a bocca asciutta; perciò sta al pescatore essere più lesto nel portarla subito dentro l’ombrellone rovesciato, dal quale non può più risalire.
Mazzacchera a parte, in modo assai più semplice è possibile pescare l’anguilla a fondo, con una lenza 0.40, finale di poco meno spesso, piombo di una trentina di grammi e amo numero 6 a gambo lungo innestato con un lombrico. Eviteremo nel modo più assoluto di utilizzare starlight, che allarmerebbero la probabile preda mettendola in fuga. Fissata la canna su un sostegno, le attaccheremo al cimino un semplice campanello, intramontabile ed efficacissimo per segnalarci l’abboccata.

Un pesce combattivo, sgusciante e astutissimo

Insidiare l’anguilla, che è un pesce combattivo, sgusciante e astutissimo, richiede prontezza, ma questo ci impedirà nella notte di essere vinti dal sonno, perché dovremo starcene infatti attenti con la canna sempre a portata di mano, pronti a ferrare, sebbene il piombo di per sé, col suo peso, abbia al momento dell’abboccata un effetto autoferrante.
La resistenza di questo pesce, per la sua sagoma lunga e i movimenti fluttuanti, è notevole. La rapidità si richiede anche nell’operazione di recupero, onde evitare che l’anguilla si rifugi fra canneti, in prossimità dei quali ama generalmente stazionare.
L’anguilla, una volta catturata, va afferrata per la testa con una mano utilizzando un tovagliolo di carta, che le impedisce di scivolare. Anche in questo caso può tornare utile l’ombrellone rovesciato, per deporvela prima di procedere oltre. Se vogliamo portarcela a casa viva dobbiamo infilarla in un ampio bidone dall’imboccatura larga, contenente acqua. Se vogliamo farla fuori subito, invece, tenendola per la testa potremo darle un colpo sulla coda.


Le sue carni bianche vanno apprezzate eviscerando il pesce e prestando attenzione a non toccarne il sangue, che è tossico. Dopo un rapido lavaggio sotto un rubinetto, si taglia a tronchetti da cuocere su una griglia e inumidire in ultimo con succo di limone.
L’anguilla è purtroppo in via di rarefazione essendo la sua riproduzione legata a migrazioni fra acqua dolce e mare, e viceversa, che sono diventate sempre più proibitive. Le ultime ondate di caldo estivo, inoltre, hanno determinato in Italia casi di morìe attribuiti al proliferare di virus.

Cristian Pescamore

Tecnica Eging i consigli di Pesc’Amore

Tecnica Eging i consigli di Pesc’Amore
La pesca Eging è la tecnica di pesca ai cosiddetti cefalopodi, tra questi seppie, polpi e calamari. Questa
disciplina tecnicamente nasce in Giappone e si è diffusa in Europa in tempi brevissimi, grazie ai suoi
notevoli punti di forza. Infatti è una tecnica molto semplice da praticare, non richiede grandi e sofisticate
attrezzature e può essere praticata anche dalla spiaggia. In particolare sulle nostre coste tale tecnica
permette di insidiare i cefalopodi che popolano il sottocosta e i bassi e medi fondali.
Nella tradizione dei più accaniti pescatori la pesca dei cefalopodi avveniva quasi esclusivamente dalla barca
grazie a delle lenze che solitamente venivano gestite a mano, per fare in modo che le Totanare potessero
lavorare lentamente sul fondale. Grazie all’eging tale tradizione è praticata da pochi e ha permesso anche a
chi non possiede una barca di poter insediare tali specie dalla riva.
Egi l’esca per eccellenza per la tecnica Eging


Le esche che si utilizzano in questa particolare tecnica di pesca vengono dette Egi ed hanno una vaga
somiglianza con le specie marine di cui si cibano i cefalopodi. Le Egi infatti somigliano a dei piccoli
gamberetti e alla loro estremità sono dotati di una doppia corona in grado di arpionare i tentacoli di
qualsiasi cefalopode.
In commercio i modelli sono tantissimi e sono spesso dotati di piombi, il cui peso è determinato dalle
profondità alle quali si è deciso di pescare. Nella maggior parte dei casi questi sono fluorescenti. Il motivo
della fluorescenza è semplice e sta tutto nel fatto che, soprattutto di notte, alcune specie di cefalopodi
come i calamari sono molto attratti dalla luce. Il fattore profondità quindi gioca un ruolo molto importante
nella scelta dell’esca adatta. Oltre il fattore profondità bisogna anche conoscere i mari in cui si pratica tale
tecnica. Se ad esempio si è deciso di pescare dalla riva in zone che superano i cinque metri soggette a forti
corrente il nostro consiglio è quello di utilizzare degli Egi zavorrati che quindi non risentano della forza delle
correnti marine. Al contrario su fondali bassi e rocciosi e senza forti correnti è meglio non utilizzare Egi
zavorrate che nella fase di recupero potrebbero incagliarsi tra gli scogli. Tuttavia in quest’ultimo caso per
rendere più stabile l’esca artificiale possono essere utilizzati piombi (del peso non superiore ai 5-6 grammi)
che possono essere agganciati tramite un monofilo al moschettone che regge l’egi.
Qui puoi trovare un esempio di Egi


Come si pesca con l’egi
Una volta effettuato il lancio è importante effettuare dei movimenti che siano in grado di simulare la preda
sul fondo marino, affinchè venga attirata l’attenzione delle specie da insidiare. La canna va tenuta con una
inclinazione di circa 45° e al lento recupero con il mulinello vanno associati degli scatti della canna verso
l’alto. La cosa importante è alternare questo gioco fatto di recupero e scatti per permettere all’egi di
tornare ad intervalli irregolari sul fondo. Non dimenticate mai, soprattutto in questa fase di tenere sempre
il monofilo in trazione quando l’egi torna verso il fondo, in quanto è proprio in questa fase che avvengono
gli attacchi di specie come seppie e calamari.
La Ferrata come e quando
Nel momento in cui il cefalopode attacca il nostro Egi è importante innescare la ferrata con un colpo di
polso ben assestato ma allo stesso tempo non troppo violento. Questo perché vista la loro delicatezza, con
uno strattone eccessivo i tentacoli potrebbero anche strapparsi. E’ importante riconoscere
immediatamente un attacco per essere pronti a ferrare la preda. L’attacco infatti potrebbe durare meno di
un secondo e la poca prontezza potrebbe farci perdere un’opportunità di cattura. Tuttavia gli attacchi sono
spesso multipli quindi tenendo sempre la lenza in tiro si hanno più possibilità di agganciare il cefalopode.
Il Recupero

Il recupero deve essere lento e costante questo perché vista la struttura della doppia corona applicata
all’egi la preda potrebbe liberarsi e scappare. In particolare con i polpi che hanno una forza straordinaria
bisogna cercare di recuperarli a pelo d’acqua in quanto su fondali rocciosi appigliandosi agli scogli
potrebbero opporre resistenza liberandosi.
Quali attrezzature scegliere
Prima di parlare delle attrezzature ti consigliamo di dare un’occhiata al sito Pesca e Sport Gema sul quale
puoi consultare la categoria Canne da Eging e Mulinelli dedicate a tale tecnica
Per quanto riguarda le canne da pesca vanno benissimo anche quelle da spinning purchè non superino i
250cm. Tuttavia in commercio si trovano delle canne da eging specifiche per questa tipologia di tecnica.
Per quanto riguarda lenze e fili è importante utilizzare dei modelli non molto elastici che non si
permetterebbero vista la bassa sensibilità di avvertire le toccate della preda. Inoltre visto che i cefalopodi
sono molto attratti da luci e colori il nostro consiglio è anche quello di utilizzare un terminale fluorescente.
Infine i mulinelli debbono essere leggeri per permettere la massima sensibilità del polso.

CEFALI A…. GO GO

Se nell’ambito piscatorio, la spigola è stata eletta Regina del mare, si potrebbe tranquillamente eleggere Re il cefalo. Questo per via di svariati motivi che proprio in quest’ambito, ne caratterizzano appunto un simile ruolo.
Il cefalo è un pesce molto astuto, vive e lo si trova un pò ovunque ci sia dell’acqua, sopravvive anche con un minimo grado di salinità, proprio come la spigola, lo si può trovare nei fiumi anche a diversi km dal mare anzi, sopporta e si adatta anche ad un certo livello di inquinamento a cui purtroppo sono soggetti la maggior parte dei nostri fiumi e…non solo .
E’ un pesce che vive in folti branchi e lo si può trovare nelle calme acque portuali , spesso negli angoli più remoti del porto, radunato intorno un pezzo di pane che galleggia, intento a mangiare ma pronto a schizzar via non appena avverte il minimo pericolo.
Sportivamente è anche un ottimo combattente e una volta preso all’amo, sprigiona una forza che il più delle volte sembra sporporzionata rispetto alla sua taglia, è un pesce che vende cara la pelle e la fortuna del pescatore sta nel fatto che non ha un apparato boccale munito di denti, per cui, dovendolo pescare con monofili sottili per via della sua sopettosità, facilita non poco il lavoro del pescatore che comunque deve affrontarne il combattimento sempre sul limite del carico di rottura del filo, ponendo attenzione a non forzare troppo, visto che il cefalo possiede un apparato boccale protrattile molto sottile e delicato e che vista la diffidenza con cui tende ad abboccare potrebbe succedere che il nostro amo vada a romperlo, se la ferrata è avvenuta appunto a fil di labbro.
Considerando la sua vastissima diffusione,non dovremo far altro che scegliere lo spot e la tecnica per cercare di insidiarlo, magari con la bolognese o ancora meglio, con una canna fissa che ne esalta ancor di più il combattimento e la sportività .


Gli spot da scegliere possono essere tra i più disparati e con caratteristiche anche molto diverse tra loro partendo dal calmo e tranquillo ambito portuale al grande fiume che forma un ansa che ne rallenta il corso, passando da un lago salmastro ed arrivando alla foce, ovunque ci sia un minimo di salinità, potremo trovare cefali . Anche da una scogliera con mare in scaduta ed acque torbide si possono insidiare i cefali, tra l’altro della specie più ricercata per la qualità delle carni, stiamo parlando del cefalo gargia d’oro, che deve il suo nome proprio ad una piccola macchia di color oro sull’opercolo.
Per quanto riguarda le esche, anche qui il panorama è abbastanza ampio. Il tocchetto di sarda freschissima, la tremolina, il bigattino o la polpa di gambero fino ad arrivare alle varie pastelle a base di pane e formaggio, il pane francese, il pancarrè o addirittura il …..Petto di pollo, innescato a piccoli pezzetti cuciti sull’amo. Il cefalo è un pesce che mangia aspirando l’esca con le sue labbra protrattili e lo fa in modo molto delicato, quasi impercettibile, segnalate dal galleggiante con minime affondate a volte di una sola parte dell’astina e quando ci si aspetta la tocca decisiva……ci si ritrova con l’amo pulito !!!
E’ un pesce gregario, che vive in branchi anche molto numerosi e non è difficile da richiamare a tiro di canna con una pasturazione di sfarinati a base principalmente di pane e formaggio, questo ovviamente se la nostra esca saranno appunto le pastelle da innesco, che siano di produzione artigianale o che siano di quelle già pronte che troviamo in vendita nei negozi di pesca e che funzionano molto bene.
Anche pasture a base di pesce, come la sarda il gambero vanno bene, ovviamente tutto sarà in rapporto all’esca che andremo ad usare, cioè se usiamo il tocchetto di sardina, useremo uno sfarinato a base di sarda se invece usiamo il pane o le pastelle, useremo una pastura bianca a base di pane e formaggio.


Il cefalo è un pesce che mangia molto, non a caso viene definito lo spazzino dei mari, ma la pasturazione deve comunque essere attenta ed oculata, rallentando fino a fermarsi fin quando i pesci mangiano e ricominciare quando le mangiate iniziano a rarefarsi, mantenendo così, sempre attivi i pesci che ci faranno trascorrere diverso tempo all’insegna del divertimento con prede che possono arrivare a pesare ben oltre i 2 kg ma, che già con esemplari intorno al mezzo kg o poco più, avremo il nostro bel da fare.
Come attrezzi vanno bene sia la canna bolognese che la classica canna fissa. nel caso della fissa il consiglio è di usarne una di un metro più lunga rispetto alla bolognese, questo perchè ci darà l’opportunità di gestire meglio eventuali prede di una certa mole, visto che non avremo l’ausilio del mulinello e della frizione. La lenza è la stessa in entrambi i casi e dovrà essere abbastanza pesante e quasi secca, ossia con una piombatura concentrata in poco spazio e sufficentemente pesante da tenere il fondo con precisione. Questa risulta una cosa di fondamentale importanza nella pescca al cefalo, poichè i pesci stazioneranno sempre sul fondo.


Il galleggiante sarà di forma affusolata, dai 2 ai 3 gr, del tipo a carota molto allungato e con un’astina ben visibile e tarato alla perfezione, calcolando perfino il peso dell’esca, anche se minimo. La piombatura sarà composta per l’80% da un torpilla che porterà al di sotto pochi pallini per la rifinitura della taratura, spaziati in circa 50 cm al massimo, la lenza termina con un microaggancio a cui viene collegata una forcella di ami che potremo prepararci anche a casa, magari preparandone più di una e riporle su dei rotolini in EVA, che ci tornarà comoda nel caso dovessimo sostituirla per una rottura .
Preparare con cura a casa in tutta comodità i nostri terminali ci consente di averli tutti precisi ed uguali l’uno con l’altro, cosa di non trascurabile importanza, visto che il cefalo ha bisogno di certe accortezze e che basterebbe una piccola variazione per non vedere più una tocca senza capirne il perchè.
Costruiremo le nostre forcelle con dell’ottimo monofilo dello 0,12 che risulta essere un buon compromesso tra tenuta e presentazione dell’esca ma, nulla ci vieta di prepararne qualcuna di diametro maggiore, come uno 0,14 diferenziandone anche la misura degli ami .
Questi ultimi dovranno essere preferibilmente a gambo lungo e con la punta storta del N° 14/16 se la nostra esca sarà il pane francese o le pastelle, mentre nel caso usassimo i bigattini, monteremo ami a gambo corto di numerazione compresa tra il 16 ed il 18.
Per la costruzione proseguiremo nel modo che segue: tagliamo circa un metro di filo con cui vogliamo eseguire la forcella, in questo caso uno 0,12, leghiamo ad una sua estremità il primo amo ed all’altra estremità il secondo amo, dopodichè piegheremo a metà il nostro finale, formando con un nodo, una cappiola di piccole dimensioni, facendo in modo di ottenere due finali di cui uno risulti circa 7/8 cm più corto dell’altro. in questo modo avremo ottenuto due finali lunghi rispettivamente 40 cm circa uno e l’altro 47/48 cm. Tali misure sono indicative ed approssimative, considerando lo scarto per la legatura dei due ami e la cappiola. Se si desidera farli più corti, sarà sufficiente accorciare il filo di partenza ma in linea di massima queste sono buone misure di partenza ma, nessuno ci vieta di cambiarle a seconda delle proprie esperienze personali oppure in base alla risposta dei pesci durante la pescata, ad esempio accorciandoli nel caso ci trovassimo troppo spesso gli ami puliti senza aver visto il minimo cenno di abboccata. Ecco in questi casi si tende ad accorciare i rispettivi finali per velocizzarne la segnalazione al galleggiante.
La sondatura del fondo la faremo sempre attaccando la sonda all’amo del finale più lungo, così facendo avremo un amo che pesca sul fondo e l’altro che pesca leggermente staccato da esso, in caso di fondale sporco o con numerosi incagli, toglieremo quei pochi cm alla lenza, sufficienti a farci pescare correttamente senza incagliare.
Il cefalo è un ottimo combattente, quando vede il guadino riparte alla ricerca della libertà, e cadrà nella sua rete solo quando avrà esaurito tutte le sue forze. Pescando con una coppia di ami, potrà accadere di allamarne due contemporaneamente, in questo caso l’esito del combattimento sarà ancora più incerto ma l’adrenalina arriverà ai massimi livelli, facendoci riscoprire un pesce molte volte bistrattato a favore di prede più ambite ma, che nulla ha da invidiare a spigole ed orate …..nemmeno a tavola !

Cristian Battista (Pesc’amore) & Fausto Adamo

Copyright: Pesca Da Terra

A TUTTO SARAGO

Del Sarago ne esistono 5 specie di cui faremo una piccola e breve descrizione di ognuno, dopodiche’ andremo a descrivere la tecnica di pesca per insidiarlo.

  • Il primo e’ il sarago maggiore (Diplodus sargus sargus)
    Il sarago maggiore e’ forse la specie piu’ conosciuta ed apprezzata, classica preda della pesca dai moli, ha un corpo alto e schiacciato, bocca con piccoli denti incisiviformi e pinne pettorali ventrali appuntite, ha un colore che tende all’argenteo ma la cosa che lo distingue dalle altre specie e’ la presenza di 5 linee verticali di colore nero che si alternano a 4 linee di colore grigio scuro e per finire ha una macchia nera sulla parte posteriore del corpo prima della pinna caudale. questa specie puo’ raggiungere i 2 kg di peso .
  • Il secondo e’ il sarago puntazzo o pizzuto (Diplodus puntazzo)
    Prende il suo nome dalla forma del suo muso appuntito, è un pesce solitario che vive su fondali che vanno dai 20 ai 50 metri.
  • Il terzo e’ il sarago sparaglione (Diplodus annularis)
    Il sarago sparaglione e’ il piu’ piccolo delle specie di saraghi presenti in Mediterraneo. Non supera i 25 cm di lunghezza ed e’ facilmente riconoscibile per il colore argento e le pinne pettorali gialle.
    Una caratteristica di questo pesce e’ di essere un ermafrodita proterandrico , pesce che nasce maschio e tramuta il sesso in femmina da adulto.
    -Il quarto e’ Il sarago faraone (Diplodus cervinus )
    Il sarago faraone e’ facilmente riconoscibile dalle sue 5-6 fasce trasversali di colore marrone scuro e dalle sue labbra piu’ grandi.
    E’ forse la specie meno comune ma che arriva a crescere piu’ degli altri, arrivando facilmente anche ai 3 kg di peso.
  • Il quinto e’ il sarago fasciato (Diplodus vulgaris)
    E’ probabilmente la specie piu’ presente, si distingue per la presenza di una larga fascia nera presente nell’apertura branchiale ed un’altra sul peduncolo caudale, presenta inoltre , delle strisce longitudinali dorate lungo i fianchi .

Quado si parla di pesca sportiva in mare non si puo’ non citare un pesce quasi onnipresente in ogni pescata e che per molti e’ stato anche il primo pesce catturato alla prima esperienza alieutica, proprio per la sua presenza in moltissimi spot ed in qualsiasi condizione meteomarina. Stiamo parlando del sarago, si proprio lui, perche’ che sia che si peschi da una scogliera, da una banchina portuale o da un antemurale ed addirittura dalla spiaggia, che sia uno sparaglione, un fasciato o un maggiore non ha nessuna importanza, Lui …il sarago…c’è sempre .
E’ un pesce che si nutre di un po’ di tutto, di alghe, di piccoli molluschi, crostacei, vermi e di tutto cio’ che riesce a trovare e questo e’ un punto a favore del pescatore che tenta di insidiarlo con la canna da pesca .


E’ un ottimo combattente, specie nelle taglie piu’ importanti ma gia’ un pesce di 200-250 gr (di qualsiasi specie), sa vendere cara la pelle, con fughe e puntate verso il fondo, nel tentativo di raggiungere la sua tana, regalando al pescatore momenti intensi di puro divertimento .
Gli spot in cui insidiarlo sono molteplici, come gia’ accennato ma, se volessimo per cosi’ dire andare sul sicuro, bastera’ scegliere una banchina portuale (se si preferisce la comodita’) oppure ancora meglio, una vecchia scogliera anche non molto profonda, ricca di buche ed anfratti che sono il luogo ideale in cui il sarago trova facilmente la sua tana e ne esce quando ha intenzione di cercarsi da mangiare. Da non trascurare che il sarago e’ un ottimo e possente nuotatore, infatti gli esemplari piu’ grandi escono dalle loro tane proprio quando il mare e’ mosso, perche’ sanno che e’ piu’ facile trovare del cibo smosso dal fondo dalle forti correnti.


Una volta scelto lo spot, non ci resta che metterci all’opera per cui scelta la canna piu’ idonea, che sia una bolognese o una fissa, passiamo alla preparazione della montatura.
Il sarago in generale, mangia un po’ a tutte le profondita’ e non necessariamente sul fondo, questo perche’ una volta messo in competizione alimentare, tendera’ a salire man mano verso la superficie per intercettare l’esca nella sua calata verso il fondo.
Per sfruttare a nostro vantaggio queste sue abitudini alimentari, una mano ce la danno le varie pasture presenti sul mercato, sfarinati arricchiti di piccole parti di molluschi, vermi, crostacei, aromi ed additivi vari che contengono buona parte della “dieta” del nostro amico sparide. Bastera’ prepararne il quantitativo necessario alla nostra battuta di pesca e pasturando costantemente con il famoso poco ma spesso, riusciremo a fare ottimi carnieri e magari a tirar fuori dalla su tana, un esemplare di quelli veri.


Tornando al discorso della montatura, non serve andare nel sul compllicato ne tantomeno per il sottile, il nostro amico sparide non ha bisogno di particolari accorgimenti, per cui una montatura di 1,5-2 gr se si pesca in porto o sui 3 gr se si pesca in scogliera, composta da una torpille per il 70% e rifinendo la taratura con dei pallini del n° 7 il primo dei quali partira’ attaccato alla cappiola di giunzione del finale mentre gli altri saranno messi a distanza decrescente a salire verso la torpille, senza eccedere troppo oltre il metro di lunghezza.
Altra aternativa puo’ essere una lenza fatta da piccoli bulk di pallini, 3-4 bulk da 3 pallini l’uno magari di misura crescente man mano che si sale verso l’alto, il tuto racchiuso in circa un metro o poco piu’, questa e’ una lenza forse piu’ idonea alla scogliera e mare formato o scaduta.


Per i finali non serve andare per il sottile, il nostro amico sarago ha delle buone dentature per cui, 0,12-0,14 non devono essere ritenuti diametri eccessivi ma standard, preferendo il fluorocarbon che ci assicura una buona tenuta anche in caso di leggera abrasione ed inoltre non particolarmente lunghi, 70-90 cm al massimo, cosi’ da avere il massimo nella segnalazione delle sue solite e repentine toccate prima dell’affondata decisiva.
Prima di parlare degli ami, bisogna parlare di esche, perche’ e’ proprio in base all’esca che andremo ad usare, dovremo scegliere l’amo piu’ idoneo. Le esche per il sarago possono essere tra le piu’ svariate, dal bigattino alla polpa di gambero, dalle pastelle gia’ pornte al piu’ moderno pellet, dal tocchetto di sarda al pezzetto di calamaro, dalla polpa di cozza al pezzetto di koreano, insomma la scelta e’ ampia ed in base anche alle condizioni del mare e dello spot, avremo un’infinita’ di esche tra cui scegliere.
Per la banchina portuale, 2 bigattini ed amo del 16 robusto ed a gambo medio corto puo’ andare benissimo, il pezzetto di koreano vuole almeno un 14 preferibilmente a gambo lungo, cosi’ anche per le pastelle gia’ pronte all’uso. Per la pesca in scogliera a mare calmo valgono gli stessi criteri a mare mosso invece, una polpa di cozza, un tocchetto di sarda oppure un pezzetto di calamaro vogliono un amo sempre robusto ma a curvatura ampia e di numerazione dal 10 a salire .
Ovviamente a mare mosso in scogliera cambiano anche i diametri dei finali utilizzati, in porto uno 0,14 che poteva essere il massimo, in scogliera diventa il minimo di partenza fino ad arrivare se necessario anche ad uno 0,18 in caso di mare formato, molta schiuma ed acque torbide.
In conclusione speriamo di aver dato a qualcuno lo spunto per insidiare un pesce divertente e combattivo, facile da trovare un po’ ovunque ed in ogni situazione ci si presenti sul nostro posto di pesca, che sia un molo in mezzo al mare, una banchina portuale, una scogliera o una spiaggia, un pesce a volte bistrattato, poco apprezzato in cucina e molto spesso considerato disturbatore proprio per la sua onnipresenza, un pesce che pero’ sa regalare combattimenti al limite del cardiopalma anche se non e’ di grandi dimensioni.

Cristian Battista (Pesc’amore) & Fausto Adamo

Copyright: Pesca Da Terra

Il “capone” ama caldo e ombra

In autunno la lampuga, chiamata in molte regione “capone”, si avvicina alle coste per deporre le uova e può essere insidiata in questo periodo con varie tecniche. Può raggiungere due metri e venti chili, ma nel Mediterraneo non supera gli otto ed è appetibilissimo, oltre che per i suoi bellissimi colori, per le carni assai pregiate.
Le lampughe amano da noi la stagione calda essendo il loro habitat di origine quello oceanico delle zone tropicali. Si muovono in prossimità delle scogliere, dove ci sono salti di fondale interessanti, e dove avvengono le migrazioni del pesce foraggio come sardine, acciughe, piccoli cefali, aguglie e sugarelli. A volte si possono trovare spesso anche nelle dighe dei porti e nella zona della loro imboccatura.

Isolotti artificiali per insidiarla da barca

Una particolarità di questa specie è l’amore per le aree ombreggianti, per cui in Sicilia i pescatori a volte al largo isolotti artificiali, realizzati con foglie di palma legate fra loro e zavorrate, con l’intento di intercettare i branchi e calare le reti a circuizione. L’usanza è diffusa a Porto Palo e Capo Passero.
Per insidiare questo pesce dobbiamo puntare in ogni caso su acque limpide, preferibilmente con il mare calmo, sia con il solleone sia all’alba, un orario che risulta pure propizio. Va tenuto conto del fatto che la lampuga, a differenza di altre specie, non ha abitudini crepuscolari. Quando sono a caccia si notano facilmente: i salti sull’acqua, infatti, sono un loro modo di farsi notare.

Artificiali semplici per farla abboccare

A differenza di chi ha la possibilità di insidiarlo dalla barca, dove c’è abbondante presenza di mangianze, l’attrezzatura da terra dovrà essere orientata in base alle dimensioni dei pesci che frequentano lo spot. Se non volete sbagliare, potete usare lo stesso assetto che si usa per lo spinning ai serra. Risulta perciò efficace e comoda una canna da 2,70 mt, con azione medium-fast e potenza 15-60 gr. Il mulinello andrà bene 4500 tipo Shimano o 5000 tipo Daiwa, con bobina da caricare con un buon trecciato da 28 lb e un finale in fluorocarbon del 30.

Tra le tante catture dei Caponi il Team maretecnico porta a bordo anche un pesce castagna !


La lampuga non è attratta da chissà quali congegni e se ha voglia di attaccare lo fa rapidamente su qualsiasi artificiale. Le esche ottime per la sua cattura sono i popper, gli ondulanti, le skipper lures, i minnows, ma anche i jig, tutti di dimensioni medie, intorno agli 8-10 cm. Vanno bene tutte le colorazioni, dalle tinte naturali alle argentate per finire a quelle più sgargianti. L’artificiale può essere efficacemente sostituito dal vivo, del tipo che la lampuga è solita cacciare, cercando di mantenerlo a galla.


Questo pesce è estremamente combattivo, soprattutto quand’è di grosse dimensioni. Non sono da sottovalutare, dopo l’abboccata, le fughe senza una direzione esatta, con salti esagerati dall’acqua nel tentativo di slamarsi a forza di testate. La lampuga non sarà mai stanca fino a che non l’avrete portata fuori dall’acqua. Anche con il guadino non è facile salparla: cercherà fino all’ultimo di saltare fuori.
È uno di quei pesci non facili da incontrare, ma la soddisfazione che procura all’angler ripaga sempre della lotta.

Cristian Battista (Pesc’amore)

Copyright: Pesca Da Terra

I Nuovi 3 Laghi di Castiglione del Lago un’esperienza unica tra bellezza,relax e buona pesca

Pescatori e pescatrici oggi vi parliamo di una struttura di nuova concezione,gestita da pescatori per i pescatori, così da portare il relax e il divertimento ad un esperienza che è raro trovare nella pesca sportiva. Tutto questo lo potrete trovare a I NUOVI 3 LAGHI Castiglione del Lago (PG) nella splendida cornice del Lago Trasimeno, la nuova struttura è dotata di 3 laghi per poter fare 3 tecniche diverse. Il LAGO 1 dedicato esclusivamente al Trout Area con una grandezza di 30×20 in cui troverete circa 2Qt di trote stanziali sui 200gr che ogni fine settimana garantiranno pesce fresco fino ad arrivare alla fine del mese dove verrà fatto uno svuota lago così da poter fare nuove immissioni per il mese successivo.

LAGO 2 il più grande 100×50 sarà dedicato alla trota lago, dove ci sarà un fondo lago e verranno immesse trote per ogni singolo pescatore facendo il giro del lago, così da far distribuire al meglio il pesce per tutta la superficie, ma non mancheranno anche Bass e Spigole di acqua dolce che vi faranno divertire in estate quando la temperatura non permetterà la pesca alla trota in fine il LAGO 3 dove si potrà catturare Carpe,Amur,Tinche con varie tecniche come bolognese, roubasienne e pesca a fondo tutto rigorosamente con ami senza ardiglione e materassino che verrà fornito in loco a chi ne è sprovvisto.

Per chi vorrà trascorrere una giornata intera presso la struttura ci sono convenzioni che permettono di mangiare nel ristorante accanto alla struttura LA SOSTA DEL PRIORE così da permettere di pranzare a chi viene da lontano. Per qualsiasi altra informazione e chiarimento potete scrivere sia su Facebook o Instagram ad Alessandro e Leonardo Diarena sia sulla pagina INSTA e FB de I NUOVI 3 LAGHI.
Con l’augurio di vedervi presto vi auguriamo un imbocca al lupo per le prossime catture.

Caccia al serra

Caccia al predatore venuto dall’Atlantico

Imprevedibile per quanto possa essere, il pesce serra ha l’abitudine di avvicinarsi in branchi ripetutamente nei medesimi tratti di acqua vicini alla costa, dalla primavera alla fine dell’autunno. Ancora, perciò, è possibile catturarlo da terra prima che si intani a profondità notevoli, infischiandosene delle nostre esche; e la fine dell’estate, con acque ancora molto calde, è il periodo migliore, perché questo predatore, venuto dall’Atlantico attraverso il Canale di Suez, è solito cacciare altri pesci di svariate taglie quando sono maggiormente in movimento.
Le zone preferite si possono ritenere quelle prossime alle foci di fiumi, dove si concentra molta fauna ittica attratta dall’enorme quantità di cibo che arriva trasportato dall’acqua dolce. In siti di questo tipo, ma anche di fronte a qualsiasi costa dal fondale prevalentemente sabbioso, come quelle siciliane, si può avere la fortuna di veder balzare fuori dall’acqua cefali e altri pesci nel momento in cui vengono attaccati ferocemente. Il serra, infatti, è di una spietata ferocia, un predatore che attacca con violenza sbranando con i suoi aguzzi denti le vittime, per poi ingoiarle anche solo parzialmente.

Violenza assimilabile a quella del luccio

Accade spesso al pescatore di avvertire alla canna un abbocco e di sorprendersi poi quando, dopo aver salpato, si ritrova all’amo solo la testa di una mormora. Dov’è finita in quel caso la restante parte, quella più abbondante, dell’esemplare catturato? Nel ventre di un pesce serra, che si è proprio avventato con i suoi denti, affilati come un rasoio, sulla mormora in movimento mentre stavamo salpandola.
In pratica la violenza del serra è assimilabile a quella del luccio in acque dolci, con la differenza che il primo, a differenza dell’altro, non se ne sta intanato e in agguato nella vegetazione per balzarne fuori al momento opportuno, ma sta continuamente in movimento; e ciò lo rende perciò più micidiale. Addirittura si addentra persino nei fiumi anche per chilometri, essendo il cefalo la sua preda preferita.

Può superare la lunghezza di un metro

Questo pesce, che in passato veniva spacciato anche per la spigola, alla quale assomiglia, è apprezzato in cucina. Viene perciò insidiato per questo motivo, ma soprattutto perché l’azione di pesca offre un’emozione notevole: il combattimento, infatti, impegna lo sportivo anche con gli esemplari di piccole dimensioni; e bisogna tenere presente che il predatore può raggiungere i cinque chili e superare il metro di lunghezza.
Dove ci sono cefali, dunque, può esserci a caccia il pesce serra. Tenuto conto delle sue abitudini di vita e predatorie, come potremo tentarne la cattura? Ha suscitato curiosità e reazioni di vario genere ad agosto la notizia di due giovani multati con quattromila euro per averne pescato cinque al porto di Sestri Levante, in Liguria: “Siamo arrivati alla follia persecutoria!” ha commentato Salvo Bella nel suo gruppo Facebook “Pesca libera”. Il problema però non aveva nulla a che vedere con questo particolare tipo di pesce, riguardando invece solo il fatto che nei moli non è consentito pescare.

Dall’insidia col galleggiante alla teleferica

Le canne sono quelle robuste da traina, spinning e surfcasting, con un grosso galleggiante piombato portante una girella alla quale agganceremo il finale da due a tre metri dello 0,40, di cui l’ultimo tratto di una ventina di centimetri in cavetto di acciaio, perché altrimenti il morso del pesce serra potrebbe tranciare il tutto, lasciandoci di stucco; una eventualità ovviamente da prevenire.
La misura dell’amo è variabile da 1 a 5 e la sceglieremo in base alla taglia dei pesci che vorremo insidiare e all’esca conseguentemente rapportata.
Il pesce serra è attratto da odori e movimento, perciò potremo innescare spezzoni di sarde o cefalo legati con filo elastico e resi flottanti mediante dei pop up, oppure piccoli pesci vivi, attaccati a due ami, uno fisso in punta e l’altro scorrevole.


Si lancia dalla costa a trenta-quaranta metri.
Ci sono anche altre tecniche di pesca e una delle più diffuse è quella della teleferica con il vivo. In tal caso si lega al moschettone un piombo da 150 grammi e si effettua il lancio, mettendo la lenza in tiro. Quindi si attacca il moschettone del finale, preparato come descritto sopra, alla lenza madre, lasciandolo scorrere in acqua. Buona attesa!

Cristian Battista (Pesc’amore)

Copyright: Pesca Da Terra

Salvo Bella svela come costruisce i barchini radiocomandati per laghi e mare

“Salvo Bella svela come costruisce i barchini radiocomandati per laghi e mare”
Go & Bait
Si chiama Salvo Bella, è un ultradecano del giornalismo (specializzato in cronaca nera) ma è diventato popolare nel mondo della pesca per i barchini radiocomandati che progetta e costruisce a Legnano, in provincia di Milano, in modo del tutto artigianale. Negli ultimi dodici mesi fanno la fila gli appassionati di surfcasting per avere un esemplare del suo SeaJet 1250, una sorta di siluro governabile da riva a distanze superiori a mezzo chilometro, con un gancio elettronico che permette di liberare dove si vuole un terminale armato con esche di peso ragguardevole. Lo stesso barchino viene impiegato con successo per la traina o per portare un trave con una cinquantina di ami innescati in vari modi, anche col vivo.


Ha cominciato alcuni anni fa con un piccolo scafo da pesca in lago, originalissimo perché oltre a navigare e rispondere via radio a molti comandi poteva muoversi anche sulla terra.
Il primo era un ranocchio e pesava 10 chili
“Gli diedi – ricorda Salvo Bella – l’aspetto di un ranocchio, ma, pur pesando quasi dieci chili, è pure veloce. Lo congegnai perché serviva a me e fu un lavoro duro, perché alle mie conoscenze di meccanica, falegnameria, elettronica e altro dovetti aggiungere la sperimentazione di forme e della vetroresina, che com’è noto non è per niente gradevole per il respiro. Mi ci son divertito al lago di Ghirla e ora lo tengo in bella mostra come un soprammobile storico”.


Forte appassionato di pesca, ha poi trasformato a casa propria un grande garage e la sala hobby, piazzandoci macchinari elettrici e attrezzi, piccoli ma professionali, e tenendo a portata di mano in appositi scaffali motorini, acceleratori, trasmittenti, riceventi, pile, caricatori, interruttori e componenti di non facile reperibilità.
Una versione plus per le correnti dello Stretto
“L’ho fatto e continuo a farlo – spiega – perché questo passatempo, pur costoso, mi diverte, assai più quando mi cimento nel superare ostacoli difficili o quando mi viene chiesto un modello che per caratteristiche e prestazioni mi mette a dura prova. Un amico di Messina, per esempio, aveva bisogno di un barchino da usare nelle correnti dello Stretto e sono riuscito ad accontentarlo con una versione plus del SeaJet, che da allora mi viene chiesta da altri. Mi scrivono per email e via Facebook o telefonano anche dall’estero perché s’è diffusa la voce che sono quello dei barchini da pesca. Funziona così, mi cercano, vedono foto e video sulla mia pagina Facebook (Barchini da pesca); e cerco di non deludere”.


Numerosi pescatori si rivolgono a lui per avere consigli; spesso chiedono un aiuto per potere realizzare in proprio un barchino.
“Non è difficile realizzare qualcosa – dice Bella – in proprio, anche con materiali di recupero. Soprattutto i giovani sono abbastanza capaci e sono sempre pronto ad assisterli senza alcun problema, perché è importante partecipare le proprie esperienze. Spesso purtroppo c’è però chi si cimenta in un piccolo progetto ma poi lo abbandona deluso, dopo avere speso dei soldi, non riuscendo a portarlo a termine”.
Ogni barchino realizzato da Salvo Bella è praticamente unico, pur a parità di modello. La costruzione, infatti, non è praticamente in serie.


“Ogni esemplare risulta sempre diverso, ma definisco i progetti di base, anche con l’ausilio di programmi di calcolo, che mi aiutano a controllare la corretta distribuzione dei pesi, il galleggiamento, il carico e l’assetto da fermo o in movimento. Il computer mi dà una mano importante. Io parto da comuni materiali in commercio, selezionati accuratamente. Ma devo realizzare uno per uno molti pezzi, di legno, metallo o plastica, spesso dopo averli inventato per lo scopo. Oggi mi agevolano la progettazione tridimensionale assistita al computer (cad) e la realizzazione di parti originali in pvc con una stampante 3d che ho costruito da solo”.


Criteri specifici di impermeabilità
Che differenza c’è fra i modelli per il mare e quelli per i laghi?
“I modelli per il mare – dice Salvo Bella – sono progettati e realizzati con criteri specifici di impermeabilità, essendo esposti a schizzi d’acqua. Generalmente mi vengono chiesti senza contenitore per la pastura, che invece serve a chi pratica la pesca alla carpa. Ho pure un modello multifunzione con scafo in legno resinato che può portare lenze per lo sgancio automatico o la traina, esche, pastura solida e anche liquida: un gioiello”.
Ma questi barchini hanno punti deboli e richiedono particolare manutenzione da parte di chi li usa?
“Il pescatore ha solo l’incombenza di caricare con un apposito dispositivo le batterie. Quelli che in genere sono punti deboli in qualsiasi barchino radiocomandato sono invece nei miei modelli punti forti: un sistema di radiocomunicazione professionale anche a cinque canali, antinterferenza e con portata fino a un chilometro; alimentazione con pile originali di vera tecnologia Panasonic anziché taroccate e di basso costo”.

Cristian Battista (Pesc’amore)

Copyright: Pesca da Terra